“VENT’ANNI DOPO LO STATO TRATTA ANCORA CON LA MAFIA” (di Nino Di Matteo)

3284465-9788817081696
6 maggio 2015“Stato e Cosa nostra la trattativa continua. La guerra ai complici non piace al Palazzo”. Il pm Nino Di Matteo svela in un libro le sue paure: “Io, minacciato di morte tra indifferenza e sospetti”.

Vent’anni di indagini e processi – che ho seguito da osservatori privilegiati come la Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta prima e di Palermo poi – mi hanno fatto capire che Cosa nostra, più delle altre mafie, ha sempre avuto nel suo Dna la ricerca esasperata del dialogo con le istituzioni. Un dialogo finalizzato al raggiungimento di uno scopo semplice, definito e micidiale per la libertà e la democrazia nel nostro Paese: la creazione di un potere che pretende di non essere scalfito, parallelo rispetto a quello istituzionale e che di fatto a esso vuole sostituirsi. (…)

Eppure, ancora oggi, in molti fanno finta di non vedere, di non capire la vera essenza della mafia siciliana. Nelle istituzioni, nella politica, ma anche nella magistratura e tra le forze dell’ordine. Respiro un’aria strana in questi ultimi tempi: un’atmosfera carica della falsa e pericolosa illusione che Cosa nostra sia ormai alle corde. La consapevolezza del contrario fa crescere una sensazione molto amara, di isolamento e di accerchiamento. (…)

Subito dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio sembrava iniziata una vera e propria rivolta contro la mafia, a tutti i livelli. Un’inversione di strategia: non più il contenimento e la difesa, ma l’attacco decisivo per debellare il fenomeno, una volta e per sempre. In quei giorni percepivo il desiderio, all’apparenza condiviso e irrefrenabile, di cercare tutta la verità su quanto accaduto. Ne avvertivo la volontà in molti. (…)

Invece è accaduto qualcosa. All’improvviso è iniziata a montare una sorta di onda lunga di riflusso. Prima le campagne di stampa abilmente organizzate contro alcune indagini eccellenti, e i tentativi, in gran parte riusciti, di instillare nell’opinione pubblica un malcelato fastidio nei confronti dei collaboratori di giustizia. In seguito, è arrivata addirittura una riforma legislativa che ha disincentivato il fenomeno del pentitismo. (…)

A quel punto, sono tornato a respirare un’aria di disinteresse sempre più chiaro e generalizzato della politica nei confronti della lotta alla mafia. Il germe dell’indifferenza ha camminato, si è diffuso, si è insinuato anche nei tessuti che sembravano più resistenti. Poco alla volta ha provocato, persino in una parte della magistratura e delle forze dell’ordine, una sorta di stanchezza e di fastidio nei confronti di quelle indagini che miravano a scoprire in che modo la mafia sia ancora ben presente dentro le stanze del potere. Quella è stata l’amarezza più grande. (…)

La drammatica consapevolezza che ho maturato è che per sconfiggere veramente Cosa nostra dobbiamo guardare anche dentro lo Stato. Perché l’organizzazione mafiosa ha continuato a trattare, a tanti livelli, con uomini e pezzi delle istituzioni. Politici in cerca voti, amministratori collusi, esponenti delle forze dell’ordine e dei servizi di sicurezza. Coltivando questi e altri rapporti, Cosa nostra ha superato l’isolamento in cui arresti e processi tentavano di ridurla. Ed è stata riconosciuta come entità presente e ben ancorata nella nostra società. Ecco perché voglio ribadire una mia considerazione, e credo ce ne sia bisogno in questo momento storico: con la mafia non si tratta, in nessun momento e per nessuna circostanza o contingenza. Non ci sono trattative cattive e trattative buone, magari ispirate dalla ragion di Stato o giustificate dalla necessità di scongiurare chissà quale pericolo. Non si tratta. Non è solo un’affermazione di principio legata a un passato ormai lontano: anche negli ultimi anni Cosa nostra è tornata a cercare il dialogo con le istituzioni, pretendendo il riconoscimento della propria presenza.
Allora, per sconfiggere la mafia che vuole continuare a ritagliarsi un ruolo dentro le istituzioni, dentro il potere, lo Stato deve avere la forza di guardare per davvero in se stesso. Ha le energie e le capacità per farlo. (…)

Quando mi hanno riferito per la prima volta dell’ordine di morte emesso da Salvatore Riina nei miei confronti, ho subito pensato che dovevo agire – e valutare quella prova acquisita nel corso di una mia indagine – come se non si riferisse alla mia persona. Ho voluto ascoltare ripetutamente le frasi e osservare i gesti, il volto di quel boss che parlava di me. In quelle ore, qualcuno mi consigliò di andare via da Palermo, almeno per un certo periodo. È un’ipotesi che non ho mai preso in considerazione. Ho cercato invece di impormi lucidità e compostezza, anche per affrontare al meglio il «solito» problema del se e come presentare la novità a mia moglie e ai miei figli. (…)

Fino a qualche anno fa non mi ero mai realmente confrontato con il sentimento della paura. Forse per incoscienza, forse per superficialità. Negli ultimi tempi, invece, ammetto di aver cominciato a pensarci.(…)

Ma negli ultimi mesi è accaduto anche qualcos’altro, che non immaginavo. L’essere riconosciuto pubblicamente come bersaglio dello stragista più spietato di tutti i tempi, per qualcuno è stato addirittura motivo di ulteriore sospetto e diffidenza nei miei confronti. Ho provato una profonda amarezza di fronte a quelle che non posso definire se non speculazioni assurde. Intanto, resto a fare il mio lavoro. (…)

CHI ABBOCCA ALL’INGANNO DI UNA MAFIA CHE NON C’È PIÙ
di Attilio Bolzoni

Quando la mafia cambia pelle – è capitato tante volte – fa sempre credere che non c’è più. E in molti hanno abboccato, inconsciamente o consapevolmente, durante il Fascismo e dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio.
Figuratevi che nel 1963, momento di grande crisi per l’organizzazione criminale per la repressione poliziesca seguita alla strage di Ciaculli cinque carabinieri e due artificieri dell’esercito uccisi da una Giulietta imbottita d’esplosivo -, i boss fuggirono fino in Sudamerica e misero in giro la voce che addirittura volevano sciogliere la “compagnia”. Cosa Nostra sconfitta, Cosa Nostra a pezzi, Cosa Nostra finita.
Il ministro dell’Interno Mariano Rumor una sera si presentò al tg e rassicurò gli italiani: «Non si illudano gli associati a delinquere: nella sfida che è impegnata tra essi e lo Stato, lo Stato non sarà certo il primo a stancarsi».
Pochi anni dopo i Corleonesi conquistarono la Sicilia e terrorizzarono l’Italia.
La denuncia che Nino Di Matteo ha affidato alla scrittura di Salvo Palazzolo ci racconta che poco è cambiato. La mafia c’è ancora e soprattutto ci sono ancora gli amici della mafia, che da sempre rappresentano la sua vera forza. Anche loro hanno cambiato vestito, confondendosi, appropriandosi di parole come legalità o antimafia. La riflessione del pm palermitano s’inoltra anche in territori a lui vicini, parla di «stanchezza» e «indifferenza» di una parte della magistratura e degli apparati investigativi. Un brutto segnale. Anche lì dentro qualcuno è convinto che la mafia – quella vera non c’è più.

L’Altro Veneto. Ora Possiamo! dall’8 all’11 maggio

 

Le iniziative di AVOP nei prossimi giorni…

 

La rivolta della scuola contro Renzi

Cinquecento mila docenti, precari, studenti, genitori e personale scolastico nelle piazze di Aosta, Bari, Catania, Cagliari, Palermo, Milano e Roma…

 

Ci vorrebbe un’altra Diaz

 

Il mondo nuovo che avanza

Le reazioni delle istituzioni, dei mass media e della opinione pubblica agli incidenti di Milano, hanno mostrato quanto sia oramai…

 

Lavoro, ecco chi licenzia e fa il furbetto grazie alle nuove norme del Jobs Act

Quando sono entrati nel locale che sulla carta ospitava la nuova azienda tessile, i carabinieri dell’Ispettorato del lavoro sono rimasti di sasso…

 

No all’Italicum, legge oltraggio

La Costituzione repubblicana, frutto della lotta di Liberazione contro il nazifascismo di cui abbiamo appena celebrato il 70° anniversario, è il punto…

 

Italicum, parte la corsa a ostacoli per il referendum

Le opposizioni lavorano ai quesiti per la consultazione, ma gli esperti avvertono: “Vanno preparati molto bene…

 

Le ceneri di Gramsci

A quasi 80 anni di distanza, ormai, dalla sua morte Antonio Gramsci resta l’intellettuale comunista di più grande rilievo che…

 

La fine del capitalismo di relazione e il progetto europeo del Capital Market Union

Recentemente, il presidente del consiglio dei ministri, Matteo Renzi, in un suo discorso alla Borsa di Milano ha affermato: «il capitalismo di relazione è morto…

 

La bolla si gonfia, il “botto” s’avvicina

Un grazie sentito a Enrico Marro, de IlSole24Ore (soltanto un’omonimia con quello del Corriere), per l’eccellente analisi che qui sotto riproponiamo…

 

Israele è responsabile di aver colpito scuole e rifugi delle Nazioni Unite a Gaza

Israele è responsabile per aver colpito sette siti delle Nazioni Unite utilizzati come rifugi per i civili durante la guerra di Gaza del…

L’offensiva della Nato globale da: www.resistenze.org – osservatorio – della guerra – 06-05-15 – n. 542

 


Manlio Dinucci | ilmanifesto.info

L’arte della guerra

04/05/2015

L’Organizzazione del Trat­tato del Nord Atlan­tico non ha più con­fini. In Europa – dopo essersi estesa a sette paesi dell’ex Patto di Var­sa­via, tre dell’ex Urss e due della ex Jugo­sla­via (demo­lita con la guerra nel 1999) – sta incor­po­rando l’Ucraina.

Le forze armate di Kiev, che da anni par­te­ci­pano alle ope­ra­zioni Nato in diverse aree (Bal­cani, Afgha­ni­stan, Iraq, Medi­ter­ra­neo, Oceano Indiano), ven­gono sem­pre più inte­grate in quelle dell’Alleanza sotto comando Usa. Il 24 aprile è stato fir­mato un accordo che le inqua­dra di fatto nella rete di comando, con­trollo e comu­ni­ca­zione Nato.

Nel momento stesso in cui il par­la­mento di Kiev approva all’unanimità una legge che esalta come «eroico» il pas­sato nazi­sta dell’Ucraina e, men­tre dichiara «cri­mi­nale» ogni rife­ri­mento al comu­ni­smo met­tendo fuori legge il Pc, defi­ni­sce «com­bat­tenti per l’indipendenza ucraina» i nazi­sti che mas­sa­cra­rono decine di migliaia di ebrei.

In Litua­nia e Polo­nia, la Nato ha schie­rato cac­cia­bom­bar­dieri che «pat­tu­gliano» i cieli delle tre repub­bli­che bal­ti­che, ai limiti dello spa­zio aereo russo: l’Italia, dopo aver gui­dato la «mis­sione» nel primo qua­dri­me­stre 2015, vi resta almeno fino ad ago­sto con 4 cac­cia­bom­bar­dieri Euro­fighter Typhoon. In Asia cen­trale, «regione stra­te­gi­ca­mente impor­tante», la Nato sta incor­po­rando la Geor­gia che, già inte­grata nelle sue ope­ra­zioni, «aspira a dive­nire mem­bro dell’Alleanza». Con­ti­nua inol­tre ad «appro­fon­dire la coo­pe­ra­zione» con Kaza­kh­stan, Kir­ghi­zi­stan, Tagi­ki­stan, Turk­me­ni­stan e Uzbe­ki­stan, per con­tra­stare l’Unione eco­no­mica eura­sia­tica (com­pren­dente Rus­sia, Bie­lo­rus­sia, Kaza­ki­stan, Arme­nia e, da mag­gio, il Kirghizistan).

Resta «pro­fon­da­mente impe­gnata in Afgha­ni­stan» (con­si­de­rato, nella geo­gra­fia impe­riale, parte del «Nord Atlan­tico»), paese di grande impor­tanza geo­stra­te­gica nei con­fronti di Rus­sia e Cina, dove la guerra Nato con­ti­nua con forze spe­ciali, droni e cac­cia­bom­bar­dieri (52 attac­chi aerei solo in marzo).

In Asia occi­den­tale, la Nato pro­se­gue l’operazione mili­tare coperta con­tro la Siria e ne pre­para altre (l’Iran è sem­pre nel mirino), come dimo­stra lo spo­sta­mento a Izmir (Tur­chia) del Lan­d­com, il comando di tutte le forze ter­re­stri dell’Alleanza.

Allo stesso tempo la Nato sta raf­for­zando la part­ner­ship (col­lau­data nella «cam­pa­gna di Libia») con quat­tro monar­chie del Golfo – Bah­rain, Emi­rati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar – e la coo­pe­ra­zione mili­tare con l’Arabia Sau­dita che, denun­cia «Human Rights Watch», sta facendo strage nello Yemen con bombe a grap­polo for­nite dagli Usa.

In Asia orien­tale, la Nato ha con­cluso col Giap­pone un accordo stra­te­gico che «allarga e appro­fon­di­sce la lunga part­ner­ship», cui si uni­sce un accordo ana­logo con l’Australia, in fun­zione anti­ci­nese e anti­russa.
Con la stessa fina­lità i mag­giori paesi Nato (tra cui l’Italia) par­te­ci­pano ogni due anni, nel Paci­fico, a quella che il comando della Flotta Usa defi­ni­sce «la mag­giore eser­ci­ta­zione marit­tima del mondo».

In Africa, dopo aver demo­lito la Libia, la Nato sta poten­ziando l’assistenza mili­tare all’Unione afri­cana, cui for­ni­sce anche «pia­ni­fi­ca­zione e tra­sporto aero­na­vale», nel qua­dro stra­te­gico del Comando Africa degli Stati uniti. In Ame­rica Latina, la Nato ha sti­pu­lato un «Accordo sulla sicu­rezza» con la Colom­bia che, già impe­gnata in pro­grammi mili­tari dell’Alleanza (tra cui la for­ma­zione di forze spe­ciali), ne può dive­nire pre­sto partner.

Non ci sarà da stu­pirsi se, tra non molto, l’Italia invierà i suoi cac­cia­bom­bar­dieri a «pat­tu­gliare» i cieli della Colom­bia in una «mis­sione» Nato con­tro il Venezuela.

Disfatta e capitolazione incondizionata della Germania nazista da: www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 05-05-15 – n. 542

 


Accademia delle Scienze dell’URSS, Storia universale vol. X, Teti Editore, Milano, 1975

Capitolo XIV

[…]

3. La disfatta definitiva dell’esercito nazista. Le truppe sovietiche entrano a Berlino

La situazione in Germania

Nel 1945, alla metà di aprile, dopo l’offensiva sovietica sul fronte orientale e quella alleata sul fronte occidentale, la Germania nazista era ormai rimasta priva delle regioni economicamente più importanti. Il Terzo Reich crollava sotto i colpi infertigli da est e da ovest.

Una dimostrazione della situazione senza uscita in cui si trovava la Germania nazista è data dal fatto che una serie di Stati, che fino ad allora erano stati su posizioni neutrali o di non belligeranza, le dichiararono guerra. Il 23 febbraio dichiarò guerra la Turchia, sperando con questo atto simbolico di assicurarsi un posto tra i vincitori al tavolo della conferenza della pace. Il 26 febbraio entrò in guerra l’Egitto, il 27 la Siria, e il 4 marzo la Finlandia precedentemente alleata ai tedeschi.

Anche la Svezia assunse un atteggiamento più deciso. A partire dall’autunno del 1944 interruppe i rapporti commerciali con la Germania; nella primavera del 1945, lo stato maggiore svedese preparò l’entrata dell’esercito in Norvegia e in Danimarca, per indurre alla capitolazione le truppe tedesche che ancora si trovavano in quei paesi. Nelle regioni della Norvegia settentrionale liberate dalle truppe sovietiche entrarono le truppe di polizia norvegese armate e addestrate in Svezia.

Le alte sfere naziste, però non avevano ancora perso le speranze di una possibile “soluzione politica” dei problemi del paese. Perso ogni contatto con la realtà, Hitler continuava a credere che la coalizione antinazista fosse prossima allo sfaldamento. Nell’aprile del 1945, parlando col generale delle SS Wolff, Hitler affermava: “Non c’è nessuna necessità di cessare la difesa. Per due mesi è ancora possibile resistere contro i russi sul fronte orientale… Nel frattempo, l’alleanza tra gli anglo-americani e i russi si spezzerà”.

La morte del presidente Roosevelt. avvenuta il 12 aprile, rafforzò ancor più la convinzione di Hitler. Negli ambienti vicini al Führer si ricordava che al tempo della guerra dei sette anni, Federico II, ormai sull’orlo della catastrofe, era stato salvato dall’improvvisa morte della zarina Elisabetta e dall’avvento sul trono russo di Pietro III. Congratulandosi con Hitler per la morte del presidente americano, Goebbels disse che il 12 aprile avrebbe segnato la data del totale capovolgimento nell’andamento delle ostilità. Una frase contenuta nel primo discorso pronunciato dal nuovo presidente americano Truman, il quale disse che la guerra era prossima alla fine, confermò nei nazisti la speranza che gli Stati Uniti fossero favorevoli alla conclusione della pace separata con la Germania.

In relazione a questa speranza, al comando militare vennero impartiti ordini precisi perché fosse protratta a tutti i costi la resistenza sul fronte sovietico. Sfruttando la favorevole natura dei luoghi, il comando tedesco organizzò una solida ed efficace difesa attorno a Berlino, soprattutto sulla riva occidentale dei fiumi Oder e Neisse. Il fronte difensivo, con una profondità complessiva di 20-40 km, aveva 3 linee rinforzate, tra le quali, lungo le principali direttrici di avanzata dei sovietici, si trovavano posizioni intermedie. Tutti i centri abitati che circondavano Berlino vennero trasformati in punti di difesa.

La difesa della città era articolata in 9 settori. Il punto più fortificato era il centro di Berlino attorno alla cancelleria di Hitler. Per il rafforzamento della difesa anticarro venne sfruttata quasi tutta l’artiglieria antiaerea, che stringeva attorno alla città una cintura di sicurezza.

La strada per Berlino era difesa da due armate del gruppo “Vistola” e da due armate del gruppo “Centro”. La città era difesa dai 200.000 uomini della guarnigione e da 200 battaglioni dell’armata popolare (Volkssturms). Il comando tedesco, a sud, a ovest e a nord della capitale, disponeva di 8 divisioni di riserva, di cui una motorizzata. Alla difesa della zona di Berlino era addetto circa 1 milione di uomini, che disponevano di 10.400 tra cannoni e mortai, 1.500 tra carri armati e cannoni semoventi, circa 3.300 aerei, e più di 3 milioni di cariche anticarro.

Alle truppe tedesche accerchiate in Curlandia, Prussia orientale e a Breslavia venne dato l’ordine di difendersi fino all’ultimo per impedire l’avanzata sovietica su Berlino. Hitler ordinò di difendere la capitale fino all’ultimo uomo e richiese da ufficiali e generali l’impegno di adottare drastiche misure contro i disertori e i fuggiaschi. Commissario del Reich per la difesa di Berlino venne nominato Goebbels. Venne anche impartito un ordine speciale perché fosse aperto il fuoco senza preavviso contro chi avesse lasciato il proprio posto di combattimento.

La propaganda nazista faceva circolare voci secondo le quali era imminente l’arrivo di una nuova arma “segreta”, che avrebbe annientato le truppe sovietiche in marcia su Berlino.

La disfatta nazista alle porte di Berlino

Il piano dell’ “operazione Berlino” fu elaborato dal quartier generale del comando supremo dell’armata rossa e dal comandante del fronte e venne realizzato direttamente dal quartier generale.

Nel piano si contemplava la rottura del fronte difensivo nemico, lo smembramento e l’annientamento delle truppe naziste concentrate attorno a Berlino. L’obiettivo era di impadronirsi rapidamente di Berlino per costringere la cricca hitleriana alla capitolazione. Venne stabilito un contatto diretto tra il quartier generale sovietico e il comandante supremo delle truppe anglo-americane. Dopo la presa della capitale, le truppe sovietiche avrebbero dovuto raggiungere l’Elba e congiungersi con gli Alleati.

Nell’ “operazione Berlino” la potenza bellica dell’armata rossa si manifestò in tutta la sua grandezza. Le truppe sovietiche che parteciparono alla conquista della capitale contavano 2 milioni 500 mila uomini, più di 41.000 tra cannoni e mortai, 7.500 aerei, 6.250 tra carri armati e cannoni semoventi. Il rapporto di forze, a favore dell’armata rossa, era: per uomini 2,5:1; per armi e munizioni 4:1; per aerei 2,3:1. Nel corso delle ostilità questo rapporto divenne ancor più favorevole alle truppe sovietiche.

La realizzazione dell’operazione era affidata al primo fronte bielorusso (comandato dal maresciallo G. K. Žukov ), al primo fronte ucraino (al comando del maresciallo I. S. Konev) e al secondo fronte bielorusso (al comando del maresciallo K. K. Rokossovski). Le truppe sovietiche erano animate da un alto spirito combattivo, poiché avevano giurato alla patria e al popolo che avrebbero adempiuto il compito loro affidato e avrebbero innalzato la bandiera rossa della vittoria su Berlino.

Quanto alto fosse lo slancio morale delle truppe sovietiche è dimostrato dal facto che nel periodo della preparazione dell’attacco decisivo contro Berlino, 18 mila tra soldati e ufficiali chiesero di entrare nel partito comunista. Nell’operazione, a fianco delle truppe sovietiche combattevano la I e la II armata polacche (al comando dei generali di divisione S. Polawski e K. Swierszewski).

L’offensiva delle truppe del primo fronte bielorusso incominciò al calar della notte del 16 aprile, con un fuoco d’artiglieria durato 20 minuti. Prima, per illuminate il campo di battaglia, furono accesi 150 potenti riflettori antiaerei, che tolsero ogni visuale alla fanteria nemica. Ma l’artiglieria e l’aviazione non riuscirono a infrangere completamente le postazioni difensive del nemico, che opponeva una furibonda resistenza. Le due armate corazzate della guardia entrate in combattimento alla fine del primo giorno non poterono staccarsi dalla fanteria e furono costrette ad agire in formazione. L’offensiva si era praticamente trasformata in un lento smantellamento delle posizioni difensive. Particolarmente intensa fu la battaglia impegnata sulle alture di Seelower, molto fortificate, punto chiave per i successivi attacchi contro la capitale della Germania.

Qui il nemico aveva concentrato i carri armati, che, in appoggio all’artiglieria e sfruttando la posizione favorevole, sparavano ininterrottamente contro le truppe sovietiche. Il 17 aprile, dopo un massiccio attacco di 800 bombardieri, con un breve ma intenso intervento dell’artiglieria dell’VIII armata e della I armata corazzata, le alture di Seelower furono conquistate. Il 19 aprile tutta la linea difensiva tedesca dell’Oder, profonda una trentina di chilometri, era stata sfondata.

Più favorevoli furono le condizioni in cui avvenne l’attacco del primo fronte ucraino, che affrontò una difesa nemica molto più debole. Sfruttando la propria superiorità numerica e qualitativa, le truppe sovietiche dopo soli 40 minuti di fuoco d’artiglieria riuscirono a forzare il fiume Neisse, difese e coperte da una cortina fumogena.

La III armata e la IV corazzata, scese in campo la sera del 18 aprile, sfondarono la linea difensiva della Neisse e, battuta la IV armata corazzata tedesca, incominciarono ad avanzare da sud verso Berlino. Dal 19 al 25 aprile le truppe sovietiche attaccarono instancabilmente per circondare e annientare le truppe tedesche che difendevano la città.

L’ala destra del fronte bielorusso, superati la resistenza e il contrattacco tedesco, continuava ad avanzare verso occidente e il 21 aprile giungeva a sud-est e a nord-est ai margini della zona di Berlino. Il 25 aprile il primo fronte bielorusso e il primo fronte ucraino chiudevano il cerchio attorno a due raggruppamenti isolati di truppe tedesche: uno nella zona di Berlino, l’altro nella zona di Cottbus. Ogni raggruppamento era costituito da 200.000 uomini.

La manovra strategica compiuta per disorientare e circondare un importante raggruppamento tedesco nella zona di Berlino era pienamente riuscita.

Nello stesso periodo era iniziata anche l’offensiva del secondo fronte bielorusso, che il 20 aprile, più a sud di Stettino, conquistava i due rami dell’Oder e infrangeva la difesa tedesca a ovest del fiume. Con questo attacco, esso aveva attirato tutte le riserve nemiche, impedendo che venissero impiegate per rafforzare la difesa della capitale.

Verso il 25 aprile, dunque, era stata realizzata la prima tappa dell’ “operazione Berlino”. Poiché erano stati circondati e disfatti i raggruppamenti posti a difesa di Berlino, la situazione era catastroficamente precipitate e l’esercito tedesco si avviava all’ora della sconfitta definitiva. La guerra era giunta sulle strade della capitale della Germania nazista.

Anche la situazione interna della Germania era diventata insostenibile. Ancora il 10 aprile Hitler aveva ordinate di dividere il territorio tedesco non occupato in due zone amministrative e operative: il nord e il sud. Comandante della zona settentrionale, con pieni poteri militari e civili, fu il grande ammiraglio Dönitz, comandante della marina militare nazista; nella parte meridionale del paese fu nominato il maresciallo Kesselring. Hitler, che aveva mantenuto le prerogative di Führer, di capo dello Stato e cancelliere e di comandante supremo, decise di rimanere a Berlino.

Dopo che le truppe sovietiche avevano circondato Berlino, il potere di Hitler sul resto della Germania era divenuto formale. Questo fatto, naturalmente, acuì la lotta tra gli altri capi nazisti, che speravano di conquistare il potere. Il 23 aprile Göring, che si trovava in Baviera, inviò un radiogramma a Hitler, nel quale lo avvertiva dell’urgenza di prendere il potere nelle proprie mani, quale suo successore. Avuto il benestare di Hitler, Göring intendeva iniziare le trattative con gli inglesi e gli americani, porre fine alle ostilità sul fronte occidentale e continuare la guerra contro l’Unione Sovietica, investito delle funzioni di comandante assoluto del Reich. Hitler ordinò di espellere Göring dal partito nazista, di togliergli ogni potere, di privarlo delle cariche e arrestarlo.

Contemporaneamente, anche un altro compagno di lotta si accingeva ad abbandonare Hitler. Nella notte del 23 aprile, Himmler, che si trovava nella Germania settentrionale, a Lubecca, si incontrava con il route svedese Bernadotte. Il “fedele Heinrich”, nel corso dell’incontro, affermò di essere pronto ad abbandonare Hitler, prendere il potere e concludere l’armistizio con le potenze occidentali. La proposta di Himmler fu portata a conoscenza del governo americano e di quello inglese. Valutate le spiacevoli conseguenze delle trattative separate in Svizzera e le gravissime responsabilità politiche di Himmler, essi rifiutarono la sua proposta dopo averne informato il governo sovietico. In seguito a ciò, alle trattative intercorse tra Himmler e Bernadotte venne data grande pubblicità. Il 28 aprile, informato delle intenzioni del suo pupillo, Hitler diede ordine di radiare anche Himmler dal partito nazista.

Oltre a Göring e Himmler, anche il ministro della difesa Speer avanzò pretese al posto di capo dello Stato, proprio negli ultimi giorni di vita del regime nazista. Speer era il vero portavoce dei grandi monopoli tedeschi di cui condivideva la politica.

Il 15 marzo aveva inviato a Hitler un memorandum, nel quale, prevedendo l’inevitabile sconfitta tedesca, chiedeva: 1) che cessasse lo smantellamento delle fabbriche, delle miniere, dei mezzi di trasporto, già iniziato dalle truppe tedesche; 2) che si preparasse il passaggio del beni materiali dello Stato ai “privati” (depositi di merci industriali, di vestiti, di derrate alimentari). All’inizio di aprile il conflitto tra Hitler e Speer si acuì. Insieme a Guderian, Speer tentò di indurre i comandanti dei gruppi d’armata a disobbedire all’ordine di smantellamento delle imprese industriali.

A metà aprile, Speer si allontanò da Berlino e nella zona settentrionale del paese creò un governo segreto che godeva di un potere non minore di quello che aveva Hitler. Proprio allora Speer e i suoi aiutanti pensarono di far capitolare l’esercito a Occidente. Successivamente questo piano venne parzialmente realizzato. Un gruppo di grossi industriali di Amburgo, attraverso il banchiere svedese Wallenberg, intavolò trattative con le potenze occidentali, in vista di una capitolazione della città e della zona circostante. La grande influenza di Speer a quel tempo è provata anche dall’atteggiamento di Hitler, il quale, pronto ad accusare di tradimento per la più piccola colpa anche i più potenti camerati, non si decise a lottare contro Speer, del quale però conosceva le reali intenzioni. Il 23 aprile Speer concluse un accordo con Hitler per nominare Dönitz, che era un portavoce della politica di Speer, successore di Hitler.

L’arrivo delle truppe alleate alle rive dell’Elba

Dopo che le truppe naziste erano state circondate nella Ruhr, il fronte occidentale tedesco si trovò a essere, in pratica, infranto. Conformemente alle direttive impartire da Eisenhower, il 2 aprile, le truppe alleate iniziarono l’avanzata verso est. Tre giorni dopo l’inizio dell’offensiva sovietica contro Berlino, il 18 aprile 1945, la 21a divisione tedesca, composta di 325 mila uomini, circondata nella Ruhr, capitolava.

Le truppe del 21° gruppo d’armate alleato, in marcia verso nord-est, giunsero all’Elba nella seconda metà di aprile, conquistarono la sponda orientale e, sempre in direzione est, ai primi di maggio entrarono in Ludwigslust, Schwerin e Lubecca. Il 3 maggio, senza incontrare opposizione, gli Alleati entrarono in Amburgo.

Il 12° gruppo d’armare alleato, che si muoveva nel centro del paese, a metà di aprile raggiunse l’Elba nella zona di Wittenberg, Magdeburgo e Dessau. Il 19 aprile le truppe americane entravano in Lipsia e in Halle. Gli avamposti del 5° corpo della I armata americana si incontrarono con le truppe sovietiche il 25 aprile, sull’Elba, nella zona di Torgau. I fronti orientale e occidentale si erano così congiunti.

Le unità dell’ala destra del 12° gruppo d’armate, in movimento verso sud-est, il 12 aprile occuparono Erfurt e il 18 entrarono in territorio cecoslovacco. All’inizio di maggio le truppe americane giungevano a Linz in Austria. All’ala meridionale del fronte occidentale era giunto il 6° gruppo d’armate. A metà aprile le truppe alleate giungevano nella zona di Norimberga e all’inizio di maggio ai confini austro-tedeschi del fronte di Innsbruck a Salisburgo. La I armata francese, nel frattempo, aveva occupato l’Austria occidentale.

La caduta di Berlino

Il 26 aprile iniziò la seconda fase, quella conclusiva, dell’ “operazione Berlino”, cioè la liquidazione dei raggruppamenti tedeschi che difendevano la capitale e l’attacco operato dall’esercito sovietico su di un larghissimo fronte lungo l’Elba.

Il comando tedesco, prima ancora che fossero circondate le truppe di stanza a Berlino, inviò ad est la XII armata del generale Wenck, già destinata a lanciare un offensiva contro le truppe americane attestate in Europa. Su questa armata i capi nazisti, che si erano rifugiati nei bunker della cancelleria del Reich, riponevano ormai tutte le loro ultime speranze. L’armata di Wenck doveva, attaccando a sud di Berlino, liberare dall’accerchiamento il gruppo d’armate di Francoforte-Guben. Ma questa manovra aveva anche un fine politico: dimostrare alle potenze occidentali che la resistenza davanti alla loro avanzata era, di fatto, cessata. L’armata rossa mandò a monte tutti i tentativi dei tedeschi di uscire dall’isolamento o di rompere l’accerchiamento dall’esterno. L’armata di Wenck venne annientata e i superstiti fuggirono verso ovest per consegnarsi alle truppe americane.

Per il 1° maggio la liquidazione del raggruppamento di Francoforte-Guben era completata. Contemporaneamente erano in corso violenti scontri per annientare le truppe che difendevano Berlino.

All’interno della città erano state costruite più di 400 fortificazioni in cemento armato, mentre le costruzioni sotterranee, i ponti distrutti e i canali erano stati trasformati in punti di difesa. I nazisti contavano su scontri isolati, casa per casa, quartiere per quartiere, che avrebbero fiaccato le forte dell’esercito sovietico.

Ma le truppe sovietiche, aggirando le fortificazioni nemiche, attaccando a gruppi, passo dopo passo avanzavano, circondando il nemico. Gli edifici, trasformati in fortificazioni e centri di resistenza, venivano distrutti dall’artiglieria. Verso il 28 aprile, il territorio occupato dai tedeschi si era ridotto a una stretta striscia. che passava per il centro di Berlino, battuta continuamente dall’artiglieria sovietica. Il 29 e il 30 aprile ci fu lo scontro decisive per la conquista del settore centrale della città. I sovietici raggiunsero il Reichstag, la cancelleria del Reich, nei cui sotterranei si nascondevano Hitler e i suoi intimi, e la porta di Brandeburgo. La battaglia si fece ancora più cruenta, poiché il Reichstag e le zone adiacenti erano ben fortificati e difesi.

Il gruppo di 5 mila soldati attestati nella zona si difendeva con l’accanimento di chi sente prossima la fine. Alcuni soldati sovietici erano per. riusciti ugualmente a entrare nel Reichstag. Al sergente M. A. Egorov e al soldato semplice M. V. Kantarija, del 756° reggimento di fanteria della 150a divisione, che partecipavano all’attacco al palazzo, venne consegnata la bandiera rossa da innalzare sul palazzo. Dopo tremendi scontri nel Reichstag ormai in fiamme, Egorov e Kantarija, appoggiati dai soldati al comando del sottotenente A. P. Berest, all’alba del 10 maggio innalzavano la rossa bandiera della vittoria sul palazzo che era il simbolo del Terzo Reich, della Germania nazista.

La caduta del Reichstag demoralizzò definitivamente i nazisti e le truppe della guarnigione di Berlino incominciarono ad arrendersi. La sera del 30 aprile Hitler si suicidò e il suo corpo venne dato alle fiamme. Prima di morire Hitler lasciò un testamento politico “nel quale designava presidente del Reich e comandante supremo delle forze armate l’ammiraglio Karl Dönitz e nominava cancelliere Goebbels. Bormann avrebbe dovuto essere “ministro del partito” e il collaborazionista austriaco Seyss-Inquart e più recentemente governatore dell’Olanda, ministro degli esteri.

La notte del 1° maggio Goebbels e il sostituto di Hitler, Bormann, che si trovavano nella cancelleria del Reich da dove dirigevano la resistenza della guarnigione berlinese, inviarono il nuovo comandante dello stato maggiore dell’esercito, general Krebs, dal general Čuikov, che comandava le truppe sovietiche impegnate nella conquista della capitale.

Come si chiarì nel corso dell’interrogatorio di Krebs, egli avrebbe dovuto vedere se fosse stato possibile indurre il comando sovietico a trattative di pace separata con i rappresentanti nazisti e contemporaneamente mettere in urto i sovietici con gli alleati occidentali. Il comando sovietico ingiunse categoricamente a Krebs di porre fine alla resistenza delle truppe tedesche e pose come condizione la capitolazione incondizionata.

Poiché Krebs non disponeva dei pieni poteri, venne rimandato alla cancelleria. In quello stesso giorno, convinti che le loro manovre non avrebbero potuto ingannare il comando sovietico, Göebbels e Krebs si suicidarono, mentre Bormann cercò di fuggire. A tutt’oggi non si sa che fine abbia fatto.

Il 2 maggio le truppe naziste a Berlino erano liquidate e il 7 maggio le truppe sovietiche giungevano all’Elba su un ampio fronte. Durante l’assedio di Berlino i tre fronti sovietici avevano duramente sconfitto i raggruppamenti nazisti, provocato la disfatta delle truppe tedesche e conquistato Berlino.

Con la caduta di Berlino cessò di esistere il gruppo d’armate “Centro”. Il nemico aveva avuto circa 250 mila morti e 480 mila prigionieri. Le truppe sovietiche si impadronirono di tutti gli armamenti. La grande esperienza, la forza e la capacità militare che l’armata rossa aveva acquisito in quattro anni di guerra emersero con grande evidenza durante la presa di Berlino.

Questa impresa coronò la pesante e sanguinosa lotta che il popolo sovietico aveva condotto per la libertà propria e degli altri popoli d’Europa. La caduta di Berlino decretò anche la definitiva disfatta della Germania nazista, lo sfacelo del suo apparato statale e del suo sistema economico. Tuttavia la guerra non era finita, dato che restava da completare la liberazione della Cecoslovacchia.

[…]

5. La capitolazione incondizionata della Germania nazista

Il governo Dönitz. la capitolazione dell’esercito tedesco a nord e a sud del fronte occidentale

Gran parte del territorio tedesco era occupata dalle forze armate sovietiche e dalle truppe della potenze occidentali. Il fronte dell’esercito tedesco si era trasformato in una serie di centri di resistenza isolati gli uni dagli altri. Anche in una situazione cosi difficile, però, i successori di Hitler continuavano a cercare un’uscita politica che avrebbe dovuto consentire la sopravvivenza, in un modo o nell’altro, del rinato Terzo Reich. Naturalmente, essi continuavano a sperare in un probabile disaccordo tra i sovietici, da una parte, e gli Alleati dall’altra.

Il 1° maggio Dönitz, successore di Hitler, in un messaggio ai soldati e al popolo, trasmesso per radio e, nei suoi punti essenziali, ai governi alleati, affermava che era indispensabile proseguire la lotta contro l’Unione Sovietica e nello stesso tempo faceva capire che le operazioni belliche sul fronte occidentale sarebbero cessate entro breve tempo. La stessa indicazione era contenuta nel messaggio all’esercito.

Il 2 maggio Dönitz costituiva a Flensburg sul confine danese un nuovo governo che, per il suo carattere e la sua composizione, era nazista. Cancelliere del Reich, ministro degli esteri e delle finanze venne nominato l’ex ministro delle finanze di Hitler, conte Schwerin von Krosigk; ministro del lavoro e della produzione, Speer; ministro del lavoro, Seldte, fondatore nel primo dopoguerra dell’organizzazione revanscista “elmi d’acciaio”. Uno dei primi atti di questo “governo” fu l’adozione, come base per la politica futura, della “capitolazione a zone” e l’inizio di trattative con i singoli comandi alleati. Per nascondere queste trattative ai sovietici, fu deciso di non usare la radio come mezzo per allacciare i rapporti.

Il 2 aprile le truppe alleate avevano iniziato l’offensiva nell’Olanda nord-orientale, in seguito alla quale 120 mila soldati tedeschi delle province occidentali rimasero isolati. Venuti a conoscenza dell’imminente arrivo delle truppe alleate, i prigionieri sovietici rinchiusi dai tedeschi sull’isola di Texel, il 6 aprile organizzarono l’insurrezione. Ma il comando alleato e la direzione delle forze interne della resistenza non dettero aiuto agli insorti. Nell’impari battaglia morirono più di 300 uomini, mentre gli altri furono tenuti nascosti dalla popolazione, fino a quando, il 16 maggio, giunsero gli eserciti alleati. Per impedire che la resistenza partecipasse alla liberazione dell’Olanda occidentale, il 28 aprile il comando anglo-americano concluse un armistizio con il comando tedesco in Olanda.

Nella notte tra il 2 e il 3 maggio una delegazione ufficiale tedesca, composta dall’ammiraglio Friedeburg, comandante della marina, dal generale Kinzel e dal contrammiraglio Wagner passarono la linea del fronte che li separava dalle trincee del 21° gruppo d’armate alleato. Le trattative della delegazione tedesca con il maresciallo Montgomery portarono a un accordo tra le due parti; in base a questo accordo, le truppe attestate in Olanda, nella Germania nord-occidentale e nelle isole circostanti (tra le altre le Frisone ed Helgoland), nello Schleswig-Holstein e in Danimarca sarebbero capitolate incondizionatamente.

Nel protocollo di resa si faceva una riserva: esso sarebbe stato applicato indipendentemente da qualsiasi altro accordo di capitolazione, concluso a nome delle potenze alleate nei confronti della Germania intera. L’accordo di capitolazione per il nord entrò in vigore il 5 maggio mattina e dava al comando nazista la possibilità di proseguire in questa zona le operazioni contro l’esercito sovietico, giunto da est.

Questo punto dell’accordo venne particolarmente sottolineato da Keitel in un ordine segreto, comunicato il 5 maggio, subito dopo l’interruzione delle operazioni nella zona settentrionale ancora occupata dai tedeschi: “Deponendo le armi nella Germania nord-occidentale, in Danimarca e in Olanda, noi partiamo dalla constatazione che la lotta contro le potenze occidentali non ha più senso. A est, invece, la guerra continua”. Perciò l’accordo concluso da Montgomery costituiva un atto sleale nei confronti dell’Unione Sovietica.

Il 4 maggio capitolarono davanti agli Alleati i resti delle armate tedesche sull’Elba. Il rappresentante americano, che si era rifiutato di accettare in questa zona la capitolazione in blocco, perché era contraria agli accordi con l’Unione Sovietica, affermò che i soldati potevano arrendersi singolarmente alle truppe americane. Con questa condizione si arresero 100 mila tedeschi.

Dopo aver firmato l’accordo per la capitolazione parziale al nord, Friedeburg si recò a Reims, al quartier general, delle truppe alleate in Europa, per trattare con Eisenhower, al fine di concludere la capitolazione, sulla base delle stesse condizioni, anche per le truppe tedesche del sud, die si trovavano di fronte agli americani.

Questo accordo avrebbe dovuto significare, di fatto, la fine di ogni resistenza da parte della Germania nazista, per quanto riguardava il fronte occidentale, mentre le ostilità sul fronte orientale sarebbero continuate. Le trattative, iniziate da Friedeburg, furono continuate dal generale Jodl. Eisenhower, però, avendo capito che un simile accordo significava una aperta rottura con l’Unione Sovietica, richiese ai plenipotenziari tedeschi di firmare la capitolazione su tutti i fronti. Dopo alcuni tentennamenti, Dönitz, convinto dell’inutilità di ulteriori rinvii, diede ordine a Jodl di firmare la capitolazione incondizionata su tutti i fronti.

Questo suo atteggiamento fu determinato dal fatto che gli antisovietici che regnavano nel comando alleato, a lui ben noti, avrebbero consentito alle truppe tedesche di evitare il fatale adempimento delle condizioni della capitolazione. Attraverso la radio, insieme all’accordo sulla capitolazione, Dönitz ordinò a Kesselring e ai comandanti d’armata Schörner, Rendulić e Löhr di “spostare dal fronte orientale, al più presto possibile, per portarlo sul fronte occidentale, tutto quello che è possibile e in caso di necessità di attraversare combattendo le linee sovietiche”.

La firma della capitolazione incondizionata

La mattina del 7 maggio, al quartier generale di Eisenhower a Reims venne firmato un protocollo preliminare per la capitolazione incondizionata di tutte le forze aeree, navali, terrestri Germania. L’atto generale di capitolazione, per l’insistenza del governo sovietico, venne firmato a Berlino.

L’8 maggio 1945, nel sobborgo berlinese di Karlshorst, alla presenza dei rappresentanti delle forze armate dell’Unione Sovietica (il maresciallo Žukov), dell’Inghilterra (il maresciallo d’aviazione A. Tedder), degli Stati Uniti (il generale Spaatz), della Francia (generale de Lattre de Tassigny) e del feldmaresciallo Keitel, capo del comando supremo, dell’ammiraglio Friedeburg, del generale d’aviazione Stumpff, per la Germania, venne firmato l’atto di capitolazione incondizionata.

Dopo la firma dell’atto, dal 9 al 17 maggio 1945 si consegnarono ai sovietici 1 milione e 391 mila uomini. La guerra in Europa era terminata. Le potenze della coalizione antifascista con in testa l’Unione Sovietica avevano vinto la lunga e sanguinosa guerra.

I popoli sovietici, che avevano sopportato la maggior parte del peso della guerra e avevano avuto le perdite maggiori, insieme ai popoli amici salutarono trionfalmente questo storico avvenimento.

Il 9 maggio, giorno della definitiva capitolazione della Germania nazista, venne dichiarato dal presidente del soviet supremo dell’Unione Sovietica “giorno della vittoria”.

Il 24 giugno, a Mosca, sulla piazza Rossa venne organizzata la parata della vittoria, alla quale parteciparono reparti di tutti i fronti, composti da eroi della guerre patriottica. A capo dei reparti di ogni fronte marciavano i gloriosi comandanti sovietici. Durante la parata, davanti al mausoleo di Lenin vennero deposte 200 bandiere strappate alle truppe naziste.

Il presidium dell’Unione Sovietica concesse medaglie “per la vittoria sulla Germania nella grande guerra patriottica del 1941-1945” e per “il lavoro eroico nella grande guerra patriottica 1941-1945”

Roma, lo sgombero con metodi di “pulizia etnica” del centro sociale Scup. Occupato in serata nuovo spazioAutore: fabio sebastiani da: controlacrisi. org

“Buongiorno. Sono la mamma di un bambino con diagnosi di autismo. Le ruspe stanno demolendo Scup. Lo spazio autogestito che ha accolto i nostri figli in attività culturali e sportive, che ha permesso a persone con autismo di essere incluse in contesti neurotipici, quelli che abitualmente ci vengono negati”. E’ la lettera che sta girando on line e che ben fotografa l’intervento “da pulizia etnica” di questa mattina presso il Centro sociale Scup. Scortate dalle forze dell’ordine sono entrate due ruspe che hanno cominciato a demolire l’edificio mentre alcuni operatori hanno buttato nel cortile tutto ciò che hanno trovato dentro: materiali educativi, libri, strutture varie, computer, e quanto altro serviva agli occupanti per portare avanti le loro numerose attività sociali. Il Comune di Roma Capitale si è affrettato subito a prendere le distanze, ma la realtà è che la politica degli sgomberi il sindaco Marino la sta interpretando fino in fondo. Ieri infatti è toccato a Corto Circuito, mentre nelle settimane passate ad altri centri sociali. La reazione dei militanti, dei cittadini e di quanti sono accorsi sul posto dopo un primo allarme partito con il tam tam cittadino è stata forte. Nel pomeriggio è stata convocata una assemblea cittadina. Allo Scup sono giunti anche alcuni rappresentanti del consiglio comunale e il presidente del Municipio dove sorge l’edificio. L’ assemblea si è conclusa con la decisione di occupare un altro spazio, a poca distanza da via Nola, sito in via della stazione Tuscolana. Qui le foto della devastazione

“Arturo ha 4 anni, non frequenta la scuola materna perché il comune di Roma non è stato in grado di predisporre per lui un piano di inclusione scolastica – scrive ancora la mamma – . Frequenta Scup. Il 13 giugno avrebbe preso la cintura verde di capoeira insieme ai suoi coetanei. Per la prima volta l’attività (low cost tra l’altro) non aveva bisogno di un mediatore o di un’insegnante di sostegno”.

“Ieri i sigilli al Corto circuito, oggi lo sgombero dello Scup: anche se sono vicende diverse e al di là dei contesti e delle specificità – dichiara in una nota il segretario del Prc Paolo Ferrero – il problema di fondo è l’assenza della Giunta di Roma rispetto al tema della casa e degli spazi sociali. Sindaco e la Giunta sembrano fare il pesce in barile: il Comune ha un’idea di cosa valorizzare e cosa contrastare? Gli sgomberi nella capitale stanno diventando di ordinaria amministrazione: gli spazi sociali andrebbero difesi e alimentati, non chiusi”

SCUP era già stato sgomberato nel gennaio del 2013, ma la risposta all’intervento delle forze di polizia non si era fatta attendere, con un corteo di centinaia di persone che aveva occupato un altro stabile sulla stessa strada, per poi rioccupare lo spazio originario.

In una nota il Campidoglio precisa che le operazioni di sgombero dell’immobile 
di via Nola 5 operate dalle Forze dell’Ordine, riguardano iprovvedimenti stabiliti dall’autorità giudiziaria per la restituzionedell’edificio occupato alla società privata che ne è proprietaria. “L’unica competenza del Campidoglio, proprio perché si tratta di unimmobile privato, riguarda le norme urbanistiche”. Roma Capitale ha già negato nei mesi scorsi per questo stabile il cambio di destinazione di uso, richiesto dal proprietario, che voleva avvalersidell’applicazione del piano casa regionale. “Il Campidoglio continuerà – si legge ancora nella nota – a vigilare, oggi e in futuro, affinché vengano rispettati tutti ivincoli – nello specifico, verde pubblico e servizi pubblici locali -previsti dal Piano Regolatore per la struttura in questione”.

Infine la presa di posizione del deputato del Pd Marco Miccoli, già segretario del Pd di Roma. “Devo dire francamente che lo sgombero e la demolizione dei Scup non erano necessari. L’immobile occupato in viaNola, valorizzato e reso fruibile al territorio da parte deglioccupanti, era stato oggetto di una mia interrogazione parlamentareche chiedeva lumi rispetto alla cessione dell’immobile da parte delloStato a privati, operazione decisa nel 2010 dall’allora MinistroTremonti appannaggio di una società con capitale sociale di soli 10mila euro di proprietà di due soci ultraottantenni. Chiedevochiarimenti circa la trasparenza dell’operazione finanziaria dellacessione: ad oggi non è giunta alcuna risposta”

Pd, la pattuglia dei dissidenti pronti a fare i “guastatori” dall’interno ma ormai sembrano circondati Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Civati esce dal Pd, senza però portarsi dietro i senatori a lui vicini, aalmeno per ora. Tattica o divisioni profonde? La pattuglia di dissidenti preferisce rimanere nel partito per poter contrastare meglio, insieme ai bersaniani, le riforme costituzionali e gli altri provvedimenti del governo come il ddl scuola. “Voglio fare scelte condivise e coordinate con chi in questi mesi ha portato avanti proposte diverse dal governo Renzi”, dice Stefano Fassina in una intervista al Manifesto. “E comunque in queste ore sono completamente concentrato sulle correzioni profonde da fare al ddl scuola –aggiunge -. Ora questa è la mia priorità. Ovviamente quello che è avvenuto lascia il segno, ormai non mi sento di escludere niente”.
Uno scenario che la maggioranza Dem si prepara ad affrontare innanzitutto tentando di riaprire il dialogo con Forza Italia e gli ex 5 stelle. Intanto, Civati intensifica i contatti con Nichi Vendola e Sel. Anche ieri il leader di Sinistra Ecologia e Libertà aveva rilanciato la sua idea di scioglimento del partito e del gruppo per dar vita ad un soggetto nuovo e più grande. Artefice e protagonista di questo disegno lo stesso Civati che, subito dopo aver annunciato la rottura con il Pd si è sentito “strattonare” dal coordinatore di Sel: è questo il momento giusto – ha detto Fratoianni chiamando a raccolta i “rossi” – per costruire la nuova formazione. Ma l’addio di Civati è non per aderire a Sel nell’immediato, quanto per aprire dopo le elezioni regionali un cantiere con l’obiettivo di costruire assieme a Sinistra e libertà e altri “una sinistra di governo” nella quale potrebbero esserci alcuni interlocutori come Maurizio Landini. L’obiettivo è “un progetto di sinistra di governo. Con Landini ci siamo visti, per me è un interlocutore. Non credo che la sua iniziativa si chiuda in un fronte sindacale”,dice Civati in un’intervista al ‘Corsera’. Per Civati, la prossima settimana potrebbero esserci “altri movimenti. Sarà interessante vedere chi si muove con me, a partire dal Senato”. “Io non ho tradito – rivendica poi – E’ Renzi che non ha rispettato il programma con il quale siamo stati eletti. Esco per coerenza, per le troppe differenze di metodo e di merito e per lo spostamento a destra del baricentro politico”.

Tuttavia Civati non porta con se i senatori a lui vicini (Corradino Mineo, Lucrezia Ricchiuti, Sergio Lo Giudice, Nerina Dirindin, Walter Tocci e Felice Casson). Mineo ha raccontato di una riunione martedì sera con i senatori bersaniani dove si sarebbe deciso di far fronte comune per contrastare meglio tutti i provvedimenti del governo, dal ddl Scuola (arriverà a Palazzo Madama il 20 maggio) alle riforme costituzionali, che saranno incardinate dopo le elezioni regionali.
Si tratta 22 senatori determinanti, visto che la maggioranza senza di loro scende da 170 a 148, ben al di sotto dei 161 voti che rappresentano la maggioranza assoluta in Senato. Insomma i civatiani sono in grado di far male al Pd e al governo rimanendo nel partito.
Gli esponenti delle altre minoranze del Pd hanno tutti addossato la colpa dell’uscita di Civati a Renzi. Il premier ha evitato dichiarazioni, e chi gli ha parlato riferisce che egli si aspettava questa rottura e che non ha drammatizzato. “Sono dispiaciuto ma era una decisione preannunciata da tempo”, ha detto Lorenzo Guerini.
Per quanto riguarda la maggioranza al Senato, il vicesegretario dem ha detto di non essere “impensierito”. Parole minimaliste che celano che il gruppo democratico del Senato sta già lavorando a neutralizzare i 22. “Io non ho mai chiesto a un senatore – ha spiegato il capogruppo Luigi Zanda – di entrare nel Pd o di cambiare campo, ma credo che dopo le regionali il quadro possa subire altre modifiche”. In pratica i vari gruppi ex M5s ma anche i piccoli partiti del centrodestra hanno interesse a prolungare la legislatura per ridarsi un assetto politico più solido.
L’altra strategia, ha detto Giorgio Tonini, punta a una ripresa del dialogo con FI, anch’essa bisognosa di allontanare le urne per ristrutturarsi. E infatti il capogruppo Paolo Romani ha espresso la volontà “nel prossimo passaggio parlamentare delle riforme costituzionali, di giocare una nuova partita utile ad inserire modifiche respinte in prima battuta”.

Roma Capitale, il futuro è in mano ai capitali speculativi senza una forte mobilitazione popolare. Se ne parla domani a Casal Bertone Autore: fabio sebastiani da. Controlacrisi.org

“Roma 2030, una città a misura dei lavoratori, proposte per il cambiamento”. E’ il titolo della conferenza che si terrà oggi 8 maggio alle 16.30 presso i magazzini popolari di Casal Bertone (via Baldassarre Orero, 61) a cura del circolo Prc dei lavoratori Atac. Si tratta del tentativo di mettere insieme gli elementi di una analisi sul futuro socio-economico di Roma e quindi sulla possibilità di produrre proposte concrete che rappresentino una alternativa chiara. Per l’occasione è stato prodotto un documento molto interessante che parte dalla crisi economica e passa per le dinamiche politiche delle varie giunte attraversando anche la vicenda di Mafia Capitale, elemento non certo secondario in uno scenario che vede il governo della città sempre più subordinato ai poteri forti. Nel documento, ovviamente, ci sono anche i capitali dedicati alle proposte, e quindi le basi per un programma che segni la costruzione di una opposizione reale a tutto questo. Qui di seguito due passi centrali stralciati dal documento.

Dove vanno i capitali per fare i profitti
“Nel Lazio gli investimenti si spostano da costruzioni, commercio e turismo, settori tradizionalmente presidiati a Roma e oggi più colpiti dalla crisi, per dirigersi verso due aree ben individuate: quella delle utilities(acqua, energia elettrica, gas, e rifiuti) e quella dei servizi relativi a sanità e istruzione. Ciò perché, leutilities, essendo di fatto dei monopoli, sono meno soggette alle dinamiche concorrenziali e al calo del saggio di profitto e garantiscono prezzi più alti e quindi utili maggiori. La sanità, e più limitatamente l’istruzione, sono altre galline dalle uova d’oro, perché il pubblico non solo garantisce lauti sovvenzionamenti ai privati che vi investono ma continua anche ad accollarsi le attività più onerose e meno vantaggiose economicamente.
Non è un caso, dunque, che i settori economici e politici che contano, a Roma e in Italia, spingano per le privatizzazioni. Il governo di Renzi e Padoan è ben deciso a procedere su questa strada, prevedendo ben 40 miliardi di privatizzazioni tra 2015 e 2018. In realtà, le privatizzazioni più appetibili dal capitale, specie dai «capitalisti de noantri», sono quelle delle utilities, in particolare delle municipalizzate e non certo quelle delle industrie manifatturiere controllate dallo Stato, che faticano a trovare acquirenti. In quest’ultimo settore, infatti, bisogna vedersela con un’agguerrita concorrenza internazionale. Non è un caso che personaggi a Roma molto influenti, come Francesco Gaetano Caltagirone (che ha creato la sua fortuna come «palazzinaro») stiano riconvertendo cospicue fette dei loro interessi in direzione delle utilities. Caltagirone in questi ultimi anni ha incrementato la propria partecipazione in Acea fino al 15,8% del capitale sociale e recentemente ha tentato, sia pure per il momento senza esito, di incrementare ulteriormente la sua quota. Ma le utilities romane e laziali non fanno gola solo ai palazzinari indigeni, sono nel mirino anche delle multinazionali straniere come la francese Suez Environnement che possiede il 12,74% di Acea.
Le privatizzazioni delle municipalizzate rappresentano un aspetto strategico in Italia e in particolare a Roma. La quota maggiore delle imprese a partecipazione pubblica, ed in conseguenza degli addetti, si trova nel Centro Italia e il Lazio, con 430mila addetti, rappresenta da solo il 45% del totale Italia (2012). Quanto possa valere la citta di Roma all’interno del dato complessivo laziale è facile immaginare.

Mafia capitale
“E’ nelle maglie del complesso processo di esternalizzazione dei servizi comunali, progressivamente realizzatosi in questi anni, anche in funzione del taglio dei trasferimenti agli enti locali da parte dello Stato, che si è realizzata la penetrazione dell’holding criminale, capeggiata dal neo-fascista Carminati. E’ quindi la trasformazione dell’assistenza pubblica in un mercato, il «privato sociale», e la ricerca, quindi, del «profitto» sui fenomeni di marginalità sociale ad aver posto le condizioni per il malaffare.
Il crimine organizzato era, infatti, ben interessato, non a risolvere le cosiddette emergenze, dalle quali come si vedrà ha tratto lauti profitti, quanto a perpetuarle. Il business delle «emergenze» (segnatamente quella abitativa, quella migratoria e quella dei Rom) è dunque figlio delle esternalizzazione dei servizi, a loro volta derivate da una precisa gamma di politiche neo-liberiste, adottate in Italia negli ultimi decenni.
Nel gennaio 2014 gli ispettori della Ragioneria dello Stato, in un rapporto, segnalavano le irregolarità degli appalti che il Comune di Roma aveva garantito a tre cooperative: il consorzio Eriches, il Consorzio casa della solidarietà e la Domus Caritatis. Per rispondere all’emergenza abitativa il Comune, attraverso delibere, convenzioni e proroghe, aveva, infatti, affidato loro quasi 30 milioni di euro l’anno, sebbene l’importo – osservava l’Ispettorato – fosse «largamente superiore al limite previsto dalla legge al di sopra del quale cui il fornitore dovrebbe essere individuato mediante una gara europea». Attraverso le procedure «straordinarie», dettate dalle «emergenze», Salvatore Buzzi – il sodale di Carminati – era quindi riuscito ad assumere il controllo di 2.965 posti letto, destinati ai più deboli della nostra società: richiedenti asilo, minori stranieri non accompagnati, famiglie italiane travolte dalla crisi, senza tetto, madri sole e rom. Come testimoniato dalle intercettazioni pubblicate sui giornali l’holding criminale di Carminati, non a caso, giudicava più profittevole lucrare sulla marginalità sociale che attraverso lo spaccio di sostanze stupefacenti.
Al sodalizio criminale, capeggiato da Carminati, non era ovviamente estranea, ne era anzi un ganglio fondamentale, una certa imprenditoria romana assai disinvolta in termini di ricerca di profitti facili. Un ruolo chiave – secondo le ricostruzioni circolate – veniva, non a caso, rivestito da Cristiano Guarnera, le cui imprese nel settore edilizio costituivano il perfetto complemento del quadro delineato. Nel 2010 la Giunta Alemanno aveva, infatti, creato un sistema di «assistenza alloggiativa temporanea anche con servizi di accoglienza», grazie al quale il Comune garantiva 24 euro al giorno a persona alla cooperativa destinataria dell’appalto, cui spettava il compito di trovare la casa e di affidarla. E’ così che Guarnera, una volta entrato nel circuito illecito degli appalti pubblici, era riuscito, tra gli altri, ad affittare quattordici appartamenti, in località Selva Candida, nell’ambito del piano per l’emergenza abitativa. In via diretta e senza alcuna procedura di evidenza pubblica sono, quindi, state coinvolte diverse imprese, il cui compito era soddisfare le esigenze connesse al piano di «emergenza abitativa», promosso dall’amministrazione comunale”.

Vendola: “Sel si scioglie, pronti a nuovi gruppi. Pisapia il nostro leader? Incarna la nuova sinistra” Fonte: La RepubblicaAutore: Giovanna Casadio

24desk-spalla-civati-vendola

“Siamo pronti a costituire gruppi nuovi sia alla Camera che al Senato”. Nichi Vendola leader di Sel, è già al lavoro e lancia l’appello per una grande sinistra: “Partiamo con chi ci sta”.

Vendola, è arrivato il momento di sciogliere Sel?
“Intanto Sel non ha presentato i propri simboli nella competizione delle regionali. Abbiamo già avviato l’allargamento. Ora possiamo lanciare i gruppi nuovi”.

E chi pensa di attrarre?
“Il nostro progetto politico non è la conservazione di un piccolo partito, vogliamo creare una grande sinistra innovativa sul piano politico- culturale”.

Con chi farete il gruppo a Montecitorio?
“Innanzitutto nel paese c’è un’opposizione sociale che cresce, che non accetta la religione dell’obbedienza, la politica ridotta a marketing e ritiene sia giunto il momento di tradurre politicamente la domanda di cambiamento che ha riempito le piazze, denunciando l’insopportabilità delle scelte dell’ex Pd”.

Ex Pd?
“Sì, ex. Ormai è il partito della Nazione, un mix micidiale di populismo e di trasformismo, di cedimento agli interessi pesanti delle grandi lobby economiche e di radicamento nei territori del mercato elettorale e del voto clientelare. La Campania di De Luca, la Liguria della Paita, la desolante scena siciliana, denunciano questa mutazione genetica che è il partito della Nazione”.

Lei spera che arrivino altri dissidenti dem nelle file di questo rassemblement di sinistra?
“Non sono impegnato in un’opera di reclutamento nel mio contenitore. Mando un messaggio a tutti coloro che pensano che la solitudine dei lavoratori, la precarietà esistenziale dei giovani, la povertà disseminata siano la ragione sociale di una sinistra che non rinuncia ai progetti di trasformazione radicale. Dobbiamo uscire dal bivio: o un riformismo subalterno che smarrisce per strada il tema della giustizia sociale o un radicalismo che si contenta di testimoniare il disagio del mondo”.

È un progetto insieme con Landini?
“La “coalizione sociale” di Landini è una prospettiva necessaria a ricostruire vincoli di solidarietà. Altrimenti vince la logica del “ciascuno si salvi da solo”. Ma c’è bisogno di costruire non la somma algebrica delle sinistre sconfitte, bensì una nuova agenda di governo, un nuovo vocabolario di una sinistra che non vuole essere né omologata né minoritaria”.

Quali saranno i tempi per sciogliere i gruppi parlamentari di Sel?
“La scomparsa di quella che Bersani chiamava la “ditta” è già un fatto. Perciò a chi è uscito compiendo un atto di coraggio come Civati e Pastorino; a chi sente esaurita l’appartenenza a un luogo, il Pd, così sfigurato; a chi nelle aule parlamentari sta in altri gruppi; a chi, fuori dalle istituzioni sente l’impellenza di rispondere alla domanda di sinistra di cui parla Susanna Camusso, dico: partiamo, è arrivato il tempo. Senza problemi di primato, questioni di leadership. La politica è una schifezza anche perché c’è stata una troppo lunga vacanza della sinistra. La dialettica vecchio/nuovo, lento/veloce che ha sostituito quella tra destra e sinistra, fa vincere un trasversalismo della politica che è la pancia in cui cresce la corruzione”.

Chi potrebbe essere il leader alternativo a Renzi? Giuliano Pisapia?
“Non è male ricordare che Pisapia è il miglior sindaco d’Italia, un vero riformatore. Incarna l’immagine di una sinistra dei diritti e delle libertà. Detto questo non tocca a me incoronare o tirare per la giacca…

Lei cosa farà finito il mandato di “governatore” della Puglia?
“Fuori dal ruolo istituzionale, sarò più libero di impegnarmi per questo progetto, questo sogno, questa narrazione. Se non ora, quando?”