Strage piazza della Loggia, l’ultimo irriducibile: “C’è una confessione firmata dagli autori” da: repubblica.it

vinciguerra-vincenzodi Raffaella Fanelli – 25 maggio 2015
Il neofascista Vinciguerra, condannato all’ergastolo per la strage di Peteano, parla dal carcere. Mentre sta per cominciare a Milano il processo d’appello bis a 40 anni dalla strage di Brescia

“C’è una confessione scritta e firmata dagli autori della strage di piazza della Loggia. Di quanto avvenne a Brescia ho saputo durante la detenzione ma anche nel periodo della mia latitanza, iniziata ancor prima di quel 28 maggio 1974”. Vincenzo Vinciguerra, ergastolano condannato per la strage di Peteano, non dice chi avrebbe questo documento ma rivela che “obiettivo della strage erano i manifestanti, non i carabinieri. Perché la strage di Brescia è la conseguenza di uno scontro durissimo all’interno dell’anticomunismo politico che governava l’Italia dal maggio 1947, da quando cioè, su richiesta degli Stati Uniti, Alcide De Gasperi allontanò  i comunisti dal governo. In Piazza della Loggia i carabinieri si spostarono perché non dovevano essere loro a morire ma i manifestanti. Eseguirono un ordine”. Sono parole pesanti quelle del neofascista di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale che arrivano mentre sta per aprirsi il processo d’appello bis a quarant’anni dalla strage. Imputati domani a Milano, dopo che la Cassazione ha annullato la loro assoluzione, l’ex ispettore per il Triveneto di Ordine Nuovo, il medico veneziano Carlo Maria Maggi, e l’ex collaboratore dei Servizi segreti italiani, Maurizio Tramonte.

Dal carcere milanese di Opera dove lo abbiamo raggiunto per un’intervista, ottenuta  dopo mesi di istanze e lettere, Vincenzo Vinciguerra, oggi sessantaseienne, racconta la sua verità. E non solo su Brescia. “Sono detenuto da 36 anni perché ho rivendicato un’azione. Ma non mi sono mai pentito. Né mai lo farò. Perché Peteano non è stato un reato ma un atto di guerra”.

FOTO Brescia, la strage di piazza della Loggia

171028286-7712ab37-a82b-4144-a0c2-101150f67cba
Quel 31 maggio del 1972 a Peteano morirono tre giovani carabinieri nel tentativo di aprire il cofano di una Fiat 500 imbottita di esplosivo. Dieci anni dopo lei decise di confessare l’attentato. Perché?
“Le indagini portarono all’incriminazione di sei cittadini goriziani innocenti. Non avrei potuto tacere. La mia è stata una scelta umana ma soprattutto politica. Ho confessato  perché volevo che i depistatori di tutte le stragi fossero puniti. E ora, mi trovo con l’ergastolo sul groppone e giudici che non hanno fatto niente nonostante i nomi, gli elementi e i fatti  che in questi anni ho fornito”.

I depistatori di quali  stragi?
“Non una delle stragi italiane è riconducibile all’aggressività di un neofascismo in cerca di rivincita e vendetta. Dalla fallita strage del 25 aprile 1969 a Milano a quella riuscita del 12 dicembre in piazza Fontana, dal mancato massacro del 7 aprile 1973 sul treno Torino-Roma a quello compiuto da Gianfranco Bertoli il 17 maggio dello stesso anno in via Fatebenefratelli a Milano, dalla strage di Brescia fino all’Italicus è stata accertata la matrice politica anticomunista come anticomunisti erano il potere politico e lo Stato”.

LEGGI L’ARTICOLO SULLE ASSOLUZIONI DEL 2010

ricostruzione-3d-bomba-loggia
Conferma quindi la tesi  che la strategia della tensione sia stata il frutto di una collaborazione tra ambienti neri ed alcuni apparati dello Stato? Avrebbero collaborato anche gli ex Nar Fioravanti, Cavallini e Mambro?
“I Nar non sono mai esistiti. La sigla è mutuata dalla cellula di base dei Fasci di azione rivoluzionaria (Far), operanti negli anni dell’immediato dopoguerra sotto la direzione di Pino Romualdi, e legati ai servizi segreti americani ed israeliani. Lo spontaneismo dei Nar è un’invenzione giornalistica. I giudici di Bologna hanno definito Fioravanti e soci spontaneisti solo a parole. Tesi che sottoscrivo senza riserve. Chi erano i capi ed i referenti di questo gruppo? I fratelli Fabio e Alfredo De Felice, Massimiliano Fachini, Paolo Signorelli, Aldo Semerari, fra gli altri”.

La procura di Bologna ha di recente archiviato la pista palestinese per la strage del 2 agosto 1980. Lei crede che ci sia altro e altre responsabilità dietro a quei morti?
“La strage un risultato l’ha avuto: ha fatto relegare in secondo piano la strage di Ustica, compiuta nel corso di una operazione militare segreta di cui i vertici politici e militari italiani erano preventivamente informati. Il Partito comunista, in quell’anno, poteva contare ancora sul 30 per cento dei voti. Di certo qualcosa sarebbe cambiato se fosse venuto alla luce che un aereo civile, con 81 persone a bordo, era stato abbattuto da un aereo dell’Alleanza atlantica nel corso di un’azione di guerra. I palestinesi? La valigia contenente esplosivo che detona per errore, per difetto, per il calore? L’esplosivo esplode solo se innescato. Diciamo che la pista palestinese doveva consentire alla famiglia Fioravanti di tornare in libertà, come “atto dovuto” perché “innocenti”, dimenticando gli altri dieci morti a loro carico”.

Lei è l’unico dei condannati per strage ancora in carcere. Sono tutti fuori, anche  Fioravanti,  Mambro e Ciavardini…
“Non è possibile un confronto fra me e quella che io definisco la “famiglia Adams”, Jerry e Morticia Fioravanti. A Peteano di Sagrado è stato colpito un obiettivo militare con la perentoria esclusione del coinvolgimento, anche involontario, di civili, donne e bambini. A Bologna è stato compiuto un massacro contro la popolazione civile. I due episodi non sono comparabili…  In via Fani, il 16 marzo 1978, sono stati uccisi i cinque agenti della scorta di Aldo Moro; un anno dopo, sempre a Roma, in piazza Nicosia,  sono stati uccisi in una sparatoria fra la folla due poliziotti; a Salerno, nel 1982, nel corso di un attacco ad un autocolonna militare ne sono stati uccisi altri due. Insomma, la strage si configura giuridicamente quando il numero dei morti può essere indeterminato, ma è stata una scelta politica quella di non contestarla ai brigatisti rossi e ai militanti di sinistra, anche quando, come a Primavalle nel 1973, hanno tentato di sterminare una famiglia con il fuoco. In Italia c’è stata una guerra civile. Io ho ucciso soldati di uno Stato che ancora oggi considero nemico, ma mai ho ucciso civili. Mai donne o bambini. In una logica militare e di guerra non ho nulla da rimproverarmi, questo sia ben chiaro. Non altrettanto possono dire quanti hanno piazzato bombe nelle banche, nelle piazze, nei treni e nelle stazioni ferroviarie per colpire la popolazione civile mettendo in preventivo la morte di innocenti. Ribadisco: Peteano  è stato un atto di guerra”.

Che ha provocato tre morti. Perché ha rinunciato all’appello?
“Mi sono costituito, mi sono assunto la responsabilità, in dibattimento ho fatto arrivare come testimone Stefano Delle Chiaie per confermarla (cosa che ha fatto), non ho avanzato richieste alla Corte di assise, obbligandola ad emettere una sentenza di condanna all’ergastolo. Avrei dovuto fare appello contro me stesso? E, poi, io non credo nella giustizia italiana e mai ho fatto appello contro le sentenze anche sbagliatissime, per altri fatti, emesse nei miei confronti. A differenza di tutti gli altri, compresi i brigatisti rossi, che sono giunti in Cassazione, io sono coerente”.

In passato lei ha dichiarato che le chiesero di uccidere un uomo politico molto importante, Mariano Rumor, già presiedente del consiglio. Chi le chiese di farlo?
“Furono Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi  a chiedermi di uccidere Mariano Rumor, per la semplice ragione  –  ma questo lo compresi dopo  –  che aveva tradito i congiurati del dicembre 1969 vietando la manifestazione indetta dal Msi per il 14 dicembre, che doveva condurre alla proclamazione dello stato di emergenza”.

In carcere ha mai saputo o parlato con altri dell’omicidio di Piersanti Mattarella?
“Si parla di tante cose… Non ho notizie dirette sull’omicidio Mattarella, avvenuto quando io ero già in carcere. Mi sembra comunque singolare che sia stato disatteso il riconoscimento di Valerio Fioravanti da parte della moglie di Piersanti Mattarella.  Direi che Valerio Fioravanti sia stato escluso a priori dal sospetto che avesse ucciso il presidente della regione siciliana, tant’è che sono state ignorate anche le accuse arrivate dal fratello Cristiano. Non credo che la mafia palermitana avesse interesse ad uccidere Piersanti Mattarella. Probabilmente la sua morte è stata decisa a Roma e non a Palermo. Ma questa è una mia opinione”.

Perché Cristiano Fioravanti accusò il fratello? Che rapporti c’erano fra i due?
“Cristiano Fioravanti era un “collaboratore di giustizia”, quindi obbligato a dire tutto quello che sapeva, anche sul conto del fratello Valerio che può essere considerato un pentito “ufficioso”.  I loro rapporti erano ottimi: dopo il suo arresto a Padova l’unico nome che Valerio Fioravanti non fece, fra quanti erano presenti e partecipanti all’omicidio di due carabinieri, fu proprio quello del fratello Cristiano. Tutti gli altri, compresa Francesca Mambro, li candidò all’ergastolo”.

Eppure oggi a scontare l’ergastolo c’è solo lei. Sono fuori anche gli assassini di Aldo Moro
“Di certo non perché abbiano scontato la loro condanna… Le stragi sono state un mezzo per favorire il potere, e quest’ultimo non può che garantire impunità a chi le ha compiute per assicurarsi che la verità non possa emergere”.

repubblica.it

“Ed ora, dopo la straordinaria manifestazione ‘No Triv’ di Lanciano una vertenza nazionale contro lo Sblocca Italia” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Amanda Demenna, rappresentante del Comitato “No Ombrina”. C’è stata molta sorpresa nelle valutazioni sulla partecipazione alla manifestazione “No Ombrina” di sabato a Lanciano. Avete fatto un buon lavoro oppure il tema è straordinariamente sentito dalla gente…
Abbiamo lavorato bene in questi mesi ma non si può non riconoscere che ormai sulle trivellazioni c’è in Abruzzo un movimento popolare. Non c’è solo “Ombrina” ma anche il Centro Oli. La manifestazione fatta a Pescara nel 2013 aveva già visto una grande partecipazione popolare. In questa fase, nel momento in cui tutto è ripartito con lo Sblocca Italia allora i comitati sono scesi nuovamente in campo. E dalla prima assemblea organizzativa ci siamo resi conto, essendo in cinquecento, che la guardia non era stata abbassata. L’altro giorno l’abbiamo ribadidto con forza, andando un po’ oltre le previsioni.Il settore energetico sta scatenando tanti appetiti, anche trasversali…
Alcune trivellazioni in Adriatico già c’erano. Con la Prestigiacomo si era riusciti a porre alcuni limiti. Con Passera, e quindi con il Governo Monti, è stato tolto il vincolo delle dodici miglia. Il progetto “Ombrina” è particolarmente impattante perché non si parla solo di piattaforme petrolifere ma anche di una nave che fa da raffineria a dieci chilometri dalla costa. C’è un evidente salto rispetto a prima che non dà nessuna garanzia dal punto di vista della tutela dell’ambiente. Con lo Sblocca Italia l’Abruzzo diventa un distretto minerario esattamente come la Basilicata.

Al corteo di sono state folte delegazioni degli altri territori in lotta contro le trivellazioni.
Non solo dalle coste ma anche dal Piemonte e dall’Emilia Romagna. Il problema delle trivellazioni interessa tutto il Bel Paese. E si parla anche di gasdotti e metanodotti con grande preoccupazione da parte delle popolazioni. Con l’assemblea di domenica abbiamo voluto dire che questa lotta deve diventare generale, contro tutti i progetti dello Sblocca Italia.

Pur di petrolizzare l’Italia hanno inventato procedure speciali.
E’ l’altra caratteristica di questa lotta. Questa è una battaglia per la democrazia. Gli enti locali non hanno più poteri decisionali su nulla, né di conoscenza né sull’eventuale blocco. Insomma, stiamo parlando non solo della possibilità di decidere localmente l’idea di sviluppo in relazione al territorio ma anche la possibilità di prendere decisioni in proposito. Il Governo ha avocato le competenze per poter controllare e dirigere meglio.

Il Pd a livello nazionale è compatto mentre a livello locale ci sono qua e là voci di dissenso. Il sindaco di Lanciano dal palco ha addirittura evocato la lotta partigiana contro il nazifascismo.
Gli amministratori locali devono dimostrare coraggio e mettersi contro i propri parlamentari e contro il Governo. E’ chiaro che c’è un blocco politico che spinge per uno sviluppo del settore energetico, e che sta depredando i territori. L’importanza della manifestaizone di sabato è stata proprio questa, la pressione sui rappresentanti politici nazionali. I parlamentari del Pd e di Forza Italia hanno votato a favore dello Sblocca Italia. Il Pd ha subito una trasformazione tale che la vedo dificile tornare indietro. Ora però la partita sta in mano ai parlamentari. La gente questo lo ha capito.

Dicevamo della possibilità di costruire un fronte nazionale di lotta…
Il passaggio in più che abbiamo fatto rispetto alla manifestazione di Pescara di due anni fa è stata proprio la partecipazione dei comitati, mettendo insieme i filoni “No Tav” e “No Triv”. Ora il salto che bisogna fare è far diventare tutto questo una vertenza nazionale. Ricorsi giudiziari e referendum ma anche azioni dimostrative che buchino il sistema mediatico.

Un sistema mediatico omertoso, soprattutto sui numeri della petrolizzazione…
Non ho ancora sentito qualcuno favorevole a Ombrina dimostrare che dal punto di vista economico e occupazionale il progetto sia valido. Di fronte a turismo ed agricoltura non hanno dimostrato l’aternatività di “Ombrina”. Spacciare gli operai che stanno sulla piattaforma e sulla nave, qualche decina di posti in tutto, come occupazione aggiuntiva è davvero una falsità.

Il coraggio di cercare lavoro in recessione Fonte: economiaepolitica.itAutore: Gerardo Marletto*

Le statistiche del mercato del lavoro ci stanno segnalando un fenomeno socio-economico del tutto nuovo: il numero dei disoccupati aumenta molto più dei posti di lavoro persi.

Per spiegare la cosa occorre occorre muoversi con cautela. Infatti, le statistiche del mercato del lavoro hanno infatti spesso tratto in inganno anche gli addetti ai lavori, portandoli a interpretare in modo errato fenomeni macroscopici. Il motivo è presto detto: le statistiche e gli indicatori sul mercato del lavoro non misurano soltanto i flussi da occupati a disoccupati (e viceversa), ma anche quelli da forza-lavoro (che non è altro che la somma di occupati e disoccupati) a “inattivi”. Chi sono gli “inattivi”? Sono quelle persone che non lavorano ma – siccome non cercano neanche lavoro – non vengono classificate tra i disoccupati. Due in particolare sono i fenomeni che si rischia di non capire se non si fa attenzione a questa duplice dinamica di flussi.

Il primo, nei periodi di crisi, è quello del cosiddetto “scoraggiamento”: mentre calano gli occupati (e il tasso di occupazione), il tasso di disoccupazione aumenta molto meno di quanto ci si aspetterebbe. Ciò accade perché una parte dei disoccupati smette addirittura di cercare lavoro e quindi esce dal conteggio del tasso di disoccupazione. È successo ad esempio nel 2009 e nel 2010 – subito dopo lo shock recessivo del 2007-2008 – quando, a fronte della perdita di oltre 560mila posti di lavoro, i disoccupati sono aumentati “solo” di 390mila unità. In quei due anni infatti oltre 170mila persone che non lavoravano sono state talmente scoraggiate dalla crisi che hanno smesso di cercare lavoro, diventando appunto “inattivi”.

In altri tempi – meno “neri” di quelli attuali – si è avuto il processo opposto: occupazione in crescita, ma tasso di disoccupazione che stentava a diminuire. È normale infatti che, proprio nei periodi di crescita, una parte degli “inattivi” si rimetta a cercare lavoro stimolata dalla ripresa dell’occupazione. Di conseguenza, si rallenta la discesa del tasso di disoccupazione, che agli ignari continua a segnalare una situazione di crisi. È successo ad esempio tra il 1995 e il 1998: il tasso di disoccupazione sostanzialmente stabile (11,2-11,3%), ma occupazione in aumento di quasi 300 mila unità. Com’è stato possibile? Tutto si spiega ricordando che in quegli anni ben 350mila ex-inattivi si sono rimessi a cercare lavoro.

Insomma, se c’è la crisi abbiamo lo scoraggiamento (disoccupati che diventano “inattivi”); se le cose vanno meglio abbiamo il fenomeno opposto (“inattivi” che diventano disoccupati).

Veniamo a quanto sta accadendo oggi. Non c’è dubbio che siamo in crisi: sono anni infatti che ci barcameniamo tra recessione e stagnazione, e le previsioni non segnalano un miglioramento della situazione. Però le statistiche del mercato del lavoro non evidenziano un fenomeno di “scoraggiamento”. Anzi, al contrario, misurano il fenomeno opposto: tra il 2011 e il 2014 – mentre si perdevano quasi 250mila posti di lavoro – oltre 900mila persone sono (ri)entrate nella forza-lavoro. Risultato: quasi 1,2 milioni di disoccupati in più. E la spiegazione non è demografica: in questi quattro anni il tasso di attività (il rapporto tra forza-lavoro e popolazione con più di 15 anni di età) è aumentato dal 48,1% al 49,1%. In anni di crisi!

Qualche spin-doctor del Governo potrebbe sostenere che sono gli effetti dell’ottimismo che ha cominciato a diffondersi nel sistema grazie all’entusiasmo di Renzi. Io più modestamente suggerisco una spiegazione meno euforica: l’effetto combinato e prolungato di licenziamenti, lavori precari e bassi salari sta portando tante persone a mettersi alla ricerca di un lavoro per cercare di integrare le magre risorse famigliari. E chi sono queste persone? Sono quasi tutte donne: il tasso di attività degli uomini in questi anni è infatti rimasto praticamente stabile (è aumentato solo di 0,2 punti %), mentre quello femminile è aumentato di ben 2,4 punti % (in soli quattro anni!). A mio modo di vedere, questo strano fenomeno di “incoraggiamento” in piena recessione non è l’effetto di aspettative rosee sul futuro, ma è il frutto della pura e dura forza della disperazione generata da ormai troppi anni di crisi.

*Università di Sassari