Liberazione senza corteo? da: ilmanifesto.it

25 Aprile. Dopo l’annunciato forfait di Aned e Brigata ebraica al corteo di Porta San Paolo, l’Anpi nazionale chiede alla giunta Marino di coordinare le manifestazioni e di fatto esautora l’Anpi romana, che minaccia dimissioni in blocco. Ma deportati e combattenti ebrei insistono: “Non vogliamo bandiere palestinesi”.

Uno striscione dell’Anpi

Ora che le pole­mi­che hanno supe­rato il livello di guar­dia, c’è il con­creto rischio di veder sal­tare la tra­di­zio­nale mani­fe­sta­zione di Porta San Paolo, per salu­tare degna­mente il set­tan­te­simo anni­ver­sa­rio della Libe­ra­zione dal nazi­fa­sci­smo. Di più: messi improv­vi­sa­mente di fronte alla richie­sta dell’Anpi nazio­nale di dele­gare al Cam­pi­do­glio l’organizzazione delle cele­bra­zioni, il con­si­glio diret­tivo dell’associazione par­ti­giani di Roma minac­cia le dimis­sioni in blocco: “Non siamo d’accordo – spiega Erne­sto Nassi – non siamo stati nem­meno con­sul­tati. Siamo basiti”. Per certo l’Anpi di Roma ha annul­lato una con­fe­renza stampa pre­vi­sta per oggi, durante la quale dove­vano essere illu­strate le iniziative.

L’anniversario si annun­ciava depo­ten­ziato, dopo l’annuncio dell’Aned – l’associazione degli ex depor­tati – e della Bri­gata ebraica di non voler par­te­ci­pare al cor­teo, a causa delle ten­sioni regi­strate lo scorso anno con le asso­cia­zioni filo pale­sti­nesi. Di qui il ten­ta­tivo dell’Anpi nazio­nale di far assu­mere all’amministrazione comu­nale la pro­mo­zione e il coor­di­na­mento delle ini­zia­tive: “Il 25 Aprile è festa della Libe­ra­zione e dun­que deve essere festa di tutti. Per que­sto chie­diamo che il Cam­pi­do­glio coor­dini le mani­fe­sta­zioni in programma”.

Più in det­ta­glio, l’associazione nazio­nale dei par­ti­giani ha pro­po­sto che “presso il Comune si svolga un incon­tro cui par­te­ci­pino, sotto la pre­si­denza del sin­daco, tutte le forze che si richia­mano ai valori dell’antifascismo, della Resi­stenza e della Costi­tu­zione, in modo che ne sca­tu­ri­sca una solu­zione con­di­visa, capace di con­sen­tire che a Roma il 25 Aprile sia dav­vero un giorno di festa, asso­lu­ta­mente paci­fico, par­te­ci­pato e uni­ta­rio”. Infine una postilla. Impor­tante: “E’ neces­sa­rio, inol­tre, evi­tare che la pre­senza di ban­diere di paesi stra­nieri rap­pre­senti motivo di scon­tro, ed è fon­da­men­tale che abbia una col­lo­ca­zione distinta rispetto ai sim­boli e alle ban­diere delle forze partigiane”.

Nei fatti, il comu­ni­cato dell’Anpi nazio­nale ha rap­pre­sen­tato una scon­fes­sione del pro­getto dell’Anpi di Roma, il cui pre­si­dente Erne­sto Nassi aveva spie­gato al mani­fe­sto: “Ho un sogno, ed è quello di poter comin­ciare il cor­teo del 25 Aprile con una ban­diera pale­sti­nese, una israe­liana e in mezzo quella dell’Anpi, come mes­sag­gio di pace”. Peral­tro, anche di fronte alla pro­po­sta dell’Anpi nazio­nale è arri­vata una nuova richie­sta della Bri­gata ebraica: “Vogliamo sfi­lare con la nostra ban­diera – ha riba­dito il por­ta­voce Alberto Tan­credi — e chie­diamo che non ci siano ban­diere della Pale­stina. A que­ste con­di­zioni par­te­ci­pe­remo a una mani­fe­sta­zione uni­ta­ria in Cam­pi­do­glio”. Sulla stessa linea l’Aned: anche l’associazione romana degli ex depor­tati, con il vice­pre­si­dente Euge­nio Iafrate, chiede il bando delle ban­diere pale­sti­nesi. Quanto all’Anpi, da Iafrate arriva una osser­va­zione tran­chant: “Il pro­blema è interno all’Anpi: molti cir­coli non sono d’accordo con la diri­genza di Roma”.

A stretto giro di posta le repli­che del pre­si­dente dei par­ti­giani romani: “Ho rice­vuto il comu­ni­cato dell’Anpi nazio­nale come un qua­lun­que iscritto– rac­conta Erne­sto Nassi — senza nem­meno una tele­fo­nata prima. Non è que­sto il modo di pre­pa­rare il 25 aprile. E’ sem­pre stata l’Anpi a orga­niz­zare, avevo già preso accordi con l’amministrazione comu­nale per un con­certo con 50 gio­vani musi­ci­sti in piazza del Cam­pi­do­glio. Ma prima vole­vamo tenere il cor­teo tra­di­zio­nale la mat­tina, con la mani­fe­sta­zione a Porta San Paolo. Adesso dovremo chia­rirci con l’Anpi nazio­nale, non pos­sono dele­gare il Comune alle cele­bra­zioni senza nep­pure con­sul­tarci”. Dal Cam­pi­do­glio, in serata è arri­vato uno strin­gato comu­ni­cato: “La città di Roma cele­brerà la ricor­renza dei 70 anni della Libe­ra­zione con una grande ini­zia­tiva in piazza del Cam­pi­do­glio, come già pre­vi­sto in siner­gia con il pro­gramma della pre­si­denza del con­si­glio dei ministri”.

Appello per Nino Di Matteo da: antimafia duemila

di-matteo-nino-web4di Sabina Guzzanti – 10 aprile 2015
Condividete, fate girare, commentate, scrivete, prendete inziative di ogni sorta.

Questo appello è rivolto ai magistratiEugenia Pontassuglia, Marco DelGaudio, Salvatore Dolce, appena promossi alla Procura Nazionale Antimafia.

Ci rivolgiamo a voi, sicuri di parlare a magistrati ottimamente preparati e determinati a sconfiggere le mafie che oggi hanno ottenuto ormai il CONTROLLO su tutto il territorio nazionale.

Con questo appello non esprimiamo nessun dubbio sulla vostra adeguatezza a ricoprire il ruolo per cui siete stati scelti.
Insieme alla certezza sulle vostre qualità abbiamo però pure la certezza che il dott. Di Matteo sia stato escluso dalla Procura Nazionale, per ragioni politiche e non di merito.

Perfino quelli che nel Csm difendono questa scelta, ricorrono ad argomenti ambigui quali l’incapacità di fare squadra o di rispettare le esigenze dell’ufficio: ambigui perché alludono palesemente a un atteggiamento a cui si rimprovera l’indipendenza.

La mancata assegnazione di Di Matteo alla Direzione Nazionale Antimafia inoltre non è una semplice punizione per il processo sulla trattiva stato-mafia, processo di fondamentale importanza in quanto è l’unico processo che va alla radice del problema dello strapotere mafioso che sta soffocando questo paese.
Essa costituisce infatti un oggettivo impedimento o per lo meno grave intralcio alle indagini, non essendo più Di Matteo titolato a occuparsi di mafia e potendo quindi essere COSTRETTO, come in effetti accade, dai suoi superiori a occuparsi d’altro, come processi per reati di abusi edilizi o di furti di energia elettrica.

Noi siamo fra quelli che non vogliono smettere di credere che questo paese possa tornare alla civiltà e le vostre biografie ci raccontano che siamo dalla stessa parte: vi siete occupati di ‘ndrangheta, degli orrendi scandali di casa Berlusconi e di Finmeccanica. Tutte indagini coraggiose e importanti.

Siamo consapevoli che con questo appello stiamo chiedendo molto: vi chiediamo di RINUNCIARE a un incarico prestigioso a cui sicuramente tenete molto, in segno di solidarietà con Antonino Di Matteo.

Quanti in questo paese sarebbero capaci di compiere un gesto così profondamente onesto?
Non molti ma qualcuno sì: qualcuno in questo paese ha perso il lavoro per difendere il diritto di svolgere attività sindacale, per difendere i diritti fondamentali del lavoro, qualcuno per difendere la libertà d’espressione e d’informazione, qualcuno perde tutto per difendere la verità e la giustizia.

Quante volte tanti vostri colleghi negli incontri pubblici ci esortano a non rinunciare alla nostra dignità nemmeno a costo della vita perché la dignità è il senso della vita. Ebbene se a queste parole vogliamo credere sul serio, è necessario che ciascuno di noi quando ne ha l’opportunità, si ricopra di gloria, scelga la strada più difficile ma più giusta celebrando il senso della vita.

Crediamo invece che accettare questo incarico in questo contesto, vi renderebbe complici di un sistema che quando non è mafioso di fatto, è certamente mafioso dal punto di vista della cultura e della prassi.

Certo voi non fareste nulla di male accettando quest’incarico, ma sapete benissimo e noi tutti lo sappiamo, che c’è una persona che ha più titoli di chiunque per ricoprirlo e che questa persona è stata scartata proprio perché combatte il sistema mafioso per quello che veramente è:
Non combatte la mafia delle fiction televisive, combatte la mafia che gli italiani incontrano tutti i giorni, che siano operai o studenti, precari o magistrati, ricercatori o lavoratori delle forze dell’ordine, politici o testimoni di giustizia.

Se voi rifiutaste questa promozione d’altro canto, sarebbe un segnale così potente, così significativo da restituire a tutti la forza di sperare.
D’altra parte esiste un altro modo di combattere la mafia che non sia quello di rifiutare i suoi premi e le sue punizioni?
Vi preghiamo con tutto il cuore di riflettere seriamente sull’opportunità che vi si presenta di compiere un gesto così nobile e così importante.

Per ora hanno aderito a questo appello:
Sabina Guzzanti, Salvatore Borsellino, Marco Travaglio, Sandra Bonsanti, Lorenzo Fazio, Giorgio Bongiovanni e tutta la redazione di ANTIMAFIADuemila

Tratto da: facebook.com/events/1612254715657991

«Fino a sei mesi di carcere per chi sfrutta il lavoro gratis dei volontari Expo» da: il manifesto.it

Un'immagine della campagna "Io non lavoro gratis per Expo"
Un’immagine della cam­pa­gna “Io non lavoro gra­tis per Expo”

E’ la pena pre­vi­sta per il reato di «inter­po­si­zione ille­cita di mano d’opera». L’esposto all’ispettorato del lavoro di Milano pre­sen­tato da Gior­gio Cre­ma­schi e dal Forum Diritti Lavoro: «Cla­mo­rosa la vio­la­zione della legge con­te­nuta nei pro­to­colli sot­to­scritti da Expo e Cgil, Cisl e Uil»

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Un espo­sto con­tro «l’illegittimità» del lavoro gra­tuito per Expo pre­sen­tato alla Dire­zione ter­ri­to­riale del lavoro di Milano per chie­dere «un inter­vento tem­pe­stivo degli Ispet­tori del Lavoro di fronte alla cla­mo­rosa vio­la­zione della legge rap­pre­sen­tata dai pro­to­colli sot­to­scritti dalle parti e le isti­tu­zioni che orga­niz­zano Expo con Cgil, Cisl e Uil».

Come anti­ci­pato sul Mani­fe­sto il 24 feb­braio scorso, ieri a Milano l’associazione Forum Diritti Lavoro ha pre­sen­tato una denun­cia all’ispettorato del lavoro insieme al Unione sin­da­cale di base, Adl, Area Il Sin­da­cato è un’altra cosa-Opposizione Cgil, pen­sio­nati extra con­fe­de­rali e mili­tanti No Tav. Gior­gio Cre­ma­schi, insieme agli avvo­cati Car­bo­nelli, Di Stasi e Guglielmi sosten­gono che «il lavoro gra­tuito è fuo­ri­legge in Expo per la sem­plice ragione che non rien­tra nelle fat­ti­spe­cie del volon­ta­riato pre­vi­ste e auto­riz­zate dalla legge 266 del 1991. Que­sta tesi è con­fer­mata da impor­tanti sen­tenze della magi­stra­tura. Expo non è una orga­niz­za­zione non pro­fit e i volon­tari non agi­scono per ragioni di soli­da­rietà sociale. Dovreb­bero essere lavo­ra­tori retri­buiti a tutti gli effetti, com­presi quelli pre­vi­den­ziali e non basta un accordo sin­da­cale per vio­lare la legge». Il forum Diritti Lavoro chiede un inter­vento tem­pe­stivo delle auto­rità per imporre un radi­cale cam­bia­mento di atteg­gia­mento rispetto ai circa 18500 volon­tari che saranno impe­gnati all’Expo a par­tire dal 1 mag­gio e per i sei mesi suc­ces­sivi. Devono avere un rego­lare con­tratto a ter­mine. Le pene pre­vi­ste per il reato di inter­po­si­zione ille­cita di mano d’opera sono pesanti. Chi, all’Expo e din­torni, sta gestendo la par­tita dei volon­tari rischia grosso: l’arresto fino a sei mesi e una duplice ammenda: da 1.500 a 7.500 euro e un’altra da 5 euro da mol­ti­pli­care per 18500 volte e per sei mesi.

Si paventa inol­tre una denun­cia per eva­sione con­tri­bu­tiva ai danni dell’Inps. Pre­vi­sta anche una segna­la­zione alla pro­cura della Corte dei Conti per recu­pe­rare il danno era­riale. In totale potranno essere appli­cate san­zioni fino a un milione e tre­cen­to­mila euro. Con­tro la piaga del lavoro gra­tis l’associazione pro­mette nuove ini­zia­tive legali: «Expo rap­pre­senta il pre­ce­dente più grave e impor­tante» di que­sto modello di estra­zione del valore dalla vita dei gio­vani, e meno gio­vani, ita­liani (e non). Dura è la bat­ta­glia con­tro le asso­cia­zioni del terzo set­tore che hanno scelto di col­la­bo­rare con il capo­ra­lato «post-moderno»: «Occorre fare luce sulle tante troppe ambi­guità e sui veri affari che sono coperti dalla voce terzo set­tore» sosten­gono i pro­mo­tori della denuncia.

I volon­tari reclu­tati con il pro­gramma «Volon­tari per Expo Milano 2015» non lavo­re­ranno com­ple­ta­mente gra­tis per 14 o 15 giorni per 5 ore e 30 minuti ogni giorno. Rice­ve­ranno le seguenti «age­vo­la­zioni»: buono pasto da 5,29 euro al giorno, il «Volun­teer Kit» (cap­pel­lino, divisa Expo), pasto gior­na­liero, coper­tura assi­cu­ra­tiva, rim­borso spese per tra­sporti e l’alloggio (con limi­ta­zioni). Il famoso tablet pro­messo dall’Ad Expo Sala andrà a loro. Il suo valore è pari a 150 euro (minimi), la metà della somma di 300 euro ver­sati ai volon­tari reclu­tati con «Dote­Co­mu­neExpo» per un mese di lavoro, pari a due euro all’ora. All’Expo i volon­tari non sono tutti uguali.

“La tortura non è solo quella di Genova 2001. La teoria delle poche mele marce n| Autore: fabio sebastianion passa”. Intervista a Giovanni Russo Sp ena da: controlacrisi.org a

Domani a Roma l’associazione Sgattabuia ha organizzato il convegno “ Lotte Sociali-Legalità-Libertà personale” riflessioni su un precario equilibrio (sala chiesa Valdese dalle ore 16.30). Ai lavori parteciperà Giovanni Russo Spena, che Controlacrisi ha intervistato.

La sentenza della corte di Strasburgo sancisce che quella di Genova fu una vera e propria mattanza. E mette in evidenza non solo come il percorso di giustizia italiano sia stato lungo e tortuoso, ma anche lacunoso.
Questa è una battaglia che facciamo dal 2001 come movimenti, garantisti, partito della rifondazione comunista, e comitati per la verità e la giustizia su Genova. E anche come gruppi parlamentari, che io ho avuto la possibilità e il piacere di dirigere. Certo, finalmente, questa condanna, per un atto commesso nel 2001, è un po’ la metafora della nostra tesi sul rapporto tra potere militare e politica e sul rapporto tra politica e impunità, e di come l’impunità del potere militare si regga sua volta sulla politica. E, infine, di come la politica utilizzi questa impunità per governare i movimenti, soprattutto nelle fasi recessive come l’attuale.

La sentenza dei giudici di Strasburgo è molto chiara. A te ha convinto?
La sentenza è molto chiara e dice una cosa specifica importante anche sul piano giurisdizionale. Come avevano capito anche quei magistrati che avevano individuato l’esistenza di tortura sia alla Diaz che a Bolzaneto, su cui la sentenza di Strasburgo è attesa da qui tre mesi, in assenza dell’introduzione del reato di tortura, e a trent’anni dalla firma da parte dell’Italia della convenzione internazionale sulla tortura, non è permesso di fatto che quelli che si macchiano di tortura possono essere realmente puniti. Ci sono stati giudizi nei confronti di poliziotti ma nessuno ha fatto nemmeno un giorno di carcere, oppure se la sono cavata con una leggerissima sanzione. Molti addirittura sono stati promossi, fino al caso abnorme di De Gennaro di cui si parla finalmente in queste ore.

Entrando specificatamente nell’ambito giuridico, l’assenza del reato di tortura che conseguenze ha?
Senza il reato di tortura la magistratura ha dovuto adottare le cosiddette aggravanti del reato di violenza. E tra l’altro queste aggravanti, senza il reato di tortura, vigente peraltro in moltissimi paesi nel mondo, poi vanno in prescrizione, come è accaduto nei procedimenti su Genova 2001. Ora il presidente del Consiglio dice che il Parlamento risponderà con la legge sulla tortura.

Qual è il tuo giudizio sulla legge che sta per essere approvata?
Beh, innanzitutto noi che siamo stati tra i presentatori di un testo, sentiamo parlare ormai dal 2005 di questo tema.Ci sono dei fatti addirittura grotteschi. Quando abbiamo presentato il testo per la prima volta ci è stato risposto, dall’allora Governo, che la tortura non rientrava nella mentalità e nella cultura delle forze dell’ordine e quindi, nonostante ci fosse la firma dell’Italia in calce alla convenzione internazionale contro la tortura, non andava introdotta nel codice penale, che sarebbe stata un’offesa per la nostra polizia. Così come oggi c’è una resistenza ossessiva contro l’introduzione della targhetta con il nome, e della individuazione numerica, per gli agenti in servizio nelle iniziative di piazza. Questa legge è mediocre. Lo stesso primo firmatario, Luigi Manconi ha detto che una legge è meglio farla, ma è insufficiente. La tortura non è un reato specifico di pubblici funzionari, come abbiamo sempre chiesto e come prevede la convenzione internazionale, ma diventa un’aggravante di un reato comune che ogni cittadino può commettere. Seguendo il filo del ragionamento sull’habeas corpus che ogni pubblico funzionario dovrebbe osservare,come dimostrano i casi Cucchie e Aldrovandi, non c’è più la reponsabilità del pubblico ufficiale, che viene equiparato al normale cittadino che commette tortura. Per lui solo un’aggraveante di tre anni.

C’è poi il punto sulla cosiddetta “afflizione psichica”…
Il secondo punto riguarda l’afflizione psichica, appunto. Se si esclude che vi è tortura quando vi è afflizione psichica oltre che fisica, vuol dire che la maggior parte dei casi verrebbero esclusi. Certo, meglio averla questa legge, ma è veramente molto deludente. Del resto, non siamo riusciti a far pssare, anche per i voti del centrosinistra, la commissione per la verità su Genova, e quindi ci ha dovuto pensare la Corte di Strasburgo e l’azione di un nostro compagno che è stato colpito duramente nella notte cilena della Diaz. Questo dice tutto sul profilo di questa maggiornza sul tema. Il rapporto tra potere miltare e potere politico, di cui parleremo domani nel corso di una conferenza, a Roma, sulla repressione, ripeto, viene metaforizzata in questa sentenza di Strasburgo.La figura di De Gennaro, e con lui i governi che l’hanno promosso, esce un po’ malconcia da questa vicenda.
De Gennaro è stato a Genova l’uomo della Nato. E’ staato l’uomo che ha tenuto il rapporto tra il potere militare statunitense e quello italiano. Dopo essere stato dirigente della polizia è passato ai servizi segreti e poi a Finmecanica che, non dimentichiamo, è un’imporante industria pubblica che ha specializzato la propria produzione nel settore delle armi. E’ tutto molto molto grave e non si capisce il silenzio del presidente del Consgilio.

E dire che Renzi aveva detto che apriva gli archivi del nostro periodo “cileno”, quello della strategia della tensione…
Un’operazione puramente di facciata. Anche perché non è uscito nulla di nuovo. Erano atti conosciuti dalla magistratura.

Pochi giorni fa Ilaria Cucchi ha avuto modo di sottolineare che alla ripertura del procedimento che riguarda il fratello ci potrebbero essere importanti novità.
Questo elemento è importantissimo perché riconosce il deficit nella legislazione italiana e il deficit di impunità di carabinieri, polizia e polizia penitenziaria. La tortura non è solamente quella di Genova, della Diaz e di Bolzaneto. Non è un fatto di poche mele marce, come si affannano a dire alcuni dirigenti della destra e del Pd. Non dimentichiamo che abbiamo avuto anche la caserma Ranieri di Napoli un mese prima di Genova. Oppure il caso delle squadrette di picchiatori nelle carceri di Sassari che hanno massacrato i detenuti in trasferimento. E’ un dato strutturale. La tortura e la violenza in carcere e nelle manifestazioni è diventato un dato strutturale nel comportamento di polizia penitenziaria, polizia e carabinieri. Sul caso Cucchi, ucciso nel passaggio tra carabinieri, carcere e polizia, non c’è dubbio che il fatto che sia crollata l’impunità legislativa e giudiziaria che vi è stata finora può far riaprire, se la procura lo farà, e dovrà farlo credo, con attenzione e acume, il caso sulle responsabilità, finora vergognosamente coperte. Non dimentichiamo che si è tentato di scaricare tutto sui medici, che pur probabilmente sono stati conniventi. Io sono stato in quell’ospedale, al Pertini di Roma, poche ore dopo la morte di Stefano. Quello non è un ospedale ma una sezione carceraria ospedaliera quindi vi è la connivenza con la poilzia penitenziaria. Mi assumo la responsabilità di quello che dico, ovviamamente. Comunque non c’è dubbio che non si può tutto addebitare alle mancate cure dei medici. Qui c’è qualcuno che ha ucciso, come nei caso di Cucchi, appunto, e di Aldrovandi e Bianzino. E quindi ci sono delle leggi da cambiare. Non dimentichiamo che ancora il Governo non fa nulla sulla incostituzionalità di parte della Fini Giovanardi e non fa nulla sulla Bossi Fini. Questa legislatura è molto molto deludente, anche sul piano dei diritti che, nonostante lo sbandierato garantismo, vede Governo e Parlamento assolutamente fermi.