ANPI news 156

 

 

 

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

 

► “Milano capitale della Resistenza“: il 28 marzo, a Milano, convegno nazionale promosso dall’ANPI e dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio 

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

 Il 5 marzo, il paese di Sant’Anna di Stazzema è stato devastato dalla furia del vento. La cappellina, di recente restaurata, la chiesa, la Via Crucis, il centro di accoglienza ed altri luoghi sono stati diversamente colpiti; è stata anche distrutta la lapide sul retro dell’Ossario, che ricorda l’orrenda strage compiuta dai nazifascisti il 12 agosto 1944. Un vero disastro, che ha colpito un luogo di memoria a tutti caro. Il Comune ha lanciato un appello per la raccolta di fondi necessari per il restauro, che consenta la rinascita del Parco Nazionale della Pace(…)

 

 La vicenda del repubblichino Paride Mori a cui, di recente, è stata ingiustamente attribuita una medaglia nel corso di un incontro svoltosi nella “Giornata del ricordo”, non si è ancora conclusa (…)

 

 Possiamo dare solo una sommaria notizia circa la riunione del Comitato nazionale ANPI che si è svolta ieri, a Roma, sull’oggetto “Coalizione sociale” e manifestazione FIOM del 28 marzo. La discussione è stata ampia e approfondita ed è terminata con l’approvazione, all’unanimità, delle conclusioni del Presidente nazionale Smuraglia. Da quelle conclusioni sarà estratto un documento, già definito nelle sue linee generali. Eccone una sommaria sintesi(…)

 

 

 

 

Anpinews n.156

Strage fosse Ardeatine: Il martire Ferdinando Agnini- catanese-(dal sito ultimelettere.it)

"71 anni fa la strage delle Fosse Ardeatine. Ricordiamo tutti i martiri della libertà: tra questi la figura eroica del catanese Ferdinando Agnini.

Di anni 19. Nato il 24 agosto 1924 a Catania. Di famiglia democratico-socialista (il nonno aveva aderito al movimento dei Fasci siciliani tra il 1891 e il 1893), Ferdinando Agnini sviluppa presto un’avversione per il regime fascista, stimolato anche dall’esempio del padre, che rifiuta di iscriversi al P.N.F. (Partito nazionale fascista) a discapito della carriera giornalistica. Diplomatosi al liceo classico "Quinto Orazio Flacco", Ferdinando frequenta la facoltà di medicina dell’università di Roma. Dopo l’8 settembre è tra gli animatori dell’Associazione rivoluzionaria studentesca italiana (A.R.S.I.), che si occupa principalmente di raccogliere armi, effettuare sabotaggi e stampare il foglio clandestino "La Nostra lotta", prima di confluire, qualche mese più tardi, nell’Unione studentesca italiana. Nel gennaio 1944, in seguito alla decisione del rettore di ammettere agli esami soltanto coloro che avevano già risposto ai bandi di reclutamento della R.S.I., Agnini è tra gli organizzatori degli scioperi che paralizzano l’attività universitaria della capitale. Tradito da una delazione, viene arrestato nella propria abitazione romana il 24 febbraio 1944. Rinchiuso nel commissariato di Montesacro (un quartiere di Roma), viene convinto da uno dei suoi carcerieri a scrivere un BIGLIETTO ai genitori. Il suo messaggio invece viene utilizzato proprio come prova della sua attività partigiana. Trasferito alla carceri di Via Tasso, viene ripetutamente interrogato e torturato, ma non rivela alcuna informazione compromettente. In seguito all’attentato partigiano di Via Rasella, il 24 marzo 1944 viene scelto per essere fucilato nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine assieme ad altri 334 detenuti. Alla sua memoria è stata assegnata la medaglia di bronzo al valor militare.
(dal sito ultimelettere.it)"

71 anni fa la strage delle Fosse Ardeatine. Ricordiamo tutti i martiri della libertà: tra questi la figura eroica del catanese Ferdinando Agnini.

Di anni 19. Nato il 24 agosto 1924 a Catania. Di famiglia democratico-socialista (il nonno aveva aderito al movimento dei Fasci siciliani tra il 1891 e il 1893), Ferdinando Agnini sviluppa presto un’avversione per il regime fascista, stimolato anche dall’esempio del padre, che rifiuta di iscriversi al P.N.F. (Partito nazionale fascista) a discapito della carriera giornalistica. Diplomatosi al liceo classico “Quinto Orazio Flacco”, Ferdinando frequenta la facoltà di medicina dell’università di Roma. Dopo l’8 settembre è tra gli animatori dell’Associazione rivoluzionaria studentesca italiana (A.R.S.I.), che si occupa principalmente di raccogliere armi, effettuare sabotaggi e stampare il foglio clandestino “La Nostra lotta”, prima di confluire, qualche mese più tardi, nell’Unione studentesca italiana. Nel gennaio 1944, in seguito alla decisione del rettore di ammettere agli esami soltanto coloro che avevano già risposto ai bandi di reclutamento della R.S.I., Agnini è tra gli organizzatori degli scioperi che paralizzano l’attività universitaria della capitale. Tradito da una delazione, viene arrestato nella propria abitazione romana il 24 febbraio 1944. Rinchiuso nel commissariato di Montesacro (un quartiere di Roma), viene convinto da uno dei suoi carcerieri a scrivere un BIGLIETTO ai genitori. Il suo messaggio invece viene utilizzato proprio come prova della sua attività partigiana. Trasferito alla carceri di Via Tasso, viene ripetutamente interrogato e torturato, ma non rivela alcuna informazione compromettente. In seguito all’attentato partigiano di Via Rasella, il 24 marzo 1944 viene scelto per essere fucilato nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine assieme ad altri 334 detenuti. Alla sua memoria è stata assegnata la medaglia di bronzo al valor militare.
(dal sito ultimelettere.it)

Io, insegnante precaria rottamata da Renzi da: il manifesto

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Matteo Renzi

Commenti: 2

Salve, vor­rei rac­con­tare la mia storia.

Mi sono lau­reata in lin­gue nel 2009. L’anno prima che mi lau­reassi è stata abo­lita la Siss (il corso di spe­cia­liz­za­zione che abi­li­tava all’insegnamento e che per­met­teva di acce­dere alle GaE), così dispe­rata nel 2011, ho deciso di pren­dere una seconda lau­rea abi­li­tante all’insegnamento pri­ma­rio e mi sono iscritta a Scienze della For­ma­zione Pri­ma­ria. Nello stesso anno è stato ban­dito il I ciclo di Tfa (Tiro­ci­nio For­ma­tivi Attivo) che abi­li­tava all’insegnamento secon­da­rio, ma i test pre­se­let­tivi pre­sen­ta­vano domande «ambi­gue» a scelta mul­ti­pla che pote­vano pre­ve­dere più solu­zioni ed io, sfor­tu­na­ta­mente, non l’ho supe­rato per una sola domanda.
Ho ini­ziato a lavo­rare dap­prima in una scuola pari­ta­ria e poi in scuole statali.

Nel 2012, seb­bene non avessi i requi­siti per par­te­ci­pare al con­corso, sono stata ammessa alle prove dopo aver ricorso al Tar, e le ho supe­rate tutte, clas­si­fi­can­domi come ido­nea nelle gra­dua­to­rie di merito (GM) insieme ad altre circa 6000 per­sone. Ma quello che è stato il con­corso più dif­fi­cile degli ultimi anni, non pre­ve­deva né abi­li­ta­zione, né inse­ri­mento in GaE (Gra­da­to­rie ad Esaurimento).

Nono­stante tutto, non ho mol­lato, ho con­ti­nuato a lavo­rare nelle scuole pari­ta­rie e ho matu­rato i requi­siti per acce­dere al Pas (Per­corso abi­li­tante spe­ciale) riser­vato a coloro che ave­vano accu­mu­lato tre anni di sup­plenze, mi sono abi­li­tata e sto final­mente lavo­rando su «spez­zoni» orari nelle scuole sta­tali della mia regione.

Ho fatto tanti sacri­fici umani ed eco­no­mici, ed ora, il nostro caro Pre­si­dente (non eletto) Renzi, ha deciso che non servo più per­ché mi ha escluso dal suo piano di assun­zioni poi­ché il reclu­ta­mento deve avve­nire solo per con­corso. Ma io vor­rei ricor­dar­gli che un con­corso, quello del 2012 l’ho già supe­rato, lo stesso che molti iscritti nelle GaE, com­presa Sua moglie, non lo hanno pas­sato e fac­cio parte di quella pic­cola cate­go­ria che lui ora si limita a chia­mare ido­nei, men­tre fino a qual­che set­ti­mana prima aveva illuso facen­do­gli cre­dere di essere assunti.

Lo stesso mini­stro Gian­nini, aveva auto­riz­zato lo scor­ri­mento delle gra­dua­to­rie di merito (Gm) del con­corso, per­met­tendo a molti ido­nei in altre regioni, di pas­sare di ruolo. Dove è finita la tanto ago­gnata meri­to­cra­zia di cui si è sem­pre riem­pito la bocca Renzi? Intanto mi sono anche abi­li­tata ma lo stesso Renzi ha deciso che non solo non potrò pas­sare di ruolo, ma non potrò più lavo­rare nep­pure da pre­ca­ria, o peg­gio, lo potrò fare solo per 36 mesi e, solo se, rispondo ai requi­siti richie­sti dal Pre­side di turno. Ma è dav­vero que­sto il modo di fare le riforme? La nostra Costi­tu­zione recita all’art. 1 «L’Italia è una Repub­blica Demo­cra­tica fon­data sul lavoro».

Il nostro Renzi sta met­tendo in discus­sione tutto ciò, negan­doci il diritto di lavo­rare e allora mi chiedo: si può ancora par­lare di Democrazia?

Comunali Milano, Giuliano Pisapia come Landini: sfida a Renzi, laboratorio sociale (anche col Pd) da: l’huffington post

 

PISAPIA

ASSOCIATED PRESS

Il renzismo non avrà Milano. Lui, Giuliano Pisapia, buone maniere sempre a portata di mano, mai un tono fuori posto se non per decidere con determinazione e compostezza, non lo dice in questi termini. Ma da quando ha annunciato ufficialmente di non volersi ricandidare per il secondo mandato da sindaco nella città meneghina, lì nel capoluogo lombardo che ferve per l’Expo è tutto un fervore anche politico: nel Pd e fuori dal Pd. Nel Pd perché da Roma a Milano, il renzismo è già in azione per calare il suo 40,8 per cento delle europee sulla città e prenderla come si prende lo scettro che assicura il governo del paese. Lo fu con i socialisti di Craxi, con Berlusconi e i suoi sindaci Albertini e Moratti, ora ci prova Matteo Renzi. Ma l’interregno ‘arancione’ non ci sta: i cinque anni della giunta Pisapia ribollono con la loro tela di esperienze e contatti maturati. Il sindaco non sarà più sindaco ma è pronto a ricombattere le sue ‘cinque giornate di Milano’ per non disperdere quel ‘movimento arancione’ che nel 2011, con una battaglia gentile ma altrettanto feroce, lo portò alla vittoria delle primarie del centrosinistra e poi a Palazzo Marino. Pronto a battagliare, non da leader ma da ‘regista’, per una rifondazione di quel movimento in era renziana: impresa difficile, ma da qui alle elezioni del 2016, i suoi a Milano pensano di potersela giocare.

Lo si può chiamare ‘laboratorio sociale’, un po’ come la coalizione sociale che Maurizio Landini della Fiom tenta di mettere in moto a livello nazionale. Solo che qui a Milano l’esperimento è già in atto da cinque anni, coalizione del centrosinistra, di partiti e movimenti, ceto borghese e non, radical chic e perbenisti, associazioni e centri sociali fino al Leoncavallo, ‘pietra dello scandalo’ milanese dagli anni ’70 che ad aprile dovrebbe avere la sua delibera di ‘legalizzazione’ per decisione dell’amministrazione Pisapia. E’ questa l’idea che viaggia per ora a bassa velocità nel dietro le quinte della scelta del sindaco di annunciare ora il suo no al secondo mandato. Ora: vale a dire a poco più di un mese dall’inaugurazione dell’Expo prevista il primo maggio, a un anno dalla nuova tornata elettorale della primavera 2016. Un anticipo: largo e strano, perché ora? Con chi ce l’ha Pisapia? Chi lo conosce bene dice che non ne potesse più delle pressioni: ti candidi o no? E dunque ha chiarito l’equivoco che evidentemente angosciava molti, a partire dal Pd milanese. Chi lo frequenta spesso racconta come il sindaco sia davvero convinto della figura del ‘civil servant’: colui che serve e non si attacca all’amministrazione come una ventosa fino alla pensione e oltre. E poi Pisapia è uno autonomo: lo è stato anche con la Rifondazione che gli piaceva, quella di Fausto Bertinotti, quando nel ’98 votò la fiducia al governo Prodi in dissenso dal partito. Lo è stato anche con Sel di Nichi Vendola, il partito cui è considerato più vicino ma dal quale si è mantenuto sempre a distanza di sicurezza. Figurarsi se possa stargli bene la ‘cappa’ del renzismo che da Roma Renzi punta a calare su Milano.

E’ dall’anno scorso che Pisapia riceve e rifiuta inviti a entrare nel Pd. Anzi, per la precisione, nel 2013 il suo nome girò anche per la corsa al Quirinale, quella terremotata dei 101 che affossarono Romano Prodi. Ancora oggi in Transatlantico alla Camera, commentando le ultime vicende milanesi, nella cerchia renziana sospirano: “Ha sbagliato, doveva entrare nel Pd…”. Ma lo dicono con preoccupazione. Perché il Pd di Renzi non è pronto per la corsa di Milano. Una parte del Pd meneghino, insieme al quartier generale a Roma, pensa seriamente alla candidatura del commissario unico di Expo, Giuseppe Sala, l’uomo che permetterà a Renzi di tagliare il nastro dell’inaugurazione di fronte alle telecamere di tutto il mondo, l’uomo rimasto fuori dalle inchieste su Expo. Insomma, una garanzia da piantare a Palazzo Marino senza primarie, così la vedono da Roma, anche se sulla conquista di Milano tutto è prematuro. Perché invece, un’altra parte del Pd milanese non risponde ai richiami romani, rivendica autonomia da Renzi, alcuni spingono per le primarie con la candidatura dell’attuale assessore alle politiche sociali della giunta Pisapia, Pierfrancesco Majorino, civatiano di origine, ma di “alleanze trasversali”, dicono non a caso oggi nella cerchia renziana a Roma. Proprio perché, lì sotto la Madonnina, non si sa come va a finire: metti che finisce come Venezia, dove le primarie le ha vinte il non-renziano Felice Casson? Sono problemi. Meglio non piantare paletti prematuri.

Già le primarie. E’ l’arma naturale alla quale il ri-costituendo ‘movimento arancione’ di Pisapia guarda con speranza. Ed è anche per questo che il sindaco ha respinto con indignazione l’altro invito del Pd: quello di essere lui il garante delle primarie. Per Pisapia è stata la conferma che il Pd di Renzi non vuole far fiorire, accanto e in alleanza al suo Pd, laboratori sociali autonomi da Roma. Perché di questo si tratta: “autonomia, questa città non si lascia eterodirigere, vogliamo costruire qualcosa che affianchi il Pd e ne limiti lo strapotere”, ti dicono dalla cerchia del sindaco. Naturalmente, qualora ci fossero le primarie per il sindaco, per il Pd si candiderebbe anche Emanuele Fiano, deputato milanese, esponente della comunità ebraica italiana, ottimo rapporto con Renzi maturato con il lavoro sulle riforme in Parlamento. Basterà? Dal laboratorio sociale di Pisapia dicono che non basterebbe nemmeno la candidatura di Majorino. “Con tutto il rispetto”, aggiungono. Il sindaco ha in mente un altro profilo, da far maturare nelle prossime settimane, mesi. Insomma, non è affatto detto che venga dal Pd, anzi. Per intendersi: non è affatto detto che si ripeta una vicenda come la candidatura di Sergio Cofferati in Liguria, sostenuta dalla sinistra oltre il Pd e naufragata sotto i colpi del renzismo. E, viceversa, non è affatto detto che il candidato non sia del Pd, dato che c’è una larga fetta di partito che rivendica autonomia da Roma, gente che è coinvolta nell’era Pisapia e non vuole che finisca.

Uno schema molto disordinato in cui i renziani di prima fascia tentano di giocare: l’ultima idea è di organizzare primarie metropolitane, dove non sarebbe solo Milano a scegliere ma la città e tutto l’hinterland, praticamente 4 milioni di persone. Ne potrebbe venir fuori un candidato più centrista – per intendersi – che non rispecchia Milano, città che è un ‘caso a parte’ nella politica lombarda, capoluogo ‘strano’ che alle ultime regionali ha premiato il candidato del centrosinistra Umberto Ambrosoli, sconfitto nel resto della regione dall’attuale governatore, il leghista Roberto Maroni.

Gli ‘arancioni’ vorrebbero volare alto, oltre le beghe interne al Pd tra renziani e non renziani, minoranze dure e minoranze morbide. E anzi trovano che queste differenziazioni interne al Partito Democratico possano essere linfa per il loro laboratorio. Ma senza ostilità, assolutamente no: solo per apertura reale ad una società civile che vedono a rischio esclusione. “L’idea è di dare continuità all’esperienza di un ritorno della città a movimenti e società civile”, ci dice Cristina Tajani, assessore alle Politiche del Lavoro della giunta Pisapia, una delle punte di diamante di un movimento che non vuole morire di renzismo ma che allo stesso tempo non vuole porsi “in un rapporto ostile e diffidente con i partiti, bensì un rapporto di complementarietà: fu quella la chiave della vittoria del 2011 – continua Tajani – non fu lo schifo verso i partiti ma l’idea che ci fosse qualcosa in più da mobilitare oltre i partiti”.

Come per Landini a livello nazionale, anche il laboratorio sociale di Pisapia è un esperimento, malgrado abbia ormai cinque anni di età. Perché tutto quello che nasce nell’era di ‘Renzi aspiratutto’ non può che essere sperimentale. Riuscirà? La sfida è appena iniziata. Ma è di quelle destinare a marchiare la politica italiana dei prossimi anni: perché chi prende Milano, prende tutto.

Capaci, la soffiata sull’identikit e i collegamenti con l’Addaura da: antimafia duemila

bolzoni-attilio-2di Miriam Cuccu – 24 marzo 2015
Il giornalista Attilio Bolzoni al processo sulla strage di Falcone
“Tre settimane dopo Capaci riuscii a recuperare i sei identikit delle persone notate sul luogo della strage nei giorni pregressi. La notizia me la procurò una fonte. Credo di averla appresa dalla Squadra Mobile di Palermo, dal capo Arnaldo La Barbera, nessun altro avrebbe potuto fornirmi tali informazioni”. A raccontarlo è Attilio Bolzoni, giornalista del quotidiano La Repubblica, al processo Capaci bis. “Uno dei profili – aggiunge Bolzoni – somigliava all’identikit redatto in occasione del fallito attentato all’Addaura contro Falcone”. “Per quell’attentato – continua il giornalista davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta – avevamo la percezione che fosse accaduto qualcosa di anomalo, di non tipicamente mafioso. Falcone poche ore dopo ci parlò delle “menti raffinatissime”, presenze estranee a Cosa nostra che all’Addaura avevano fatto i registi, noi giornalisti lo interpretammo così. Il fatto che quella frase uscisse dalla bocca di Falcone, che era sempre attentissimo a tutto ciò che diceva, ci fece vedere un quadro molto complesso della vicenda”.

Sulla somiglianza tra i due identikit (quello di Capaci e dell’Addaura), specifica Bolzoni, “mi arrivò una soffiata da una fonte di certificata credibilità. Tanto che, quando la notizia fu smentita dallo stesso La Barbera, ho ritenuto di riportare la notizia ugualmente perché ritenevo questa fonte autorevole quanto o più del capo della Mobile”. “Si tratta di una fonte istituzionale?” chiede il pm. “Sì – conferma Bolzoni – ma non mi metta in difficoltà… per un certo periodo mantenni il rapporto perché le notizie che mi forniva erano tutte riscontrate, però c’è stato un momento… capita ai giornalisti: si possono avere fonti serie anche in ambienti estranei al mondo istituzionale, ma anche fonti istituzionali non serie. Ad un certo punto mi sono accorto che confondeva troppo le carte su altre vicende, le riportava in maniera confusa. Perciò non mi sono più fidato. Non so se facesse parte dei servizi segreti, ma non mi stupirei”.
Bolzoni racconta poi dell’episodio in cui ricevette un rapporto giudiziario in cui si attestava che Falcone fosse spiato: “Era il 4 giugno dell’89, venni avvicinato da persone che appartenevano ad ambienti istituzionali di rango molto elevato, mi raccontarono che i telefoni di Falcone erano sotto controllo e mi fornirono un rapporto di polizia giudiziaria appena consegnato al procuratore della Repubblica di Palermo. Mi portarono dentro il bunker di Falcone e vidi all’opera signori con tute bianche che controllavano le linee telefoniche. La notizia era una “bomba” giornalistica. Il giorno dopo, quando uscì il mio articolo, smentì il mondo intero ma il capo della polizia Parisi, al mio collega Giuseppe D’Avanzo, confermò la cosa. Tanti anni dopo, parlando con D’Avanzo, ci siamo resi conto che di alcune vicende non abbiamo raccontato la verità, o non le abbiamo descritte nella loro interezza. Secondo noi questa era una delle vicende in cui siamo stati oggetto di disinformazione, che pur essendo vero il rapporto giudiziario la notizia era costruita a tavolino. Qualcuno, dagli ambienti istituzionali, voleva mettere pressione a Falcone, o a sua insaputa voleva attirarlo dentro un intrigo complicato”. Sullo scoop dei cellulari, continua il giornalista, “Le fonti erano due, una era La Barbera”. “Parlo di opera di disinformazione – precisa ancora Bolzoni – perché la vicenda non ha avuto alcuna conseguenza giudiziaria, non è mai stato riscontrato che i telefoni di Falcone fossero effettivamente controllati. E allora perché ci hanno dato un rapporto giudiziario fatto sul niente? Perché la notizia non era vera”.

Il 28 marzo in piazza con la Fiom per raccogliere la grande sfida di Landini da: antimafia duemila

landini-cgldi Antonio Ingroia – 20 marzo 2015
La ‘coalizione sociale’ lanciata da Maurizio Landini raccoglie e propone una grande sfida, quella che negli ultimi anni nel recinto tradizionale della politica italiana è oggettivamente mancata.

La sfida per un’opposizione nuova e innovativa alle politiche neoliberiste del governo Renzi, un governo che con l’etichetta abusiva di ‘centrosinistra’ si è spinto dove nemmeno i governi di centrodestra erano riusciti ad arrivare. Ma al tempo, a frenare Berlusconi c’era – almeno in apparenza – un’opposizione parlamentare tradizionale, costruita attorno al Pd, che pur tra concessioni e contraddizioni cercava di fare la sua parte in Parlamento e fuori, consentendo al sindacato di svolgere il proprio ruolo. Oggi quell’opposizione non c’è più, prima assorbita nel deleterio schema delle larghe intese volute a tutti i costi dall’ex presidente Napolitano, poi cannibalizzata dal renzismo e da quell’idea che o si fa come dice il premier-segretario, in nome di una rottamazione che in realtà è solo restaurazione, o si è gufi, rosiconi, professoroni contrari al cambiamento. Nulla di più falso evidentemente, ma il messaggio, pompato con strabordante dose di propaganda e amplificato da una comunicazione troppo spesso compiacente, è stato questo e la corsa a salire sul carro del vincitore ha fatto il resto. Il risultato è un governo che realizza punto dopo punto, a colpi di fiducie, quanto preteso dalla Bce nella lettera del 2011, assecondando i poteri forti e ignorando qualsiasi controparte.

In Parlamento l’unica opposizione fino ad oggi l’hanno fatta il Movimento 5 Stelle, con i suoi modi e i suoi schemi, e Sel, con le sue non poche contraddizioni e i suoi numeri comunque poco significativi. Per il resto, quello che una volta era il terreno della sinistra si è desertificato per mancanza di proposte serie. E soprattutto si è creato nel Paese un vuoto di opposizione al quale è seguita un’inevitabile mancanza di partecipazione, per cui chi una volta si riconosceva in certi valori e in certi riferimenti oggi si ritrova spiazzato in assenza di un’offerta politica convincente. E’ il popolo variegato di chi non va più a votare perché non si sente rappresentato da questa classe politica. E’ quel popolo che Renzi volutamente ignora ogni qualvolta sbandiera il solito 40% delle Europee, spacciandolo per il 40% del Paese.

In questo contesto, trovo più che legittimo che la Fiom decida di mettersi in gioco politicamente e trovo importante e assolutamente giusto che decida di farlo non da sola ma con una ‘coalizione sociale’, aprendosi dunque al mondo dell’associazionismo, chiamando a raccolta chi si batte da anni per i più deboli, come provai a fare anch’io con Rivoluzione Civile, coinvolgendo in un progetto, rimasto incompiuto ma non fallimentare, esponenti di Libera, del sindacato, del pacifismo, della lotta alla mafia. C’è chi contesta Landini per la sua scelta, ma che altro dovrebbe fare un sindacato se nemmeno l’aver portato in piazza milioni di lavoratori è servito perché il governo ascoltasse il mondo del lavoro, e accettasse di discutere scelte a senso unico? La battaglia è politica, e va dunque combattuta sul piano politico. Guardando però al futuro e non al passato, dunque non facendo un altro partitino, come giustamente ripete Landini.

L’incapacità dei partitini della sinistra di farsi interpreti delle esigenze di quella che dovrebbe essere la sua gente è infatti scritta nella storia degli ultimi anni. In un’epoca nuova serve un nuovo progetto, un nuovo modo di fare politica. Un progetto aperto, dal basso, democratico e popolare, basato sulla partecipazione, sulla trasparenza, sul radicamento sui territori, sul coinvolgimento delle persone attorno ai valori e agli obiettivi comuni nei quali ci si riconosce. Quali? La piena attuazione della nostra Costituzione, perché sia applicata e non smantellata. La difesa dei diritti dei lavoratori e del mondo del lavoro. La lotta alla disoccupazione e alla povertà. Una vera giustizia sociale, economica e giuridica. La solidarietà civile. L’impegno per i più deboli, per la legalità, per l’antimafia, per l’eguaglianza sostanziale, per la libertà da ogni forma di potere senza controllo. L’importanza della cultura, del sapere, della ricerca, dello studio. Sono solo alcuni capitoli, ma la lista è e deve rimanere aperta.

Se questa è l’idea di aggregazione sociale di Landini allora è anche la mia, ed è sempre stata quella di Azione Civile, che è nata proprio per contribuire a dare vita ad una nuova soggettività politica. Nel nostro manifesto è scritto chiaramente: “Azione Civile non vuole essere e non diventerà un partito: è un Movimento Civico che promuove la partecipazione dei cittadini alla vita democratica, non vuole rinchiudersi in un recinto e si propone di creare la più vasta unità del campo democratico e progressista, che deve essere inclusivo e aperto ai cittadini”. Quel che è sicuro è che c’è bisogno di strutturare quanto prima un’opposizione vera al renzismo fuori dal sistema tradizionale dei partiti. Il progetto di ‘coalizione sociale’ rappresenta un’occasione importante, a cui guarda con grande interesse e condivisione anche L’Altra Europa, che infatti il 28 marzo scenderà in piazza accanto alla Fiom per manifestare contro le politiche economiche del governo. Azione Civile sarà con loro.
Antonio Ingroia (www.lultimaribattuta.it)

Tratto da: azione-civile.net