Il 28 marzo in piazza con la Fiom per raccogliere la grande sfida di Landini da: antimafia duemila

landini-cgldi Antonio Ingroia – 20 marzo 2015
La ‘coalizione sociale’ lanciata da Maurizio Landini raccoglie e propone una grande sfida, quella che negli ultimi anni nel recinto tradizionale della politica italiana è oggettivamente mancata.

La sfida per un’opposizione nuova e innovativa alle politiche neoliberiste del governo Renzi, un governo che con l’etichetta abusiva di ‘centrosinistra’ si è spinto dove nemmeno i governi di centrodestra erano riusciti ad arrivare. Ma al tempo, a frenare Berlusconi c’era – almeno in apparenza – un’opposizione parlamentare tradizionale, costruita attorno al Pd, che pur tra concessioni e contraddizioni cercava di fare la sua parte in Parlamento e fuori, consentendo al sindacato di svolgere il proprio ruolo. Oggi quell’opposizione non c’è più, prima assorbita nel deleterio schema delle larghe intese volute a tutti i costi dall’ex presidente Napolitano, poi cannibalizzata dal renzismo e da quell’idea che o si fa come dice il premier-segretario, in nome di una rottamazione che in realtà è solo restaurazione, o si è gufi, rosiconi, professoroni contrari al cambiamento. Nulla di più falso evidentemente, ma il messaggio, pompato con strabordante dose di propaganda e amplificato da una comunicazione troppo spesso compiacente, è stato questo e la corsa a salire sul carro del vincitore ha fatto il resto. Il risultato è un governo che realizza punto dopo punto, a colpi di fiducie, quanto preteso dalla Bce nella lettera del 2011, assecondando i poteri forti e ignorando qualsiasi controparte.

In Parlamento l’unica opposizione fino ad oggi l’hanno fatta il Movimento 5 Stelle, con i suoi modi e i suoi schemi, e Sel, con le sue non poche contraddizioni e i suoi numeri comunque poco significativi. Per il resto, quello che una volta era il terreno della sinistra si è desertificato per mancanza di proposte serie. E soprattutto si è creato nel Paese un vuoto di opposizione al quale è seguita un’inevitabile mancanza di partecipazione, per cui chi una volta si riconosceva in certi valori e in certi riferimenti oggi si ritrova spiazzato in assenza di un’offerta politica convincente. E’ il popolo variegato di chi non va più a votare perché non si sente rappresentato da questa classe politica. E’ quel popolo che Renzi volutamente ignora ogni qualvolta sbandiera il solito 40% delle Europee, spacciandolo per il 40% del Paese.

In questo contesto, trovo più che legittimo che la Fiom decida di mettersi in gioco politicamente e trovo importante e assolutamente giusto che decida di farlo non da sola ma con una ‘coalizione sociale’, aprendosi dunque al mondo dell’associazionismo, chiamando a raccolta chi si batte da anni per i più deboli, come provai a fare anch’io con Rivoluzione Civile, coinvolgendo in un progetto, rimasto incompiuto ma non fallimentare, esponenti di Libera, del sindacato, del pacifismo, della lotta alla mafia. C’è chi contesta Landini per la sua scelta, ma che altro dovrebbe fare un sindacato se nemmeno l’aver portato in piazza milioni di lavoratori è servito perché il governo ascoltasse il mondo del lavoro, e accettasse di discutere scelte a senso unico? La battaglia è politica, e va dunque combattuta sul piano politico. Guardando però al futuro e non al passato, dunque non facendo un altro partitino, come giustamente ripete Landini.

L’incapacità dei partitini della sinistra di farsi interpreti delle esigenze di quella che dovrebbe essere la sua gente è infatti scritta nella storia degli ultimi anni. In un’epoca nuova serve un nuovo progetto, un nuovo modo di fare politica. Un progetto aperto, dal basso, democratico e popolare, basato sulla partecipazione, sulla trasparenza, sul radicamento sui territori, sul coinvolgimento delle persone attorno ai valori e agli obiettivi comuni nei quali ci si riconosce. Quali? La piena attuazione della nostra Costituzione, perché sia applicata e non smantellata. La difesa dei diritti dei lavoratori e del mondo del lavoro. La lotta alla disoccupazione e alla povertà. Una vera giustizia sociale, economica e giuridica. La solidarietà civile. L’impegno per i più deboli, per la legalità, per l’antimafia, per l’eguaglianza sostanziale, per la libertà da ogni forma di potere senza controllo. L’importanza della cultura, del sapere, della ricerca, dello studio. Sono solo alcuni capitoli, ma la lista è e deve rimanere aperta.

Se questa è l’idea di aggregazione sociale di Landini allora è anche la mia, ed è sempre stata quella di Azione Civile, che è nata proprio per contribuire a dare vita ad una nuova soggettività politica. Nel nostro manifesto è scritto chiaramente: “Azione Civile non vuole essere e non diventerà un partito: è un Movimento Civico che promuove la partecipazione dei cittadini alla vita democratica, non vuole rinchiudersi in un recinto e si propone di creare la più vasta unità del campo democratico e progressista, che deve essere inclusivo e aperto ai cittadini”. Quel che è sicuro è che c’è bisogno di strutturare quanto prima un’opposizione vera al renzismo fuori dal sistema tradizionale dei partiti. Il progetto di ‘coalizione sociale’ rappresenta un’occasione importante, a cui guarda con grande interesse e condivisione anche L’Altra Europa, che infatti il 28 marzo scenderà in piazza accanto alla Fiom per manifestare contro le politiche economiche del governo. Azione Civile sarà con loro.
Antonio Ingroia (www.lultimaribattuta.it)

Tratto da: azione-civile.net

Droga, pizzo e rapine: il business della mafia a Catania da: newsicilia.it

Schermata 2015-03-23 alle 19.18.01

24 mar 2015 – 06:00

<!–

–>

CATANIA – Il quadro della criminalità organizzata a Catania risulta molto complesso e tendenzialmente policentrico. Le forze dell’ordine e la magistratura lavorano a braccetto per disarticolare un sistema che si nutre senza sosta… una bestia nera difficile da smantellare, infiltrata nelle maglie della società di cui divora complessi circuiti economico-finanziari che portano quattrini a pioggia. 

“La situazione criminale qui è diversa rispetto alla Sicilia Occidentale – afferma Antonio Salvago, dirigente della Squadra Mobile – Le organizzazioni mafiose sono radicate nei quartieri e spesso all’interno delle stesse realtà cittadine convivono più associazioni criminali, il che ostacola notevolmente il controllo del territorio. Ognuna di esse fa perno su più “squadre” che agiscono autonomamente ma devono fare sempre riferimento ai reggenti che muovono le fila”.

IMG_0453

Nonostante siano molto chiare, anche  per gli addetti ai lavori, le dinamiche criminali, in città è difficile intervenire con manovre radicali perché il sistema mafioso è tentacolare: i clan, se bersagliati da una tornata di arresti, ci mettono veramente molto poco a rimodulare il proprio sistema interno.

“La coesistenza di più organizzazioni nella stessa area, in passato era oggetto di vere e proprie guerre intestine. Da alcuni anni a questa parte, invece, viviamo un momento di “low profile” perché sono le stesse realtà mafiose a mantenere un profilo basso – aggiunge Salvago –  e i motivi sono due: da una parte ci siamo noi che agiamo, dall’altro è una scelta strategica cioè quella di apparire il meno possibile”.

Ma ci spieghi meglio… le dinamiche mafiose, nonostante i vostri blitz, sono identiche al passato?

“Sì, le famiglie che dominano sono sempre i Santapaola-Ercolano e i Mazzei che fanno parte di Cosa Nostra. Poi intorno gravitano tutta una serie di micro o macro organizzazioni criminali, con stessa struttura ma che non vi sono dentro a tutti gli effetti”, incalza il capo della Mobile. Il settore maggiormente remunerativo è quello del traffico di stupefacenti e proprio il controllo delle piazze di spaccio è uno dei leitmotiv di queste realtà. Un gradino più in basso mettiamo le estorsioni che rappresentano sempre il reato principe dei gruppi criminali che attestano la signoria territoriale dell’organizzazione in un determinato quartiere. Ma potremmo continuare ancora, perché ci sono tante altre attività correlate, come per esempio l’usura o le rapine”.

Effettivamente l’ultimo rapporto della DIA di Catania non fa registrare significative oscillazioni negli equilibri mafiosi rispetto al passato ed ecco che nella nostra immagine di copertina vi mostriamo una mappa orientativa, che fotografa la presenza delle diverse associazioni criminali sul territorio.

Oggi, l’obbiettivo prioritario delle cosche, con Cosa Nostra in testa, è “fare impresa”, accumulando beni da reinvestire sul mercato legale. “Penso che l’aggressione al patrimonio dei criminali sia fondamentale – continua il dott. Salvago -. Non è sufficiente l’ordinanza di custodia cautelare sulla singola persona. È fondamentale aggredirne il patrimonio per levare linfa vitale alle organizzazioni mafiose”.

E la Squadra Mobile in questo senso che fa?

“Noi normalmente all’attività di indagine che riguarda le organizzazioni, ne aggiungiamo una patrimoniale. All’interno della Questura, per altro, esiste “l’ufficio misure di prevenzione” che si occupa esclusivamente di misure patrimoniali reali come il sequestro e la confisca dei beni ai mafiosi. E operazioni di questo tipo ne abbiamo fatte diverse, magari aiutati anche dalla guardia di Finanza”.

Per esempio?

“Basti pensare all’operazione Money Lander che ha messo le mani su un grosso giro di estorsioni e usura. In questo caso c’è stata un’attività di aggressione patrimoniale fatta proprio dalla guardia di Finanza”.

Ma secondo lei, quale peso ha la società civile in queste dinamiche?

“Parto subito da un esempio come quello di qualche giorno fa: la corsa clandestina in pieno giorno alla Circonvallazione di Catania dà il senso concreto dell’emergenza. Questa è una città che ha bisogno di un’attenzione sempre maggiore da parte di tutti, in particolar modo dei cittadini”.

In città, effettivamente, ancora domina prepotentemente la politica del “nenti sacciu, nenti viru e nenti sentu”.

“Un esempio concreto viene dall’operazione “Auto Market”, in cui abbiamo segnalato che ci vuole la denuncia dei cittadini e che essa non deve rimanere fine a se stessa bensì trasformarsi in una presa di coscienza della comunità. Bisogna rompere questo gioco vizioso, per esempio, di farci restituire la macchina in cambio di somme di denaro più o meno alte o pagare il pizzo per mantenere aperta un’attività. La strada più breve e corretta – conclude Salvago – è quella di rivolgersi alle forze dell’ordine. Ci potranno essere i casi in cui non si arriva a nulla ma io posso dire, con carte alla mano, che nella stragrande maggioranza noi, come forze di polizia, le macchine le abbiamo ritrovate e chi ha denunciato ha avuto la soddisfazione morale di poter dire di aver fatto la scelta giusta e di non aver foraggiato questo sistema perverso”.

E intanto più che un cancro da estirpare, la mafia in città sembra una fenice che rinasce sempre dalle sue ceneri…

Daniela Torrisi – Giorgia Mosca

NEWROZ 2015 SPECIALE Bollettino Informatico dell’ UIKI – ONLUS

NEWROZ 2015

SPECIALE Bollettino Informatico dell’ UIKI – ONLUS

-2-


​​

​​

Dopo il Newroz, rientrate in Italia le delegazioni di osservatori dal Kurdistan  

Comunicato Stampa, 23 Marzo 2015

 L’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia informa che tutte le delegazioni italiane partite per partecipare alle celebrazioni del Newroz (il capodanno curdo) hanno fatto rientro in Italia.

Le delegazioni, oltre naturalmente a prendere parte alle manifestazioni di popolo del Newroz nelle città di Suruç, Urfa, Karliova, Bingöl, Van, Batman e Diyarbakir, hanno tenuto numerosi incontri con varie organizzazioni politiche, sindacali, e della società civile, hanno visitato campi profughi, si sono confrontate con partiti e associazioni per la difesa dei diritti umani, approfondendo in questo modo la conoscenza della società curda e dei suoi sforzi per una pace democratica.

E’ possibile leggere i report quotidiani delle delegazioni sul sito www.uikionlus.com

Ringraziamo tutti coloro che, come singoli o come rappresentanti di organizzazioni, hanno preso parte a questa missione di osservatori, e auspichiamo che ogni gruppo continui a scrivere le proprie impressioni e soprattutto le proprie proposte per lanciare iniziative da portare avanti, a seguito di questa esperienza.

Condannando la strage terroristica di Haseke, che ha provocato 52 morti e centinaia di feriti durante il capodanno, ribadiamo che la fase che si apre è cruciale: lo storico messaggio del presidente Abdulla Öcalan letto al Newroz di Diyarbakir (Amed) parla non solo al popolo curdo, ma a tutti i popoli, ed è un messaggio di pace e democrazia che ha ora bisogno più che mai di sostegno e di gambe per poter camminare e portare a un futuro di pace e libertà per tutta la regione.

Roma, 23.03.2015

UIKI Onlus – Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia

 

Il Messaggio di Abdullah Ocalan al Newroz 2015- Amed

A Tutto il nostro Popolo; Saluto il nuovo giorno [Newroz] di tutto il nostro popolo e degli amici schierati con la pace, l’uguaglianza, la libertà e la democrazia.

Il 21 marzo è primavera, ma anche Newroz,

Il 21 marzo è primavera, ma anche Newroz, il capodanno di tanti paesi, come l’Afghanistan, l’Iran, il Kurdistan.

Più di un milione di persone salutano Öcalan al raduno del Newroz a Istanbul

Oltre un milione di persone si sta unendo alla manifestazione del Newroz a Istanbul oggi, scandendo slogan entusiasti chiedono la libertà del leader curdo Abdullah Öcalan.

Cantone di Cizre:non ci saranno festeggiamenti del Newroz per la sicurezza

Oggi un po’ a sorpresa la notizia della cancellazione delle feste previste per il Newroz in tutto il cantone di Cezire. Passare la frontiera verso la Turchia sta risultando molto difficile; intanto alcuni fuochi sono stati accesi con copertoni di camion che anneriscono l’aria, solo piccoli fuochi visto che per motivi di sicurezza le feste grandi per il newroz sono state tutte cancellate nel cantone di Cezir.

Attacchi a Haseke: rivelati i nomi delle vittime

Nel corso di un attentato di ISIS, 52 persone sono state uccise e 130 sono rimaste ferite nei multipli attacchi alle celebrazioni del Newroz (nuovo anno curdo) nella città di Hasake nel cantone di Cezira, nel Rojava-Kurdistan occidentale (Siria settentrionale). Tra di loro 18 bambini e 24 donne.

UN Condanna gli attacchi contro le celebrazioni del Newroz ad Al-Hasakah

Dichiarazione attribuibile al portavoce del Segretario generale sugli attacchi di Al-Hasakah, Siria – New York, 20 marzo 2015 Il segretario generale condanna gli attacchi rivolti oggi contro le celebrazioni del Nowruz ad Al-Hasakah, città nel nord-est della Siria.

Zarok TV inizia a trasmettere in tre dialetti curdi

Zarok TV, il primo canale in lingua curda per bambini, dopo un periodo di lunga preparazione inizierà a trasmettere il 21 Marzo in occasione del Newroz (Capodanno curdo) da Amed (Diyarbakır) una delle principali città curde.

RAPPORTI DELLA DELEGAZIONE ITALIANA


Newroz Piroz Be!

E’ complicato trovare la parole adatte per esprimere l’indescrivibile quantità di emozioni provate oggi. Stare dentro una piazza con milioni di persone, insieme un intero popolo in lotta in un clima di festa, grande condivisione e fratellanza, ci dice che la possibilità di costruire dal basso un modello di società diverso, agendo le lotte in modo radicale e rivoluzionario, non solo è possibile, ma è già realtà.

Diyarbakir: Neppure la pioggia spegne il fuoco del Newroz

Oggi, 21 Marzo 2015, a Diyarbakir si è festeggiato il Newroz più imponente ed importante di tutto il Kurdistan.

Delegazione di Amed: Il NEWROZ !

Mentre la delegazione italiana a URFA veniva bloccata al confine tra PERSIS/SURUC e KOBANE. Diverse delegazioni italiane hanno partecipato alla grande celebrazione del NEWROZ di Diyarbakir al quale hanno partecipato secondo le stime ufficiali almeno 2 milioni di persone.

Delegazione Italiana a Batman

Le visite della delegazione italiana si sono spostate verso Est nella provincia di BATMAN a 90 km ad Est di Diyarbakyr. Chiamateli EZIDI, non YEZIDI ! Dopo un violento acquazzone arriviamo al Campo “Ugurku Village” di Besiri a nord di Batman, dove l’amministratore del campo ci accoglie nella tenda all’ingresso, presto affollata di ragazzi incuriositi.

Delegazione di Van: Turchia-lacrimogeni per la democrazia

Oggi, 20 Marzo, a Van, si è celebrato il Newroz. Sin dalle prime ore della mattinata, migliaia di donne ed uomini di tutte le età hanno iniziato a confluire nel grande parco della città, la cui estremità settentrionale giunge alla base della montagna, su cui si innalza il celebre Castello, che risale al IX Secolo A.C.

Delegazione Italiana a Amed: Ritorno a Suruc/Kobane

L’ultimo giorno della Carovana Newroz 2015 ci vede tornare a Pirsus(Suruc) confine con la Siria insieme ad altre delegazioni che in questi giorni hanno visitato – producendo diversi report – le zone del Kurdistan Turco ma anche Iracheno e Siriano.

Comunicato Stampa della delegazione di URFA

La delegazione italiana della missione di osservatori internazionali per il Newroz in Kurdistan, che aveva con sé un carico di farmaci, oggi (21.03.2015) è stata bloccata al confine turco tra Suruç e Kobanê nonostante avesse richiesto l’autorizzazione alle autorità turche.

Delegazione di Urfa III

Anche oggi siamo stati a Şanliurfa, dedicando la giornata al confronto con le realtà associazionistiche e politiche locali. In mattinata abbiamo incontrato la presidente dell’associazione per i diritti umani, nata nell’88 grazie all’opera di otto volontari, due dei quali sono stati vittime del terrorismo di stato turco, che al momento conta novemila iscritti e trenta sedi.

RASSEGNA STAMPA ITALIANA


IMPERIA-KOBANE: Servalli: ”È stato emozionante prendere lezioni di democrazia e ugualianza dal popolo Kurdo”

“Giornata fitta di incontri per la nostra delegazione, che ha avuto il piacere di essere ricevuta dai vertici dei partiti curdi e delle principali associazioni per la tutela dei diritti umani.

Stoppati i due imperiesi: frontiera chiusa, non passa nessuno, per ragioni di sicurezza

Non ce l’abbiamo fatta. Ieri in un paese a 70 chilometri da qui un’autobomba dell’Isis ha fatto una strage.

Diario dal Kurdistan, il giorno del Newroz

Venerdì due sanguinosi attentati dell’ISIS alle celebrazioni del Newroz hanno ucciso circa quaranta persone nel cantone siriano di Cezire. 

Diario dal Kurdistan, giorno due. Il Newroz a Urfa

Seconda corrispondenza di Francesco Stea Pagliai, medico pisano, che si trova a Urfa dove ieri si sono tenuti i festeggiamenti per il Newroz Newroz significa letteralmente “nuovo giorno”: il 21 marzo, chiaramente collegato all’inizio della primavera, è festeggiato in molte zone dell’Asia centro-meridionale.

Diario dal Kurdistan, giorno tre. A Viransehir l’incontro con i profughi ezidi

Città a maggioranza kurda a 53 km dalla Siria, Viransehir è amministrata da un sindaco e da una co-sindaca del partito DBP. Il racconto di Francesco Stea Pagliai in Kurdistan per i festeggiamenti per il Newroz Viransehir, città a maggioranza kurda, circa centomila abitanti, 93 chilometri a est di Urfa e sempre 53 dal confine con la Siria.

Diario di Delegazione in ‪Kurdistan frontiera turco-siriana:

Nella tarda mattinata del 20 il gruppo 3 e il gruppo 2 di Sanliurfa si sono incontrati con l’Associazione per i Diritti Umani “Insan Haklari Dernegi” nata nel 1988 che organizza attualmente circa 9000 volontari.

Carovana per il Rojava da Amed

Dopo i primi due giorni passati ad Amed e dintorni, il terzo giorno della delegazione per il Newroz inizia con il viaggio verso la municipalità di Batman.

Radio CIROMA: Newroz Piroz Be!

​​

La festa del fuoco, il Newroz, l’antica festa dei popoli mesopotamici che per il popolo curdo coincide con il loro capodanno. La prima stagione dell’anno curdo è la primavera, buhar, è in questi giorni si è festeggiato il 2627 anno del calendario curdo.

Radio Onda Rossa: Vigilia del Newroz

​​





UIKI Onlus
Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia

Via Ricasoli 16, 00185 Roma, Italia
Tel. : +39 06 64 87 11 76
Email : mailto:info@uikionlus.com
Web : www.uikionlus.com
Facebook : UIKIOnlus
Twitter : @UIKIOnlus
Google + : 102888820591798560472
Skyp : uikionlus

Non solo Expo’, la schiavitù esiste eccome nel Bel Paese! Ecco le storie. Nel mondo immaginario di Renzi si parla d’altro autore fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Vi proponiamo due storie di “sfruttamento estremo”. La prima viene dalla Val di Sangro e la seconda dalla Sicilia. Siamo ormai al limite della schiavitù, del lavoro gratuito, come all’Expo’, della criminalità imprenditoriale. Storie che hanno dell’assurdo ma che non si allontanano da un profilo dell’economia del Bel Paese completamente stravolto dalla crisi economica. Quando Renzi parla di ripresaa, quindi, non sa di cosa parla. E, soprattutto, nasconde il fatto che a livello di condizioni di lavoro siamo messi peggio dei paesi cosiddetti Brics.

La schiavitù esiste
La prima fabbrica lager è stata scoperta in Val di Sangro. Il titolare (Roberto Sandionigi, 57 anni, nato in provincia di Lecco ma residente a Pescara), è stato arrestato insieme a un 58enne romeno (Georghe Barbulescu residente nel Teramano) che fungeva da intermediario. I due reclutavno decine di operai che lavoravano in condizioni di semischiavitù e senza essere pagati. Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro le accuse contestate. Gli operai venivano picchiati e minacciati con le armi. Dormivano ammassati in un’abitazione ed erano costretti a pagare 500 euro di affitto ciascuno che venivano scalati dalla busta paga, formalmente corretta. Da intercettazioni telefoniche è emerso che alcuni di loro chiedevano al titolare di azienda 10 o 20 euro per poter comprare del pane. In una conversazione l’ imprenditore promette: «domani ti dò un pò di spesa». In una circostanza a un dipendente picchiato è stato vietato, dietro minaccia, di farsi medicare al pronto soccorso. Solo il giorno dopo l’uomo è riuscito a farsi visitare facendo 15 chilometri a piedi, poiché non aveva i soldi per l’autobus.La seconda è una storia individuale e viene dalle campagne del Ragusano. In questo caso Luana, una romena di 40 anni, si è ribellata al suo “daatore di lavoro” perché le aveva vietato di accompagnare i suoi due figli a scuola. Luana ha 40 anni, viene dalla Romania e lavorava per 100 euro a settimana, quando va bene, ed era costrett a subire violenze e vessazioni. I suoi figli l’hanno raggiunta in Italia, dopo il suicidio del marito in Romania, con la speranza di un futuro migliore. Ma quando lei ha detto no a uno dei tanti abusi sessuali da parte del suo padroncino, si è vista negare l’acqua da bere per sé‚ e i suoi bambini. La sua storia è stata raccolta dalla cooperativa Proxima di Ragusa e raccontata dalla ricercatrice Letizia Palumbo, nei giorni scorsi all’istituto penale per i minorenni di Palermo, durante il seminario su “La tratta di esseri umani in Europa e in Italia” organizzato dall’associazione Ciss di Palermo.

Aumento spaventoso degli aborti
La cooperativa Proxima ospita le vittime di tratta e fornisce loro assistenza secondo quanto previsto dall’articolo 13 della legge 228/2003 e dall’articolo 18 del Testo unico sull’immigrazione. A bordo di un “Solidal Transfert” cioè un piccolo furgone che attraversa le campagne, i volontari della cooperativa cercano di spezzare le condizioni di isolamento dei lavoratori nei campi, per lo più rumeni, arrivati nelle campagne in maniera massiccia a partire dal 2007. Una presenza che ha quasi soppiantato quella tunisina. “E’ difficile che la donna araba lavori nei campi – spiegano gli operatori del Ciss – inoltre la comunità tunisina non intendeva sottostare all’abbassamento della paga imposto dai datori di lavoro”. L’avvento delle donne romene ha creato una nuova forma di sfruttamento. Lo provano i dati informali raccolti al reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Vittoria “il giorno in cui si praticano le interruzioni di gravidanza è il martedì – continua la ricercatrice – arrivano una media di sei donne per volta, di cui 4 o 5 rumene. Hanno tra i 18 e i 28 anni e sono accompagnate da connazionali, altre volte da italiani molto più vecchi di loro”.
“Nonostante in quell’ospedale i medici siano tutti obiettori di coscienza, fino al primo aprile 2014 – osserva – questo tipo di attività è stata portata avanti grazie a ginecologi esterni alla struttura, facenti parte del progetto dell’Asp terminato il 31 marzo 2014. Non è difficile immaginare che l’interruzione di questo progetto comporterà un esponenziale aumento degli aborti clandestini sul territorio”.

Laura LOMBARDO RADICE o Laura INGRAO – partigiana-da: biografia di donne protagoniste del loro tempo a cura di barbara bertolini e rita frattolillo

Laura LOMBARDO RADICE o Laura INGRAO

di Rita Frattolillo

(Fiume, 21.9.1913 – Roma 23.3.2003), docente, partigiana, donna politica italiana

Laura nasce alla vigilia della prima guerra mondiale a Fiume, città italiana che allora era lo sbocco sul mare dell’impero austro-ungarico, e che oggi è la croata Rijeka. Cresce con la sorella Giuseppina e il fratello Lucio in una famiglia non comune, per cultura e coerenza di idee.

La madre, Gemma Harasim, maestra poliglotta, è una fiumana irredentista; tra l’altro collabora al giornale triestino “Voce”, espressione di una nuova cultura militante non tradizionale. Il padre, Giuseppe Lombardo Radice, siciliano, è un insigne pedagogista di idee liberali.

Negli anni ’20, malgrado la forte opposizione di Gemma,  Giuseppe accetta di lavorare alla Riforma fascista della scuola voluta dal ministro dell’istruzione, il filosofo siciliano Giovanni Gentile, in qualità di direttore generale per l’istruzione elementare.

La famiglia si trasferisce quindi a Roma, ma, dopo il massacro del deputato socialista Giacomo Matteotti per mano degli squadristi (10.6.1924), sdegnato e sconvolto, Giuseppe si dimette e torna all’insegnamento. Vessato dal regime fascista, a stento salva la cattedra, e nel ’33 è costretto a chiudere la sua rivista “L’Educazione nazionale”.

Laura e i fratelli crescono quindi in un ambiente familiare in cui le parole d’ordine sono rispetto, libertà, fedeltà alle proprie idee, tutti valori inculcati giorno dopo giorno da Gemma, che, ritiratasi dall’insegnamento, fa scuola in casa ai  tre figli, mettendo in pratica la sua teoria che ogni bimbo deve “esplorare il mondo a poco a poco. Più lo fa da sé, colle sue forze, aguzzando l’occhio e il pensiero, più questa esplorazione è feconda”. Liberi dagli orari scolastici, i piccoli alunni imparano a coltivare l’orto come a fare teatro, disegnano e frequentano musei, scrivono al padre partito volontario per il fronte (sul Carso) oppure leggono le sue lettere, commentano le fiabe trasformandone la trama a loro piacimento.

Intanto, mentre Laura e i fratelli vanno avanti negli anni e negli studi, il fascismo invade tutto il tessuto sociale, creando un clima soffocante, al quale la giovane reagisce come può, dando vita con Lucio ad un gruppo di intellettuali romani vicini alle idee marxiste: Giaime e Luigi Pintor, Aldo Natoli, Paolo Bufalini, Mirella De Carolis tra essi. Ma, ad un certo punto, si accorgono che la cultura da sola non basta, che c’è fame di azione concreta, di cambiamento, insomma di politica, soprattutto dopo la guerra di Spagna (1936) e dopo la “scoperta” di Antonio Gramsci. A ventitre anni, nel 1937, Laura vince il concorso di professore e ottiene il primo incarico di insegnamento a Chieti (1937/38). L’allontanamento da Roma dura poco, perché la morte del padre (18.6.1938) segna il suo ritorno nella capitale e l’intensificazione della sua attività nel movimento di cospirazione del gruppo antifascista. Qualche mese, e il governo fascista introduce le leggi per la difesa della razza, che deporteranno ad Auschwitz e Dachau migliaia di ebrei. E’ anche l’ inizio di una parabola che porterà in galera, per “ricostituzione del partito comunista”, Aldo Natoli, Pietro Amendola (figlio di Giovanni, assassinato nel 1926), e Lucio, che, per  l’arresto del 21.12.1939, non può prendere servizio come assistente alla cattedra di geometria analitica. Dovrà attendere fino al ’45 per essere ammesso come assistente alla Sapienza.

E’ nel momento dell’arresto del fratello che Laura – sono sue parole – ha una svolta, e diventa militante, prendendo coscienza di non essere “soltanto” la sorella di un carcerato, ma una che partecipa in prima persona (Appunti inediti, anni ’80). Entrata nella Resistenza romana, svolge azioni di boicottaggio, organizza scioperi, raccoglie medicine, indumenti e cibo per i perseguitati e i prigionieri politici. Nel lavoro di cospirazione incontra un amico di Lucio, Pietro Ingrao. Per potersi scambiare messaggi, documenti, indicazioni operative, i due giovani devono crearsi una copertura, fingere di essere fidanzati. Non è difficile, anzi: uscire insieme, passeggiare, andare ai concerti… «Stavamo da soli noi due, anche molto a lungo»,  racconta Pietro. «Lei era bella, vitale, intelligente, io un giovanotto di campagna, non ancora trentenne e anche un po’ rozzo. Che devo dire? Allungai le mani: ci provai». La reazione di Laura non si fa aspettare; lo rimette subito a posto, chiarendogli che la loro è solo finzione  mentre gli dà una botta sulla mano.

Sembrava una cosa finita.

Nel dicembre ’42, c’è una nuova ondata di arresti. Lucio, che è un affermato matematico, è tornato libero, ma non si può esporre in quanto controllato dalla polizia, per cui tocca a Mario Alicata e a Pietro, ormai dirigenti del gruppo comunista, informare il partito, al Nord. Il 27 dicembre è arrestato Mario, e allora il partito ordina a Pietro di darsi alla macchia, di sparire. Non può tornare a casa sua, gira Roma salendo e scendendo dai tram per scongiurare i pedinamenti, si fa ospitare da Luchino Visconti, il grande regista discendente della vetusta casata milanese. A tarda sera, prima di salire sul treno, decide di presentarsi dai Lombardo Radice, dove Lucio gli conferma che deve assolutamente partire per Milano. «Fu allora che  venne il momento di salutarsi. E fu Laura ad accompagnarmi al cancello». Il primo bacio fu lì, al cancello, senza sapere se si sarebbero  rivisti, e quando. Per Pietro saranno mesi di clandestinità, e per entrambi un cammino lungo sessant’anni.

La morte del patriota e scrittore Giaime Pintor, saltato a ventiquattro anni su una mina il 1 dicembre’43 nel tentativo di varcare le linee del fronte a Castelnuovo al Volturno, è un durissimo colpo per i suoi amici più stretti, tra cui Laura, che fa ancora più suo il messaggio etico-politico che Giaime aveva indirizzato al fratello minore Luigi sulla necessità degli intellettuali di scendere sul terreno dell’utilità comune e combattere.

Quando la popolazione romana, affamata dalla borsa nera, ed esasperata da una guerra ormai considerata senza sbocco, dà segnali di ribellione, è Laura, insieme alle altre dirigenti del partito comunista clandestino, come Adele Bei, Marcella Lapiccirella, ad organizzare gli assalti ai forni, che dopo l’attentato di via Rasella e l’eccidio delle Fosse Ardeatine si susseguiranno sempre più numerosi.

Il 3 marzo 1944, Laura, assieme a Marcella e alla fidanzata di Lucio,  Adele Maria, figlia diciottenne dello storico cattolico Carlo Arturo Jemolo, si trova per lavoro come responsabile di zona a viale G. Cesare, nei pressi della caserma dove erano stati appena portati duemila romani. E’ allora che assiste al barbaro assassinio di Teresa Gullace, madre di cinque figli, falciata da una raffica di mitra tedesca mentre cerca di passare uno “sfilatino” di pane e formaggio  al marito Girolamo, uno dei rastrellati.

E’ la scena che a Roberto Rossellini ispirerà il momento più drammatico del film Roma città aperta, con una Anna Magnani indimenticabile nel ruolo di Teresa mentre insegue la camionetta, e a Laura un racconto a tinte forti, specchio del suo coinvolgimento.

Sono loro, Laura, Marcella (incinta, che dopo pochi giorni perde il bambino) e Adele Maria a ricoprire il corpo dell’uccisa di fiori, sono loro le prime a contattare la famiglia, a portare aiuti concreti.

Poco dopo la liberazione di Roma dall’occupazione nazista (4.6.’44), Laura sposa Pietro, dal quale ha cinque figli, di cui quattro donne, e prosegue nell’attività politica sia nel PCI che nell’UDI (Unione Donne in Italia), tra «comizi, campagne elettorali – sono sue parole – la professione di docente, allattamenti e bambini piccoli».  E’ presente sulla stampa, dove partecipa con passione umana, culturale e politica ai dibattiti in corso (diritto di voto alle donne, Legge Merlin, ecc.).

Nel ’57 crea sull’ “Unità” la rubrica Mamma Giovedì allo scopo di parlare ai lettori di cose concrete, della vita di tutti i giorni, «attraverso la voce di una mamma immaginaria, di una famiglia immaginaria, eppure reale».

Pietro diventa dirigente di primo piano nel PCI (è il primo presidente comunista della Camera dei deputati, dal 1976 al ’79), Laura sceglie l’attività politica di base, che le consente anche di impegnarsi nella scuola – un lavoro che ama molto – e sui temi della cultura. E che le consente, soprattutto, di non trascurare la sua vita familiare.

«Di sé, mamma non raccontava molto. Ci apriva però lo scrigno prezioso delle grandi storie: Orlando Furioso, Promessi Sposi, Dante, Boccaccio (…). Un po’ per giorno, quando mangiavamo la sera o mentre ci portava in giro per Roma, arrampicandosi sugli autobus con le bambine attaccate alla gonna. Facevano parte di lei, queste storie, ed era naturale per lei trasmettercele, passarcele, farcele amare come le amava lei (…). Passava molte delle sue ore a tagliare, cucire, perfino ricamare. Vestendo le sue bambine da capo a piedi. O inventando e realizzando magnifici costumi per Carnevale. A cucire però non ci ha insegnato. Penso per scelta. Perché a quelle tante figlie femmine (…) importava – ricorda la figlia Celeste – insegnare ad aprire la mente, a scrivere, leggere, a pensare, a disegnare, a conquistarsi il proprio autonomo spazio nel mondo».

Fino all’età di settant’anni Laura esercita l’insegnamento nelle scuole superiori, dove si era distinta fin dal ‘50 per i suoi metodi innovativi, per il rapporto con gli studenti e per i contenuti del sapere. Nessuna meraviglia, quindi, che partecipi al movimento della contestazione del ’68.

Collabora alla Casa cinematografica Vides, e, al momento del pensionamento, entra come insegnante volontaria nel carcere di Rebibbia, lei che non aveva mai dimenticato il triste pianeta conosciuto nel ’39, quando andava da Lucio, detenuto a Regina Coeli.

Fonda l’associazione “Ora d’aria” di assistenza ai detenuti, che lei chiama affettuosamente “i miei assassinetti”. Li tratta non solo come allievi, ma come persone, con i loro problemi, la loro vita, i loro sentimenti, intessendo con molti di loro un dialogo intensamente umano. Negli ultimi anni ha gravi problemi di salute. Muore nel 2003, lasciando cinque figli, nove nipoti, due pronipoti e molto rimpianto.

© 2014 Rita Frattolillo, tutti i diritti riservati

Fonti

Gemma Harasim, “Il disegno infantile (Appunti di una madre)” in Giuseppe Lombardo Radice, Athena fanciulla. Scienza e poesia della scuola serena, Bemporad, Firenze, 1924, p. 152.

Le notizie biografiche e le citazioni qui riportate sono tratte dal volume di Laura Lombardo Radice – Chiara Ingrao, Soltanto una vita, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2005.

Comune di Firenze, convegno 18 aprile 2005 Il sito web del compagno Pietro Ingrao Biblioteca Nazionale di Napoli

Pubblicato da Biografia Donne a 22:48images

Andalusia, il Psoe vince, crollano Iu e Pp, Podemos terza forza da: il manifesto

 

&amp;amp;lt;img src=”http://ilmanifesto.info/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/22/voto-andalusia-foto-efe-raul-caro.jpg&#8221; /&amp;amp;gt;
Il voto per la comunità autonoma dell’Andalusia

Vince chia­ra­mente la pre­si­dente uscente, la socia­li­sta Susana Díaz, crol­lano Izquierda Unida e Pp, entra con forza Pode­mos – ma senza sfon­dare – e Ciu­ta­da­nos va abba­stanza bene. Il rias­sunto dei risul­tati delle ele­zioni anda­luse che si sono chiuse sta­sera sono desti­nati a influen­zare molto i pros­simi passi dei prin­ci­pali par­titi dello scac­chiere poli­tico spa­gnolo, in un anno pieno di appun­ta­menti elettorali.

È chiaro che Díaz, che aveva con­vo­cato ele­zioni anti­ci­pate rom­pendo il patto con Iu, ha vinto la sua scom­messa: ha man­te­nuto il risul­tato del 2012 (47 seggi), anche se con quat­tro di punti per­cen­tuali (35.5% con­tro 39.5%) e 200mila voti in meno, ma ha vinto chia­ra­mente con­tro i popo­lari (che crol­lano da 50 seggi a 33, con il 27%), che di voti ne per­dono più di 500mila.

Izquierda Unida, terzo par­tito del par­la­mento anda­luso uscente, ottiene solo 5 seggi (con il 7%) con­tro gli 11 di tre anni fa, pas­sando da 440mila a 270mila voti.

Pode­mos entra con quasi sei­cen­to­mila voti e 15 seggi – ma ne aspet­ta­vano una ven­tina – e Ciu­ta­da­nos, altro par­tito di pro­te­sta, ma più di cen­tro­de­stra, ottiene il 9% e 9 seggi.

L’astensione è scesa di un paio di punti (dal 38 al 36%).

Rimane l’incertezza sugli equi­li­bri del dopo voto.

La mag­gio­ranza di 55 seggi sarà dif­fi­cile da rag­giun­gere. Se i socia­li­sti deci­dono di non gover­nare in mino­ranza (cosa che in Spa­gna è pos­si­bile), l’opzione più sem­plice sarebbe un’alleanza Psoe-Ciutadanos. Ma per Ciu­ta­da­nos il par­la­mento di Sivi­glia è il primo in cui entrano fuori dalla Cata­lo­gna e gli occhi saranno pun­tati su di loro: prima di fare un accordo con uno dei “vec­chi” par­titi che tanto cri­ti­cano ven­de­ranno cara la pelle.

Don Ciotti: «Corruzione come la mafia» | Fonte: il manifesto | Autore: Riccardo Tagliati

In duecentomila per la giornata in memoria delle vittime della mafia. Don Ciotti attacca la legge sulla responsabilità civileei magistrati. E al leader della Lega Salvini: «Cacciare i corrotti, non i migranti»Un fiume impres­sio­nante di per­sone ha fatto di Bolo­gna, per un giorno, la capi­tale ita­liana della lotta anti­ma­fia. Decine di migliaia di donne e uomini (200 mila secondo gli orga­niz­za­tori) hanno sfi­lato ieri mat­tina dallo sta­dio al cen­tro sto­rico per la ven­te­sima gior­nata della memo­ria e dell’impegno per le vit­time inno­centi delle mafie. In tutto poco meno di 4 chi­lo­me­tri che il ser­pen­tone ha per­corso con la testa alta e la schiena dritta. «Cam­mi­niamo insieme per chie­dere verità e giu­sti­zia» ha detto il fon­da­tore di Libera, don Luigi Ciotti. Più tardi in una piazza VIII Ago­sto gre­mita all’inverosimile, don Luigi ha sfer­zato la poli­tica det­tando una fitta agenda di impe­gni da assu­mere (leg­gasi: leggi da appro­vare, ndr) per con­tra­stare effi­ca­ce­mente le mafie. Per­ché «non c’è più tempo».

Il cor­teo
In testa, come da tra­di­zione, lo stri­scione di Libera con lo slo­gan scelto per la gior­nata: «La Verità illu­mina la giu­sti­zia». A reg­gerlo ci sono i fami­liari delle vit­time inno­centi delle mafie. In oltre 600, sono arri­vati a Bolo­gna coi pull­man della poli­zia e della Fore­stale, poco dopo le nove, pro­ve­nienti da Rimini dove hanno pas­sato la notte. Ognuno con un’immagine del pro­prio caro ucciso: c’è chi la porta visi­bile in un car­tello appeso al collo e la mostra ai pas­santi, chi l’ha impressa sulla maglietta bianca e la sfog­gia con orgo­glio, chi la tiene in mano con rispetto e discre­zione e chi la con­serva nel cuore e la mostra solo a parole.
Verità e giu­sti­zia: è que­sto bino­mio che spinge le stan­che gambe dei coniugi Ago­stino, geni­tori dell’agente Anto­nino, ucciso insieme alla gio­vane moglie a Palermo il 5 ago­sto del 1989. Il padre Vin­cenzo ha i capelli e la barba lun­ghis­simi: non se la taglia da quel 5 ago­sto: «Lo farò solo quando avrò avuto giu­sti­zia per i miei morti (nell’agguato, oltre al figlio Anto­nino, fu uccisa anche la moglie incinta, ndr)» spiega men­tre cam­mina per le strade medie­vali del cen­tro con accanto la moglie e un nipote.

Poco più indie­tro ci sono i fami­liari di Anto­nio Lan­dieri, ucciso nella faida di Scam­pia. Sono circa una decina: c’è anche una gio­vane che spinge una car­roz­zina. Por­tano tutti una maglietta bianca con su scritto il suo nome. Anto­nio è stato ucciso per errore men­tre in rione Sette Palazzi stava gio­cando a cal­cio balilla con alcuni amici. Sono stati scam­biati per degli spac­cia­tori. Gli assas­sini non sono ancora stati indi­vi­duati. «Non vogliamo essere qui per ricor­darlo in maniera malin­co­nica — dice suo cognato -, vogliamo fare memo­ria attiva. Que­ste morti non devono essere inu­tili, la nostra testi­mo­nianza deve fare sì che certe cose non acca­dano più».

A poca distanza c’è un altro napo­le­tano, Giu­seppe Miele, fra­tello di Pasquale, ucciso a Grumo Nevano nel 1989. «La nostra fami­glia aveva una fab­brica di abbi­glia­mento. Ci siamo rifiu­tati di pagare il pizzo e loro hanno deciso di fare un’azione inti­mi­da­to­ria. Hanno spa­rato con­tro le fine­stre. E’ così che mio fra­tello è stato col­pito ed è morto sotto gli occhi di mia madre e di mio padre».
Nel lungo ser­pen­tone che segue i fami­liari ci sono i gio­vani delle scuole, gli ammi­ni­stra­tori di Avviso Pub­blico, i sin­da­ca­li­sti della Cgil e della Fiom, ma anche della Cisl e della Uil. Ognuno rico­no­sci­bile ma rigo­ro­sa­mente senz’altra ban­diera che non sia quella di Libera.

I nomi che graffiano
Il cor­teo, par­tito dallo sta­dio poco dopo le 9.30, pro­cede a sin­ghiozzo, alter­nando pause a momenti in cui il passo si fa veloce. Come sot­to­fondo, dal camion­cino elet­trico in testa, la let­tura dei nomi delle 1035 vit­time inno­centi della mafia, del ter­ro­ri­smo e delle stragi. Gli stessi nomi che in piazza VIII Ago­sto una staf­fetta di poli­tici, sin­da­ca­li­sti, per­so­na­lità dello spet­ta­colo, auto­rità, fami­liari e sem­plici cit­ta­dini ha letto prima del discorso con­clu­sivo di don Ciotti. «Tutti i nomi, non solo quello di mio fra­tello — dice Giu­seppe Miele -, ven­gono a graf­fiare den­tro ognuno di noi, ven­gono a graf­fiare le nostre coscienze, a spin­gerci a fare qual­cosa per miglio­rare la nostra società». La prima a salire sul palco è stata la pre­si­dente della com­mis­sione anti­ma­fia Rosy Bindi; l’ultimo l’ex pro­cu­ra­tore di Torino Gian­carlo Caselli che, dopo aver pro­nun­ciato l’ultimo nome, quello del giu­sla­vo­ri­sta Marco Biagi, ha detto: «A voi va la nostra memo­ria e il nostro impe­gno affin­ché la verità possa illu­mi­nare la giu­sti­zia». A quel punto, la com­mo­zione delle decine di migliaia di per­sone giunte in piazza si è sciolta in un lungo applauso.

Il discorso
Don Luigi Ciotti sale sul palco poco dopo le 12.30. Ha con sé un pic­colo plico di appunti. «La demo­cra­zia è incom­pa­ti­bile con il potere impo­sto o con il potere segreto. Per que­sto non può restare il dub­bio che ci sia stata una trat­ta­tiva con la mafia». La piazza applaude, a più riprese. «Certe leggi non rie­scono a pas­sare, ma quella sulla respon­sa­bi­lità civile dei magi­strati è pas­sata, eccome se è pas­sata» incalza don Luigi che chiede più stru­menti e risorse per la magi­stra­tura e le forze di poli­zia impe­gnate nelle inchie­ste sulla cri­mi­na­lità orga­niz­zata e la corruzione.

Dal palco, e con la forza delle 200 mila per­sone giunte da tutta Ita­lia, il fon­da­tore di Libera detta alla poli­tica gli impe­gni per pas­sare dalle parole ai fatti: appro­va­zione di una legge sulla cor­ru­zione, sul falso in bilan­cio, sulla pre­scri­zione. Il tutto senza media­zioni, senza nego­ziati con quelle forze che si oppon­gono a que­ste leggi. «Chi non vuole una legge sulla cor­ru­zione fa un favore ai mafiosi, ai potenti, alle lobby» dice don Ciotti. E poi­ché «la cor­ru­zione è la più grave minac­cia alla demo­cra­zia e l’avamposto delle mafie» biso­gna col­pire duro.

«Le mafie dia­lo­gano con le imprese, con­di­zio­nano la poli­tica, sono tra­sver­sali»: «non si può par­lare di infil­tra­zione, ma di occu­pa­zione dei ter­ri­tori» da parte dei clan. Insomma, nes­suno può più dire, anche al nord, anche in Emi­lia, «io non sapevo». «Il pro­cesso di libe­ra­zione non è finito, ci vuole una nuova resi­stenza» dice don Ciotti che, pur senza citarlo, attacca anche il lea­der della Lega Nord Mat­teo Sal­vini: «Vor­rei dire a chi si è tanto pre­oc­cu­pato di cac­ciare i migranti dal paese, che biso­gna cac­ciare i mafiosi e i corrotti».

Per col­pire al cuore le mafie, ha sem­pre soste­nuto Libera, biso­gna col­pire i patri­moni dei mafiosi. E quindi sì ai seque­stri dei beni mafiosi e sì all’affido degli stessi alla col­let­ti­vità. Ma ora che la crisi ha lasciato senza lavoro milioni di gio­vani e non solo, biso­gna agire per ridurre la povertà. «Ci vuole una legge per il red­dito minimo o di cit­ta­di­nanza: pos­si­bile che l’abbia tutta Europa tranne la Gre­cia e l’Italia?».

Tutti impe­gni da rispet­tare in fretta per­ché, come ricorda don Ciotti citando don Primo Maz­zo­lari: «Rischiamo di morie di pru­denza in un mondo che non può più attendere».

CATANIA 8 marzo 2015 : LA RAGNA-TELA P. UNIVERSITA’ ” La citè des dames”

IMG_1340 IMG_1343 IMG_1354 IMG_1358 IMG_1362 IMG_1365 IMG_1367 1

CATANIA 6 marzo 2015: Librino Villa Fazio “Desdemona e le donne” l’ANPI e A.I.LAM incontrano le donne di Librino.

IMG_1315 IMG_1316 IMG_1322 IMG_1323 IMG_1328 IMG_1330 10511288_860349104022664_6217372287528933571_n

Comunicato del Comitato antifascista e per la memoria storica-Parma sul “caso Mori” da: la redazione del sito Dieci febbraio.info Trieste

Comunicato del Comitato antifascista e per la memoria storica-Parma sul “caso Mori” 
Il conferimento da parte di massime autorità del Governo e della Repubblica di un’onorificenza a Paride Mori, fascista convinto, ufficiale della Repubblica Sociale Italiana sostenuta dalla Germania nazista, appartenente a un reparto militare schierato al confine nordorientale sotto comando diretto dei Tedeschi, non è un puro e semplice errore commesso dalla Commissione nominata dal Governo per decidere l’attribuzione delle onorificenze. Un errore, per altro, particolarmente grave essendo il caso di Paride Mori già noto da anni, almeno dal 2010 quando successe che il Comune di Traversetolo (PR), dov’egli nacque e visse, nella primavera di quell’anno gli intitolò una via e poco dopo, essendo stata quella scelta toponomastica del tutto sbagliata, tolse l’intitolazione della stessa. 
Il conferimento dell’onorificenza a Mori il 10 febbraio u.s. come vittima delle foibe, nonostante egli non sia stato assolutamente una vittima delle foibe ma sia morto in uno scontro con partigiani il 18 febbraio 1944, è, anche, in qualche modo, una conseguenza del fatto che la legge 92 del 2004 istitutiva del «Giorno del ricordo delle vittime delle foibe» considera infoibati anche tutti quegli italiani «scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati». Non solo, il riconoscimento di vittima delle foibe, continua la legge, può essere esteso a quanti «persero la vita dopo il 10 febbraio 1947, ed entro l’anno 1950, qualora la morte sia sopravvenuta in conseguenza di torture, deportazione e prigionia». 
Esiste dunque una legge che dà un’interpretazione molto larga dell’espressione «italiano vittima delle foibe». Del tutto discutibile, nient’affatto corretta. 
Certo con tale interpretazione così larga il numero degli “infoibati” aumenta, diventando dell’ordine di grandezza delle migliaia in relazione al periodo del maggio ’45 e che dal maggio ’45 si protrarrebbe fino al 1950!
Meglio determinabile e più contenuto il numero dei morti delle foibe nel periodo settembre-ottobre ’43; gli studi storici convergono su valori di cinquecento, seicento morti.
Paride Mori comunque non è stato assolutamente una vittima delle foibe. 
Le vittime delle foibe sono state comunque, in gran parte, fascisti, militari e funzionari dell’Italia fascista che aveva aggredito la Jugoslavia e occupato crudelmente diversi suoi territori, collaborazionisti. Studi e ricerche sul numero e l’identità di questi morti, anche caso per caso, nome per nome, sono stati fatti di recente in particolare dagli storici Claudia Cernigoi e Sandi Volk. 
Comitato antifascista e per la memoria storica – Parma   17 marzo 2015
Altre medaglie ad altri fascisti infoibati, infoibati falsi (o molto molto dubbi)
Se lo schiamazzo causato dall’attribuzione del riconoscimento a Mori non può che essere benvenuto, va tuttavia ricordato che nell’elenco di coloro a cui nel corso di questi dieci anni è stato concesso lo stesso riconoscimento ci sono parecchi “casi” molto simili a quello di Mori. Limitandoci a coloro che sono morti tra il novembre 1943 e l’aprile 1945 troviamo questi casi: Abriani Gerolamo, caduto 15/9/1944 come appartenente alla 5^ Legione MDT ferroviaria; Alessio Ferdinando, milite della MDT, caduto lungo la linea ferroviaria Opicina – Prosecco il 28/2/1945; Antonini Antonino, che alcuni definiscono ex squadrista e componente la 41^ Brigata Nera di Trieste, catturato e soppresso dai partigiani ad Umago il 13/11/1944; Borroni Antonio, descritto da Papo quale milite della MDT, ex volontario fascista nella guerra di Spagna, volontario in Montenegro, ucciso in Istria il 29/9/1944; Brunetti Antonio, milite MDT, ucciso il 27/5/1944 presso Matulje (Mattuglie); Cantarutti Edoardo, sottufficiale dell’Esercito della RSI, soppresso dai partigiani a Gorizia il 7/11/1943; Chersicla Luigi, sergente della MDT, scomparso l’8/7/1944 a Grisignana; D’Aliberti Carmelo, Guardia di Finanza, catturato e probabilmente ucciso a Sicciolie il 3/8/1944; Del Bigallo Giuliano, vice brigadiere di PS alla Questura di Gorizia, morto il 1/2/1944 in conseguenza delle ferite riportate in un attacco di partigiani; Del Negro Oliviero, membro della Guardia Civica (formazione collaborazionista triestina) caduto durante un attacco partigiano ad Opicina nel dicembre del 1944; De Pierro Angelo, caporale della MDT, ucciso il 13/9/1944 a Gorizia; D’Ambrosi Antonio, milite della MDT, ucciso nel giugno 1944 in Valdarsia in Istria; Englaro Gastone, ex carabiniere (i nazisti sciolsero l’Arma il 7 ottobre 1943 e nella Venezia Giulia molti dei suoi componenti passarono nelle file della MDT) scomparso il 12/2/1944 a Muggia; Ferrara Salvatore, Guardia di Finanza, scomparso nell’attacco dei partigiani alla postazione di Matteria (Materija) il 13/1/1944 (tale postazione collaborava attivamente con i nazisti nella lotta antipartigiana, negli arresti, nei rastrellamenti…); Fiorentini Giovanni, componente l’11^ Legione Camicie Nere, fucilato il 29.10.1943 a Babin Potok (Croazia); Galante Giuseppe, milite MDT, scomparso nel settembre 1944; Ghersa Giulio, milite MDT, caduto nell’aprile 1944 durante un attacco partigiano in Istria; Ghersi Michelangelo, milite MDT, ucciso in casa a Laurana il 24/11/1944; Lacchiana Giovanni, milite delle Camicie Nere, caduto il 25/10/1944 a Ogulin (Croazia); Lottici Arnaldo, Guardia di Finanza, scomparso il 2/2/1944 durante un attacco partigiano alla caserma di Sicciolie; Lubiana Ettore, milite MDT, caduto durante un attacco di partigiani a una colonna nazifascista presso Rifembergo (Branik) il 2/2/1944; Meazzi Angelo, ex carabiniere, in servizio alla postazione di Gabrovizza a Trieste (probabilmente della MDT), scomparso il 24.2.1944; Musco Giuseppe, membro della formazione “Mazza di ferro” della MDT, ucciso nel 1944 a Montona; Olmo Giuseppe, Guardia di Finanza, scomparso nell’attacco dei partigiani alla postazione di Matteria il 13/1/1944; Porru Silvio, Guardia di Finanza, scomparso nell’attacco dei partigiani alla postazione di Matteria il 13/1/1944; Querincis Ottavio, componente del collaborazionista Battaglione Alpini “Tagliamento”, scomparso il 22/4/1944 presso Duttogliano (Dutovlje); Ricci Lucchi Serafino, Guardia di Finanza, disperso nel corso di uno scontro con i partigiani nei pressi di Divaccia (Divača); Sangrigoli Mariano, milite MDT, scomparso il 14/4/1945 a Lanischie (Lanišče); Stossich Libero, milite MDT, ucciso il 28/4/1945 presso Umago; Summa Donato, milite MDT, caduto il 14.1.1944 presso Senosecchia (Senožeče); Valoppi Michele, milite MDT, caduto il 13/10/1944 presso Sedegliano (UD); Verdelago Ervino, segretario del Partito Fascista Repubblicano di Tomadio (Tomaj), ucciso a Trieste il 26/2/1944.
A quanto detto va aggiunto che nell’elenco dei percettori dei riconoscimenti ci sono svariati casi che risultano molto dubbi. Il colmo è rappresentato dai casi di Antonio Ruffini, insignito del riconoscimento di “infoibato” ma in realtà caduto da partigiano a Grgarske Ravne in Slovenia a fine marzo del 1944 (cosa riconosciuta dal Comune di Termoli e dalla Regione Molise, ma non dalla Commissione) e di Fortunato Matiussi, per il quale è di per se esplicativa la motivazione della concessione del riconoscimento: “residente a Pisino, fu lì fucilato il 4 ottobre dalle truppe tedesche per rappresaglia sulla popolazione a seguito della precedente occupazione titina”!
Per le singole decisioni in merito all’attribuzione del riconoscimento la responsabilità diretta è indubbiamente dei componenti l’apposita Commissione, operante in seno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e composta, oltre che da vari rappresentanti delle organizzazioni degli esuli, dal Presidente del Consiglio dei Ministri o da un suo delegato, dai rappresentanti degli Uffici Storici degli Stati Maggiori di tutte le forze armate dello Stato e da un delegato del Ministero dell’Interno. Quindi la responsabilità diretta di quanto è accaduto è delle più alte autorità dello Stato e delle Forze Armate.
Che le cose stessero come stanno era risaputo da almeno 10 anni, ma coloro che lo facevano notare venivano tacciati di estremismo, nostalgie “slavo-comuniste” e gratificati del termine infamante di “negazionisti”. Fino a subire vari tentativi di chiudere loro la bocca attraverso licenziamenti, tagli di finanziamenti, minacce e veri e propri tentativi di aggressione fisica. Mentre coloro che in campo storiografico hanno posto le basi “scientifiche” per tutto quanto accade regolarmente ogni 10 febbraio sono stati presentati e incensati come “ricercatori obiettivi ed equilibrati” e portatori della “verità storica”. Nel contempo le organizzazioni degli esuli, che hanno progettato e ottenuto quanto descritto in precedenza, sono diventate apprezzate interlocutrici della ”opinione pubblica democratica” (anche di quella sua parte che oggi si scandalizza per il caso Mori) e destinatarie di appoggi, aiuti ed ingenti finanziamenti per diffondere le loro “verità”. Di tutto questo sono ampiamente corresponsabili i media, anche quelli che oggi prendono atto di questo “errore” e si chiedono come sia potuto accadere. Forse un serio esame di coscienza potrebbe essere salutare per molti.
La redazione del sito Diecifebbraio.info  Trieste  17 marzo 2015