G8 2001, due occasioni per rovesciare il tavolo Fonte: il manifesto | Autore: Gianluca Peciola

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Cosa sia acca­duto a Genova nel 2001 è chiaro a tutti: pezzi di stato e di forze dell’ordine hanno agito fuori dalla lega­lità in modo rei­te­rato e vio­len­tis­simo. A par­tire da quell’attacco alla testa del cor­teo, la rap­pre­sen­ta­zione dello Stato nella piazza e nelle caserme è da dit­ta­tura mili­tare. Carlo muore in que­sto sce­na­rio di aggres­sione e sospen­sione dello stato di diritto.

Que­sta è la verità dei fatti nella loro sem­plice e inne­ga­bile con­ca­te­na­zione, e die­tro le respon­sa­bi­lità imme­diate si cela la parte meno evi­dente di quei fatti, la catena di comando che con­duce a respon­sa­bi­lità isti­tu­zio­nali e poli­ti­che altis­sime. Ed è una verità che le isti­tu­zioni ita­liane con­ti­nuano a negare. Non la rico­no­scono i tri­bu­nali, che finora hanno con­dan­nato soprat­tutto mani­fe­stanti, e non la vuole rico­no­scere il Par­la­mento, che non ha mai accet­tato di isti­tuire una com­mis­sione d’inchiesta.

Ora però sono occorsi due fatti che indu­cono chi non si ras­se­gna a que­sta opa­cità tutta ita­liana a rove­sciare il tavolo, a imporre che si rico­minci dac­capo nella ricerca ed enun­cia­zione pub­blica di que­sta verità. Da un lato il rico­no­sci­mento, sep­pur par­ziale, del reato di tor­tura, su sol­le­ci­ta­zione dell’Europa, dovrebbe indurre a spun­tare una delle armi più effi­caci di ogni abuso di potere, la pre­scri­zione. Dall’altro per la prima volta un uomo dello Stato, un magi­strato come Alfonso Sabella, che ha avuto alte respon­sa­bi­lità pro­prio in quel G8, fa allu­sioni rispetto al livello nasco­sto dei fatti di Genova. Egli ha par­lato di un com­ples­sivo «dise­gno» politico-istituzionale, della pre­senza attiva dei ser­vizi segreti, che sareb­bero arri­vati a can­cel­lare prove a poste­riori, della volontà da parte di appa­rati dello stato di pro­vo­care vit­time. Sabella deli­nea un qua­dro inquie­tante. Io ho vis­suto in prima per­sona la vicenda del G8, e ho vis­suto sulla mia pelle que­sta tor­bida volontà di cri­mi­na­liz­zare tutto un movi­mento dalle varie­gate anime, di spo­stare il piano dia­let­tico dalla poli­tica allo scon­tro mili­tare, e come tutti gli altri mi sono per­ce­pito vit­tima di una vio­lenza indi­scri­mi­nata e ine­so­ra­bile. Il pro­blema non rimane sol­tanto quello di con­dan­nare i respon­sa­bili mate­riali, ma è capire di cosa e di chi quella gene­ra­zione sia stata vit­tima, e le dichia­ra­zioni di Sabella aprono uno spi­ra­glio in que­sto senso.

Le vicende di omi­cidi e stragi che hanno coin­volto pezzi di Stato sono pur­troppo un lugu­bre leit­mo­tiv della sto­ria ita­liana, e per ognuna di esse la dif­fi­cile, a volte impos­si­bile sfida è quella di cono­scere la fonte degli ordini e la catena di comando, così come le stra­te­gie di fondo. Ma ciò di cui dovremmo pren­dere coscienza è che que­sta realtà di sot­to­go­verno del Paese non deve più essere pre­sen­tata come uno stato «paral­lelo» o «deviato» che si mani­fe­sta in cir­co­stanze ecce­zio­nali. Si deve comin­ciare a pen­sare a una moda­lità di orga­niz­za­zione sta­bile dei poteri che, in deter­mi­nate cir­co­stanze, pro­muo­vono azioni ille­gali su man­dati non pre­sen­ta­bili formalmente.

Ora per­ciò chie­diamo a Sabella di cir­co­stan­ziare le sue dichia­ra­zioni affin­ché si pos­sano ria­prire le inda­gini per indi­vi­duare i respon­sa­bili più alti di reati dai con­torni ever­sivi, e chie­diamo che sia aperta final­mente quella com­mis­sione d’inchiesta par­la­men­tare che già nel 2001 e nel 2007 le forze di governo non sono riu­scite ad avviare. Solo in que­sto modo potremo con­tri­buire a far risa­lire la china della demo­cra­zia a que­sto paese, ripar­tendo da Genova.

La perversione del senso del 25 aprile | Fonte: il manifesto | Autore: Moni Ovadia

Festa della Liberazione - Corteo ANPI

Nel corso della mia vita e da che ho l’età della ragione, ho cer­cato di par­te­ci­pare, anno dopo anno a ogni mani­fe­sta­zione del 25 aprile. Un paio di anni fa, per­cor­rendo il cor­teo alla ricerca della mia col­lo­ca­zione sotto le ban­diere dell’Anpi, mi imbat­tei nel gruppo che rap­pre­sen­tava i com­bat­tenti della “bri­gata ebraica”, aggre­gata nel corso della seconda guerra mon­diale alle truppe alleate del gene­rale Ale­xan­der e impe­gnata nel con­flitto con­tro le forze nazi­fa­sci­ste. Qual­cuno dei com­po­nenti di quel drap­pello mi rico­nobbe e mi salutò cor­dial­mente, ma uno di loro mi rivolse un invito sgra­de­vole, mi disse: «Vieni qui con la tua gente». Io con un gesto gli feci capire che andavo più avanti a cer­care le ban­diere dell’Anpi che il 25 aprile è «la mia gente» per­ché io sono iscritto all’Anpi con il titolo di anti­fa­sci­sta. Lui per tutta rispo­sta mi apo­strofò con que­ste parole: «Sì, sì, vai con i tuoi amici palestinesi».

Il tono sprez­zante con cui pro­nun­ciò la parola pale­sti­nesi sot­tin­ten­deva chia­ra­mente «con i nemici del tuo popolo». Io gli risposi dan­do­gli istin­ti­va­mente del coglione e affret­tai il passo lasciando che la sua rispo­sta, sicu­ra­mente becera si disper­desse nell’allegro vociare dei manifestanti.

Que­sto epi­so­dio, appa­ren­te­mente inno­cuo, mi fece scon­trare con una realtà assai tri­ste che si è inse­diata nelle comu­nità ebrai­che. I grandi valori uni­ver­sali dell’ebraismo sono stati pro­gres­si­va­mente accan­to­nati a favore di un nazio­na­li­smo israe­liano acri­tico ed estremo. Un nazio­na­li­smo che iden­ti­fica stato con governo.

Natu­ral­mente non tutti gli ebrei delle comu­nità hanno imboc­cato que­sta deriva scio­vi­ni­sta, ma la parte mag­gio­ri­ta­ria, quella che alle ele­zioni con­qui­sta sem­pre il “governo” comu­ni­ta­rio, fa dell’identificazione di ebrei e Israele il punto più qua­li­fi­cante del pro­prio pro­gramma al quale dedica la pre­va­lenza delle sue energie.

Io ritengo inac­cet­ta­bile que­sta ideo­lo­gia nazio­na­li­sta, in pri­mis come essere umano per­ché il nazio­na­li­smo deva­sta il valore inte­gro e uni­ver­sale della per­sona, poi come ebreo, per­ché nes­sun altro fla­gello ha pro­vo­cato tanti lutti agli ebrei e alle mino­ranze in gene­rale e da ultimo per­ché, come inse­gna il lascito morale di Vit­to­rio Arri­goni, io non rico­no­sco altra patria che non sia quella dei dise­re­dati e dei giu­sti di tutta la terra.

L’ideologia nazio­na­li­sta israe­liana negli ultimi giorni ha fatto matu­rare uno dei suoi frutti tos­sici: la deci­sione presa dalla comu­nità ebraica di Roma, per il tra­mite del suo pre­si­dente Ric­cardo Paci­fici, di non par­te­ci­pare al cor­teo e alla mani­fe­sta­zione del pros­simo 25 aprile. La ragione uffi­ciale è che nel cor­teo sfi­le­ranno ban­diere pale­sti­nesi, vul­nus inac­cet­ta­bile per il pre­si­dente Paci­fici, in quanto nel tempo della seconda guerra mon­diale, il gran muftì di Geru­sa­lemme Amin al Hus­seini, mas­sima auto­rità reli­giosa sun­nita in terra di Pale­stina fu alleato di Hitler, favorì la for­ma­zione di corpi para­mi­li­tari musul­mani a fianco della Ger­ma­nia nazi­sta e fu fiero oppo­si­tore dell’instaurazione di uno stato Ebraico nel ter­ri­to­rio del man­dato bri­tan­nico. Men­tre la bri­gata ebraica com­bat­teva con gli alleati con­tro i nazi­fa­sci­sti. Tutto vero, ma il muftì nel 1948 venne desti­tuito e arre­stato: oggi vedendo una ban­diera pale­sti­nese a chi viene in mente il gran muftì di allora? Pra­ti­ca­mente a nes­suno, se si eccet­tua qual­che ultrà del sio­ni­smo più iste­rico o a qual­che fana­tico modello Isis.

Oggi la ban­diera pale­sti­nese parla a tutti i demo­cra­tici di un popolo colo­niz­zato, occu­pato, che subi­sce con­ti­nue e inces­santi ves­sa­zioni, che chiede di essere rico­no­sciuto nella sua iden­tità nazio­nale, che si batte per esi­stere con­tro la poli­tica repres­siva del governo di uno stato armato fino ai denti che lo opprime e gli nega i diritti più ele­men­tari ed essen­ziali. Un governo che lo umi­lia esco­gi­tando uno stil­li­ci­dio di vio­lenze psi­co­lo­gi­che e fisi­che e pseudo legali per ren­dere esau­sta e irri­le­vante la sua stessa esi­stenza. Quella ban­diera ha pieno diritto di sfi­lare il 25 aprile — com’è acca­duto per decenni e senza pole­mica alcuna — e glielo garan­ti­sce il fatto di essere la ban­diera di un popolo che chiede di essere rico­no­sciuto, un popolo che lotta con­tro l’apartheid, con­tro l’oppressione, per libe­rarsi da un occu­pante, da una colo­niz­za­zione delle pro­prie legit­time terre, legit­time secondo la lega­lità inter­na­zio­nale, un popolo che vuole uscire di pri­gione o da una gab­bia per garan­tire futuro ai pro­pri figli e dignità alle pro­prie donne e ai pro­pri vec­chi, un popolo la cui gente muore com­bat­tendo armi alla mano con­tro i fana­tici del sedi­cente Calif­fato isla­mico nel campo pro­fu­ghi di Yar­mouk, nella mar­to­riata Dama­sco. E degli ebrei che si vogliono rap­pre­sen­tanti di quella bri­gata ebraica che com­batté con­tro la bar­ba­rie nazi­fa­sci­sta hanno pro­blemi ad essere un cor­teo con quella ban­diera? Allora siamo alla per­ver­sione del senso ultimo della Resistenza.

La verità è che quella del gran muftì di allora è solo un pre­te­sto cap­zioso e stru­men­tale. Il vero scopo del pre­si­dente Paci­fici e di coloro che lo seguono — e addo­lora sapere che l’Aned con­di­vide que­sta scelta -, è quello di ser­vire pedis­se­qua­mente la poli­tica di Neta­nyahu, che con­si­ste nello scre­di­tare chiun­que sostenga le sacro­sante riven­di­ca­zioni del popolo pale­sti­nese. Per dare forza a que­sta pro­pa­ganda è dun­que neces­sa­rio stac­care la memo­ria della per­se­cu­zione anti­se­mita dalle altre per­se­cu­zioni del nazi­fa­sci­smo e soprat­tutto dalla Resi­stenza espressa dalle forze della sini­stra. È neces­sa­rio discri­mi­nare fra vit­tima e vit­tima israe­lia­niz­zando la Shoah e cor­to­cir­cui­tando la dif­fe­renza fra ebreo d’Israele ed ebreo della Dia­spora per pro­porre l’idea di un solo popolo non più tale per il suo legame libero e dia­let­tico con la Torah, il Tal­mud e il pen­siero ebraico, bensì un popolo tri­bal­mente legato da una terra, da un governo e dalla forza militare.

Se come temo, que­sto è lo scopo ultimo dell’abbandono del fronte anti­fa­sci­sta con il pre­te­sto che acco­glie la ban­diera pale­sti­nese, la scelta non potrà che por­tare lace­ra­zioni e scia­gure, come è voca­zione di ogni nazio­na­li­smo che non rico­no­sce più il valore dell’altro, del tu, dello stra­niero come figura costi­tu­tiva dell’etica mono­tei­sta ma vede solo nemici da sot­to­met­tere con la forza.

Landini: De Gennaro agisca secondo coscienza, se ce l’ha | Fonte: il manifesto | Autore: Redazione

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«C’è biso­gno che cia­scuno si assuma le sue respon­sa­bi­lità e risponda alla sua coscienza sem­pre­ché ce l’abbia». Mau­ri­zio Lan­dini torna sul ’caso De Gen­naro’. Il lea­der della Fiom non nomina diret­ta­mente il pre­si­dente di Fin­mec­ca­nica, il gruppo indu­striale che è una delle più impor­tanti con­tro­parti del sin­da­cato dei metal­mec­ca­nici. Sono molte le ver­tenze e i tavoli azien­dali in corso con l’amministratore dele­gato Mauro Moretti. Ma non per que­sto non fa capire bene da che parte sta: «Ho tro­vato sin­go­lare che in Ita­lia si sia dovuto aspet­tare 15 anni per rico­no­scere quello che era chiaro agli occhi di tutti su quello che era suc­cesso a Genova in quei giorni. Certi livelli di ipo­cri­sia a me fanno un po’ sor­ri­dere. Qui c’è sem­pre biso­gno che ce lo dica qual­cun altro quello che è suc­cesso».
Il caso De Gen­naro, dun­que, non è chiuso. Il pre­si­dente del con­si­glio Renzi ha blin­dato i ver­tici di Fin­mec­ca­nica. L’ad Moretti ha bol­lato come «pole­mica poli­tica» il vespaio susci­tato dal tweet di Mat­teo Orfini l’8 aprile scorso («Trovo ver­go­gnoso che De Gen­naro sia pre­si­dente di Fin­mec­ca­nica») e ha lamen­tato il danno d’immagine che il pol­ve­rone può cau­sare ad un’azienda già al cen­tro di inchie­ste sulle maz­zette: «È dav­vero un pec­cato pen­sare che quando una azienda si sta rimet­tendo sui binari, sta ripren­dendo velo­cità e lo si vede e c’è l’apprezzamento mon­diale, si voglia un’altra volta lavo­rare per affos­sarla. Non si può fare così per­ché non è mica mia Fin­mec­ca­nica: io più che lavo­rare non posso fare».

Appunto, la vicenda è tutt’altro che chiusa e anzi, come in un domino, il tema della «respon­sa­bi­lità» poli­tica, per non dire quella morale, con­ti­nua a susci­tare rea­zioni a catena. Del resto il Renzi rin­nova la fidu­cia all’ex capo della poli­zia De Gen­naro è lo stesso che appena venti giorni fa ha con­vinto alle dimis­sioni Mau­ri­zio Lupi, all’epoca mini­stro delle Infra­strut­ture, per essere stato ’piz­zi­cato’ dalle inter­cet­ta­zioni nell’ambito dell’inchiesta Grandi Opere: una scelta «sag­gia e oppor­tuna», la definì il pre­mier, ma Lupi non era nean­che stato indagato.

L’attacco di Orfini, con­fer­mato anche dopo le parole di Renzi, ha fatto ria­prire ferite mai cica­triz­zate nel paese. A Roma impazza il caso Sabella, l’assessore che nel 2001 fu respon­sa­bile della poli­zia peni­ten­zia­ria di Bol­za­neto, la cui posi­zione all’epoca dei fatti fu archi­viata ma con una sen­tenza che lui stesso con­si­dera «infa­mante». Nella stessa Fin­mec­ca­nica , l’amministratore dele­gato Mauro Moretti — che l’area di Orfini, va ricor­dato, l’avrebbe voluto al mini­stero del Lavoro — ora è attac­cato dalle fami­glie delle vit­time della strage di Via­reg­gio del 29 giu­gno 2009 (dove rima­sero uccise 32 per­sone rime­ste uccise) riu­nite nell’associazione ’Il mondo che vor­rei’. Moretti, all’epoca ad di Fer­ro­vie, è tut­tora sotto giu­di­zio. «Orfini, Lei ha ragione: è ver­go­gnoso che De Gen­naro, dopo i fatti di Genova, sia pre­si­dente di Fin­mec­ca­nica. Ma per­ché non dice lo stesso dell’ad. Moretti, impu­tato per la strage di Via­reg­gio, 32 morti bru­ciati vivi?», chiede in una let­tera aperta Daniela Rombi, pre­si­dente dell’associazione.

Domande rima­ste senza rispo­sta da mesi, alcune da anni, che sta­volta dif­fi­cil­mente riu­sci­ranno a essere spaz­zate con la pol­vere sotto il tap­peto della poli­tica ita­liana. Anche nel Pd Mat­teo Orfini è assai meno iso­lato di quel che sem­bra. Ieri su Repub­blica David Ermini, respon­sa­bile giu­sti­zia del Pd, toscano e ren­zia­nis­simo, ha insi­stito sulle «respon­sa­bi­lità morali e poli­ti­che» del G8 di Genova. E le parole di Mat­teo Orfini, forte di un rap­porto molto solido con Renzi — troppo solido per cre­dere che il pre­si­dente del Pd abbia preso un’iniziativa con­tro il segre­ta­rio — hanno rac­colto con­sensi nella sini­stra Pd, non solo quella filo­ren­ziana (come appunto i gio­vani tur­chi di Orfini) ma anche quella anti­ren­ziana impe­gnata nella bat­ta­glia interna del partito.

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Coalizione sociale, Landini lancia il manifesto. Camusso: «Non farà strada» Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

Riunione informale ieri a Roma con associazioni, centri sociali, partite Iva e precari della Coalizione 27 febbraio. Nella Cgil lo scontro sul futuro del sindacato è duro. La segretaria Camusso definisce la coalizione “una scorciatoia”: “Non andrà da nessuna parte. Restiamo della nostra idea”La pros­sima set­ti­mana il mani­fe­sto della coa­li­zione sociale sarà dif­fuso in vista di un’assemblea di due giorni pro­gram­mata a metà mag­gio. Nelle inten­zioni del segre­ta­rio della Fiom Mau­ri­zio Lan­dini dovrebbe chia­rire che la «coa­li­zione sociale» non è un par­tito ma «un pro­cesso aperto e in dive­nire». Nella bozza distri­buita ieri nel corso di un’assemblea all’Arci di Tor De Schiavi nel cuore del quar­tiere Cen­to­celle di Roma, poi dif­fusa dall’Ansa, si legge che la coa­li­zione vuole «dimo­strare che si può fare poli­tica attra­verso un agire con­di­viso, al di fuori e non in com­pe­ti­zione rispetto a par­titi, orga­niz­za­zioni poli­ti­che o car­telli elettorali».

La coa­li­zione sociale sarebbe dun­que il risul­tato di un «agire con­di­viso», «fuori e non in com­pe­ti­zione» con i par­titi. Pro­ba­bil­mente la pre­ci­sa­zione serve a raf­fred­dare le rea­zioni della «sini­stra Pd» o dei Cin­que Stelle, che vedono con insof­fe­renza l’esperimento di Lan­dini. Si punta a fare coa­li­zione con tutti i lavo­ra­tori, pre­cari e «nuovi poveri» con la par­tita Iva, sul «ter­ri­to­rio» e «nei luo­ghi di lavoro», non tra gli schieramenti.

All’incontro hanno par­te­ci­pato asso­cia­zioni come Act, movi­menti come il Forum dell’acqua e cen­tri sociali dell’Emilia Roma­gna. È inter­ve­nuto anche Ste­fano Rodotà che ha riba­dito il giu­di­zio con­tro la «zavorra» dei par­titi. Una posi­zione, ha ammesso, che ha inner­vo­sito molti nei par­titi. A suo avviso la «coa­li­zione sociale» ha «una carica pole­mica posi­tiva»: regi­stra la crisi della rap­pre­sen­tanza della poli­tica e intende resti­tuire rap­pre­sen­tanza sociale e poli­tica al lavoro. Per Rodotà que­sta è la base di un’altra cul­tura e agenda poli­tica da sot­to­porre anche a chi, nei par­titi, è sen­si­bile ai beni comuni o alla pro­po­sta di legge d’iniziativa popo­lare per eli­mi­nare il pareg­gio di bilan­cio in Costituzione.

L’assemblea è stata chiusa alla stampa, ma nel pome­rig­gio le agen­zie hanno ripor­tato le dichia­ra­zioni di Lan­dini e dei par­te­ci­panti. Dopo le 13,30 sugli smart­phone sono apparse le dure parole della segre­ta­ria Cgil Susanna Camusso. La coa­li­zione sociale è una «scor­cia­toia – ha detto — non mi pare che vada da nes­suna parte». Per la segre­ta­ria la strada è diversa: pri­mato del sin­da­cato e auto­no­mia dai sog­getti sociali e poli­tici. Obiet­tivo: ritro­vare «l’unità tra i lavo­ra­tori e le orga­niz­za­zioni sin­da­cali». Per Lan­dini, invece, il sin­da­cato da solo non basta nel momento in cui Renzi è deter­mi­nato a can­cel­lare tutti i corpi inter­medi, age­vo­lando così il pro­cesso di rivo­lu­zione dall’alto in corso nell’Europa dell’austerità. Il suo è un defi­cit di rap­pre­sen­tanza, e di potere sociale, che va recu­pe­rato facendo coa­li­zione con i mondi del lavoro non dipen­dente e pre­ca­rio, oltre che nella società. Dif­fe­renze che tor­ne­ranno a farsi sen­tire in vista della con­fe­renza di orga­niz­za­zione della Cgil.

Su que­sto scon­tro tra Lan­dini e Camusso si sta gio­cando il futuro del sin­da­cato. La sua pro­po­sta di coa­li­zione sociale vuole costruirne uno diverso, met­tendo in comune «saperi e espe­rienze» con la società, anche attra­verso il «mutua­li­smo», altra parola chiave. Ai sog­getti che la com­pon­gono sono state pro­po­ste «cam­pa­gne per obiet­tivi comuni» con­tro il Jobs Act, «il diritto alla salute, all’istruzione, alla casa, alla pen­sione o all’assistenza» si legge nella bozza. Non si chiede di rinun­ciare a ciò che sono, ma di par­te­ci­pare a quelle su cui sono d’accordo.

Gli avvo­cati di Mga, i far­ma­ci­sti di Fnpi, gli atti­vi­sti dello scio­pero sociale che fanno parte della «Coa­li­zione 27 feb­braio» hanno soste­nuto le ragioni di una cam­pa­gna con­tro il «busi­ness» della Garan­zia gio­vani, fisco e pre­vi­denza equi per i pre­cari e le par­tite Iva, il red­dito di base. Su que­sto mani­fe­ste­ranno il 24 aprile alla sede cen­trale dell’Inps-Eur a Roma. «Ci sono diverse coa­li­zioni in for­ma­zione – sosten­gono – Biso­gna deter­mi­nare le com­bi­na­zioni che aumen­tano la forza di tutti ed evi­tare di defi­nire subito il peri­me­tro di una sola»