Laura LOMBARDO RADICE o Laura INGRAO – partigiana-da: biografia di donne protagoniste del loro tempo a cura di barbara bertolini e rita frattolillo

Laura LOMBARDO RADICE o Laura INGRAO

di Rita Frattolillo

(Fiume, 21.9.1913 – Roma 23.3.2003), docente, partigiana, donna politica italiana

Laura nasce alla vigilia della prima guerra mondiale a Fiume, città italiana che allora era lo sbocco sul mare dell’impero austro-ungarico, e che oggi è la croata Rijeka. Cresce con la sorella Giuseppina e il fratello Lucio in una famiglia non comune, per cultura e coerenza di idee.

La madre, Gemma Harasim, maestra poliglotta, è una fiumana irredentista; tra l’altro collabora al giornale triestino “Voce”, espressione di una nuova cultura militante non tradizionale. Il padre, Giuseppe Lombardo Radice, siciliano, è un insigne pedagogista di idee liberali.

Negli anni ’20, malgrado la forte opposizione di Gemma,  Giuseppe accetta di lavorare alla Riforma fascista della scuola voluta dal ministro dell’istruzione, il filosofo siciliano Giovanni Gentile, in qualità di direttore generale per l’istruzione elementare.

La famiglia si trasferisce quindi a Roma, ma, dopo il massacro del deputato socialista Giacomo Matteotti per mano degli squadristi (10.6.1924), sdegnato e sconvolto, Giuseppe si dimette e torna all’insegnamento. Vessato dal regime fascista, a stento salva la cattedra, e nel ’33 è costretto a chiudere la sua rivista “L’Educazione nazionale”.

Laura e i fratelli crescono quindi in un ambiente familiare in cui le parole d’ordine sono rispetto, libertà, fedeltà alle proprie idee, tutti valori inculcati giorno dopo giorno da Gemma, che, ritiratasi dall’insegnamento, fa scuola in casa ai  tre figli, mettendo in pratica la sua teoria che ogni bimbo deve “esplorare il mondo a poco a poco. Più lo fa da sé, colle sue forze, aguzzando l’occhio e il pensiero, più questa esplorazione è feconda”. Liberi dagli orari scolastici, i piccoli alunni imparano a coltivare l’orto come a fare teatro, disegnano e frequentano musei, scrivono al padre partito volontario per il fronte (sul Carso) oppure leggono le sue lettere, commentano le fiabe trasformandone la trama a loro piacimento.

Intanto, mentre Laura e i fratelli vanno avanti negli anni e negli studi, il fascismo invade tutto il tessuto sociale, creando un clima soffocante, al quale la giovane reagisce come può, dando vita con Lucio ad un gruppo di intellettuali romani vicini alle idee marxiste: Giaime e Luigi Pintor, Aldo Natoli, Paolo Bufalini, Mirella De Carolis tra essi. Ma, ad un certo punto, si accorgono che la cultura da sola non basta, che c’è fame di azione concreta, di cambiamento, insomma di politica, soprattutto dopo la guerra di Spagna (1936) e dopo la “scoperta” di Antonio Gramsci. A ventitre anni, nel 1937, Laura vince il concorso di professore e ottiene il primo incarico di insegnamento a Chieti (1937/38). L’allontanamento da Roma dura poco, perché la morte del padre (18.6.1938) segna il suo ritorno nella capitale e l’intensificazione della sua attività nel movimento di cospirazione del gruppo antifascista. Qualche mese, e il governo fascista introduce le leggi per la difesa della razza, che deporteranno ad Auschwitz e Dachau migliaia di ebrei. E’ anche l’ inizio di una parabola che porterà in galera, per “ricostituzione del partito comunista”, Aldo Natoli, Pietro Amendola (figlio di Giovanni, assassinato nel 1926), e Lucio, che, per  l’arresto del 21.12.1939, non può prendere servizio come assistente alla cattedra di geometria analitica. Dovrà attendere fino al ’45 per essere ammesso come assistente alla Sapienza.

E’ nel momento dell’arresto del fratello che Laura – sono sue parole – ha una svolta, e diventa militante, prendendo coscienza di non essere “soltanto” la sorella di un carcerato, ma una che partecipa in prima persona (Appunti inediti, anni ’80). Entrata nella Resistenza romana, svolge azioni di boicottaggio, organizza scioperi, raccoglie medicine, indumenti e cibo per i perseguitati e i prigionieri politici. Nel lavoro di cospirazione incontra un amico di Lucio, Pietro Ingrao. Per potersi scambiare messaggi, documenti, indicazioni operative, i due giovani devono crearsi una copertura, fingere di essere fidanzati. Non è difficile, anzi: uscire insieme, passeggiare, andare ai concerti… «Stavamo da soli noi due, anche molto a lungo»,  racconta Pietro. «Lei era bella, vitale, intelligente, io un giovanotto di campagna, non ancora trentenne e anche un po’ rozzo. Che devo dire? Allungai le mani: ci provai». La reazione di Laura non si fa aspettare; lo rimette subito a posto, chiarendogli che la loro è solo finzione  mentre gli dà una botta sulla mano.

Sembrava una cosa finita.

Nel dicembre ’42, c’è una nuova ondata di arresti. Lucio, che è un affermato matematico, è tornato libero, ma non si può esporre in quanto controllato dalla polizia, per cui tocca a Mario Alicata e a Pietro, ormai dirigenti del gruppo comunista, informare il partito, al Nord. Il 27 dicembre è arrestato Mario, e allora il partito ordina a Pietro di darsi alla macchia, di sparire. Non può tornare a casa sua, gira Roma salendo e scendendo dai tram per scongiurare i pedinamenti, si fa ospitare da Luchino Visconti, il grande regista discendente della vetusta casata milanese. A tarda sera, prima di salire sul treno, decide di presentarsi dai Lombardo Radice, dove Lucio gli conferma che deve assolutamente partire per Milano. «Fu allora che  venne il momento di salutarsi. E fu Laura ad accompagnarmi al cancello». Il primo bacio fu lì, al cancello, senza sapere se si sarebbero  rivisti, e quando. Per Pietro saranno mesi di clandestinità, e per entrambi un cammino lungo sessant’anni.

La morte del patriota e scrittore Giaime Pintor, saltato a ventiquattro anni su una mina il 1 dicembre’43 nel tentativo di varcare le linee del fronte a Castelnuovo al Volturno, è un durissimo colpo per i suoi amici più stretti, tra cui Laura, che fa ancora più suo il messaggio etico-politico che Giaime aveva indirizzato al fratello minore Luigi sulla necessità degli intellettuali di scendere sul terreno dell’utilità comune e combattere.

Quando la popolazione romana, affamata dalla borsa nera, ed esasperata da una guerra ormai considerata senza sbocco, dà segnali di ribellione, è Laura, insieme alle altre dirigenti del partito comunista clandestino, come Adele Bei, Marcella Lapiccirella, ad organizzare gli assalti ai forni, che dopo l’attentato di via Rasella e l’eccidio delle Fosse Ardeatine si susseguiranno sempre più numerosi.

Il 3 marzo 1944, Laura, assieme a Marcella e alla fidanzata di Lucio,  Adele Maria, figlia diciottenne dello storico cattolico Carlo Arturo Jemolo, si trova per lavoro come responsabile di zona a viale G. Cesare, nei pressi della caserma dove erano stati appena portati duemila romani. E’ allora che assiste al barbaro assassinio di Teresa Gullace, madre di cinque figli, falciata da una raffica di mitra tedesca mentre cerca di passare uno “sfilatino” di pane e formaggio  al marito Girolamo, uno dei rastrellati.

E’ la scena che a Roberto Rossellini ispirerà il momento più drammatico del film Roma città aperta, con una Anna Magnani indimenticabile nel ruolo di Teresa mentre insegue la camionetta, e a Laura un racconto a tinte forti, specchio del suo coinvolgimento.

Sono loro, Laura, Marcella (incinta, che dopo pochi giorni perde il bambino) e Adele Maria a ricoprire il corpo dell’uccisa di fiori, sono loro le prime a contattare la famiglia, a portare aiuti concreti.

Poco dopo la liberazione di Roma dall’occupazione nazista (4.6.’44), Laura sposa Pietro, dal quale ha cinque figli, di cui quattro donne, e prosegue nell’attività politica sia nel PCI che nell’UDI (Unione Donne in Italia), tra «comizi, campagne elettorali – sono sue parole – la professione di docente, allattamenti e bambini piccoli».  E’ presente sulla stampa, dove partecipa con passione umana, culturale e politica ai dibattiti in corso (diritto di voto alle donne, Legge Merlin, ecc.).

Nel ’57 crea sull’ “Unità” la rubrica Mamma Giovedì allo scopo di parlare ai lettori di cose concrete, della vita di tutti i giorni, «attraverso la voce di una mamma immaginaria, di una famiglia immaginaria, eppure reale».

Pietro diventa dirigente di primo piano nel PCI (è il primo presidente comunista della Camera dei deputati, dal 1976 al ’79), Laura sceglie l’attività politica di base, che le consente anche di impegnarsi nella scuola – un lavoro che ama molto – e sui temi della cultura. E che le consente, soprattutto, di non trascurare la sua vita familiare.

«Di sé, mamma non raccontava molto. Ci apriva però lo scrigno prezioso delle grandi storie: Orlando Furioso, Promessi Sposi, Dante, Boccaccio (…). Un po’ per giorno, quando mangiavamo la sera o mentre ci portava in giro per Roma, arrampicandosi sugli autobus con le bambine attaccate alla gonna. Facevano parte di lei, queste storie, ed era naturale per lei trasmettercele, passarcele, farcele amare come le amava lei (…). Passava molte delle sue ore a tagliare, cucire, perfino ricamare. Vestendo le sue bambine da capo a piedi. O inventando e realizzando magnifici costumi per Carnevale. A cucire però non ci ha insegnato. Penso per scelta. Perché a quelle tante figlie femmine (…) importava – ricorda la figlia Celeste – insegnare ad aprire la mente, a scrivere, leggere, a pensare, a disegnare, a conquistarsi il proprio autonomo spazio nel mondo».

Fino all’età di settant’anni Laura esercita l’insegnamento nelle scuole superiori, dove si era distinta fin dal ‘50 per i suoi metodi innovativi, per il rapporto con gli studenti e per i contenuti del sapere. Nessuna meraviglia, quindi, che partecipi al movimento della contestazione del ’68.

Collabora alla Casa cinematografica Vides, e, al momento del pensionamento, entra come insegnante volontaria nel carcere di Rebibbia, lei che non aveva mai dimenticato il triste pianeta conosciuto nel ’39, quando andava da Lucio, detenuto a Regina Coeli.

Fonda l’associazione “Ora d’aria” di assistenza ai detenuti, che lei chiama affettuosamente “i miei assassinetti”. Li tratta non solo come allievi, ma come persone, con i loro problemi, la loro vita, i loro sentimenti, intessendo con molti di loro un dialogo intensamente umano. Negli ultimi anni ha gravi problemi di salute. Muore nel 2003, lasciando cinque figli, nove nipoti, due pronipoti e molto rimpianto.

© 2014 Rita Frattolillo, tutti i diritti riservati

Fonti

Gemma Harasim, “Il disegno infantile (Appunti di una madre)” in Giuseppe Lombardo Radice, Athena fanciulla. Scienza e poesia della scuola serena, Bemporad, Firenze, 1924, p. 152.

Le notizie biografiche e le citazioni qui riportate sono tratte dal volume di Laura Lombardo Radice – Chiara Ingrao, Soltanto una vita, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2005.

Comune di Firenze, convegno 18 aprile 2005 Il sito web del compagno Pietro Ingrao Biblioteca Nazionale di Napoli

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Andalusia, il Psoe vince, crollano Iu e Pp, Podemos terza forza da: il manifesto

 

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Il voto per la comunità autonoma dell’Andalusia

Vince chia­ra­mente la pre­si­dente uscente, la socia­li­sta Susana Díaz, crol­lano Izquierda Unida e Pp, entra con forza Pode­mos – ma senza sfon­dare – e Ciu­ta­da­nos va abba­stanza bene. Il rias­sunto dei risul­tati delle ele­zioni anda­luse che si sono chiuse sta­sera sono desti­nati a influen­zare molto i pros­simi passi dei prin­ci­pali par­titi dello scac­chiere poli­tico spa­gnolo, in un anno pieno di appun­ta­menti elettorali.

È chiaro che Díaz, che aveva con­vo­cato ele­zioni anti­ci­pate rom­pendo il patto con Iu, ha vinto la sua scom­messa: ha man­te­nuto il risul­tato del 2012 (47 seggi), anche se con quat­tro di punti per­cen­tuali (35.5% con­tro 39.5%) e 200mila voti in meno, ma ha vinto chia­ra­mente con­tro i popo­lari (che crol­lano da 50 seggi a 33, con il 27%), che di voti ne per­dono più di 500mila.

Izquierda Unida, terzo par­tito del par­la­mento anda­luso uscente, ottiene solo 5 seggi (con il 7%) con­tro gli 11 di tre anni fa, pas­sando da 440mila a 270mila voti.

Pode­mos entra con quasi sei­cen­to­mila voti e 15 seggi – ma ne aspet­ta­vano una ven­tina – e Ciu­ta­da­nos, altro par­tito di pro­te­sta, ma più di cen­tro­de­stra, ottiene il 9% e 9 seggi.

L’astensione è scesa di un paio di punti (dal 38 al 36%).

Rimane l’incertezza sugli equi­li­bri del dopo voto.

La mag­gio­ranza di 55 seggi sarà dif­fi­cile da rag­giun­gere. Se i socia­li­sti deci­dono di non gover­nare in mino­ranza (cosa che in Spa­gna è pos­si­bile), l’opzione più sem­plice sarebbe un’alleanza Psoe-Ciutadanos. Ma per Ciu­ta­da­nos il par­la­mento di Sivi­glia è il primo in cui entrano fuori dalla Cata­lo­gna e gli occhi saranno pun­tati su di loro: prima di fare un accordo con uno dei “vec­chi” par­titi che tanto cri­ti­cano ven­de­ranno cara la pelle.

Don Ciotti: «Corruzione come la mafia» | Fonte: il manifesto | Autore: Riccardo Tagliati

In duecentomila per la giornata in memoria delle vittime della mafia. Don Ciotti attacca la legge sulla responsabilità civileei magistrati. E al leader della Lega Salvini: «Cacciare i corrotti, non i migranti»Un fiume impres­sio­nante di per­sone ha fatto di Bolo­gna, per un giorno, la capi­tale ita­liana della lotta anti­ma­fia. Decine di migliaia di donne e uomini (200 mila secondo gli orga­niz­za­tori) hanno sfi­lato ieri mat­tina dallo sta­dio al cen­tro sto­rico per la ven­te­sima gior­nata della memo­ria e dell’impegno per le vit­time inno­centi delle mafie. In tutto poco meno di 4 chi­lo­me­tri che il ser­pen­tone ha per­corso con la testa alta e la schiena dritta. «Cam­mi­niamo insieme per chie­dere verità e giu­sti­zia» ha detto il fon­da­tore di Libera, don Luigi Ciotti. Più tardi in una piazza VIII Ago­sto gre­mita all’inverosimile, don Luigi ha sfer­zato la poli­tica det­tando una fitta agenda di impe­gni da assu­mere (leg­gasi: leggi da appro­vare, ndr) per con­tra­stare effi­ca­ce­mente le mafie. Per­ché «non c’è più tempo».

Il cor­teo
In testa, come da tra­di­zione, lo stri­scione di Libera con lo slo­gan scelto per la gior­nata: «La Verità illu­mina la giu­sti­zia». A reg­gerlo ci sono i fami­liari delle vit­time inno­centi delle mafie. In oltre 600, sono arri­vati a Bolo­gna coi pull­man della poli­zia e della Fore­stale, poco dopo le nove, pro­ve­nienti da Rimini dove hanno pas­sato la notte. Ognuno con un’immagine del pro­prio caro ucciso: c’è chi la porta visi­bile in un car­tello appeso al collo e la mostra ai pas­santi, chi l’ha impressa sulla maglietta bianca e la sfog­gia con orgo­glio, chi la tiene in mano con rispetto e discre­zione e chi la con­serva nel cuore e la mostra solo a parole.
Verità e giu­sti­zia: è que­sto bino­mio che spinge le stan­che gambe dei coniugi Ago­stino, geni­tori dell’agente Anto­nino, ucciso insieme alla gio­vane moglie a Palermo il 5 ago­sto del 1989. Il padre Vin­cenzo ha i capelli e la barba lun­ghis­simi: non se la taglia da quel 5 ago­sto: «Lo farò solo quando avrò avuto giu­sti­zia per i miei morti (nell’agguato, oltre al figlio Anto­nino, fu uccisa anche la moglie incinta, ndr)» spiega men­tre cam­mina per le strade medie­vali del cen­tro con accanto la moglie e un nipote.

Poco più indie­tro ci sono i fami­liari di Anto­nio Lan­dieri, ucciso nella faida di Scam­pia. Sono circa una decina: c’è anche una gio­vane che spinge una car­roz­zina. Por­tano tutti una maglietta bianca con su scritto il suo nome. Anto­nio è stato ucciso per errore men­tre in rione Sette Palazzi stava gio­cando a cal­cio balilla con alcuni amici. Sono stati scam­biati per degli spac­cia­tori. Gli assas­sini non sono ancora stati indi­vi­duati. «Non vogliamo essere qui per ricor­darlo in maniera malin­co­nica — dice suo cognato -, vogliamo fare memo­ria attiva. Que­ste morti non devono essere inu­tili, la nostra testi­mo­nianza deve fare sì che certe cose non acca­dano più».

A poca distanza c’è un altro napo­le­tano, Giu­seppe Miele, fra­tello di Pasquale, ucciso a Grumo Nevano nel 1989. «La nostra fami­glia aveva una fab­brica di abbi­glia­mento. Ci siamo rifiu­tati di pagare il pizzo e loro hanno deciso di fare un’azione inti­mi­da­to­ria. Hanno spa­rato con­tro le fine­stre. E’ così che mio fra­tello è stato col­pito ed è morto sotto gli occhi di mia madre e di mio padre».
Nel lungo ser­pen­tone che segue i fami­liari ci sono i gio­vani delle scuole, gli ammi­ni­stra­tori di Avviso Pub­blico, i sin­da­ca­li­sti della Cgil e della Fiom, ma anche della Cisl e della Uil. Ognuno rico­no­sci­bile ma rigo­ro­sa­mente senz’altra ban­diera che non sia quella di Libera.

I nomi che graffiano
Il cor­teo, par­tito dallo sta­dio poco dopo le 9.30, pro­cede a sin­ghiozzo, alter­nando pause a momenti in cui il passo si fa veloce. Come sot­to­fondo, dal camion­cino elet­trico in testa, la let­tura dei nomi delle 1035 vit­time inno­centi della mafia, del ter­ro­ri­smo e delle stragi. Gli stessi nomi che in piazza VIII Ago­sto una staf­fetta di poli­tici, sin­da­ca­li­sti, per­so­na­lità dello spet­ta­colo, auto­rità, fami­liari e sem­plici cit­ta­dini ha letto prima del discorso con­clu­sivo di don Ciotti. «Tutti i nomi, non solo quello di mio fra­tello — dice Giu­seppe Miele -, ven­gono a graf­fiare den­tro ognuno di noi, ven­gono a graf­fiare le nostre coscienze, a spin­gerci a fare qual­cosa per miglio­rare la nostra società». La prima a salire sul palco è stata la pre­si­dente della com­mis­sione anti­ma­fia Rosy Bindi; l’ultimo l’ex pro­cu­ra­tore di Torino Gian­carlo Caselli che, dopo aver pro­nun­ciato l’ultimo nome, quello del giu­sla­vo­ri­sta Marco Biagi, ha detto: «A voi va la nostra memo­ria e il nostro impe­gno affin­ché la verità possa illu­mi­nare la giu­sti­zia». A quel punto, la com­mo­zione delle decine di migliaia di per­sone giunte in piazza si è sciolta in un lungo applauso.

Il discorso
Don Luigi Ciotti sale sul palco poco dopo le 12.30. Ha con sé un pic­colo plico di appunti. «La demo­cra­zia è incom­pa­ti­bile con il potere impo­sto o con il potere segreto. Per que­sto non può restare il dub­bio che ci sia stata una trat­ta­tiva con la mafia». La piazza applaude, a più riprese. «Certe leggi non rie­scono a pas­sare, ma quella sulla respon­sa­bi­lità civile dei magi­strati è pas­sata, eccome se è pas­sata» incalza don Luigi che chiede più stru­menti e risorse per la magi­stra­tura e le forze di poli­zia impe­gnate nelle inchie­ste sulla cri­mi­na­lità orga­niz­zata e la corruzione.

Dal palco, e con la forza delle 200 mila per­sone giunte da tutta Ita­lia, il fon­da­tore di Libera detta alla poli­tica gli impe­gni per pas­sare dalle parole ai fatti: appro­va­zione di una legge sulla cor­ru­zione, sul falso in bilan­cio, sulla pre­scri­zione. Il tutto senza media­zioni, senza nego­ziati con quelle forze che si oppon­gono a que­ste leggi. «Chi non vuole una legge sulla cor­ru­zione fa un favore ai mafiosi, ai potenti, alle lobby» dice don Ciotti. E poi­ché «la cor­ru­zione è la più grave minac­cia alla demo­cra­zia e l’avamposto delle mafie» biso­gna col­pire duro.

«Le mafie dia­lo­gano con le imprese, con­di­zio­nano la poli­tica, sono tra­sver­sali»: «non si può par­lare di infil­tra­zione, ma di occu­pa­zione dei ter­ri­tori» da parte dei clan. Insomma, nes­suno può più dire, anche al nord, anche in Emi­lia, «io non sapevo». «Il pro­cesso di libe­ra­zione non è finito, ci vuole una nuova resi­stenza» dice don Ciotti che, pur senza citarlo, attacca anche il lea­der della Lega Nord Mat­teo Sal­vini: «Vor­rei dire a chi si è tanto pre­oc­cu­pato di cac­ciare i migranti dal paese, che biso­gna cac­ciare i mafiosi e i corrotti».

Per col­pire al cuore le mafie, ha sem­pre soste­nuto Libera, biso­gna col­pire i patri­moni dei mafiosi. E quindi sì ai seque­stri dei beni mafiosi e sì all’affido degli stessi alla col­let­ti­vità. Ma ora che la crisi ha lasciato senza lavoro milioni di gio­vani e non solo, biso­gna agire per ridurre la povertà. «Ci vuole una legge per il red­dito minimo o di cit­ta­di­nanza: pos­si­bile che l’abbia tutta Europa tranne la Gre­cia e l’Italia?».

Tutti impe­gni da rispet­tare in fretta per­ché, come ricorda don Ciotti citando don Primo Maz­zo­lari: «Rischiamo di morie di pru­denza in un mondo che non può più attendere».