Brescia piazza della loggia 28 Maggio 1974 Strage compiuta dai fascisti – Noi Non Dimentichiamo

Tributo al Comandante della Brigata Fantasma, Alexei Mozgovoi da: www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – antifascismo – 26-05-15 – n. 545

 

Greg Butterfield | redstaroverdonbass.blogspot.it
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

25/05/2015

Quando ho saputo che uno dei leader delle milizie del Donbass, Alexei Mozgovoi, era stato assassinato, ho pensato subito alle ultime parole famose di Joe Hill: “Non piangere, organizza”. Forse è stato perché avevo parlato con Mozgovoi e la sua addetta stampa Anna Aseeva-Samelyuk per organizzare un’intervista che gli avrebbe permesso di parlare direttamente ai lavoratori degli Stati Uniti sulla lotta per la vita o la morte contro l’imperialismo della Nato e il fascismo del 21° secolo in Ucraina e nelle Repubbliche Popolari del Donbass.

In effetti, l’ultimo messaggio che ho ricevuto da Anna è stato inviato poche ore prima che lei e il comandante Mozgovoi fossero uccisi.

Ma venendo al punto, come Joe Hill, Mozgovoi era un cantante, un poeta e un guerriero. E come quel famoso compositore Wobblie [dell’Industrial Workers of the World, ndr] assassinato dai boss americani, ha offerto un esempio di forza, determinazione e umiltà nella vita e di fronte alla morte, che continuerà a ispirare le persone che lavorano in tutto il mondo a lungo nel futuro.

Alexei Borisovich Mozgovoi, comandante della Brigata Fantasma, è morto nel pomeriggio del 23 maggio 2015, quando la sua auto è stata attaccata da mine e mitragliatrici sulla autostrada tra Alchevsk e Lugansk, nella Repubblica Popolare di Lugansk. Aveva 40 anni.

Quattro membri della Brigata Fantasma che lo accompagnavano sono stati uccisi: l’addetta stampa, Aseeva-Samelyuk, attivista, giornalista e madre di tre figli, che diceva di essere una figura politica chiave della Brigata Fantasma; le guardie del corpo, Alexei Kalascin e Andrej Rjajskih; l’autista, Alexander Yuriev.

Sono stati uccisi anche due civili che percorrevano la stessa strada, una donna incinta e suo marito.

Un gruppo fascista ucraino chiamato “Le ombre” ne ha rivendicato la responsabilità, ma non è stato confermato. E’ in corso un’inchiesta delle autorità di Lugansk, con la collaborazione della Brigata.

Origini della Brigata Fantasma

Anche se non era un nome familiare in Occidente, nel corso della sua fin troppo breve guida della Brigata Fantasma, Mozgovoi ha evidenziato molte delle qualità di rivoluzionari come Che Guevara e Thomas Sankara, con una integrità apparentemente inesauribile, con principi senza compromessi e la capacità di ispirare e mobilitare la gente alla sua causa.

Nato e cresciuto a Lugansk, addestrato come cantante e soldato, Mozgovoi è emerso come uno dei leader del movimento della milizia antifascista poco dopo che la giunta a Kiev aveva lanciato la sua sanguinosa guerra nel Donbass, nel 2014.

Si divertiva a raccontare di come la Brigata Fantasma si fosse guadagnata il proprio nome. Dopo i ripetuti annunci da parte dei militari ucraini di aver spazzato via la resistenza armata a Lugansk, i suoi combattenti sono sempre riemersi come fantasmi per colpire di nuovo.

Mozgovoi non si definiva un comunista o marxista, ma appariva in lui una profonda coscienza di classe e l’apertura per imparare e crescere politicamente. Ha accolto con favore l’Unità dei Volontari Comunisti nella Brigata Fantasma e ha lavorato a stretto contatto con i suoi comandanti, Pyotr Biryukov e Alexey Markov, che sono divenuti vice-comandanti della Brigata.

A prova della fiducia presente tra di loro Mozgovoi nominò Biryukov responsabile delle operazioni militari durante la vittoriosa campagna di liberazione di Debaltsevo, Donetsk, dalle forze di occupazione ucraine nel febbraio 2015.

Dopo che il leader della milizia di Donetsk, Igor Strelkov venne costretto a lasciare dalle forze conservatrici del Donbass e della Federazione Russa, Mozgovoi ha sostenuto la bandiera antifascista divenendo punto di riferimento per molti dei combattenti più impegnati a servire il popolo e che vedono la lotta per la liberazione della Novorossiya storica da Kiev in ogni modo, compresi i volontari internazionali.

Durante un’intervista con il corrispondente di Russian Planet, Mozgovoi scherzò sul fatto che dopo la liberazione di Kiev potrebbe essere necessario per la Brigata Fantasma continuare a marciare ad ovest per liberare Varsavia e dei “piccoli borghi” come Berlino, Parigi e Londra. E in effetti, non era difficile immaginarlo condurre un giorno una rianimata e rivoluzionaria Armata Rossa per la liberazione di tutta Europa.

Mozgovoi era schietto, non solo nella sua opposizione all’oligarchia e alla reazione fascista in Ucraina. Non aveva paura di criticare gli accordi di cessate il fuoco di Minsk, che vedeva come una concessione inutile e dannosa a favore della giunta di Kiev e dell’imperialismo statunitense. Ha parlato contro quella che vedeva come l’invasione delle forze oligarchiche che vogliono semplicemente rifare il Donbass a immagine dei capitalisti corrotti d’Ucraina, come esisteva prima del colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti e non come Repubbliche Popolari realmente liberate.

Coscienza di classe e internazionalista

In video, teleconferenze e interviste, Mozgovoi porgeva la mano agli operai e ai soldati dell’Ucraina su basi di classe, affermando che non ci potevano essere vincitori in una sanguinosa guerra civile, quando invece la gente comune deve unirsi per combattere l’oligarchia e i neonazisti.

Dalla base della Fantasma ad Alchevsk, Lugansk, ha guidato la Brigata in sostegno della popolazione locale. Hanno stabilito mense sociali in cui la milizia e i civili mangiano fianco a fianco, evitando la fame e la malnutrizione causate dalla guerra e dal blocco. La sua squadra ha aperto la strada all’approvvigionamento efficiente e alla distribuzione degli aiuti umanitari internazionali ad ospedali, scuole e pensionati.

Nell’ultimo video ripreso prima della sua morte, Mozgovoi, ha parlato degli sforzi della Fantasma per aiutare a rilanciare l’economia locale e sviluppare l’autosufficienza nella produzione alimentare riaprendo una grande fattoria di pollame.

Come una persona di integrità rivoluzionaria e di grande popolarità, di fronte a tali difficili condizioni di guerra, Mozgovoi era un bersaglio e aveva nemici da ogni parte. Era sopravvissuto a diversi attentati, l’ultimo nel mese di marzo, vicino al luogo dove è stato poi ucciso.

Nei suoi ultimi giorni, ha accolto con favore la seconda Carovana Antifascista nel Donbass e ospitato il Forum Internazionale di Solidarietà del 8 maggio, “Antifascismo, Internazionalismo, Solidarietà”, con delegati provenienti da più di una dozzina di paesi, dopo che le forze anticomuniste a Lugansk avevano cercato di bloccarlo.

A dispetto dei suoi avversari politici, Mozgovoi ha tenuto una vivace parata internazionalista ad Alchevsk il 9 maggio, in occasione del 70° anniversario della sconfitta del fascismo tedesco da parte dell’Unione Sovietica.

In una dichiarazione video dopo la morte di Mozgovoi, il vice-comandante comunista Alexey Markov ha dichiarato: “Si può uccidere una persona, ma non si può uccidere un’idea – quell’idea per cui si è levato un anno fa Alexei Mozgovoi, quell’idea per cui si sono radunate migliaia di persone che l’hanno raggiunto. Con la morte di una persona le idee non muoiono, le porteremo attraverso la guerra, attraverso la miseria, la morte. Con questa idea, noi vivremo e costruiremo una vita migliore”.

Il vice-comandante Pyotr Biryukov ha aggiunto: “La brigata “Prizrak” e l’Unità comunista al suo interno non cesseranno di esistere, così come la lotta contro il fascismo. E’ la conferma di ciò che sono i nostri combattenti volontari e le persone che ci aiutano, che si fidano di noi e si aspettano che le difendiamo. E’ stato ucciso uno dei combattenti della brigata, il comandante. Ma la sua opera vive con noi. Noi la portiamo avanti”.

“La nostra bandiera resiste, sono sicuro che presto la bandiera della brigata si vedrà a Lysichansk, a Kharkov, a Kiev e sarà la memoria migliore per il nostro comandante”, ha detto Markov.

Mozgovoi vive, nelle migliaia di persone che hanno onorato lui e i suoi compagni caduti in un memoriale pubblico, il 24 maggio ad Alchevsk: come un vero erede delle migliori qualità dell’Unione Sovietica e della Grande Guerra Patriottica contro il fascismo, portando quelle qualità nel futuro.

Lo spirito di resistenza e l’internazionalismo di Mozgovoi informeranno anche una giornata internazionale di solidarietà con il Donbass lanciata in concomitanza con i funerali del comandante il 27 maggio e, senza dubbio, daranno linfa alle molte battaglie ancora da venire.

“Salvare dal basso l’Europa prima dello sfascio a cui la stanno conducendo i poteri forti” Intervento di Roberto Musacchio Autore: roberto musacchio da: controlacrisi.org

E’ cominciato il conto alla rovescia per la fine della UE? La domanda è tutt’altro che campata in aria se si pensa che nel 2017 si terrà il referendum promesso da Cameron, e decisivo per la sua vittoria elettorale, sulla permanenza della Gran Bretagna nella Unione. Due anni sono niente e infatti le grandi manovre sono già cominciate. Sul Guardian esce una lettera che un alto funzionario della Banca d’Inghilterra avrebbe inviata “per sbaglio” e in cui si parla dei preparativi per una eventuale uscita dalla UE. Sempre sul Guardian e su Le Monde escono articoli in cui si parla di una “trattativa” tra il duo Merkel-Hollande e lo stesso Cameron. Oggetto: la rinegoziazione della presenza della Gran Bretagna. Che comporterebbe un ripensamento dell’intera UE. Modificando i Trattati, sarebbe l’intenzione del premier inglese. A trattati vigenti, secondo il duo che “comanda” l’Europa. Ma poi, secondo gli stessi giornali, non sarebbe chiaro l’auspicio. Si vuole che la Gran Bretagna resti sul serio nella UE o è meglio pensare a una nuova UE, magari coincidente con l’area Euro, più “politicamente” unita? Cosa sia poi quel “politicamente” è tutto da vedersi.

Già prima delle elezioni europee Hollande, in grande difficoltà in casa propria, aveva rilasciato una serie di interviste ai principali quotidiani europei, con l’anteprima in Francia naturalmente, per riproporre una maggiore integrazione politica. La risposta tedesca era stata raggelante. Va bene, ma questa integrazione maggiore coincide con l’integrazione definitiva delle politiche di bilancio, e di conseguenza economiche e sociali, alla austerità propugnata da Berlino. E, in definitiva, a Berlino stessa. Risultato: Hollande fece calare il silenzio sulla propria stessa proposta. Ora la questione si ripropone. E questa idea dello spacchettamento dell’attuale UE può riproporsi a soluzione di una crisi che si va sempre più aggravando. E complicando. E si perché gli scenari della crisi sono molteplici e non tutti si prestano ad una lettura univoca o ad essere incanalati in una soluzione prevalente. Il duo di testa, Merkel-Hollande, vorrebbe rappresentare l’area della stabilità e della continuità dell’attuale processo di integrazione che è fatto di molteplici fattori, geopolitici, economici, sociali e istituzionali. Questa continuità potrebbe provare a “fare la mossa del cavallo” o ad “arroccarsi” precisamente intorno ad una maggiore strutturazione dell’area Euro. Naturalmente parlare di “continuità” in quella che sarebbe in realtà una “discontinuità” è precisamente una sorta di ossimoro. In realtà si naviga a vista e si provano a riutilizzare materiali di storie precedenti riciclati in contesti che ne cambiano il segno e la valenza. L’”Europa a due velocità” era stato un cavallo di battaglia socialista e alludeva ad una Europa a maggiore integrazione sociale, oltreché economica.
L’”avversario storico” di questa “velleità” socialista è stata la Gran Bretagna e il suo modo “opportunistico” di stare in Europa. Ora il nodo britannico si ripropone e offre il destro per riciclare una vecchia idea. Il problema è che nel frattempo la maggiore integrazione dell’area Euro è proceduta e lo ha fatto sotto la forma dell’austerità. Che a sua volta non nasce dal niente ma da quell’impianto monetarista che è stato imposto dalla Germania per “stare al gioco” della integrazione. In questo Hollande è l’erede “minore”, in quanto minore è il peso della Francia e il suo specifico, di quella Francia che portò alla moneta unica la Germania. Dando però in cambio il controllo di tutto a Francoforte. Ora Hollande può essere tentato di riprovare quel gioco da cui pure sembrava fuggire dopo la risposta tedesca alle sue sortite pre elezioni europee. Non a caso “accompagna” la Merkel sugli “scenari di crisi”, da quello greco, a quello britannico, a quello russo. E cerca qualche sortita in proprio come la proposta di fare Presidente dell’Eurogruppo il ministro delle finanze spagnolo.

Che la Francia punti ad un continuismo lo dicono anche i risultati elettorali più recenti con il riemergere di Sarkozy che “tampona”, almeno per ora, la frana del sistema da parte della Le Pen. Ma in realtà i molteplici scenari di crisi dicono precisamente di una difficoltà anche per la mossa del cavallo. La Grecia è la questione più immediata. Il “gioco a risiko delle “trattative” la dice lunga sul fatto che in realtà su di esse pesano tutti i nodi irrisolti negli attuali “equilibri” europei. Si dice che l’incontro di Riga tra Merkel e Hollande per parlare di Grecia sia andato male. Da qui i gesti “di rottura” greci che vogliono che le carte siano scoperte. Giustamente! Perché di carte coperte ce ne sono forse anche più delle tre proverbiali dei giochi di strada. Si vuole la rottura, da parte della Merkel, con il Grexit? E cosa sarebbe allora la ristrutturazione dell’area Euro senza la Grecia? Si vuole che la Grecia si pieghi ma possa restare dentro? Si vuole dare un “ruolo”, di facciata, a Junker e alla Commissione? Che a trattare sia il FMI, con la BCE che si adegua o viceversa? A proposito di quest’ultima domanda c’è da chiedersi quale partita giochi veramente la BCE e rispetto a chi.

Mentre c’era il vertice di Riga, a Sintra, in Portogallo, la BCE convocava una riunione di tutte le Banche Centrali del Mondo. E si è detto di scambi non proprio tranquilli tra BCE e Federal Reserve USA a proposito del protagonismo della BCE nel dettare agende sociali agli Stati. Cosa che per altro è stata oggetto anche di un parere dell’avvocato generale della Corte di giustizia europea che ha considerato improprio il ruolo della BCE nella Troika precisamente per queste stesse ragioni. Da qui a parlare di un contrasto effettivo tra BCE e FMI certo ce ne passa. Infatti il modello sociale di riferimento, quello del capitalismo finanziario globalizzato, è lo stesso. Ma il suo calarsi in ciò che ancora conta dei contesti geopolitici può fare differenze significative. Sta di fatto che la “soluzione” della vicenda greca è tutta ancora aperta.

Ma il duo Merkel Hollande ha altri fronti aperti. La vittoria nazionalista in Polonia è particolarmente pesante. Anche per l’investimento che era stato fatto sulla Polonia stessa. E poi per il peso che essa ha sul rapporto con la Russia. Terreno dove si misura il massimo di “doppietà” da parte della Merkel. Uso doppietà e non doppiezza perché non è chiaro quanto essa stessa la padroneggi. Da un lato gli intrecci economici profondi, emblematica mente significati anche da ruoli di figure di primo piano come Schroeder in Gazprom e Southstream, dall’altro il “volto dell’arme” della vicenda Ucraina. Con il fatto che ciò per altro rimanda al nodo del rapporto con gli USA che è anch’esso fatto di doppietà come testimoniano i tanti accordi di facciata e i tanti contrasti in tutte le sedi internazionali. Cosa deve essere dell’Ucraina è un punto aperto come la crisi greca. E una idea di “EuroGermania” potrebbe far pendere la bilancia verso un processo di annessione che contrasterebbe con gli interessi di una UE volta a mantenere un equilibrio positivo nei grandi assetti geopolitici.

C’è poi la vicenda spagnola a complicare ancora il quadro. La destrutturazione del quadro politico spagnolo è evidente dall’esito delle elezioni. Meno chiaro il quadro di prospettiva. Ad esempio la affermazione di Ciudadanos può aprire la strada ad un ricambio interno che però non lascia le cose come stanno. Ciudadanos ha una posizione “pro Euro” ma anti UE. Sta dentro ad un sistema di rapporti che dalle borghesie locali “scala” verso il centro. E’ contrattabile con una eventuale Spagna a governo Popolare e Ciudadanos l’arrocco intorno all’”EuroGermania”? E’ una delle tante domande che ci possiamo porre. Comunque sia il “ballo” è aperto.

In giugno i 4 Presidenti,della Commissione, del Consiglio, dell’Eurogruppo e della BCE, incaricati dal Consiglio, presenteranno il progetto di revisione della governance. Nei primi testi preparati da Junker c’è il rafforzamento dell’area euro. Può essere un’occasione? Per le cose che ho detto sono molto scettico ed anzi preoccupato. Per chi pensa, anche “da sinistra” a questo rafforzamento come una occasione per immettere più politica, più economia sociale e più democrazia c’è, a mio avviso, una lettura non adeguata di come ciò che sia mancato a questa “Europa reale” non sia stata la politica. Anzi c’è stata una politica che, dal monetarismo alla austerità, ha costruito la transizione dall’Europa sociale degli anni gloriosi all’”Europa Reale” di oggi. E, se vogliamo continuare con i paragoni, naturalmente “forzati”, con la parabola del “Socialismo reale”, potremmo assistere ad un arrocco intorno all’”EuroGermania” che assomiglia a quello intorno alla Russia seguito al crollo del vecchio campo socialista.

Nel mio modo di vedere le cose l’idea dell’Europa allargata era esattamente diversa ed alternativa a quella di un superstato europeo e si fondava sulla forza di un modello sociale progressivo che poteva rappresentare un’altra idea di globalizzazione. Se viene, come sta avvenendo, spiantata dalla globalizzazione liberista che tiene per sé il monopolio della globalizzazione lasciando agli Stati, anche quelli “super”, di gestire le contraddizioni geopolitiche senza più influire sui modelli sociali, può avvenire qualcosa di simile a ciò che è avvenuto col socialismo. Persa la spinta propulsiva del modello sociale alternativo è rimasto prima il “Reale” e poi la Russia di Putin. Temo dunque che l’arrocco sia il viatico precisamente per un percorso ancora più “buio”. Che per altro lascia aperte tutte le contraddizioni sociali e geopolitiche. Per questo a me pare che la sola vera prospettiva venga da quanto sta rianimando il rapporto tra identità europea, ivi comprese le identità nazionali, e missione sociale progressiva densa di elementi universalistici. E’ ciò che vive nella realtà di Syriza come di Podemos. Ma si ritrova anche nel voto scozzese o in quello, splendido, per i diritti degli omosessuali in Irlanda. A novembre si voterà in Spagna. A inizio 2016 in Irlanda. Se riusciremo intanto a costruire, anche dal basso, dalle città liberate come Barcellona, dalle lotte contro l’austerità del governo greco, dalle piattaforme per i diritti europei, da quelle per i migranti, coalizioni europee forse potremo salvare l’Europa dallo sfascio dove la stanno conducendo i “potenti”

“Podemos, se il percorso per fare la Syriza spagnola è irto di ostacoli”. intervento di Ramon Mantovani Autore: ramon mantovani da: controlacrisi.org

L’informazione della stampa italiana (tutta) circa il turno elettorale amministrativo del 25 maggio in Spagna è, tanto per cambiare, completamente falsata da semplificazioni (passi! data la conclamata ignoranza di molti giornalisti circa la politica estera) e soprattutto da distorsioni ispirate dal maldestro tentativo di usare ciò che avviene all’estero per un uso domestico.
È impossibile confutare una per una tutte le false notizie (le mezze verità sono più false delle menzogne spudorate) e le interpretazioni fondate sul nulla invece che sui fatti (almeno i dati elettorali dovrebbero valere qualcosa!). Per non parlare delle conseguenti previsioni! Ci vorrebbero diversi tomi.

Cercherò in questo articolo di fornire informazioni e dati che i lettori italiani purtroppo non conoscono. Le mie interpretazioni e previsioni valgono quel che valgono. Molto poco. Ma i fatti che citerò restano ed ognuno può verificarli e, se vuole, confrontarli con quelli piuttosto fantasiosi cha ha attinto dal sistema informativo italiano.
All’inizio del mese di maggio del 2014, prima delle elezioni europee, Ada Colau, fino ad allora portavoce del potente movimento contro gli sfratti a Barcellona (delle innumerevoli famiglie che non possono pagare il mutuo e che rimangono comunque debitrici verso le banche) insieme ad altre persone impegnate in diverse esperienze di lotta promuove una piattaforma di nome Guanyem Barcelona, con l’obiettivo esplicito di costruire una lista con tutti i partiti di sinistra (non il Partito dei Socialisti Catalani) e con movimenti ed associazioni provenienti dal Movimento degli indignati del 2011. Non una somma di sigle fra forze politiche con un programma e candidati scelti dalle segreterie dei partiti, bensì una lista costruita dal basso con metodo democratico alla quale i partiti, senza ovviamente sciogliersi, avrebbero aderito e partecipato al pari di tutti.

Bisogna sapere che il movimento degli indignati a Barcelona scelse, dopo le grandi manifestazioni del 2011, di produrre decine e decine di lotte in tutti i quartieri integrandosi nel tessuto storicamente già molto ricco di partecipazione organizzata dal basso dei cittadini.
La proposta di Guanyem Barcelona era in sostanza fondata sull’immersione del movimento degli indignati in una pratica sociale permanente di 4 anni e sulla potenziale condivisione delle forze politiche organizzate della sinistra radicale ed alternativa dei contenuti di lotta e programmatici emersi dalla lotta e dall’opposizione al primo governo della destra catalana della città dopo la caduta del franchismo. Tutto il contrario di leader che si propongono come candidati a sindaco e raccolgono consensi intorno al “loro” programma, o di una coalizione di partiti che scelgono un sindaco con le primarie.

Nei comuni spagnoli si vota con la proporzionale senza preferenze, non esistono coalizioni previe al voto e si può anche governare in minoranza ottenendo voti ed astensioni su ogni singolo provvedimento. Perciò, come è facile intuire, ogni parallelo sottinteso o esplicito con le dinamiche elettorali italiane è completamente infondato e fuorviante.
Quando nasce Guanyem Barcelona non ci sono ancora state le elezioni europee, Podemos non è ancora sulla ribalta e, nei fatti, è solo una lista elettorale decisa da poche decine di persone.
Subito dopo la nascita ufficiale di Guanyem Barcelona in molte altre città spagnole nascono proposte simili e con gli stessi obiettivi. Tanto che nel luglio del 2014 Guanyem Barcelona propone la costruzione di una rete sulla base di principi e punti programmatici comuni. Tra i quali c’è, nero su bianco, quello che le liste devono essere costruite dal basso e non devono essere monopolizzate o dirette dai partiti che ne fanno parte.

Podemos nascerà come partito nell’autunno del 2014 e a Barcellona solo nel novembre, quando i colloqui fra Guanyem Barcelona e i partiti della sinistra radicale che si erano dichiarati disponibili sono già avviati da tempo. Solo la decisione di Podemos di non presentarsi alle elezioni municipali per evitare, essendo appena nato, di essere fagocitato localmente da ogni tipo di cordate, permette a Podemos Barcelona, buon ultimo, di entrare nel processo che porterà alla formazione della lista Barcelona en Comù con Ada Colau capolista (e per questo candidata a sindaco).

In Italia, e più precisamente su La Repubblica, abbiamo dovuto leggere che “…la lista Barcelona in Comu formata attorno a Podemos della candidata sindaco Ada Colau arriva prima…” (triplo sic: per il contenuto, per la sintassi e per aver sbagliato pure il nome della lista in catalano). Posso sommessamente dire che presentare le vittorie delle liste unitarie in diverse città importanti come vittorie di Podemos è fuorviante?
Intendiamoci, non è mia intenzione sminuire in alcun modo il contributo decisivo che certamente Podemos ha apportato ai risultati elettorali delle liste unitarie. Tuttavia non informare circa la vera novità di liste che riescono ad agglutinare dal basso partiti, realtà sociali e migliaia di militanti senza tessera (senza che nessuno debba rinunciare alla propria identità ed organizzazione) e che vincono le elezioni è, a parer mio, omettere proprio la cosa che invece dovrebbe costituire un’esperienza interessante anche per la realtà politica italiana.

E, purtroppo, parlare della grande vittoria di Podemos in tutta la tornata elettorale, è infondato.
Perché? E’ presto detto.
Domenica scorsa si è votato anche in 13 delle 17 comunità autonome (regioni) spagnole.
Ebbene. In 9 il primo partito è il PP. In 2 il Psoe. In due il primo posto è dei rispettivi partiti regionali (Navarra e Canarie).
In tutte e 13 Podemos è o il terzo partito (9), o il quarto (3), o il quinto (1).
Sebbene la perdita di voti di PP e Psoe sia di grandi dimensioni a me sembra difficile dire che Podemos, che da mesi è quotato nei sondaggi per le elezioni politiche come primo o secondo partito, in un testa a testa con il PP e con il Psoe notevolmente distanziato, e che ha fondato su questo la propria strategia politica, abbia vinto, essendo arrivato alla prima vera prova elettorale politica sempre dietro PP e Psoe in tutte le regioni.
Se stessimo ai risultati in sé per un partito che si presenta la prima volta dovremmo parlare di uno straordinario risultato. Ma se stiamo alle aspettative che Podemos stesso ha incoraggiato a più non posso si tratta di un inciampo notevole per un partito che vive prevalentemente di immagine sui mass media.

La confusione, sulla stampa italiana, di dati e commenti sulle comunali e sulle regionali di domenica scorsa ha omesso di verificare veramente la salute di Podemos e soprattutto della sua strategia. Per esempio, nel comune di Madrid lo stesso giorno, e con gli stessi elettori, la lista unitaria Ahora Madrid alla quale ha aderito Podemos ha preso il 31,85 % dei voti e la lista di Podemos alle regionali il 17,73 % dei voti.
Podemos da mesi, e più precisamente dalla sua fondazione ufficiale, ha deciso di rifiutare sdegnosamente la proposta avanzata da Izquierda Unida di preparare una lista unitaria di “unità popolare” per tentare di vincere davvero le prossime elezioni politiche. Sostenendo che non bisogna formare coalizioni di sinistra, con partiti troppo radicali o comunisti, per poter attrarre il voto degli scontenti “moderati” o anche di “destra”.

Ovviamente fino alle elezioni di domenica commentatori e dietrologi di ogni segno hanno scritto che Podemos aveva ragione e che Izquierda Unida era solo in difficoltà dato l’evidente travaso di suoi voti verso Podemos.
Ma ora come la mettiamo se si dimostra che le liste unitarie, con dentro partiti radicali e comunisti, vincono nelle città e sbaragliano PP e Psoe, mentre Podemos, nelle regionali e da solo, nelle stesse città prende meno voti ed è lontanissimo dalla possibilità di contendere a uno dei due partiti maggiori una sola vittoria in ben 13 regioni?

Inoltre ci sono altri due macigni sulla strada di Podemos.
Il primo è che ad erodere potentemente i voti moderati del PP, ed anche della ormai morta formazione di centro UPyD, è comparso sulla scena, super pompato dai mass media, un nuovo (per la Spagna in quanto già presente in Catalunya) partito (Ciudadanos) di stampo centrista e liberista, ma che tuona contro la casta e contro la corruzione come Podemos. Con buona pace del progetto né di destra né di sinistra capace, secondo Pablo Iglesias, di raccogliere i voti di tutti gli scontenti.
Ormai molti commentatori in Spagna osservano maliziosamente che il bipartitismo si sta sdoppiando in 4 partiti. Due dei quali vengono definiti “marcas blancas” degli originali. Come per i farmaci generici che non hanno la marca della casa che li ha inventati bensì un nome diverso e generico. Podemos e Ciudadanos potrebbero raccogliere rispettivamente i voti degli scontenti del Psoe e del PP, ma non ambire a vincere. Ed essere usati alla bisogna per permettere ad uno dei due di governare. Altro duro colpo per la immagine suggestiva di un Podemos spacca tutto.
Infatti il secondo macigno è costituito dal fatto che in ben 6 delle regioni dove Podemos si è presentato, ed è risultato dietro ai socialisti, c’è la possibilità di formare un governo alternativo al PP. E Podemos dovrà decidere se fare un accordo con il Psoe o meno.
Se lo farà inevitabilmente una parte del suo elettorato sarà delusa. E se non lo farà, provocando o un governo del PP o magari un governo PP Psoe, una parte del suo elettorato rimarrà delusa.
Una cosa è chiedere al Psoe sconfitto di appoggiare un governo municipale guidato dal programma e dal sindaco di una lista di sinistra radicale, come si farà in diverse città, ed un’altra è suscitare l’aspettativa di vincere contro entrambi i partiti maggiori e alla fine dover acconciarsi ad appoggiare un governo del Psoe o a sentirsi accusati di aver favorito il PP.

Insomma, mi spiace dover trarre la conclusione che la strada per la costruzione, in Spagna, di una esperienza analoga a quella di Syriza è molto più irta di ostacoli e di difficoltà di quanto non si possa dedurre dalla lettura dei giornali italiani.
Spero davvero di cambiare opinione e di riconoscere di essermi sbagliato. Ma fare progetti e farsi illusioni sulla base di scarsa conoscenza della realtà e di facili suggestioni è molto pericoloso nella vita. In politica è esiziale.
Spero soprattutto che Podemos dismetta la boria di partito autosufficiente e dia retta alla proposta del Partito Comunista di Spagna e di Izquierda Unida che in sostanza dice: facciamo come a Barcellona!