(Dis)occupazione giovanile. Storie di precarietà nelle foto di Simona Hassan da: ndnoidonne

Simona Hassan è l’autrice di “(Dis)occupazione giovanile – Italians do it better”, progetto fotografico che ritrae i volti, e racconta le storie, di chi si nasconde dietro i numeri sulla precarietà, esistenziale e lavorativa.

inserito da Marta Facchini

Elisa da Padova, 31 anni, dopo il tempo passato alla ricerca di un lavoro qualunque, ha deciso di investire nella sartoria, unica formazione che le interessa davvero. Serena, bolognese di 26 anni, laureata in Pubblicità, Editoria e Creatività d’impresa, dalle case editrici ha sempre ricevuto proposte di lavoro gratuito. Laura, invece, ha lasciato Napoli, dove non vedeva la possibilità di realizzare le proprie aspirazioni, per Milano. Dopo avere accumulato stage non retribuiti ed esperienze lavorative quasi sempre deludenti, Anna ora progetta di aprire una propria biscotteria.

Sono alcune delle storie raccolte da Simona Hassan, la giovane fotografa autrice del progetto “(Dis)occupazione giovanile – Italians do it better”, racconto corale e itinerante sulla generazione del lavoro flessibile, delle partite Iva e dei contratti a progetto. Attraverso diciassette città italiane, Simona ha ritratto le donne e gli uomini che si nascondono dietro i numeri del non-lavoro. Perché quel tasso del 42%, il livello più alto dal primo trimestre del 1977, nasconde e mette in silenzio le vite di chi un lavoro lo cerca. E di chi pure un impiego l’ha trovato, ma alla condizione della mancanza di tutele e diritti.

Quasi sempre fotografati nelle camere da letto, che per molti sono rimaste quelle di sempre, i protagonisti di “(Dis)occupazione giovanile” diventano la rappresentazione di una precisa condizione esistenziale, quella dell’attesa e della sospensione, dei vuoti da riempire. Così la stanza tutta per sé di un tempo è il segno di un legame, ancora troppo forte, che unisce al passato. Che definisce la dipendenza economica dal nucleo familiare, nonostante gli anni di studi già intrapresi e le figure professionali raggiunte.

Eppure, a differenza di quello che un colpo d’occhio poco accorto potrebbe rimandare, Simona non ritrae degli sconfitti. Non sono rassegnate a una condizione di impotenza, o alla non possibilità dell’azione, le voci ascoltate dalla Hassan. Al contrario, continuano a parlare e a progettare. A cercare il riconoscimento delle proprie aspirazioni, non accettando sempre il lavoro a ogni costo, anche quello dell’annullamento della libertà personale e dei diritti. Come Romolo e Carlotta che, a Santa Teresa di Gallura, hanno pensato e ideato uno spazio per la musica alternativo alle solite forme di turismo. O Valentina, diploma in fotografia e laurea in Lettere, co-fondatrice di Stavio, cooperativa che produce birra artigianale.

In “(Dis)occupazione giovanile – Italians do it better” rendi visibili i volti di chi si nasconde dietro le note percentuali della disoccupazione. Partendo da Bologna, e proseguendo attraverso diciassette città, hai raccolto trenta storie. “Parlo dei giovani sognatori che questo bel paese dovrebbero costruirlo, ma a cui hanno sottratto gli strumenti per farlo […] Poi parlo dei compromessi e delle ingiustizie a cui si sono dovuti abbassare tutti quelli che un impiego ce l’hanno, se così si può dire”, scrivi tu stessa. Come nasce l’idea di “(Dis)occupazione giovanile”?

L’idea di “(Dis)occupazione giovanile” nasce dal bisogno di ripartire dalle persone e dalle loro storie. Il problema del lavoro in Italia è aggravato anche da questo: ci si è dimenticati delle persone, dei bisogni, dei desideri e dei sogni che hanno. Noi, invece, abbiamo bisogno di parlare, di confrontarci, di guardarci negli occhi e sapere che non siamo i soli a vivere un periodo storico pieno di nuove difficoltà. Il progetto vuole mettere in primo piano le storie, le situazioni, le difficoltà che i giovani in Italia vivono nel loro quotidiano. I media e la politica non parlano mai di cosa vuol dire concretamente avviare un’attività senza avere alcuna garanzia, di che tipo di lavoro ci sia in giro (sottopagato, umiliante), di cosa vuol dire non lavorare per mesi e mesi, costruire con difficoltà qualcosa di proprio, sentirsi incredibilmente soli e senza risposte, scontrarsi con la burocrazia o con l’impossibilità di realizzarsi. Nessuno racconta cosa vuol dire decidere di partire, mettere in gioco e mettere continuamente in discussione se stessi, cercare di sfuggire a un certo senso di colpa, non riuscire a immaginare nulla di sé, rinunciare continuamente, fregarsene e prendere una strada qualunque purché succeda qualcosa, sentirsi soddisfatti come non mai perché si è riusciti, nonostante tutto, a costruire qualcosa che ci rende felici.

Molte delle donne e degli uomini che hai fotografato sono ritratti nelle loro camere da letto. Cosa può raccontare uno spazio di chi lo occupa?

Moltissimo. Ho scelto questo spazio, la camera da letto, perché è di per sé molto eloquente: è un legame con quello che siamo stati, è la fotografia di quello che siamo, che decidiamo di portare con noi. È la difficoltà di non riuscire a distaccarci da un’adolescenza che diventa sempre più lunga e crearci uno spazio che sia davvero nostro. La camera da letto diventa la gabbia d’oro in cui tendiamo a rifugiarci, che ci culla perché intrisa di ricordi ed emozioni, ma che spesso finisce per isolarci e imprigionarci in uno stato immobilizzato e da cui non riusciamo a trarre l’energia necessaria per pensare a un cambiamento. La stanza è il simbolo di una precarietà che da lavorativa diventa esistenziale.

Sul sito del progetto, si coglie la forma multimediale che caratterizza il tuo lavoro. Accanto alle foto, hai inserito l’audio delle interviste da te realizzate. Come nasce l’idea di adottare uno storytelling collocato su due registri narrativi, le foto e l’audio?

L’idea è nata dal bisogno di restituire il più possibile quello che l’incontro con le persone con cui ho parlato mi avrebbe dato. I silenzi, le pause, le risate e le esitazioni possono dire tanto, avvicinarci meglio e aiutarci a immaginare con emozione le storie raccontate. Quando si parla della vita delle persone credo sia necessario farlo nel modo più completo, empatico e stimolante possibile. Farlo attraverso le immagini e le parole, scritte e pronunciate, credo sia stata la strada giusta da prendere. Si è parlato di lavoro e inevitabilmente di vita, futuro, felicità. Parole da ripetere e non dimenticare.

“(Dis)occupazione giovanile” è portato avanti attraverso il crowdfunding. Perché questa scelta?

La scelta del crowdfunding è stata dettata dal fatto che è molto difficile trovare qualcuno che finanzi reportage in Italia. I giornali non pagano più e non volevo che un qualsiasi altro ente potesse etichettare il progetto, ma neanche rinunciare. Così ho pensato a una forma collettiva, dal basso, che rientrava molto anche nello spirito del progetto: costruire qualcosa insieme, anche a livello molto pratico, qualcosa fatta da noi per noi. Grazie a Vizibol, la piattaforma dove ho condotto la raccolta fondi, sono riuscita a finanziarmi in modo autonomo il viaggio con una soddisfazione in più. In questo modo “(Dis)occupazione giovanile” è diventato un progetto collettivo, in tutti i sensi, e ringrazierò sempre chi lo ha finanziato, perchè senza non sarebbe stato possibile niente di quello che questa raccolta di storie è diventata.

| 13 Aprile 2015

Ecco la “parentopoli” al Cara di Mineo assunzioni e sagre con i soldi dei migranti da: la sicilia

LO SCANDALO

Ecco la “parentopoli” al Cara di Mineo

assunzioni e sagre con i soldi dei migranti

di Mario Barresi – Nostro Inviato

MINEO – Dalla sagra del carciofo all’assunzione del nipote del sindaco; dalla festa del patrono al posto di lavoro per il candidato trombato o per il consigliere comunale disoccupato. Tutto sotto lo stesso “conto”: paga l’industria dell’accoglienza. E non c’è alcun dubbio che il Calatino sia una terra accogliente. Perché, oltre ai circa 3.200 aspiranti rifugiati politici ospiti del Cara di Mineo (oltre 4mila nei picchi del flusso di sbarchi), sul territorio si è consolidata una fittissima rete di strutture di supporto. Con decine di milioni di euro spalmati sul territorio: circa 97 milioni solo per la gestione triennale del Cara, con un indotto (fra stipendi e forniture) stimato in un milione al mese; a queste cifre bisogna aggiungere i fondi che arrivano dal ministero per Sprar e minori non accompagnati. Ma la fabbrica dell’integrazione è talmente fiorente che sul territorio – nei 9 comuni affiliati al consorzio “Calatino Terra d’Accoglienza”, stazione appaltante per il Cara, ma anche in molti altri del comprensorio – vengono spalmati contributi a pioggia per sagre, feste patronali, rassegne estive e natalizie; una vera e propria “tabellina H” di cui ci occupiamo in dettaglio in un altro articolo. Fatti sui quali la procura di Caltagirone ha da poco aperto una inchiesta al momento contro ignoti.

 

Quasi un migliaio di posti di lavoro, nell’ambito della libertà che il mercato garantisce alle imprese private senza che – questo è bene precisarlo – si configuri alcun tipo di reato. Non c’è certo bisogno di un bando pubblico, per assumere chi si vuole come cuoco o mediatore culturale al servizio dei migranti. Il discorso cambia, dal punto di vista politico, se questi posti di lavoro sono spartiti scientificamente – in una sorta di “manuale Cencelli” in salsa calatina – fra i comuni “soci”, come qualche sindaco ha ammesso in pubblico. Cambia, dal punto di vista etico, se decine di questi assunti sono parenti degli amministratori o addirittura consiglieri comunali in prima persona. E cambia, dal punto di vista giudiziario (e magari penale), se a queste assunzioni corrispondono, incrociando verbali consiliari e dati dell’ufficio del lavoro, “transumanze” da un partito all’altro, dall’opposizione alla maggioranza; ipotesi ben grave del “semplice” (si fa per dire) sostegno a un candidato – dalle Amministrative alle Europee, passando per le Regionali – prima, durante o dopo la firma di un contratto di lavoro.

 

Tutto è maledettamente trasversale. La “parentopoli” di Cara e dintorni – le cui carte dalle quali traiamo spunto sono sui tavoli delle Procure, che indagano anche su gestione e appalti, e della commissione Antimafia all’Ars, oltre che di dossier messi assieme dalle opposizioni, riunite in due diversi coordinamenti comprensoriali – non riguarda soltanto l’Ncd del presunto “indagato eccellente”, Giuseppe Castiglione. Ci sono dentro (quasi) tutti. E c’è dentro fino al collo anche il Pd, che domenica ha tuonato contro lo scandalo Cara, chiedendo il commissariamento del centro con un documento votato dalla direzione provinciale. Partiti, ma non solo. Perché anche sindacati e associazioni sono in prima linea nella gestione di posti ed eventi.

 

Ramacca

Proprio del Pd è il sindaco di Ramacca, Francesco Zappalà, prima “gola profonda” in un’ormai celeberrima intervista a SudPress nella quale dichiarava che al Cara per il suo comune «sono state assunte 35 persone, più di 25 le ha fatte Pippo Limoli di Ncd, 5 o 6 il sindacato, qualche deputato s’è fatto qualche nominativo». E a lui? «Mi hanno favorito in qualche nominativo». Una denuncia coraggiosa, seppur tardiva, se non fosse che la parentopoli ramacchese è piuttosto diffusa. «Una triangolazione fra Pd, Cgil e Ncd sull’asse Zappalà-Vitale-Limoli», la definiscono un gruppo di consiglieri d’opposizione firmatari di un documento consegnato al leader della Lega, Matteo Salvini. Con nomi legati allo stesso primo cittadino: tre nipoti assunti al Cara. Dove sono entrati anche i figli dei consiglieri comunali Paolo Cafici, Salvatore Pedalino e Anna Gurrisi. Singolare il caso del consigliere Sergio Ialuna: esce dalla maggioranza, dichiarandosi indipendente, dopo il licenziamento del fratello dal Cara. Una coincidenza? Può darsi.

 

Ma un altro pozzo di posti è anche il locale Sprar, che il sindaco Zappalà si vanta di «non aver fatto conPaolo Ragusa», riferendosi al potentissimo presidente di Sol. Calatino, consorzio di cooperative nell’Ati che s’è aggiudicata la gestione del Cara. E infatti a Ramacca lo Sprar è gestito da “Luoghi Comuni” di Acireale, lo stesso dello Sprar di Melilli e del Cpsa di Pozzallo, quest’ultimo oggetto di indagini della Procura iblea. Allo Sprar di Ramacca lavora la moglie di un consigliere comunale, Giuseppe Paglia. Ma anche il figlio della dirigente dell’ufficio Servizi sociali, Cristina Di Mauro, che ha un ruolo di controllo e rendicontazione sull’attività del centro. E poi, nell’ambito dell’”integrazione” anche fra i comuni, il responsabile dello Sprar ramacchese èDavide Grasso, nipote di Pippo Grasso, sindaco di Castel di Judica. Il giovane è anche socio della coop “Le Tre Lune” (vicina alla Cgil del presidente del consiglio comunale, Maurizio Vitale) che ha ottenuto dal comune ramacchese l’affidamento diretto triennale, per 45mila euro, dei servizi di «assistenza alla genitorialità».

 

Castel di Judica

Lo zio di Davide è appunto il sindaco di Castel di Judica, Pippo Grasso. Amico personale di Ignazio La Russa(Forza Italia), ma anche dialogante con Ncd, in una seduta consiliare dichiarò che gli avevano «garantito la possibilità di effettuare 25 assunzioni fra Cara e Sprar». Fra queste: al Cara il capogruppo di Ndc, Pierluca Torrisi, il figlio del presidente del Consiglio comunale, Antonino Sindoni (per tre mesi, contratto non rinnovato) e il figlio del consulente del sindaco, Vincenzo Trovato. Allo Sprar, sorto in un immobile di proprietà di un cugino di un consigliere Ncd, anche il consigliere di centrodestra Emanuela Russo. Anche due associazioni vicine a consiglieri o candidati non eletti della lista del sindaco Grasso sono in prima linea nella gestione di sagre del pecorino e rassegne. Con soldi del “sistema Cara”.

 

Mineo

Il sistema naturalmente ha il suo “ombelico” a Mineo. Simboleggiato dalla storia dell’attuale sindaco Anna Aloisi. Da consulente legale di Sol. Calatino a presidente del consorzio dei comuni, il sindaco di Ncd – sostengono gli oppositori – ha avuto una notevole “spinta” in campagna elettorale. Con un dato statistico curioso, raccolto dalla minoranza all’ufficio del lavoro: 24 assunzioni nel trimestre caldo delle Amministrative. «E 24 famiglie, in un paesino, decidono una vittoria ottenuta per meno di 300 voti», sibilano gli sconfitti col dente avvelenato. E anche qui la mappa delle assunzioni non è al di sopra di ogni sospetto. Il vicesindacoSalvo Tamburello – ex lombardiano oggi Ncd, già dentro il Cara prima della nomina tramite la Croce Rossa – ha una sorella impiegata al consorzio Sol. Calatino; l’assessore Massimo Pulici, da anni dipendente di Sol. Calatino, avrebbe piazzato anche un nipote e un cognato. Fra i consiglieri: Giuseppe Biazzo, capogruppo della maggioranza vicino a Ncd, è componente del Cda di Sol. Calatino, mentre la moglie lavora allo Sprar menenino; il consigliere Mariella Simili lavora al Cara, così come il figlio della collega Caterina Sivillica e il fratello del collega Gianluca Barbanti, mentre allo Sprar risultano assunti la moglie del vicepresidente del Consiglio, Mario Margarone, ma anche (a Grammichele) Riccardo Tangusso, assessore designato da Giuseppe Mistretta, candidato sconfitto da Aloisi, poi avvicinatosi alla maggioranza. Nell’orbita del consorzio di Paolo Ragusa («un libero cittadino può sostenere chi vuole», ha detto davanti alle telecamere di PresaDiretta, ammettendo di essere «amico e vicino politicamente all’onorevole Castiglione») ci sono anche candidati non eletti e familiari di altri mancati consiglieri, ma anche persone legate a chi era in maggioranza prima della Aloisi e che oggi fa denunce contro il sistema Cara.

 

Vizzini e Licodia Eubea

Nemmeno Vizzini e Licodia Eubea sono da meno. Più esposto il comune verghiano, guidato dal sindaco Marco Sinatra (equidistante da Ncd e dall’Udc di Nicola D’Agostino in transito verso il Pd), presidente dell’assemblea del consorzio. «Ha fatto entrare una coppia di cugini al Cara», sussurrano dalle opposizioni, quella ufficiale e quella ufficiosa. Ma in un paese di 7mila persone non è difficile trovare un legame di parentela con chi è stato assunto senza ombre. Più complicato trovare delle coincidenze nell’attività di due consiglieri comunali di maggioranza (Vito Arnone ed Eliana Costantino) che lavorano, tramite la coop “Il Sorriso”, al locale Sprar, oltre ad avere delle responsabilità di coordinamento di altri progetti nel comprensorio. In giunta, dopo i recenti rimpasti, sono entrati tre assessori – Santo Cilmi, Santo Lentini e Giuseppe Palma – con prole già in precedenza assunta negli Sprar.

 

A Licodia l’abbraccio Pd-Ncd, al di là di cugini e nipoti di consiglieri comunali, si guarda negli studi legali. E se è una malignità di paese la circostanza che il figlio del sindaco Giovanni Verga (Pd) lavori con uno degli avvocati più gettonati dal Cara, meno politically correct, pur nella libertà professionale e nell’esiguità della parcella, è la consulenza legale allo Sprar del presidente del Consiglio comunale, Alessando Astorino (Ncd), la cui cognata risulterebbe fra gli assunti Sprar.

 

Raddusa

Un altro piccolo paesino, Raddusa, si distingue pure per alcuni legami fra amministratori e assunti. Al Cara, secondo l’opposizione, sono entrati il cognato del presidente del consiglio comunale Salvatore Macaluso (Pd), il figlio dell’assessore Mario Rapisarda (Lista Musumeci) e i nipoti dell’ex vicesindaco Francesco Leonardi e del consigliere Luigi Allegra (Pd).   Nella lista dello Sprar: la sorella del consigliere comunale Carmelo Pagana, il nipote del vicesindaco Serafina Schilirò, la figlia del consigliere Allegra, la zia del consigliereSalvatore Currao, la figlia di Anna Di Leonforte, segretaria del sindaco Cosimo Marotta, che avrebbe piazzato anche il figlio di una candidata non eletta, Maria Gulizia.

 

Gli altri comuni

Meno diffusi le situazioni opache in due comuni non compresi nel consorzio “Calatino Terra d’Accoglienza”. A Caltagirone si segnala il caso del marito del capogruppo di Ncd, Elisa Privitera, al lavoro al Cara; a Grammichele “soltanto” un cugino del presidente del consiglio comunale, Pietro Palermo, all’opera in uno Sprar. «Ma alcuni dei candidati non eletti nella lista del sindaco Salvatore Canzoniere – sostengono dall’opposizione – sono finiti fra cooperative e Spar».

 

Una manna dal cielo. In un territorio dove l’agglomerato industriale di Caltagirone sembra il deserto dei tartari e l’agricoltura boccheggia, l’accoglienza è «come la Fiat», dicono. Sottointendendo: meno male che il Cara c’è.

 

twitter: @MarioBarresi

Mattarella sulla Resistenza: “Pericoloso equiparare la parti in lotta” da: anpi nazionale

17 aprile 2015

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato alla rivista “MicroMega”, per il numero speciale sulla Resistenza (dal titolo “ORA E SEMPRE RESISTENZA”) che uscirà giovedì 23 aprile, un impegnato messaggio di augurio, che ovviamente aprirà il numero.

Il messaggio del Presidente Sergio Mattarella, nel sottolineare che “la Liberazione dal nazifascismo [costituisce l’] evento centrale della nostra storia recente” ha voluto ricordare che “ai Padri costituenti non sfuggiva il forte e profondo legame tra la riconquista della libertà, realizzata con il sacrificio di tanto sangue italiano dopo un ventennio di dittatura e di conformismo, e la nuova democrazia”. Dittatura ma anche conformismo, questi i due mali che hanno caratterizzato il ventennio, per cui “la Costituzione, nata dalla Resistenza, ha rappresentato il capovolgimento della concezione autoritaria, illiberale, esaltatrice della guerra, imperialista e razzista che il fascismo aveva affermato in Italia, trovando, inizialmente, l’opposizione – spesso repressa nel sangue – di non molti spiriti liberi”.

Dopo aver citato una riflessione dell’allora partigiano cattolico liberale Sergio Cotta, il Presidente della Repubblica ha voluto sottolineare la partecipazione di popolo, vieppiù crescente, ad una rivolta che era stata inizialmente di minoranze di spiriti liberi: “La sofferenza, il terrore, il senso d’ingiustizia, lo sdegno istintivo contro la barbarie di chi trucidava civili e razziava concittadini ebrei sono stati i tratti che hanno accomunato il popolo italiano in quel terribile periodo. Un popolo – composto di uomini, donne e persino ragazzi, di civili e militari, di intellettuali e operai – ha reagito anche con le armi in pugno, con la resistenza passiva nei lager in Germania, con l’aiuto ai perseguitati, con l’assistenza ai partigiani e agli alleati, con il rifiuto, spesso pagato a caro prezzo, di sottomettersi alla mistica del terrore e della morte”.

Ecco perché “la ricerca storica deve continuamente svilupparsi” ma “senza pericolose equiparazioni” fra i due campi in conflitto. Perché, ricorda il Presidente rivolto al futuro del Paese, “la Resistenza, prima che fatto politico, fu soprattutto rivolta morale. Questo sentimento, tramandato da padre in figlio, costituisce un patrimonio che deve permanere nella memoria collettiva del Paese”. E conclude rivolgendo a MicroMega “i migliori auguri di pieno successo della vostra iniziativa”.

Il volume si avvale della consulenza di Angelo d’Orsi, che è anche l’autore del saggio introduttivo dal titolo “Mito e anti mito della Resistenza”, e di approfonditi saggi, tra gli altri, di Franco Cordero, Luciano Canfora, Roberto Scarpinato, delle articolate risposte (a un questionario in dieci domande) del cardinale arcivescovo di Perugia Gualtiero Bassetti, di Gustavo Zagrebelsky, di Erri De Luca, di Ezio Mauro, Moni Ovadia, Lorenza Carlassare, Corrado Stajano, Maurizio de Giovanni, Loriano Macchiavelli, Sandrone Dazieri, Marco Vichi, Giancarlo De Cataldo, Valerio Varesi, Giovanni Ricciardi, delle testimonianze e delle memorie di protagonisti come Boris Pahor, Tina Costa, Bruno Segre, Massimo Ottolenghi, Luigi Fiori, Giorgio Mori, Laura Seghettini, Giuliano Montaldo, e degli studi e delle interpretazioni di Alberto Asor Rosa, Paolo Borgna, Marco Albeltaro, Valerio Romitelli, Pierfranco Pellizzetti, Alessandro Portelli, Andrea Martocchia, David Broder, Mirco Dondi, Francesco Giliani, Guido Caldiron.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/messaggio-del-presidente-della-repubblica-a-micromega-per-il-numero-speciale-sulla-resistenza/

“Le persone prima dei profitti”. Contro il Ttip il 18 mobilitazione mondiale! | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Il 18 aprile il mondo si mobilita contro TTIP e trattati di libero scambio In Italia decine di iniziative, centinaia in Europa e negli USA. Saranno 200 nel nostro Paese, migliaia in tutto il mondo. Le organizzazioni in difesa dell’ambiente e della società civile si troveranno nelle piazze di più continenti, per esigere il blocco degli accordi internazionali sul commercio e gli investimenti. L’Europa e l’Italia, insieme agli Stati Uniti, chiederanno l’arresto delle trattative sul TTIP.
“Le persone e il pianeta prima dei profitti” è lo slogan dell’iniziativa che mira innanzitutto al TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), che gli Stati Uniti stanno discutendo in sostanziale segreto con l’Unione Europea. L’accordo prevede l’abbattimento di tutte le barriere non tariffarie al commercio, ossia normative e regolamenti a protezione di beni comuni e servizi pubblici, che le grandi compagnie multinazionali che spingono per la chiusura dell’accordo ambiscono a monetizzare. In cambio di un abbassamento degli standard qualitativi, nonostante le promesse dei promotori, gli studi più ottimistici prevedono nel caso improbabile in cui tutte le condizioni fossero soddisfatte un aumento del PIL europeo appena dello 0.5%, a partire dal 2027. Quelli meno ottimistici, una perdita di posti di lavoro in UE di minimo 600 mila unità.

Stime che non tengono conto dell’aleatorietà delle ipotesi, considerato che solo per l’Italia e per le sue politiche economiche degli ultimi anni, recenti studi della CGIL hanno mostrato scostamenti tra l’ipotizzato e il reale di più del 14%.
Per la Campagna Stop TTIP Italia parteciperanno sono previste circa 30 iniziative in tutto il Paese. Vi saranno manifestazioni e flash mob nelle grandi città – da Roma a Milano, da Torino a Napoli, fino a Firenze – e in molti centri minori.

L’intenzione dei due blocchi, USA e UE, è convergere su una bozza di accordo entro quest’anno, ma la forza dell’opposizione sociale e la richiesta di maggiore trasparenza sta rallentando le decisioni. Una parte del Parlamento Europeo si è detta contraria a un’armonizzazione delle normative con quelle degli Stati Uniti, perché i rischi sono troppo alti e il processo irreversibile. Inoltre, oltre un milione e 700 mila cittadini europei hanno sottoscritto la petizione per chiedere alla Commissione l’immediato arresto delle trattative sul TTIP. Una raccolta di firme che prosegue intercettando il crescente consenso dell’opinione pubblica sul tema, con l’intento di tagliare il traguardo dei 2 milioni ad ottobre.
Sulo Ttip, la Cgil – come la Ces e il sindacato americano – hanno già espresso chiaramente le loro posizioni volte ad evitare l’ulteriore compressione della democrazia – grazie a “cooperazione regolatoria” e meccanismi di disputa investitori/stati – così come a vedere compressi i diritti ambientali, sociali e del lavoro e gli stessi livelli occupazionali generali e/o settoriali. La Commissione Europea – su mandato del Consiglio Europeo, cioè dei governi dell’Unione – è molto attiva sul piano dei trattati commerciali e di investimento e, accanto al negoziato TTIP, sta conducendo altri importanti e pericolosi negoziati bilaterali (come quello sugli investimenti con la Cina) o plurilaterali, come quello TISA sui servizi, mentre ha appena siglato l’accordo CETA con il Canada (“cavallo di troia” per il TTIP) che dovrà essere tra breve posto alla ratifica di Consiglio e Parlamento europei.

L’appello alla mobilitazione cade mentre – a livello mondiale – il WTO sta proseguendo i negoziati “tecnici” applicativi dell’accordo sulle “Trade Facilitations” raggiunto a Bali, come preludio per il proseguimento del Doha Round avviato nel 2001, e i paesi “più avanzati” stanno spingendo per la definizione di “nuove regole” globali, attraverso accordi bilaterali o plurilaterali

Rimosso l’agente. Il resto passa Fonte: il manifesto | Autore: Eleonora Martini

aadiazdentro

«Se pen­sano che per chiu­dere la ferita Diaz e venire a capo dei sen­ti­menti che l’hanno attra­ver­sata in que­sti anni sia suf­fi­ciente libe­rarsi del sot­to­scritto e di qual­che altro col­lega, si sba­gliano». Sta­volta non si può che essere d’accordo con la dichia­ra­zione rila­sciata a  Repub­blica da Fabio Tor­tosa — il poli­ziotto che su Face­book ha riven­di­cato con orgo­glio l’irruzione nella scuola del mas­sa­cro durante il G8 di Genova sol­le­vando il ver­mi­naio che evi­den­te­mente ancora cova tra le forze dell’ordine — sospeso dal ser­vi­zio ieri mat­tina, come anche il diri­gente del Reparto mobile di Cagliari, Anto­nio Ador­nato, che aveva mani­fe­stato apprez­za­mento per il suo post.

Parole, le sue (« in quella scuola rien­tre­rei mille e mille volte »), e dei suoi col­le­ghi («tor­tu­ra­tori con le palle») giu­sta­mente san­zio­nate per­ché oltre­pas­sano il limite della libertà di espres­sione. Ma che mostrano al con­tempo un’omertà e uno spi­rito came­ra­te­sco da ultrà che è alla base dell’opacità delle forze dell’ordine. Pro­ble­ma­tica messa in evi­denza dalla stessa con­danna della Corte euro­pea dei diritti dell’uomo, e che non si com­batte con due espul­sioni, come fanno notare in molti, da Sel al sena­tore Man­coni che ha depo­si­tato un’altra pro­po­sta per isti­tuire una com­mis­sione d’inchiesta sui fatti di Genova, fino al segre­ta­rio del Prc Paolo Ferrero.

Il mini­stro dell’Interno invece spera che con il prov­ve­di­mento emesso dal capo della poli­zia Ales­san­dro Pansa si metta una pie­tra sull’intera vicenda. «Abbiamo fatto il giu­sto e lo abbiamo fatto pre­sto», twitta Alfano in per­fetto stile renziano.

Ma Tor­tosa non ci sta: «Sono una vit­tima sacri­fi­cale, quello che ho scritto su Face­book è sulle carte pro­ces­suali da 14 anni», dice annun­ciando l’intenzione di voler «ricor­rere per vie legali con­tro la sospensione».

Poi aggiunge una serie di scuse: «Non sono un tor­tu­ra­tore. Non lo siamo stati noi del VII Nucleo. Non abbiamo com­messo alcun atto con­tra­rio alle norme e all’etica di ogni uomo. E solo per que­sto motivo ho scritto che sarei tor­nato alla Diaz». Ma anche una serie di verità a comin­ciare dal fatto che lui e tanti altri sono entrati alla Diaz «obbe­dendo ad un ordine». Che fosse «legit­timo» o meno è altra sto­ria. Vero è che appare oggi «grot­te­sco che nono­stante mol­te­plici sen­tenze non si sia fatta piena luce» e ora siano solo loro a pagare .

Il realtà, il caso Tor­tosa ha fatto già scuola.

A Genova, per esem­pio, l’assessore Mon­taldo ha deciso di annul­lare il con­ve­gno pre­vi­sto per oggi sulla «salute in car­cere» la cui dire­zione scien­ti­fica è stata affi­data alla dot­to­ressa Zac­cardi, medico che operò nella caserma di Bol­za­neto, con­dan­nata in appello (con con­danna poi pre­scritta) per trat­ta­mento inumano.

Va ricor­dato che a Bol­za­neto c’erano quella sera per­so­nale di poli­zia peni­ten­zia­ria, poli­zia di Stato, cara­bi­nieri e medici dell’amministrazione penitenziaria.

Eppure, Pansa è con­vinto che oggi la poli­zia è cam­biata, rispetto a 14 anni fa: «Abbiamo altri modelli com­por­ta­men­tali e altre tec­ni­che ope­ra­tive. La poli­zia è pala­dina della lega­lità». Ecco per­ché «se c’è qual­cuno che sba­glia, sba­glia lui, e verrà sanzionato».

Un rigore che ovvia­mente non accon­tenta la Lega né la destra e nep­pure gran parte dei sin­da­cati di cate­go­ria. «Mi ha stu­pito un capo della poli­zia che parla dei suoi uomini come se fino a qual­che anno fa fos­sero stati dei macel­lai: pro­ba­bil­mente ha sba­gliato mestiere», attacca Mat­teo Sal­vini. Daniela San­tan­ché e i Fra­telli d’Italia ovvia­mente giu­sti­fi­cano ciò che nem­meno Tor­tosa ha più il corag­gio di difen­dere. E Forza Ita­lia non perde l’occasione per lavo­rare ai fian­chi il suo com­pe­ti­tor: «Alfano è forte con i deboli e debole con i forti».

I sin­da­cati di poli­zia più con­ser­va­tori par­lano di «tri­ta­carne media­tico», «cac­cia alle stre­ghe» e «san­zione pre­ven­tiva» e qual­cuno annun­cia un espo­sto con­tro chi inneg­gia sui social all’odio verso Tor­tosa. Addi­rit­tura, Ste­fano Spa­gnoli, segre­ta­rio nazio­nale della Con­sap, arriva a chie­dere per il suo col­lega iscritto alla Con­fe­de­ra­zione sin­da­cale auto­noma di poli­zia che «si valuti imme­dia­ta­mente l’opportunità di asse­gnare a Tor­tosa e alla sua fami­glia una scorta di ade­guato livello, magari toglien­dola ai molti che ne bene­fi­ciano senza un giu­sti­fi­cato motivo». Ma per­fino Daniele Tis­sone, segre­ta­rio del Silp-Cgil, parla di «stru­men­ta­liz­za­zioni»: «Il dibat­tito sulla sicu­rezza è qual­cosa di serio e andrebbe ricon­dotto nelle sedi oppor­tune, al di fuori di facili sen­sa­zio­na­li­smi», com­menta Tis­sone che però ricorda ai col­le­ghi che «chi rive­ste un ruolo di ser­vi­tore dello Stato deve sem­pre tenere bene a mente che le dichia­ra­zioni, in par­ti­co­lare quelle sui social, hanno un peso spe­ci­fico maggiore».

Il Pd, invece, quasi come un sol uomo, con rare ecce­zioni, difende la via d’uscita ideata dal governo e messa in opera da Pansa. Per esem­pio, la pre­si­dente della com­mis­sione Giu­sti­zia della Camera, Dona­tella Fer­ranti: «Pansa ha scat­tato la foto­gra­fia della poli­zia attuale. C’è stata una rifles­sione interna, per­ciò fatti come quelli di Genova non potreb­bero più acca­dere — risponde inter­pel­lata dal mani­fe­sto — Il resto appar­tiene al pas­sato, che certo avrebbe avuto biso­gno di una valu­ta­zione poli­tica più appro­fon­dita, ma io non c’ero a quell’epoca e dun­que mi fermo qui».

Certo però, a giu­di­care dallo spac­cato che il post di Tor­tosa ha rive­lato, sem­bra ancora per­si­stere da qual­che parte, in seno ai corpi di poli­zia, una certa estra­neità alla cul­tura della lega­lità e al rispetto costi­tu­zio­nale. E allora, si potrebbe andare più a fondo con una com­mis­sione d’inchiesta ? «Non so, mi astengo — risponde Fer­ranti — Se doves­simo aprire una com­mis­sione per ogni fatto oscuro d’Italia… Però se qual­cuno la pro­pone io non mi oppongo».