qualcuno era del partito democratico di paolo rossi

Diaz: Corte Strasburgo condanna l’Italia per tortura da: antimafia duemila

diaz-scuola-c-ansa7 aprile 2015
La condanna non riguarda solo le violenze, ma anche il fatto di non avere una legislazione sul reato di tortura: “Colpevoli non puniti per mancanza di leggi adeguate”

Strasburgo.
Quanto compiuto dalle forze dell’ ordine italiane nell‘irruzione alla Diaz il 21 luglio 2001 “deve essere qualificato come tortura”. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia non solo per quanto fatto ad uno dei manifestanti durante il G8 di Genova, ma anche perché non ha una legislazione adeguata a punire il reato di tortura.

All’origine del procedimento c’è un ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, manifestante veneto che all’epoca aveva 61 anni e che rimase vittima del violento pestaggio da parte della polizia durante l’irruzione nella sede del Genova Social Forum. Nel ricorso l’uomo afferma che quella notte fu brutalmente picchiato dalle forze dell’ordine tanto da dover essere operato e da subire ancora oggi ripercussioni per alcune delle percosse subite. Cestaro sostiene che le persone colpevoli di quanto ha subito sarebbero dovute essere punite adeguatamente ma che questo non è mai accaduto perché le leggi italiane non prevedono il reato di tortura o reati altrettanto gravi.

I giudici hanno deciso all’unanimità che lo stato italiano ha violato l’articolo 3 della convenzione sui diritti dell’uomo, che recita: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. La Corte di Strasburgo ha stabilito che il trattamento che gli è stato inflitto deve essere considerato come “tortura”, ma nella sentenza i giudici sono andati oltre, sostenendo che se i responsabili non sono mai stati puniti, è soprattutto a causa dell’inadeguatezza delle leggi italiane, che quindi devono essere cambiate. La mancata identificazione degli autori materiali dei maltrattamenti dipende, secondo la Corte, “in parte dalla difficoltà oggettiva della procura a procedere a identificazioni certe, ma al tempo stesso dalla mancanza di cooperazione da parte della polizia”.Nella sentenza si legge anche che la mancanza di determinati reati non permette allo Stato di prevenire efficacemente il ripetersi di possibili violenze da parte delle forze dell’ordine.

VIDEO Ritorno alla Diaz, parlano le vittime del pestaggio

In particolare per quanto riguarda il caso di Cestaro, “aggredito da parte di alcuni agenti a calci e a colpi di manganello”, la Corte sottolinea “l’assenza di ogni nesso di causalità” fra la condotta dell’uomo e l’utilizzo della forza da parte della polizia nel corso dell’irruzione nella scuola. E i maltrattamenti “sono stati inflitti in maniera totalmente gratuita” e sono qualificabili come “tortura”. L’azione avviata da Cestaro assume particolare rilevanza poiché è destinata a fare da precedente per un gruppo di ricorsi pendenti. L’Italia dovrà versare a Cestaro un risarcimento di 45mila euro.

La proposta di legge che introduce nel codice penale il reato di tortura è all’esame del parlamento da quasi due anni: approvata dal senato poco più di un anno fa, il 5 marzo 2014, dopo una discussione durata 8 mesi, ora è in seconda lettura alla camera dove il 23 marzo scorso è approdata in aula per la discussione generale. L’esame dovrebbe riprendere in settimana, dopo l’ok alla riforma del terzo settore, con i tempi contingentati e quindi certi e rapidi. Ma il testo, già modificato dalla Commissione giustizia di Montecitorio, dovrà tornare al Senato.

VIDEO Diaz, cronaca di un massacro quel sangue non ancora lavato

Sindaci in rivolta contro i tagli, giovedì vertice. Marino: “Misure insopportabili”. dRedazione, L’Huffington Post

Pubblicato: 05/04/2015 10:41 CEST Aggiornato: 05/04/2015 10:41 CEST
RENZI NARDELLA

Rivolta dei Comuni italiani contro i tagli. A guidare la protesta, ironia della sorte, è proprio il successore di Matteo Renzi alla guida del Comune di Firenze, Dario Nardella, che per primo ha fatto sentire la sua voce per i maxi tagli da parte dello Stato alle città metropolitane. Con lui anche Ignazio Marino, sindaco di Roma, e Luigi De Magistris, primo cittadino di Napoli. Loro tre, insieme al presidente dell’Anci, Piero Fassino, terranno un vertice a Roma giovedì prossimo, alla vigilia del varo del Def che prevedere ulteriori tagli e razionalizzazioni nel trasporto e nelle aziende per i rifiuti. Se dovranno ulteriormente tirare la cinghia, saranno inevitabili nuove tasse locali, proprio mentre il Governo sbandiera l’intenzione di non aumentare la pressione fiscale e, anzi, di ridurla.

I sindaci chiedono un riparto più equilibrato dei tagli. Sul tavolo del Governo ci sono i criteri di ripartizione della sforbiciata da 2,2 miliardi di euro prevista dalla manovra, che deve essere distribuita fra 8 mila municipi italiani. Secondo i sindaci di Firenze, Roma e Napoli, le loro amministrazioni si trovano a dover sostenere oltre la metà del peso dei tagli destinati alle città metropolitane – ben 178 milioni (di cui 26 milioni Firenze, 87,2 Roma, 65,8 Napoli) su un totale di 256 milioni. Protestano tuttavia anche i sindaci dei piccolissimi Comuni, perché penalizzati dai criteri demografici che in 2000 amministrazioni porterebbe a tagli incrementati dal 20 al 100 per cento. “Rischiano il default centinaia di enti” spiega Massimo Castelli, responsabile dei piccoli Comuni presso l’Anci.

Già giovedì scorso il sindaco di Firenze, Dario Nardella, aveva ammesso che il taglio da 26 milioni di euro alla città metropolitana di Firenze “ci porterà a mettere le mani sulla pressione fiscale a livello metropolitano e territoriale”. “Francamente- spiega il
sindaco che è anche coordinatore delle città metropolitane dell’Anci- non so come riusciremo a sopportare un taglio del 23%. Qualunque azienda con un taglio al budget di un quarto non sarebbe in grado di sopravvivere”.

“Misure insopportabili” dice Ignazio Marino alla Repubblica, proponendo al Governo di “concordare insieme strade alternative per effettuare i tagli alla spesa pubblica”. Per Roma i tagli, pari a 87 milioni nel 2015, aumenterebbero fino a 175 milioni nel 2016 e a 262 milioni nel 2017, “5 volte superiori a quelli imposti a Milano, 4 volte quelli imposti a Torino. Non voglio scatenare assurde guerre fra poveri, ma mi limito a segnalare un paradosso”. Finora “siamo riusciti a risparmiare senza tagliare i servizi, ma in queste condizioni non è più possibile farlo. E se tagliamo servizi e mettiamo nuove tasse – aggiunge – siamo poi noi sindaci che dobbiamo andare a metterci la faccia di fronte ai cittadini”. Marino propone misure alternative, come “una tassa di 1 o 2 euro sui transiti aeroportuali”.

PIù duri i toni di Luigi De Magistris, che parla di “Governo irresponsabile” e di manovre “irragionevoli”. “Hanno messo in bilancio un risparmio di un miliardo e ora per le incongruenze delle loro manovre finanziarie fanno pagare ai cittadini un prezzo troppo alto. Questi tagli andranno a toccare un terzo del Paese”. Per il sindaco di Napoli, intervistato dalla Repubblica, “sembra di stare davanti a due-tre sarti della finanza che fanno tagli irresponsabili, ma io credo che dietro questa deriva sartoriale ci siano delle manine politiche che vogliono colpire aree strategiche del Paese. C’è una riforma appena nata, quella delle città metropolitane, e invece di mettere in campo ogni iniziativa per sostenere queste macro aree urbane – sottolinea -, gli si spezzano le gambe sul nascere, per giunta con un criterio di distribuzione dei tagli assolutamente illogico”.

Come far vivere un’agenda di riscatto da: il manifesto.it

Oggi la metà dei cit­ta­dini non va nem­meno più a votare», per­ché non si sente rap­pre­sen­tata da nes­sun par­tito. E «più della metà dei lavo­ra­tori non è rap­pre­sen­tata da nes­sun sin­da­cato». Credo che quando si discute di «coa­li­zione sociale», come si è fatto in que­sti giorni sul mani­fe­sto, si debba par­tire da que­ste due frasi del discorso di Mau­ri­zio Lan­dini, a con­clu­sione della bella mani­fe­sta­zione della Fiom a Roma, che ci richia­mano, tutti, alla dram­ma­tica crisi di rap­pre­sen­tanza che carat­te­rizza la nostra ormai con­cla­mata «post-democrazia». E leg­gerle in sin­cro­nia con la vera e pro­pria lezione pub­blica di Ste­fano Rodotà, rivolta ai cin­quan­ta­mila di piazza del Popolo, là dove ha detto (cito a senso) che c’è l’ asso­luta neces­sità di una coa­li­zione oriz­zon­tale, di una «coa­li­zione sociale», appunto, che non solo arti­coli la domanda dei sog­getti sociali nei con­fronti della poli­tica, ma ne strut­turi l’agenda (mi pare che abbia detto pro­prio così: l’«agenda»).
Sta qui, esat­ta­mente, il punto su cui ci lace­riamo tutti, e in parte anche ci dila­niamo come se fos­simo avver­sari anzi­ché nau­fra­ghi. Sta nel vuoto aperto dalla crisi dei due prin­ci­pali pila­stri della vicenda sociale e poli­tica nove­cen­te­sca: il Sin­da­cato e il Par­tito. Entrambi cre­sciuti fino ad assu­mere una cen­tra­lità costi­tuente ed entrambi caduti. O comun­que svuo­tati: ridotti spesso a invo­lu­cri inca­paci di trat­te­nere le ener­gie sociali che li ave­vano fatti grandi. Crisi della Rap­pre­sen­tanza, appunto, sociale e poli­tica insieme.

Forse sba­glio, ma stento a vedere nell’azione di Lan­dini un chiaro pro­getto, sociale o poli­tico, né tan­to­meno per­so­nale (come vor­rebbe il bru­sio pet­te­golo su «sca­late alla Cgil» o «discese in poli­tica»). E mi pare invece d’intuire un’umanissima, fon­da­tis­sima ango­scia di chi sa di stare den­tro una strut­tura a rischio di estin­zione. Una «mac­china» (non solo la Fiom, ma il Sin­da­cato nel suo com­plesso) che fu straor­di­na­ria per potenza e crea­ti­vità, ma che andrà irri­me­dia­bil­mente a sbat­tere o a esau­rirsi (in buona parte lo è già) se non saprà cam­biare radi­cal­mente se stessa allar­gando il pro­prio campo sociale. Così come mi sem­bra di vedere nella furia (cre­scente) di Rodotà nei con­fronti dei par­titi (in cui peral­tro ha mili­tato a lungo, in posi­zioni api­cali), com­presi quelli pic­coli, e a lui vicini, più una dispe­ra­zione per il vuoto che lasciano che il ran­co­roso disprezzo per quel che sono.
Se que­sto è vero, allora, quello che sia Lan­dini che Rodotà ci indi­cano è un punto di par­tenza, non certo di arrivo. Per­ché se è evi­dente che un pro­cesso di aggre­ga­zione oriz­zon­tale, al livello dei fram­men­tati sog­getti sociali, è indi­spen­sa­bile per ricom­porre una qual­che capa­cità di arti­co­lare una «voce» capace di farsi sen­tire e di pro­durre un’«agenda» alter­na­tiva, rimane, grande come una casa il pro­blema di chi — o che cosa — quell’agenda la agi­sca. In qual­che modo il pro­blema intorno a cui si sono arro­vel­lati, e sono finiti in secca, tutti i movi­menti di pro­te­sta emersi dagli anni Ses­santa in poi, e che ora ha finito per risuc­chiare nel suo gorgo anche il vec­chio «movi­mento ope­raio», costretto, come quelli, a ricer­care, bran­co­lando nel buio, la pro­pria via verso una capa­cità d’impatto sui mec­ca­ni­smi fon­da­men­tali della deci­sione poli­tica, in chiave non solo difen­siva (o oppo­si­tiva) ma anche «offen­siva». In grado cioè di imporre deci­sioni radi­cal­mente diverse da quelle ammi­ni­strate al livello di Governo. Pro­blema dram­ma­tico, per­ché, come ci dice la Gre­cia, quelle poli­ti­che sono oggi mor­tali per la Società (distrug­gono, let­te­ral­mente, il Sociale). E se non ven­gono rove­sciate anche nelle sedi stesse in cui nascono e sono «decise», non c’è scampo per chi, in basso, è costretto a subirle.

È l’eterno pro­blema del rap­porto tra Sociale e Poli­tico. O, per dare volti ai con­cetti, tra Sin­da­cato e Par­tito. Che non è ine­dito, come in molti oggi sem­brano pen­sare, ma tema ricor­rente da quando la sfera sociale si è mas­si­fi­cata e quella poli­tica demo­cra­tiz­zata. Ed ha tre volte ragione Paolo Favilli a ricor­darci che quel rap­porto ha una sua sto­ria: esempi con­creti di mul­ti­formi solu­zioni che non pos­siamo noi, oggi, igno­rare. Almeno tre «modelli», tutti gio­cati nel pas­sag­gio — così simile al nostro per radi­ca­lità dei pro­cessi di tra­sfor­ma­zione — tra Otto­cento e Nove­cento. Il modello cosid­detto tede­sco, incen­trato sul pri­mato del Par­tito (e della lotta poli­tica) sul Sin­da­cato (e l’azione riven­di­ca­tiva) teo­riz­zato da Kau­tsky e dalla Seconda inter­na­zio­nale: schema pre­valso anche in Ita­lia nel corso dell’età gio­lit­tiana e sta­bi­liz­za­tosi in chiave rifor­mi­sta nel secondo dopo­guerra. Il modello inglese, quello delle Unions (!), in cui il par­tito — il Labour, appunto — è, almeno all’origine, diretta espres­sione del sin­da­cato: sua «pro­tesi» all’interno delle isti­tu­zioni, «asso­cia­zione di asso­cia­zioni» di cui le orga­niz­za­zioni dei lavo­ra­tori, con strut­tura pre­va­len­te­mente oriz­zon­tale, sono i «com­mit­tenti». Infine il modello fran­cese, quello che è stato defi­nito «sin­da­ca­li­smo di azione diretta», in cui il Sin­da­cato non solo delega ma assorbe in sé gli stessi com­piti del Par­tito rifiu­tando la sepa­ra­zione tra lotta eco­no­mica e lotta poli­tica e costi­tuen­dosi in una sorta di «Par­tito sociale»: modello a sua volta oscil­lante tra l’impostazione sore­liana cul­mi­nante nel mito dello scio­pero gene­rale insur­re­zio­nale e quella prou­d­ho­niana, arti­co­lata con forme di coo­pe­ra­ti­vi­smo e di mutua­li­smo come espres­sione di auto­go­verno dei produttori.

È ipo­tiz­za­bile che, sal­tato defi­ni­ti­va­mente il primo modello (non c’è più un «par­tito di rife­ri­mento» per nes­suno), torni in gioco qual­cuno degli altri due? Che si possa imma­gi­nare una «coa­li­zione sociale» com­mit­tente nei con­fronti di un «sog­getto poli­tico» dele­gato a ripri­sti­narne una rap­pre­sen­tanza? E con quale forma orga­niz­za­tiva, che non sia più quella del tra­di­zio­nale par­tito di massa? Oppure che si ria­pra la strada a ipo­tesi di «sin­da­ca­li­smo di azione diretta», che però dovrebbe rivo­lu­zio­nare alle radici il pro­prio modello orga­niz­za­tivo, farsi inte­gral­mente ter­ri­to­riale com’era il sin­da­cato delle Camere del Lavoro e non quello delle Fede­ra­zioni d’industria? Oppure — e le ipo­tesi pos­sono mol­ti­pli­carsi — non sarebbe meglio con­ti­nuare a «cer­care ancora»? Tutti insieme. Ponen­doci seria­mente il pro­blema — irri­solto — di dove, e come, possa coa­gu­larsi oggi, in Ita­lia, quella «massa cri­tica» in grado di tra­durre nei luo­ghi del Governo la forza di un sociale riscat­tato dalla pro­pria impo­tenza, prima di cor­rere a met­tere, ognuno, i pro­pri cappelli.