Y’en a marre e Balai citoyen: i nuovi “tirailleur” dell’imperialismo in Africa da:www.resistenze.org – pensiero resistente – imperialismo – 21-05-15 – n. 545

 

Fodé Roland Diagne | michelcollon.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

13/05/2015

L’opinione pubblica democratica, patriottica, antimperialista panafricana e senegalese ha appreso con stupore l’operazione mercenaria dei movimenti Y’en a marre [Siamo stufi marci, ndt] del Senegal e Balai citoyen [Ramazza civica, ndt] del Burkina Faso nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Le autorità del paese di Lumumba, Mulélé e Kabila hanno espulso i giovani missionari dell’Africa occidentale annunciando di aver recuperato “materiale, denaro e armi finalizzati a destabilizzare la Rdc” e di averli “arrestati per poterli processare”.

I giovani “tirailleur” [corpo della fanteria coloniale francese, ndt] senegalesi e burkinabé affermano di agire per la “democratizzazione” dell’Africa e di “lottare” contro i “dittatori” che si aggrappano al potere trafficando con le “istituzioni e le costituzioni” per “frodare le elezioni”.

Ma cosa nascondono realmente questi begli slogan sulla “democrazia” e la “lotta contro la dittatura”? L’esportazione della “democrazia” attraverso le Ong non ricorda forse l’esportazione della “civiltà”, che fu uno dei principali leitmotiv della conquista coloniale subita dai popoli?

Questi mercenari di oggi, non sono delle semplici copie dei vecchi missionari che segnavano la strada ai “tirailleur”, le truppe d’assalto agli ordini dei Faidherbe, dei Galliéni, dei Bugeaud per fare a pezzi gli immensi territori che andranno a formare gli imperi coloniali occidentali? Y’en a marre e Balai citoyen non sono essi dei “tirailleur” che integrano le truppe d’assalto imperialiste di oggi, come Daesh e Boko Haram, al servizio della franciafrica, dell’eurafrica e dell’usafrica?

Prima di Y’en a marre e Balai citoyen, le “rivoluzioni colorate”

Romania, Repubblica Democratica Tedesca, Serbia, Georgia, Ucraina, ecc., sono stati banchi di prova sperimentali per rovesciare quei poteri qualificati come “dittature” e installare le nuove tirannie “democratiche”, liberali, borghesi, sottomesse agli interessi imperialistici.

Questa strategia è stata recentemente estesa alle rivolte popolari in Nord Africa e in Medio Oriente, note come “primavera araba”.

La questione rimane la stessa: come deviare la collera popolare contro i regimi dittatoriali liberali corrotti, verso quelli “democratici” liberali corrotti.

Questo schema, il cui scopo è quello di preservare il controllo dell’imperialismo sul paese in questione, utilizza il ferro e il fuoco per evitare che si eserciti la sovranità nazionale e popolare, ovvero i fanatismi religiosi e le dittature militari che condividono il programma unico liberale e la sottomissione ai dettami liberali del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e dell’Organizzazione mondiale del commercio e l’implosione degli Stati nazione, come nel caso dell’ex Jugoslavia e del Sudan.

Va ricordato che fu Mitterrand che, a La Baule, nel 1990, avvertendo il sorgere dei movimenti popolari in Africa, diede il calcio d’inizio alle “conferenze nazionali”, dichiarando: “Se ci sono proteste in un particolare Stato, che i dirigenti di questo paese discutano con i loro cittadini. Quando parlo di democrazia, quando traccio un percorso, quando dico che questo è l’unico modo per raggiungere un punto di equilibrio, quando sorge la necessità di una maggiore libertà, mi viene naturale pensare ad uno modello preciso: sistema rappresentativo, elezioni libere, sistema multipartitico, libertà di stampa, indipendenza della magistratura, rifiuto della censura… Ecco il modello a nostra disposizione”.

Queste “conferenze nazionali” hanno permesso di riciclare il sistema semi-coloniale trasformando le dittature militari e/o civili in sistemi multipartitici senza intaccare le basi economiche e sociali dell’oppressione secolare dei popoli dell’Africa.

Quindi è stata la volta di Obama affermare di recente che: “l’Africa non ha bisogno di uomini forti, ma istituzioni forti”.

Questa formula è diventata l’alfa e l’omega di una certa élite africana lobotomizzata, che si sta volgendo sempre di più verso l’imperialismo Usa. Infatti la contrapposizione tra “uomini forti” e “istituzioni forti” è un imbroglio colossale.

Non c’è e non ci può essere nessuna muraglia cinese tra questi due concetti. Vi è tra loro un legame dialettico, giacché si influenzano reciprocamente sulla base degli interessi e degli obiettivi delle classi che rappresentano gli “uomini” e le “istituzioni”.

Quali “istituzioni forti” hanno gli Stati Uniti, quando un cittadino su due semplicemente non vota più e il bipartitismo borghese vieta di fatto qualsiasi candidatura al di fuori dei due partiti capitalisti dei “repubblicani e democratici”? Quali “istituzioni forti” ci sono in Francia, quando il “No” del popolo al trattato costituzionale [europeo] viene eluso con l’adozione da parte del parlamento del Trattato di Lisbona?

E’ questa la trappola in cui sono caduti quelli di Y’en a marre quando, a conclusione dell’udienza accordata da Obama al Gorée Institute [Senegal] il 28 giugno 2013, il loro portavoce Fadel Barro, come ipnotizzato, disse che: “Il presidente Obama è stato molto attento al nostro discorso sui giovani. L’incontro è durato più a lungo di quanto era stato originariamente previsto. Ha preso alcuni impegni (quali?), ma preferisco non entrare nei dettagli perché sarà resa pubblica a breve una dichiarazione ufficiale di questo incontro. Per quanto riguarda Y’en a marre, Obama ci ha detto di essere forti: «Be strong!»”. [qui]

Obama ha chiesto di essere “forti”, in un’intervista durante la quale secondo Y’en a marre “si è molto discusso di governance e democrazia, ma anche di imprenditoria giovanile, dell’importanza di uno sviluppo che passa dalla terra, che fornisca ai giovani dei motivi per rimanere a casa loro” (idem).

Il Gorée Institute è la “organizzazione pan-africana della società civile aperta alla promozione della democrazia, lo sviluppo e la cultura in Africa” che accoglie le raccomandazioni dell’imperialismo Usa, prova dell’utilità di un’abbondanza di Ong in Africa, come Usaid, Peace Corps [Corpi di pace], ecc.

Pertinente il commento del sito informativo Leral dopo l’interruzione del safari Y’en a marriste a Kinshasa. “Sapevamo che Y’en a marre gode del sostegno finanziario di organizzazioni non governative e fondazioni internazionali. Ma non sapevamo che il paese di Obama, attraverso il Dipartimento di Stato, considera questi giovani senegalesi come delle potenti leve per ridisegnare la carta dell’Africa”.

Così apprendiamo che il ruolo di reclutatore a questa bassa e molto remunerata bisogna è dell’ambasciatore Usa di origine congolese in Burkina Faso. Il suo pedigree ufficiale la dice lunga sulla sua missione di fabbricatore di “rivoluzioni colorate” in salsa africana:

“Il Dr. S. Tulinabo Mushingi è stato confermato Ambasciatore straordinario e plenipotenziario degli Stati Uniti d’America in Burkina Faso dal Senato americano e dal Presidente Barack Obama, rispettivamente il 9 e il 25 luglio 2013. L’ambasciatore Mushingi, diplomatico di carriera del Senior Foreign Service, ha servito come Vice segretario esecutivo e Direttore esecutivo della Segreteria esecutiva di Stato nel 2011-2013. L’ambasciatore Mushingi è stato anche Primo consigliere presso l’ambasciata Usa in Etiopia, dove è stato coinvolto attivamente nella promozione della politica statunitense nel Corno d’Africa, conducendo inoltre le attività delle varie agenzie governative e sovrintendendo alla gestione delle risorse di questa missione, che rappresenta la terza più grande presenza del governo Usa in Africa, e fornendo supporto alla rappresentanza americana presso l’Unione africana.

“Dal 2006 al 2009, l’ambasciatore Mushingi ha servito come consigliere dell’Ambasciata degli Stati Uniti in Tanzania. Dal 2003 al 2006, è stato addetto della Segreteria esecutiva con incarico di accompagnatore dei segretari Armitage e Zoellick all’estero. Mushingi ha ricoperto inoltre vari incarichi all’estero: Kuala Lumpur, Malesia; Maputo, Mozambico; Lusaka, Zambia; Casablanca, Marocco; presso il Dipartimento di Stato a Washington DC, il Bureau of Intelligence and Research; il Bureau of International Organization Affairs e il Bureau of Human Resources.

“Ha ricevuto diversi premi, tra cui due Superior Honor Award dal Segretario Clinton e dal Vice segretario Armitage e un altro per la sua notevole leadership nel corso della visita di quattro giorni del Presidente Bush in Tanzania, che fu un successo.

“Durante la sua permanenza presso il Foreign Service Institute, 1989-1991, il dottor Mushingi riuscì ad attuare misure concrete per diversificare il corpo docente di una delle più grandi sezioni di lingua straniera dell’istituto che forma il Corpo diplomatico degli Stati Uniti.

“L’ambasciatore Mushingi ha lavorato per i Peace Corps statunitensi in Papua Nuova Guinea, nella Repubblica Democratica del Congo, in Niger e nella Repubblica Centrafricana. Per molti anni, è stato visiting professor al Dartmouth College e professore alla Howard University”.

Di fronte a questa orchestrazione provocatoria, Lambert Mendé, ministro della Comunicazione e portavoce del governo della Rdc ha energicamente annunciato i provvedimenti assunti:

“Abbiamo deciso di espellerli dal nostro territorio. Non hanno il diritto di venire fare politica qui (…) Hanno sostenuto di essere venuti qui per agire in direzione di un cambiamento di regime di un paese che non è il loro.

“Conformemente alla legge, li espelliamo dal nostro territorio. Non dobbiamo dare spiegazioni a tale proposito. Sono molti i problemi a questo riguardo e molti i soldi che circolano. Sono stati aperti dei conti sotto falsa identità…

“E’ stata creata anche una falsa società per invitare i tre senegalesi e burkinabé. Abbiamo trovato una letteratura piuttosto preoccupante sul ritorno degli jihadisti. Abbiamo trovato delle divise militari. Tutto questo richiede che coloro che sono alla base di questa iniziativa siano portati in giudizio ” (RFI).

Perché la Repubblica Democratica del Congo?

La Rdc è, da sempre, uno di quei paesi africani che subiscono un trattamento speciale da parte di tutti gli imperialisti. Dopo i massacri e i genocidi del colonialismo belga, il paese è stato regolato con l’assassinio di Lumumba e poi di Mulele e con l’insediamento di Mobutu al potere, il secondo più grande assassino del popolo congolese.

Lo Zaire divenne la base avanzata arretrata della filo-neo-coloniale Unita [Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola] contro il Mpla [Movimento popolare di liberazione dell’Angola], portatore di un progetto indipendentista radicale, solidale con lo Swapo [Organizzazione del popolo dell’Africa del sud-ovest] della Namibia e il sudafricano e anti-apartheid Anc [Congresso nazionale africano] . Qui dobbiamo ricordare il fondamentale atto di internazionalismo della “piccola” Cuba che, insieme ai combattenti del Mpla, inflisse la storica sconfitta di Cuito Cuanavale alle truppe razziste sudafricane sostenute dall’imperialismo statunitense ed europeo, costringendo Pretoria a rilasciare Mandela e a negoziare il principio di una testa, un voto.

Mobutu, come Houphouet, Senghor, Bongo, Eyadema Ahidjo, ecc, sono stati i pilastri del sistema neo-coloniale imposto col sangue dall’imperialismo per controllare l’Africa. Erano inoltre gli alleati del sionismo in Africa.

L. D. Kabila, che aveva mantenuto un focolaio di resistenza nella regione del Kivu (“Ehobora”), visitato una volta da Che Guevara, forgerà nel 1996 un’alleanza nazionale e panafricana per spezzare la trappola delle chiacchiere inefficaci e fuorvianti della “conferenza nazionale”, imposta da Mitterrand nel 1990 prima di rovesciare presidente “leopardo” Mobutu.

L’abbandono della via rivoluzionaria e panafricana da parte del Ruanda, prima alleato di L.D. Kabila, si tradusse nel tentativo sventato di colpo di stato contro Kabila e nell’occupazione militare del Congo orientale da parte di milizie armate. Questa guerra di occupazione territoriale imposta alla Rdc e che prosegue, ha fatto più di 5 milioni di morti, mentre le ricchezze del Congo orientale continuano ad essere saccheggiate dalle multinazionali degli imperialisti Usa e Ue.

L.D. Kabila fu assassinato, ma il nuovo potere congolese non cadde e Joseph Kabila prese il posto del padre, facendo concessioni agli imperialisti. Tuttavia, questo compromesso, che significò un cedimento alla speculazione imperialista occidentale, è stato accompagnato da un’apertura verso altri partner economici, tra cui i Brics.

Parallelamente, emergono progetti economici strategici panafricani con Angola, Zimbabwe, Sudafrica, Namibia, Guinea Equatoriale, Mozambico, ecc., compresi quelli di una difesa militare patriottica e panafricana. L’asse che costituisce la Sadc [Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale] prende poco a poco la via di un allentamento della stretta mortale neo-coloniale delle potenze imperialiste Usa ed Ue.

Malgrado le politiche liberali adottate da Kabila figlio, è evidente che gli imperialisti stanno cercando di sbarazzarsi del suo regime proprio perché la Cina e gli altri paesi emergenti sono diventati e/o sono in procinto di diventare i principali partner economici e commerciali della Rdc e della Sadc.

Non è raro sentire in questi paesi la seguente frase: “la cooperazione con i Brics, in particolare con la Cina, ha raggiunto in pochi anni ciò che secoli di dominio coloniale occidentale non hanno realizzato, in particolare in termini investimento nelle infrastrutture”.

Di fronte a questa concorrenza, gli imperialisti hanno rimesso in scena dei dinosauri come Tshesekedi, ex ministro di Mobutu, e altri apolidi che hanno mangiato al tavolo di Mobutu, senza dimenticare di acquisire elementi della “diaspora” congolese in Europa per diffamare J. Kabila, confondendolo con i capi di stato neo-coloniali della rete francafricana, eurafricana e usafricana.

Tutto questo bel mondo alza la voce, attaccando talvolta fisicamente le autorità congolesi nei paesi europei, al fine di portare la Rdc esattamente nella sfera del dominio incontrastato degli imperialisti Usa e Ue.

Quando la guerra nell’est e la sottomissione imperialista della cosiddetta “opposizione” congolese stanno per fallire, Y’en a marre e Balai citoyen vengono chiamati dagli imperialisti per destabilizzare e rovesciare il governo di Kabila. Tutto ciò allo scopo di ingannare i popoli dell’Africa e i militanti panafricanisti.

Cabral, Sankara, Nkrumah, Um Nyobé, Cheik Anta Diop come icone inoffensive

Y’en a marre e Balai citoyen hanno spesso in bocca o sulle loro magliette queste figure storiche della lotta anticoloniale e antimperialista in Africa. Li presentano come fonte di ispirazione e loro riferimento.

Quasi tutti questi eroi sono martiri uccisi dagli stessi che li finanziano e dietro la maschera del “turista” politico, possibilmente “patriottico e democratico”, le celebrazioni degli Y’en a marristes li rendono icone innocue, come fa la pubblicità delle multinazionali predatrici con la figura del Che.

Alcuni di loro sono consapevoli di collaborare con gli imperialisti, ma non tutti e sicuramente non lo sono le decine e centinaia di migliaia o addirittura milioni di giovani che sono stati i principali attori delle giornate storiche del 23 giugno in Senegal e del 30-31 ottobre in Burkina Faso.

Che cosa sanno veramente delle teorie e delle pratiche delle rivoluzioni africane incarnate da Cabral, Sankara, Um Nyobé, Osendé Afana, F.R. Moumié, Nkrumah, Cheikh Anta Diop, Victor Diatta, Lamine Arfan Senghor, Thiémoko Garan Kouyaté, dai veterani del Pai [Parti Africain de l’Indépendance, partito comunista fondato in Senegal nel 1957, ndt] che non hanno mai rinnegato?

Sanno che questi eroi e martiri sono stati liquidati dagli imperialisti con la complicità diretta o indiretta di africani che fungevano da ingranaggi umani della schiavitù di cui i popoli africani sono vittime ancora oggi? Sono davvero pronti a mettersi in teoria e in pratica alla scuola di chi non vuole diventare un’icona inoffensiva strumentalizzata da fantocci al servizio degli imperialisti?

I grandi rivoluzionari africani hanno forgiato teorie e pratiche con cui l’Africa e i popoli africani hanno conquistato l’indipendenza e la sovranità nazionale e popolare. Questo è ciò che hanno lasciato in eredità alle nuove generazioni di oggi, le quali devono, come disse F. Fanon, compiere il loro dovere e proseguire l’opera di emancipazione.

La scappatella neo-coloniale nella Repubblica Democratica del Congo da parte di Y’en a marre e Balai citoyen deve far riflettere ogni giovane impegnato nella mobilitazione cittadina promossa da questi movimenti legati alle Ong ed enfatizzati mediaticamente dalla stampa imperialista.

La gioventù africana deve liberarsi dai diktat del pensiero unico liberale, declinato nella forma ingannevole della promozione della “imprenditorialità privata” e delle “istituzioni forti”.

Infatti, solo gli uomini e le donne “forti” forgiano delle “istituzioni forti”, come lo sono un partito popolare e uno Stato organizzati al servizio del popolo, vale a dire che la maggioranza operaia, contadina e dei lavoratori dei settori informali possono operare, inquadrando e controllando la borghesia nazionalista, per spianare la strada alla liberazione e pianificare lo sviluppo nazionale e pan-africano dell’Africa.

WikiLeaks rivela i piani dell’Europa per la guerra in Libia Fonte: il manifestoAutore: Luca Fazio

Il titolo del dos­sier (rive­lato in Ita­lia dal set­ti­ma­nale L’Espresso ) è tutto un pro­gramma: “Piano appro­vato dai capi della difesa euro­pea per l’intervento mili­tare con­tro le navi dei rifu­giati in Libia e nel Medi­ter­ra­neo”. L’obiettivo dichia­rato è col­pire gli sca­fi­sti per bloc­care i viaggi dei pro­fu­ghi, ma sono pre­vi­ste anche azioni di terra e non si esclude l’allargamento dell’operazione mili­tare anche alle riserve petro­li­fere. Si chiama inva­sione di uno stato sovrano (con tutte le com­pli­ca­zioni del “caso” libico). “L’Unione euro­pea — com­menta Wiki­Leaks — schie­rerà la forza mili­tare con­tro infra­strut­ture civili in Libia per fer­mare il flusso di migranti. Dati i pas­sati attac­chi in Libia da parte di vari paesi euro­pei appar­te­nenti alla Nato, e date le pro­vate riserve di petro­lio della Libia, il piano può por­tare ad altro impe­gno mili­tare in Libia ”. In totale spre­gio dei par­la­menti euro­pei — e dell’articolo 11 della Costi­tu­zione italiana.

Il docu­mento riser­vato, al di là dell’esito cata­stro­fico di ogni guerra più o meno dichia­rata, rivela tutta l’incapacità dell’Europa di com­pren­dere il feno­meno dell’immigrazione anche dopo anni di inin­ter­rotto flusso di esseri umani nel Medi­ter­ra­neo. Tra gli obiet­tivi della mis­sione, infatti, si ammette anche la neces­sità di “una suf­fi­ciente com­pren­sione dei modelli di busi­ness del traf­fico, del finan­zia­mento, delle rotte, dei posti di imbarco, delle capa­cità e delle iden­tità (dei migranti)”. Come dire che a un mese dell’attacco si bran­cola ancora nel buio. Tra le carte si ammet­tono con una certa leg­ge­rezza anche gli inter­venti a terra: “L’uso della forza deve essere ammesso, spe­cial­mente durante le atti­vità come l’imbarco, e quando si opera sulla terra o in pros­si­mità di coste non sicure o durante l’interazione con imbar­ca­zioni non adatte alla navigazione”.

Altri det­ta­gli, messi nero su bianco, sug­ge­ri­scono sce­nari disa­strosi già messi in conto dai mili­tari euro­pei: “La pre­senza di forze ostili, come estre­mi­sti o ter­ro­ri­sti come lo Stato Isla­mico”. E ancora: “La minac­cia che sca­tu­ri­sce dalla gestione di un grande volume di migranti deve essere presa in con­si­de­ra­zione”. Una tale mis­sione richie­derà “regole di ingag­gio robu­ste e rico­no­sciute per l’uso della forza”. Non si esclu­dono inter­venti per libe­rare “ostaggi” cat­tu­rati dagli sca­fi­sti. Sono pre­oc­cu­pa­zioni che dise­gnano sce­nari da auten­ti­che bat­ta­glie di terra. Con impli­ca­zioni poli­ti­che molto rischiose: “E’ neces­sa­rio cali­brare l’attività mili­tare con grande atten­zione, par­ti­co­lar­mente nelle acque libi­che o a terra, per evi­tare di desta­bi­liz­zare il pro­cesso poli­tico con danni col­la­te­rali, col­pendo atti­vità eco­no­mi­che legit­time, o creando la per­ce­zione di aver scelto una parte”.

Nel car­teg­gio segreto non manca il capi­tolo più spi­noso. Come gestire una guerra evi­tando l’effetto col­la­te­rale più sgra­de­vole per tutti i poli­tici che indos­sano l’elmetto: più che i morti, pre­oc­cupa la cat­tiva “repu­ta­zione” degli assas­sini. “Il Comi­tato Mili­tare dell’Unione Euro­pea — si legge — cono­sce il rischio che ne può deri­vare alla repu­ta­zione dell’Unione euro­pea, rischio col­le­gato a qual­siasi tra­sgres­sione per­ce­pita dall’opinione pub­blica in seguito alla cat­tiva com­pren­sione dei com­piti e degli obiet­tivi, o il poten­ziale impatto nega­tivo nel caso in cui la per­dita di vite umane fosse attri­buita, cor­ret­ta­mente o scor­ret­ta­mente, all’azione o all’inazione della mis­sione euro­pea”. Quindi si con­si­dera “essen­ziale fin dall’inizio una stra­te­gia media­tica per enfa­tiz­zare gli scopi dell’operazione e per faci­li­tare la gestione delle aspet­ta­tive”. Gior­na­li­sti avvi­sati, mezzi arruo­lati. Non dovrebbe esserci alcun pro­blema, invece, per otte­nere l’avvallo della comu­nità inter­na­zio­nale: i mili­tari indi­cano Unione Afri­cana, Onu, Nato, Lega Araba, Egitto e Tuni­sia come part­ner della nuova guerra.

E il par­la­mento ita­liano? Non è men­zio­nato nel docu­mento dell’Eumc, ma anche in que­sto caso per i mili­tari non dovreb­bero esserci pro­blemi. Solo M5S e Sel hanno qual­cosa da ecce­pire. “Le rive­la­zioni dif­fuse da Wiki­Leaks — dicono i depu­tati pen­ta­stel­lati delle com­mis­sioni Esteri e Difesa — dimo­strano che la mis­sione anti sca­fi­sti dell’Ue in Libia si risol­verà in un vero e pro­prio inter­vento mili­tare. In sostanza Mat­teo Renzi e i suoi sodali Alfano, Gen­ti­loni e Pinotti ci stanno tra­sci­nando in una nuova guerra, senza aver prima infor­mato prima det­ta­glia­ta­mente il par­la­mento”. Per il capo­gruppo di Sel a Mon­te­ci­to­rio, Arturo Scotto, “invece di pen­sare a come bom­bar­dare qual­cuno Renzi si impe­gni affin­ché l’Europa la smetta con gli egoi­smi nazio­nali e si fac­cia carico del raf­for­za­mento della capa­cità di sal­va­tag­gio di per­sone in mare, sulla scorta di quanto fatto con Mare Nostrum”

Piazza della Loggia, Cgil e Prc: “Ristabilire verità e giustizia” Autore: redazione da: controlacrisi.org

“A distanza di quarantuno anni continuiamo a pretendere verita’ e giustizia su una delle pagine piu’ drammatiche della storia del nostro Paese”. Così, in una nota, la Cgil in occasione del 41° anniversario della strage di Piazza della Loggia a Brescia, dove il 28 maggio del 1974, durante un comizio antifascista, un ordigno esplosivo uccise 8 persone e ne provocò il ferimento di oltre un centinaio”.
“Tenere viva la memoria, non abbassare mai la guardia contro il terrorismo – prosegue la nota – e ristabilire verita’ e giustizia per quella strage non solo sul versante storico ma anche su quello giudiziario, e’ una necessita’ dovuta alle vittime e ai loro familiari, cosi’ come alla nostra stessa democrazia”.
“Responsabilita’ politiche e materiali, connivenze e occultamenti sono, infatti, da tempo assodati sul piano storico, ma solo in parte invece sul piano giudiziario. Noi pero’ non ci rassegniamo – continua la Cgil – e proseguiremo con il massimo impegno per rimarcare la necessita’ di arrivare finalmente anche ad una verita’ giudiziaria”. “Chiediamo i nomi degli autori materiali e dei responsabili di
quella strage atroce e sanguinosa, condizione fondamentale anche per favorire quel clima di fiducia determinante per la qualità della democrazia e le istituzioni del nostro Paese”, conclude la nota.
Una richiesta di verità e giustizia che arriva anche dalle parole di Paolo Ferrero, segretario del Prc. “Le coperture, i depistaggi da parte di autorità politiche e servizi segreti deviati, l’omertà, hanno impedito di raggiungere la verità giudiziaria – scrive Ferrero – su quella pagina nera,su quella strage di Stato compiuta da manovolanza fascista e ampiamente coperta dai nostri servizi segreti e inquinata da collusioni politiche ormai acclarate”. Ferrero chiedere a Mattarella di intervenire “per aprire definitivamente e completamente gli archivi di Stato e di dire la verità su quei fatti,così come su altre pagine buie di storia di questo Paese”.