“Indifferenza e ironia sul piano per eliminarmi” da: ilfatto quotidiano

di-matteo-c-giorgio-barbagallo-2015-ctL’intervista
di Giuseppe Lo Bianco – 8 maggio 2015
Palermo. Di mattina, nell’aula bunker, il pmNino Di Matteo non ha rivolto domande al pentito Vito Galatolo che, “in diretta” ha raccontato i dettagli del progetto di attentato nei suoi confronti. Di pomeriggio, nel suo ufficio, il magistrato è ancora provato: “Non posso nascondere che anche se già conoscevo questi particolari, sentire ripetere i dettagli di un piano di morte che dicono essere tuttora attuale, non lascia indifferenti da un punto di vista umano”. Prigioniero dei vari volti dello Stato che palesano ragione e ottusità, Nino Di Matteo è nel mirino della mafia, di pezzi deviati dello Stato, boicottato dal Csm ed il suo libro Collusi (Bur), scritto con il giornalista Salvo Palazzolo, è accolto con scherno dal “padre nobile” del Pd, il senatore Emanuele Macaluso.

Dottor Di Matteo, il bomb jammer è arrivato, ma l’ultimo ostacolo sembra la burocrazia…
Su questo non posso dire nulla.

Galatolo parla di un artificiere “al quale non fare domande”, di altri elementi che lo hanno convinto che dietro la lettera di Messina Denaro ci fosse l’ombra antica ma sempre attuale del “cuore nero dello Stato”. E un collaboratore di giustizia che si sarebbe prestato ad attirarla in un tranello. Che cosa ha provato ascoltando quelle parole?
Non voglio scendere nello specifico della vicenda per ovvie ragioni che mi hanno indotto a non condurre l’esame del Galatolo, ed anche perché ci sono indagini di Caltanissetta in corso. Galatolo ha detto di avere letto nella lettera di Messina Denaro la stessa espressione che Graviano gli aveva detto prima della strage di via D’Amelio. Non spetta a me trarre conclusioni, però ai tanti che dicono che oggi non è più ipotizzabile una strategia di attacco allo stato come nel ’92 vorrei tanto che avessero ragione, ma prima dovrebbero dimostrare l’assoluta falsità e inverosimiglianza . Purtroppo non credo che questo si possa dimostrare.

Che cosa l’ha colpita di più in questo momento difficile?
A fronte di un rischio che dicono non essere limitato solo a Cosa Nostra mi ha amareggiato l’indifferenza di tanti, addirittura quasi lo scherno di alcuni.

Per recensire, senza leggerlo, il suo libro il senatore Macaluso ha sdoganato la parola “cazzo” nei testi di giudiziari come Zavattini alla radio circa 40 anni fa. C’era bisogno, ha scritto, che ce lo venisse a raccontare Di Matteo il rapporto mafia-politica?
Non voglio scendere in polemica con il senatore Macaluso e non commento la sua recensione che è fatta, lo dice lui, senza aver letto il libro ma credo che per il rapporto che aveva con Pio La Torre, potrebbe oggi essere d’accordo con me sul fatto che l’antimafia, anche quella dei partiti che si dicono eredi del Pci di La Torre, non sia stata ispirata dai criteri di coraggio, di linearità e di denuncia di quel partito.

Il professor Fiandaca vuole le sue scuse dopo che lei, lo scorso anno, ha definito le sue tesi “negazioniste e giustificazioniste”…
Ho rispetto per tutte le tesi, ma ritengo non di non avere nulla di cui chiedere scusa. In quel convegno avevo solo fatto rilevare un dato contenuto nella sentenza di Firenze, i magistrati che si occupano di quel processo non hanno conseguito alcun vantaggio di carriera.

Nel suo libro parla anche della bocciatura del Csm. Come l’ha spiegata a suo figlio?
Della vicenda non posso parlare, i legali stanno preparando il ricorso che sento il dovere di fare, al di là delle aspettative che posso nutrire, perché è un caso in cui nell’autogoverno della magistratura prevalgono criteri che dovrebbero essere al di fuori del Csm, e cioè l’appartenenza correntizia, o in certi casi, spero, ma non sono convinto, non nel mio, il criterio di avere dato fastidio a determinati ambienti politici.

Perché questo libro?
Per riflettere su mafia e corruzione, che sono facce della stessa medaglia. Mi è parso di notare che in una parte della società a vari livelli si stia diffondendo un fastidio preconcetto nei confronti dell’antimafia che ha la pretesa di guardare in due direzioni: quella del rapporto con il potere pulito e dell’approfondimento di stragi e omicidi eccellenti, che, forse per rassicurare l’opinione pubblica, si vorrebbero archiviati dalla storia.

Dottor Di Matteo, chi glielo fa fare?
Razionalmente non lo so, intimamente so che è il lavoro che mi piace fare e che vorrei continuare a fare.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano dell’8 maggio 2015

Foto © Giorgio Barbagallo

Bomb jammer a Palermo per Di Matteo: ma la burocrazia lo ferma da: antimafia duemila

auto-bomb-jammerdi Miriam Cuccu – 8 maggio 2015
Da due settimane l’auto col dispositivo è parcheggiata in caserma
Sono state fatte manifestazioni, cortei, sit-in e persino una raccolta firme. Alla fine il ministero dell’Interno ha deciso di assegnare alla scorta del pm Nino Di Matteo il “bomb jammer”, il dispositivo che scongiurerebbe l’esplosione di una bomba azionata da un telecomando. Eppure, la macchina blindata con due antenne e il dispositivo anti-attentato al suo interno è ferma da due settimane, in una caserma dei carabinieri. Il motivo? La solita burocrazia all’italiana. Nonostante, infatti, gli uomini della scorta abbiano già frequentato il corso di specializzazione (la scorta è stata affidata ai carabinieri del nucleo scorte del comando provinciale e al gruppo di intervento speciale) non è stato ancora sciolto un nodo burocratico per consentire ai militari di utilizzare il dispositivo. Basterebbe solo una firma, per innalzare il livello di protezione nei confronti del pm più volte condannato a morte (ieri il pentito Galatolo, testimone al processo trattativa, ha ripercorso i vari passaggi della pianificazione dell’attentato). Eppure, ancora una volta, siamo di fronte ad un incomprensibile stop.

Le promesse del ministero dell’Interno, purtroppo, non sono state finora affidabili. Già ad aprile dello scorso anno, quando Scorta civica e le Agende Rosse avevano organizzato una manifestazione a Roma, una piccola delegazione, capeggiata da Salvatore Borsellino, si era presentata al Viminale per consegnare le circa seimila firme di chi, non potendo essere presente per l’occasione, si era ugualmente unito per richiedere l’applicazione del bomb jammer per Di Matteo. Il ministro dell’Interno Alfano, tuttavia, non si trovava lì nonostante avesse in precedenza concordato con il fratello del giudice Paolo un incontro in occasione di questa giornata. A distanza di un anno, il mese scorso, dopo che da parte del ministro non era pervenuta alcuna risposta, Scorta Civica si era data nuovamente appuntamento insieme ad altre associazioni per un corteo al quale si erano uniti un migliaio di persone, tra cui molti studenti delle scuole di Palermo.
di-matteo-palermoMa anche precedentemente il ministro Alfano non aveva mai preso una netta posizione in merito: nel dicembre 2013, alla domanda di Antimafia Duemila sulla mancata risposta all’interrogazione parlamentare dell’on. Luigi Di Maio, il ministro dell’Interno aveva risposto che “è stato reso disponibile il bomb-jammer”, trascurando però di aggiungere dei particolari importanti relativi ai test sui rischi per la salute umana che, secondo le informazioni in suo possesso, avrebbero impedito l’immediata installazione del suddetto dispositivo nelle auto di scorta del pm Di Matteo. Alcune settimane dopo, rispondendo alle domande di Giulia Sarti, deputata M5S e componente della Commissione parlamentare antimafia, aveva precisato: “Noi l’abbiamo già reso disponibile, salvo un’accurata verifica tecnica. Essendo dotato di una forte potenza elettromagnetica, può produrre effetti collaterali molto significativi alla salute e, quindi, è assolutamente da studiare. Secondo le informazioni in mio possesso in un ristrettissimo lasso di tempo saremo in grado di fornire una risposta”, addirittura nei “prossimi giorni”. Dei risultati di quei test non si è più saputo nulla (è certo che il jammer coprirà davvero tutte le frequenze radio?). Ad ogni modo, ora il dispositivo è finalmente a Palermo. La speranza è che a breve venga anche utilizzato.

Italicum: peggio del Porcellum da: www.resistenze.org – osservatorio – italia – politica e società – 06-05-15 – n. 542

 


Fabrizio Casari | altrenotizie.org

04/05/2015

Con l’approvazione dell’Italicum da parte del Senato, si chiude l’iter legislativo per l’approvazione di un mostro tentacolare, che in un colpo chiude con il Senato elettivo e con parte della rappresentanza popolare della Camera dei Deputati. E’ una porcata, quella di Renzi, ispirata dall’ansia di potere che ormai l’attanaglia a livelli patologici. Ma soprattutto è un sonoro “me ne frego” rivolto alla Corte Costituzionale che aveva dichiarato incostituzionale il Porcellum proprio in ordine al mancato esercizio della rappresentanza dei cittadini (vedi preferenze). Impostazione che ora l’Italicum conferma e peggiora, dal momento che nega comunque le preferenze e, nei suoi effetti, trasforma un primo ministro in un duce.

Vediamo come. L’Italicum, che riscrive anche le circoscrizioni elettorali moltiplicandole, si regge su tre pilastri: la soglia di maggioranza, i capilista bloccati, la fine del Senato elettivo. L’aspetto più importante, che determina un’alterazione incostituzionale del potere legislativo e di quello esecutivo, è rappresentato dal premio di maggioranza, cui si accede in prima battuta se si ottiene il 40% dei voti. Già questo sarebbe inaccettabile, dal momento che si chiama premio di maggioranza proprio perché dovrebbe andare a chi ha la maggioranza, e non a chi ha il 40% che, a prova di matematica, maggioranza non è.

Ma il quadro è ancor più grave, perché nel caso in cui nessuna lista raggiungesse il 40%, il premio (il 55% dei seggi) non verrebbe escluso, ma invece assegnato al vincitore del ballottaggio tra le prime due liste, solo riducendolo del 2%. Non importa con quali percentuali potrebbe concludersi il ballottaggio, comunque il vincitore godrebbe del premio di maggioranza. La lista che ottenesse la maggioranza al secondo turno, quali che siano i numeri, anche solo il 20% dei voti ad esempio, avrà comunque il 53% dei seggi in Parlamento. Per meglio comprendere la porcata appena votata, giova ricordare che nel 1953 la Legge truffa venne affossata, benchè prevedesse almeno il 50% più uno come condizione per far scattare il premio.

Non bastasse l’oltraggio al criterio della rappresentanza, i capilista (100 deputati) saranno bloccati e non sottoponibili al voto di preferenza, riducendo così fortemente la volontà dei cittadini di scegliere i loro rappresentanti. Per quanto riguarda la formazione delle liste è poi fin troppo facile intendere come quei cento saranno gli scudieri affidabili del nuovo ducetto. Potranno essere candidati in 10 diversi collegi, con la possibilità quindi di opzioni multiple, da esercitare a seconda di chi è il numero due in lista.

Si tenga conto che con un premio di maggioranza che permette numeri assoluti in un Parlamento formato dai fedelissimi dell’Esecutivo, il Primo Ministro non solo azzererebbe le opposizioni, ma determinerebbe con un piccolissimo sforzo la scelta del Presidente della Repubblica e dei giudici della Corte Costituzionale, ovvero il garante della Costituzione e l’organismo istituzionale a questo deputati. Ovvero chi, promulgandole o esaminandole, devono decidere la costituzionalità o meno delle leggi che il Parlamento vota.

Per eliminare poi il rischio di un doppio passaggio legislativo, ecco che il Senato viene tolto dai poteri elettivi dei cittadini per passare a quelli dei partiti. Abolire il Senato come organo legislativo corrisponde ad un disegno autoritario, che spinge sull’acceleratore della riduzione della dialettica politica in funzione di una maggiore agilità della struttura di comando. La sua funzione prevista è meramente decorativa. Più che lo snellimento dei processi legislativi (che normalmente giacciono molto più tempo alla Camera, sia detto) questa riforma del Senato manifesta piuttosto l’intenzione di limitare i poteri di controllo e d’intervento legislativo sugli atti di governo e sulle deliberazioni della Camera.

Che un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Consulta voti una legge incostituzionale è il paradosso di un sistema politico ormai avviato verso la vocazione autoritaria. Che Renzi ne sia il massimo esponente non stupisce: il personaggio è un brutto arnese del sottobosco della politica democristiana che ha potuto passeggiare sui resti di un partito distrutto da chi lo aveva preceduto. Dunque a confermare che Renzi sia abile fare quello che non dice e a dire quello che poi non fa, basti vedere come questa legge elettorale sia la negazione completa di quanto aveva affermato nel suo programma alle primarie del PD.

Si dirà d’altra parte che quasi tutto ciò che promise è stato negato con forza, dal rifiuto del consociativismo al famoso “Enrico stai sereno” rivolto a Letta mentre lo pugnalava alle spalle così come aveva fatto prima con Prodi, fino all’affermazione per la quale le riforme elettorali andavano fatte con un consenso bipartisan mentre ora si mette la fiducia senza avere nemmeno il consenso di tutto il suo partito. Ma la coerenza è un inutile sofisma per l’arrivista di Pontassieve, perché la vera posta in gioco è trasformare in un duce un premier. Renzi del resto, non risente di problemi di decenza e senso delle proporzioni, vista la sua propensione a governare il paese con piglio autoritario senza essere mai stato eletto dai cittadini.

I cantori del renzismo sostengono che questa legge risolve il problema della governabilità, dimenticandosi però che la governabilità è una subordinata rispetto alla rappresentatività che è invece la principale. Le elezioni sono fatte per dare la parola al popolo, non per togliergliela. Una legge elettorale, che pure deve tenere insieme rappresentatività e governabilità, non può vedere il prevalere della seconda sulla prima. Ogni legge elettorale decente, del resto, ha insito il principio della governabilità in quello della rappresentanza, non viceversa. Una legge che invece afferma il primato della governabilità su quello della rappresentanza, prefigura un oggettivo sistema autoritario.

Nonostante gli appelli dei costituzionalisti per fermare questa legge, che rappresenta in profondità un’alterazione dell’equilibrio tra i tre poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) e che, con la riduzione dei contrappesi eleva oltre ogni decenza i pesi, difficilmente Mattarella troverà uno scatto d’orgoglio rifiutandosi di firmare una legge che in primo luogo lui, per competenze giuridiche, sa essere incostituzionale. Rimandare la legge alle Camere comporterebbe l’assunzione di un ruolo politico diretto del Presidente che il giurista siciliano, almeno per ora, non pare intenzionato a perseguire. Non ci sono allora strade diverse se non il referendum per abrogare questo sistema elettorale che nemmeno in una repubblica delle banane potrebbero trovare legittimo.

Le responsabilità di quanto approvato sono in buona misura anche della cosiddetta opposizione, dai Cinque Stelle alla minoranza interna del PD, che avrebbero potuto abbandonare il minuetto delle ridicole tecniche parlamentari per imporre sempre il voto segreto. Ma la minaccia del bulletto di andare al voto ha profilato negli onorevoli oppositori, M5S compresi, il panico per un eventuale uscita anticipata de Montecitorio con tutto quel che ne consegue. Hanno dunque parlato molto e agito poco. Sarà bene che i cittadini che si mobiliteranno per chiedere alla Consulta di bocciare l’Italicum, risentano di energie da vendere e memoria da conservare.

Dossier Odessa da: www.resistenze.org – popoli resistenti – ucraina – 06-05-15 – n. 542

 


Nico Macce | carmillaonline.com

05/05/2015

Immaginatevi centinaia di squadristi che attaccano e incendiano la camera del lavoro della vostra città, immaginatevi che all’interno di questo edificio brucino vive decine di persone, che quelli che cercano di scappare fuori vengono assassinati all’esterno a colpi di mazza. E infine, immaginate gli squadristi entrare nella camera del lavoro ancora fumante, a finire i superstiti.
Questi fatti sono accaduti un anno fa, il 2 maggio, a Odessa. Non in Ruanda, ma in Ucraina, Europa.

Altro che qualche auto e banca bruciata in centro a Milano! Con l’assalto alla casa dei Sindacati di Odessa, mi riferisco a una strage, un orrendo eccidio, un crimine taciuto e minimizzato dai nostri media ufficiali (come nel resto dell’Occidente). Gli stessi così zelanti a stigmatizzare ogni cacata di cane che imbratti i salotti buoni dell’ennesima fiera del profitto e che in questi giorni ci ha fatto vedere le vetrine rotte milanesi da ogni angolo possibile e immaginabile. Media che però sono censori e falsi verso fatti macroscopici come i pogrom nazisti in Ucraina. Il che mi porta a dire che questo giornalismo dei grandi network e delle testate controllate dai gruppi finanziari non può rappresentare la coscienza democratica di un paese civile. Non ne ha più la cifra etica già da molto tempo.

Su questo evento mi sono già espresso qui e sulla questione Ucraina qui.
Ma ciò che mi preme sottolineare è che il massacro alla Casa dei Sindacati di Odessa, perpetrata il 2 maggio 2014 dagli squadroni di Pravy Sektor e Svoboda, le principali organizzazioni naziste in Ucraina da Euromaidan in poi, resterà un’infamia dei governanti di USA e UE, incisa nella coscienza collettiva di questo continente. Non solo: rappresenta un salto di qualità nella repressione e nel terrorismo di Stato. Perché da questi fatti ucraini, il nazismo ritorna in Europa come strumento delle potenze imperialiste e militariste occidentali. Un altro passaggio preoccupante nella degenerazione autoritaria dei sistemi democratici usciti dalla seconda guerra mondiale in Europa, con assetti ed equilibri sociali che vedevano nel protagonismo dei movimenti operai e antifascisti gli anticorpi contro il ritorno della peste nera.

Ora l’argine si è rotto: non solo nelle politiche neoliberiste della Troika, ma anche nelle dinamiche che informano la tendenza sia alla guerra interna, sociale, fatta di repressione, che di guerra esterna, tra campi avversi delle potenze capitaliste. E il fascismo torna a proiettare la sua triste ombra nello scenario politico del continente, in forme nuove, inedite, ben studiate, calibrate in base alla situazione concreta. Nei centri dell’Occidente sono tali da non disturbare l’apparenza di una democrazia ridotta a guscio vuoto. Negli stati periferici, dove avviene l’urto militare con l’avversario, dove l’escalation bellica azzera ogni mediazione, mostrano il loro vero volto sanguinario.

Il contesto
Come si arriva questa strage?
I gruppi paramilitari nazisti, nati il golpe spacciato per “rivoluzione democratica”, voluto, pagato, ordito, armato dalle intelligence USA e dell’UE, già da mesi effettuavano pogrom, linciavano e assassinavano gli oppositori, chiudevano sedi politiche, gettavano nel terrore la popolazione russofona dell’Ucraina, riportavano in auge il boia criminale Stephan Bandera, l’icona del nazionalismo filonazista al servizio del Terzo Reich.
Lo potevano fare in quanto braccio militare e terroristico della giunta golpista ucraina, con il sostegno delle cancellerie dei paesi NATO, dei loro servizi di intelligence e i loro consiglieri militari.

Perché questa strage
Il massacro di Odessa, nasce come repressione preordinata e pianificata sulle opposizioni, con la finalità di terrorizzare tutti coloro che stavano trovando nella rivolta in Novorossiya e nel ritorno a suffragio popolare della Crimea alla Russia di due mesi prima, un’alternativa al totalitarismo nazista. In quei giorni si era alla vigilia del referendum secessionista nelle regioni di Donetsk e Lugansk. La scelta fatta dai gruppi dirigenti golpisti è stata quella del terrore.

I fatti
Il 2 maggio, un gruppo di manifestanti oppositori alla giunta di Kiev viene attaccato da quella che apparentemente sembrava essere una folla calcistica, estremisti di destra, arrivati in città per la partita di calcio Odessa – Kharkiv. Gli oppositori si rifugiano dentro la Casa dei Sindacati, che viene circondata dalla folla. A questo punto entrano in azione veri e propri gruppi paramilitari, che bloccano l’ingresso del palazzo e iniziano a incendiarlo con un fitto lancio di bottiglie molotov. La pianificazione del massacro emerge da una serie di dettagli che vanno da provocatori che prima dell’azione indossavano insegne da federalisti, la cosiddetta tattica della “false flag”, a personaggi sulla sommità dell’edificio in possesso delle chiavi delle grate di ferro d’accesso al tetto. Per non parlare della trappola ai manifestanti in fuga appena entrati nel palazzo da parte di squadristi appostati dietro le porte, che rivela come fossero lì già da prima.
Tra arsi vivi, morti per esalazioni da gas e altri ancora ammazzati dentro e fuori il palazzo a colpi di mazze asce, pistole (due donne incinte, una strangolata col filo del telefono, l’altra prima stuprata in gruppo, poi assassinata), i dati ufficiali parlano di una quarantina di morti. In realtà il numero delle persone assassinate potrebbe essere anche di oltre trecento, oltre a un numero imprecisato di feriti. In alcune ricostruzioni fatte da giornalisti e blogger indipendenti, si ventila persino l’ipotesi che in realtà l’incendio sia stato limitato solo alla parte sottostante dell’edificio e che commandos di assassini si fossero già appostati in precedenza dentro il palazzo e sul tetto, ammazzando con armi da taglio e da fuoco gli oppositori anti-Maidan e simulando poi la morte per rogo, spostando e bruciando molti dei corpi. (1)

La posizione di Kiev
Su questi fatti la versione ufficiale di Kiev ha parlato di provocazioni sfociate in eccessi da parte di opposte fazioni. In realtà la “fazione” di Pravy Sektor non ha riportato alcun pur lieve ferito. Su questa vicenda ci sono state solo inchieste farsa e nulla è stato fatto dal governo ucraino per accertare seriamente i fatti.
Le dichiarazioni delle varie autorità ucraine dimostrano addirittura consenso compiaciuto per la strage.
Volodimmyr Nemirovsky, sindaco di Odessa si è espresso sulla strage dicendo:”L’operazione antiterrorismo di Odessa è legale.”
Ma anche l’ex sindaco Edward Gurvits non è stato da meno:”Quello di Odessa è stato un atto di autodifesa.” In un post su Facebook dopo il massacro, la deputata del Partito della Libertà, Iryna Farion commentava:”Brava, Odessa. Perla dello spirito ucraino. Lasciate che i diavoli brucino all’inferno. Brava.”
Infine il nazista Olesya Orobets, vice presidente di Svoboda dichiarava:”E’ una giornata storica per l’Ucraina, sono così felice che questi separatisti fastidiosi a Odessa sono stati finalmente liquidati.”

La posizione dell’ONU
Anche l’ONU ha tenuto un atteggiamento omertoso, di complicità con i nazisti. Secondo Globalist : “In sostanza, secondo la relazione (2) ci sarebbe stato un improvvisato scontro armato fra due gruppi di diverso orientamento politico, entrambi muniti di bottiglie molotov e armi da sparo (…) secondo l’agenzia dell’ONU, i pro-federalisti, uccisi dentro l’edificio:
– si erano preparati alla guerriglia, portando e indossando strumenti di difesa e offesa;
– hanno dato il via agli scontri lanciando provocazioni verso un’adunanza pubblica, cui partecipavano anche gli estremisti di Pravy Sektor;
– rifugiatisi dentro la Casa dei sindacati, hanno sparato e lanciato molotov;
– 42 (solo 42?) sarebbero morti, ma per 32 di questi non ne viene specificata la causa, facendo semplicemente cenno a un incendio che sarebbe scoppiato dentro l’edificio.
Il rapporto è un insulto alla verità. Un insulto al sacrificio e martirio di inermi cittadini. Come è stato invece ampiamente dimostrato, quasi tutti i cadaveri ritrovati sono stati uccisi uno ad uno, con arma da fuoco e/o bruciati individualmente. Il che basta ad aprire uno scenario estremamente diverso da quello accennato dai compilatori dell’agenzia ONU. È la differenza che passa tra incidente e pogrom, tra derby di ultras e strage.”

Non c’è dubbio che ancora una volta gli USA abbiano inciso e non poco sulla direzione delle scelte fatte dall’ONU. Questa inchiesta non fa eccezione. Con la conseguenza che la comunità internazionale non ha colto la portata criminosa della vicenda e più in generale ha sottovalutato le ricadute sui diritti umani e le libertà civili in un paese totalmente nazistizzato. Dall’ONU ai media veri censori di guerra, sull’Ucraina è scesa una cappa di silenzio, di distrazione delle pubbliche opinioni, di indifferenza che ha consentito non solo l’impunità ai criminali di Stato (con Milosevich era stato usato ben altro peso), ma di proseguire in un vero e proprio laboratorio di guerra e terrorismo sulle popolazioni. In 44 giorni d’inchiesta l’ONU, invece di raccogliere prove che erano evidenti a carico dei golpisti ucraini e delle loro bande naziste, ha spianato la strada a quella che sarebbe poi diventata l’aggressione militare di Kiev alle neonate Repubbliche di Donetsk e Lugansk. Stavolta con migliaia di morti.

Una testimonianza
Pubblico qui di seguito un intervista dal titolo: “Ucraina: parla un sopravvissuto della strage di Odessa.” di Patrizia Buffa e Giorgio Lonardi, poiché nulla è più eloquente di chi ha vissuto in prima persona la repressione nazista dei golpisti di Kiev.

Di cosa si occupa e in quale parte dell’Ucraina vive?
“Sono Serghey Markhel, attivista del movimento popolare antifascista, nato il 25 febbraio a seguito delle proteste. Il movimento prende il nome da Kulikovo Pole, la piazza di Odessa nella quale si riunivano gli attivisti con il permesso del governatore della regione, deposto il successivo 3 marzo. Vivo e lavoro come ingegnere edile in Odessa.”

Qual è la sua relazione con la strage di Odessa?
“Essendo attivista del movimento, mi trovavo in piazza Kulikovo pole dove ci riunivamo tutti i giorni, specie il fine settimana. La casa dei Sindacati si trova in questa piazza”.

Perché si trova in Italia?
“Da circa un mese sono in viaggio per l’Europa, con una mostra fotografica, per raccontare la verità. Ho fatto tappa a Vienna, Madrid, Budapest e in Italia sono stato a Terracina, ospite di Giulietto Chiesa.”

Chi ha ideato e realizzato la strage di Odessa?
“L’hanno ideata i nuovi governanti di Kiev, con la partecipazione del nuovo governatore della regione di Dniepropetrovsk, l’oligarca Kolomoiskiy e con l’ausilio delle forze di Pravy Sektor, i cui membri sono giunti in duemila a Odessa da altre regioni, assieme a cinquecento ultras di Kharkov e a circa seicento persone di Euromaidan di Odessa”.

Qual è il bilancio del pogrom?
“Ufficialmente sono morti dentro la casa dei sindacati in trentasei, tra sparati, accoltellati, fatti a pezzi con ascia, avvelenati con gas tipo cloroformio o bruciati vivi. Dieci persone, per sfuggire al fuoco, si sono gettate dalle finestre. Alcune di loro erano ancora vive e sono state ammazzate con mazze da baseball. Queste sono solo le cifre ufficiali che non contemplano coloro che sono morti successivamente in ospedale, dove erano ricoverate duecentoquarantasei persone. Il rogo era stato preceduto da una sparatoria in strada, nella quale sono state uccise sei persone. Nemmeno un membro di Pravy Sektor è stato ferito o, in seguito, arrestato, mentre sono stati fermati tutti i sopravvissuti alla strage. Portati via in manette, sono stati trattenuti dalla polizia per quasi due giorni, senza alcuna assistenza medica, né acqua né cibo. Tuttora, secondo la commissione ONU, tredici superstiti sono ancora in carcere con l’accusa di aver provocato i disordini di massa”.

A chi poteva giovare una tale carneficina?
“A coloro che volevano insediare un nuovo governatore regionale, amico di Kolomoiskij, al fine di prendere il controllo dei cinque porti di Odessa, eliminando il movimento di protesta antigovernativa e terrorizzando la popolazione”.

Come si sono comportate le autorità ucraine durante e dopo l’attacco alla casa dei sindacati?
“Le autorità hanno dichiarato che i progressisti di Odessa avevano solo ucciso dei terroristi venuti dalla Russia e che avevano agito correttamente perché questi erano armati. Secondo Kiev le vittime si sono date fuoco da sole, per discreditare il nuovo governo ucraino. Una volta dimostrato che le vittime abitavano tutte a Odessa, donne e uomini di età compresa tra i diciassette e i settant’anni, pacifici e disarmati, le autorità hanno creato quattro commissioni investigative statali e una di cittadini. Quest’ultima è guidata da Zinaida Kazangi, una giornalista di Odessa, leader del movimento di Euromaidan, tra i più attivi organizzatori della carneficina. Il giorno dopo è stata nominata vicegovernatore della regione: una colpevole che si dovrebbe autocondannare! Fino a questo momento l’investigazione non ha prodotto risultati”.

Perché l’Unione Europea tace su questi eventi?
“Perché gli Stati Uniti che hanno organizzato il colpo di stato in Ucraina non lo permettono”.

Che cosa vorrebbe far sapere agli italiani?
“Se voi non ci ascoltate e non appoggiate il popolo ucraino nella sua lotta contro il regime nazista, molto presto verranno a bruciare vivi anche voi, solo perché la pensate diversamente”.

Che cosa possono fare per voi i cittadini italiani?
“I cittadini italiani devono uscire nelle piazze per protestare contro i media che oscurano la vera situazione in Ucraina, chiedendo al governo italiano di dichiarare CRIMINALE l’attuale governo di Kiev. Il silenzio della stampa occidentale si fa complice dei crimini compiuti in Ucraina. Solo una protesta dei cittadini europei può fermare i golpisti ucraini, assassini del proprio popolo. La televisione russa è proibita in Ucraina e la verità fatica a emergere. Gli ucraini dicono che i russi sono bugiardi quando riferiscono dei massacri di civili nel Donbass e per questo hanno ucciso cinque giornalisti russi e un fotografo italiano”.

* * *
In conclusione, su Odessa e su tutta la guerra ucraina, le cancellerie dell’Occidente, USA-UE-NATO e i media occidentali hanno le mani sporche di sangue. Forti dell’omertà dell’ONU, hanno creato e sostenuto un blocco militare e paramilitare golpista di ultranazionalisti e nazisti, ne hanno dato deliberatamente supporto mediatico, ben conoscendo che la verità di quel contesto è ben altra cosa da una “rivoluzione democratica”.

Ma quel che è peggio i governi dei paesi NATO, USA in testa, le loro intelligence che hanno orchestrato tutto questo, hanno riportato il nazismo in Europa, con le sue peggiori e criminali pratiche sulla popolazione civile. Ne hanno fatto il loro docile strumento per affermare il proprio dominio su corpi sociali irriducibili.

Dunque, non è irreale pensare che, nello sviluppo dei conflitti sociali in questo continente, certe pratiche terroristiche di regime, commensurate al livello di scontro e di posta in palio, possano essere adottate contro le opposizioni popolari, i sindacati, i comunisti, i movimenti sociali e di classe, i lavoratori in generale. Il fascismo storicamente è sempre servito a questo. Per chi pensa di poter riformare ciò che è nato insano, liberticida e antidemocratico, questi fatti devono essere spunto di riflessione per comprendere cosa siano in realtà l’Unione Europea e la NATO.

Il 2 maggio di quest’anno, in tante città italiane si sono svolte iniziative in memoria dei martiri della Casa dei Sindacati di Odessa: Torino, Milano, Massa, Parma, Bologna, Firenze, Livorno, Roma, Napoli, Udine. Comitati antifascisti di appoggio alla Resistenza ucraina hanno fatto dei presidi per informare i cittadini e raccogliere generi di prima necessità: medicine, vestiario, kit di igiene personale da inviare alle popolazioni della Novorossiya colpite dalla furia nazista. Un’attività importante non solo per la solidarietà antifascista a queste popolazioni, ma anche e soprattutto per comprendere che la guerra e il fascismo che oggi sono a qualche migliaio di chilometri da noi, in realtà sono molto più vicine di quanto possiamo pensare.

Note:
(1) E’ il caso della versione di Enrico Vigna, Ucraina e Donbass i crimini di guerra della Giunta di Kiev, Zambon Editore.
(2) Qui il rapporto intero dei 44 giorni di inchiesta dell’ONU sui fatti di Odessa.

Burkina Faso: chi incarnerà il rinnovamento sankarista? da: www.resistenze.org – popoli resistenti – burkina faso – 06-05-15 – n. 542

 


Amidou Kabré | afrique-asie.fr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

29/04/2015

A lungo divisi, i partiti politici e le organizzazioni della società civile che difendono gli ideali del presidente Thomas Sankara hanno finalmente deciso di unirsi. Obiettivo: affrontare l’imminente battaglia per le presidenziali di ottobre con un unico candidato da designare in un forum, il 16 e 17 maggio.

La mappa politica del Burkina post-insurrezionale si ricompone ogni giorno con moltissime sorprese. E’ così che la decisione dei sankaristi di designare un unico candidato per le prossime elezioni presidenziali può rivelarsi una importante. Infatti, nel corso degli ultimi 27 anni del regime di Blaise Compaoré, hanno certamente fronteggiato lo stesso nemico, ma non sono mai stati capaci di unirsi per combatterlo. Oggi, l’avvento della rivolta popolare ha dimostrato che l’immagine di Sankara ha unito non solo i giovani, ma ha anche e soprattutto rafforzato la convinzione che si possono unire le forze per un nuovo Burkina. La foto che ha fatto il giro del mondo di Sawadogo Lassane, giovane attivista dell’Unione per il Rinascimento, Partito Sankarista (UNIR / PS), che affronta a mani nude due soldati armati di bastoni e pistole, è l’esempio che più di tanti altri dimostra la determinazione del movimento sankarista. Per le elezioni presidenziali del 11 ottobre, i leader del movimento non avranno altra scelta che unirsi e dovranno includere i partiti politici, le organizzazioni della società civile, la diaspora e gli ex compagni di esilio di Thomas Sankara che dovranno riunirsi alla causa per ritornare nel paese. Ma nulla è vinto in anticipo. Lo snodo principale è la spinosa questione della leadership. Il dibattito interno è già salito con diversi candidati e vari gruppi di sostegno.

Per ora, Bénéwendé Sankara resta la favorita per difendere i colori del sankarismo. E’ anche l’unica che viene mostrata nei sondaggi, i quali la danno sistematicamente al terzo posto dopo Roch Marc Christian Kaboré e Zéphirin Diabré, due ex ministri di Blaise Compaoré impegnati nella corsa presidenziale. Supponendo che vi sia l’unanimità sulla designazione di Bénéwendé, egli potrebbe finire almeno al secondo od addirittura il primo posto. Tanto più che la lotta alla corruzione avviata nella transizione potrà toccare molti dei suoi concorrenti e dei loro accoliti, prodotti del vecchio regime, afflitto dalla corruttela. Fatto che andrà a danneggiare la loro popolarità.

Il diplomatico Jean-Baptiste Natama. Dopo aver creato lo scorso gennaio il suo partito, Convergenza Patriottica per il Rinascimento / Movimento Progressista (CPR / MP), si è finalmente unito al movimento sankarista. Per essersi distinto quale segretario permanente del Meccanismo Africano di Valutazione tra Pari (MAEP), incaricato di valutare il buon governo politico in Africa, questo esperto delle Nazioni Unite e dell’Unione africana per le operazioni di mantenimento della pace altro non è che l’attuale Capo di Gabinetto della Presidenza della Commissione dell’Unione africana (UA). Giurista, politologo e diplomatico, Jean-Baptiste Natama è noto per il suo rigore professionale. Tuttavia, egli dovrà combattere duramente per convincere, a causa della verginità politica. Che abbia successo o meno, la sua candidatura a capo del movimento sankarista dovrebbe dare peso al dibattito interno e spingere tutta la squadra ad agire in coerenza.

Mariam Sankara. Il suo coinvolgimento sarebbe la bacchetta magica per far avere successo all’unità sankarista. E ‘il simbolo autentico dell’unione di diverse forze, come minimo, non verrà messo in dubbio il suo impegno per gli ideali sankaristi. Il suo problema, ovviamente, è quello di non conoscere l’arena politica del Burkina Faso essendo ritornata dopo sette anni di esilio trascorso in Francia. Per questo motivo, tutto fa pensare che non oserà impegnarsi in prima linea all’interno di una gara elettorale con risultati improbabili. Tuttavia, dovrebbe impegnarsi a svolgere il ruolo di unificatore attorno al candidato designato. In questo caso, ella deve assolutamente far ritorno nel paese, se necessario, con i suoi figli Filippo ed Augusto che non hanno messo piede in Burkina Faso dal colpo di stato dell’ottobre 1987.

Norbert Michel Tiendrebeogo. Con il suo partito, il Fronte delle Forze Sociali (FFS), si è spesso imposto per le sue prese di posizione radicali. E’ stato lui che ha incoraggiato l’ex opposizione a creare uno staff permanente di crisi (EMPC), durante le grandi mobilitazioni contro il regime di Blaise Compaoré. Discretamente, la sua voce ha avuto il suo peso in diverse decisioni fino alla insurrezione. Ma lui sarà contento di questo ruolo? Non c’è nulla di meno sicuro poiché, seppur non riuscirà a farsi designare alla testa del movimento, egli vorrà comunque pesare nella scelta del candidato unico.

Jean-Hubert Bazie. Anche senza base elettorale, questo vecchio compagno di Thomas Sankara ha una forte influenza nel movimento. E’ anche il decano di un’ala sankarista fortemente rappresentata alla CNT. Qualunque cosa possa dirsi circa il suo basso peso elettorale, si è recentemente circondato di giovani leader come Alphonse Ouédraogo e del partito dei giovani rivoluzionari chiamato Alleanza dei democratici rivoluzionari (ADR). Jean Hubert Bazie si presenta come la guida politica di questi ultimi. La sua candidatura non era attesa. Laureato in scienze della comunicazione ed ex giornalista, sarà l’uomo-ombra per progettare la linea politica del rinnovamento sankarista, purché si impegni per questo.

I sankaristi, attivisti della società civile. Non affiliati ai partiti politici, sposano ancora l’idea di unione della famiglia politica. Ma ancora una volta, la loro debolezza sarà quella di fare gli equilibristi stando equidistanti dal dibattito fino ad ora lasciato ai soli politici. Essi trarranno benefici dal loro muoversi secondo regole di correttezza e potranno fare il grande passo di lanciarsi apertamente nella contesa elettorale con delle parole d’ordine di mobilitazione. In questa direzione, Jonas Hien, nella sua qualità di presidente della Fondazione Tomas Sankara, diventerà l’uomo del consenso per riunire gli altri attori politici.

Inoltre, se il Balai Citoyen, il quale ha giocato un ruolo importante nell’insurrezione popolare, si trasformerà nel “Balai Politico”, il movimento sankarista sarà in linea di massima la sua base; Thomas Sankara era il loro idolo. Ma per ora, rimane solo il musicista impegnato Sams’K Il Jah che ha accettato, a titolo individuale, di occupare un posto nell’organizzazione dell’intrattenimento per la Convention di questo mese di maggio. Altri seguaci del Balai Citoyen, con base a Bobo-Dioulasso, han dato anche loro un’adesione individuale alla Convention. Ciò che diverrà impossibile sarà il chiamare a raccolta tutti quelli del Balai Citoyen, dal momento che sono palesi gli agganci di alcuni membri che si sono ripartiti tra il Movimento per il Progresso di Roch Marc Christian Kaboré, l’Unione per il progresso e il cambiamento di Zéphirin Diabré ed i puristi che intendono mantenere apolitica la linea del movimento.

I “secondi ruoli” sono altrettanto importanti. Molti vecchi amici di Thomas Sankara sono rimasti a lui fedeli. Tra questi vi sono l’ex ambasciatore Mousbila Sankara, l’ex ministro degli Interni Ernest Ouédraogo Ngoma e il suo omologo del lavoro Fidèle Toe, l’ex Alto Commissario Germaine Pitroipa, etc. e diversi personaggi meno noti che si sono già presentati. Tutte queste persone avranno il loro peso se avranno la responsabilità di specifici compiti.

Poichè sono stati quelli meno coinvolti nella gestione del potere in questi ultimi anni, i sankaristi saranno nella posizione migliore nella classe politica burkinabè per criticare le mancanze del passato regime di Blaise Compaorè e quelle dei suoi ex collaboratori che si erano riciclati. Questo è un sicuro vantaggio in vista dello sviluppo del loro potenziale elettorale nelle future consultazioni, a condizione che l’annunciata unità dei sankaristi non rimanga solo di facciata e purché riescano altresì a vincere la loro storica povertà riunendo i mezzi finanziari necessari. Sarà solo a questo prezzo che il rinnovamento sankarista potrà vivere ed imporsi come forza reale nel mondo politico burkinabè, dove i vecchi arnesi del caduto regime si disputano la malsana eredità del loro mentore Blaise Compaorè e sviluppano ogni strategia per la conquista del potere.

Scuola, fumata nera dopo l’incontro tra Pd e sindacati. “Nessuna volontà di cambiare la legge” Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Mentre in Commissione parlamentare il lavoro è bloccato proprio sui punti oggetto del confronto con i sindacati, il lungo incontro di ieri con gli esponenti del Pd non ha soddisfatto le sigle sindacali, che giudicano positivamente la disponibilità dei democratici al confronto ma non registrano la volontà di cambiare l’impianto del ddl. “Pur apprezzando la disponibilità al confronto – dichiara Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil, al termine dell’incontro – non abbiamo registrato alcuna volontà di cambiare l’impianto del disegno di legge. Soprattutto sugli aspetti che noi riteniamo più importanti, tra cui assunzioni dei precari, funzioni dei dirigenti scolastici, rinnovo del contratto nazionale e ruolo della contrattazione”. “Francamente, dopo il riuscitissimo sciopero e le grandi manifestazioni del 5 maggio, che hanno reso evidenti le ragioni di tutto il mondo della scuola – aaggiunge – ci saremmo aspettati qualcosa di più. Perciò, abbiamo sollecitato un incontro urgente con il Governo per comprendere le sue reali intenzioni sul disegno di legge, in particolare se c’è la volontà di agire per decreto sulle assunzioni che sono urgenti”. “Abbiamo molto apprezzato la disponibilità e il metodo di continuare a vederci, ma non abbiamo fatto grandi passi avanti”, aggiunge il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso: “Se dovessi dire che abbiamo delle certezze sul fatto che incontreremo il governo direi una cosa non vera anche se il Pd ha registrato questa nostra richiesta”. Delusi anche gli studenti. “Sull’onda della grande mobilitazione di martedì scorso, che ha portato migliaia di studentesse e studenti in tutte le piazze del Paese, il Partito Democratico ci ha convocati ieri per una consultazione. Abbiamo accettato l’invito nonostante la mancanza di tempismo rispetto ai lavori parlamentari e alla vera consultazione e nonostante ci aspettassimo di essere ricevuti dal MIUR, la sede più consona per discutere del provvedimento. L’esito è stato del tutto insoddisfacente”, dice Alberto Irone, portavoce della Rete degli Studenti Medi.”Abbiamo ribadito ai vertici del Pd i motivi alla base della nostra mobilitazione – prosegue – e posto ancora una volta sul piatto tutte le criticità del ddl Buona Scuola, le proposte e rivendicazioni che fin dall’inizio delle finte consultazioni del governo abbiamo avanzato”. Richieste che Irone riassume così: “rivedere l’articolo che trasforma la figura del preside in un manager; cancellare la norma sul 5X1000 e costituire un fondo nazionale e un’alternanza scuola lavoro di qualità e con tutele reali; riforma dei cicli fondata sul biennio unitario e legge nazionale sul diritto allo studio, unico strumento in grado di garantire l’istruzione dell’obbligo in un Paese in cui l’abbandono scolastico è sempre più alto”. “Inoltre la Rete – continua il suo portavoce – chiede con forza lo stralcio delle deleghe al governo in quanto evidentemente incostituzionali, e la cancellazione totale dello school bonus e della school guarantee, per un diritto allo studio che corrisponda a quello di cui parla la nostra Costituzione e non solo di pochi”. Per Marcello Pacifico di Anief-Confedir, per dire basta all’abuso di precariato “serve una vera riscrittura del testo del ddl, altrimenti l’Italia rischia di andare incontro a censure e sanzioni pensanti da parte della Commissione europea. In caso contrario la mobilitazione in atto continuerà con nuove iniziative. Anche di carattere legale”.
Da una settimana i lavori in Commissione proseguono senza il contributo del M5s, che ha deciso di abbandonare la discussione: “In queste ore – affermano i 5 stelle – stiamo assistendo a un teatrino stucchevole, a tratti penoso”. “Indignati” anche gli esponenti di Sel: “Un’intera Commissione sta lavorando – osserva Annalisa Pannarale – mentre una singola forza, il Pd, si riserva il diritto di incontrare sindacati e associazioni. Questa è una
stortura istituzionale”

Il ministro delle gaffe Fonte: Il ManifestoAutore: Carlo Lania

A sur­ri­scal­dare ulte­rior­mente un clima già di per sé teso nel primo pome­rig­gio ci pensa Ange­lino Alfano. Par­lando ai sin­daci con­vo­cati al Vimi­nale insieme ai pre­si­denti delle Regioni per discu­tere come miglio­rare l’accoglienza delle migliaia di pro­fu­ghi che sbar­cano ogni giorno in Ita­lia, il mini­stro degli Interni sce­glie parole che sem­brano un invito alla sfrut­ta­mento: «Dob­biamo chie­dere ai Comuni di far appli­care una cir­co­lare che per­mette di far lavo­rare gra­tis i migranti. Invece di stare lì a non fare niente, che li fac­ciano lavo­rare».

Parole peg­giori il mini­stro non avrebbe potuto tro­varle nean­che volendo. E infatti, men­tre tra i rap­pre­sen­tanti dell’Anci — l’associazione dei Comuni — e delle Regioni pre­vale l’imbarazzo, fuori del Vimi­nale comin­ciano a pio­vere sul Alfano accuse di schia­vi­smo. Il para­dosso si sfiora quando per­fino Mat­teo Sal­vini si schiera a difesa dei migranti. «Non ho parole. Alfano da sca­fi­sta a schia­vi­sta», attacca il lea­der della Lega che non rispar­mia l’ironia nei con­fronti del tito­lare degli Interni. «Sarebbe pagato per impe­dire che sbar­chino, non per sfrut­tarli», insi­ste. E die­tro di lui cri­ti­che a ruota da Forza Ita­lia a cui non pare vero di poter attac­care l’ex alleato. Ma giu­dizi pesanti arri­vano anche da Sel («Alfano si ver­go­gni») e dai Verdi («inse­gue il popu­li­smo di Sal­vini»), men­tre il pre­si­dente delle Acli Gianni Bot­ta­lico si augura che quella di Alfano sia «solo una bou­tade elet­to­rale, altri­menti è un’affermazione gra­vis­sima».
Preso anche lui dall’imminenza delle ele­zioni regio­nali, Alfano non ha evi­den­te­mente resi­stito alle sirene della peg­giore dema­go­gia. In realtà la cir­co­lare a cui il mini­stro degli Interni fa rife­ri­mento è tutt’altro che un invito allo sfrut­ta­mento dei migranti. Da mesi anche tra le asso­cia­zioni che si occu­pano di migra­zione si svolge un dibat­tito su come impie­gare le migliaia di per­sone che cer­cano rifu­gio in Ita­lia e costrette nella mag­gio­ranza dei casi ad aspet­tare anche fino a due anni prima di avere una rispo­sta alla loro richie­sta di asilo. A novem­bre dello scorso anno il pre­fetto Mario Mor­cone, capo dipar­ti­mento Immi­gra­zione del Vimi­nale, ha inviato una cir­co­lare a tutti i pre­fetti invi­tan­doli a far svol­gere un’attività volon­ta­ria ai migranti, anche come pos­si­bi­lità per inte­grarsi meglio nel ter­ri­to­rio. «L’inattività dei migranti si river­bera nega­ti­va­mente sul tes­suto sociale ospi­tante», scrive il pre­fetto. Nes­suna forma di sfrut­ta­mento: le atti­vità svolte non devono avere uno scopo lucra­tivo e devono essere volon­ta­rie, i migranti devono essere assi­cu­rati e rice­vere una pre­pa­ra­zione ade­guata. E come esem­pio si cita l’esperienza svolta a Ber­gamo con l’iniziativa «Ber­gamo pulita», alla quale hanno par­te­ci­pato migranti e cit­ta­dini.
Gaffe di Alfano a parte, l’incontro che si è svolto ieri al Vimi­nale doveva veri­fi­care la pos­si­bi­lità di fare qual­che passo avanti nell’accoglienza dei pro­fu­ghi, supe­rando il muro alzato da Regioni come Lom­bar­dia e Veneto. Il muro non è caduto, tanto che Roberto Maroni non si è nean­che pre­sen­tato facen­dosi sosti­tuire dall’assessore all’Immigrazione della Lom­bar­dia, ma il risul­tato non stato comun­que nega­tivo. «Il governo ha rice­vuto la nostra dispo­ni­bi­lità a rie­qui­li­brare il numero dei migranti nelle varie Regioni», ha spie­gato alla fine il pre­si­dente della Con­fe­renza delle Regioni Ser­gio Chiam­pa­rino. L’impegno preso è quello di supe­rare il metodo seguito fino a oggi dai pre­fetti — che spinti dall’urgenza di repe­rire sem­pre nuovi posti letto, hanno via via sti­pu­lato con­ven­zioni con alber­ghi, pen­sioni e case pri­vate — pre­fe­rendo pun­tare su un ulte­riore amplia­mento del sistema Sprar, il sistema di pro­te­zione per richie­denti asilo gestito dai comuni, aumen­tando la dispo­ni­bi­lità dei posti letto che potrebbe pas­sare dagli attuali 21 mila a 40 mila. Per que­sto si è tor­nati a par­lare della rea­liz­za­zione di hub regio­nali dove acco­gliere i migranti in prima bat­tuta. L’ideale sarebbe poter uti­li­zare le caserme dismesse ma ci sarebbe qual­che pro­blema da parte del mini­steri della Difesa e dell’Economia. In Pie­monte, ha ricor­dato ad esem­pio Chiam­pa­rino, ce ne sono otto che si pre­ste­reb­bero ma che non è pos­si­bile uti­liz­zare. Un punto comun­que sarebbe stato chia­rito: i costi delle ristrut­tu­ra­zioni saranno a carico dello Stato e non delle Regioni, men­tre si sta pen­sando a una serie di incen­tivi per quei Comuni che pre­sen­te­ranno nuovi pro­getti per acco­gliere i migranti. In par­ti­co­lare è allo stu­dio la pos­si­bi­lità di con­sen­tire uno sfo­ra­mento del patto di stabilità.