CATANIA 8 marzo 2015 : LA RAGNA-TELA P. UNIVERSITA’ ” La citè des dames”

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CATANIA 6 marzo 2015: Librino Villa Fazio “Desdemona e le donne” l’ANPI e A.I.LAM incontrano le donne di Librino.

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Comunicato del Comitato antifascista e per la memoria storica-Parma sul “caso Mori” da: la redazione del sito Dieci febbraio.info Trieste

Comunicato del Comitato antifascista e per la memoria storica-Parma sul “caso Mori” 
Il conferimento da parte di massime autorità del Governo e della Repubblica di un’onorificenza a Paride Mori, fascista convinto, ufficiale della Repubblica Sociale Italiana sostenuta dalla Germania nazista, appartenente a un reparto militare schierato al confine nordorientale sotto comando diretto dei Tedeschi, non è un puro e semplice errore commesso dalla Commissione nominata dal Governo per decidere l’attribuzione delle onorificenze. Un errore, per altro, particolarmente grave essendo il caso di Paride Mori già noto da anni, almeno dal 2010 quando successe che il Comune di Traversetolo (PR), dov’egli nacque e visse, nella primavera di quell’anno gli intitolò una via e poco dopo, essendo stata quella scelta toponomastica del tutto sbagliata, tolse l’intitolazione della stessa. 
Il conferimento dell’onorificenza a Mori il 10 febbraio u.s. come vittima delle foibe, nonostante egli non sia stato assolutamente una vittima delle foibe ma sia morto in uno scontro con partigiani il 18 febbraio 1944, è, anche, in qualche modo, una conseguenza del fatto che la legge 92 del 2004 istitutiva del «Giorno del ricordo delle vittime delle foibe» considera infoibati anche tutti quegli italiani «scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati». Non solo, il riconoscimento di vittima delle foibe, continua la legge, può essere esteso a quanti «persero la vita dopo il 10 febbraio 1947, ed entro l’anno 1950, qualora la morte sia sopravvenuta in conseguenza di torture, deportazione e prigionia». 
Esiste dunque una legge che dà un’interpretazione molto larga dell’espressione «italiano vittima delle foibe». Del tutto discutibile, nient’affatto corretta. 
Certo con tale interpretazione così larga il numero degli “infoibati” aumenta, diventando dell’ordine di grandezza delle migliaia in relazione al periodo del maggio ’45 e che dal maggio ’45 si protrarrebbe fino al 1950!
Meglio determinabile e più contenuto il numero dei morti delle foibe nel periodo settembre-ottobre ’43; gli studi storici convergono su valori di cinquecento, seicento morti.
Paride Mori comunque non è stato assolutamente una vittima delle foibe. 
Le vittime delle foibe sono state comunque, in gran parte, fascisti, militari e funzionari dell’Italia fascista che aveva aggredito la Jugoslavia e occupato crudelmente diversi suoi territori, collaborazionisti. Studi e ricerche sul numero e l’identità di questi morti, anche caso per caso, nome per nome, sono stati fatti di recente in particolare dagli storici Claudia Cernigoi e Sandi Volk. 
Comitato antifascista e per la memoria storica – Parma   17 marzo 2015
Altre medaglie ad altri fascisti infoibati, infoibati falsi (o molto molto dubbi)
Se lo schiamazzo causato dall’attribuzione del riconoscimento a Mori non può che essere benvenuto, va tuttavia ricordato che nell’elenco di coloro a cui nel corso di questi dieci anni è stato concesso lo stesso riconoscimento ci sono parecchi “casi” molto simili a quello di Mori. Limitandoci a coloro che sono morti tra il novembre 1943 e l’aprile 1945 troviamo questi casi: Abriani Gerolamo, caduto 15/9/1944 come appartenente alla 5^ Legione MDT ferroviaria; Alessio Ferdinando, milite della MDT, caduto lungo la linea ferroviaria Opicina – Prosecco il 28/2/1945; Antonini Antonino, che alcuni definiscono ex squadrista e componente la 41^ Brigata Nera di Trieste, catturato e soppresso dai partigiani ad Umago il 13/11/1944; Borroni Antonio, descritto da Papo quale milite della MDT, ex volontario fascista nella guerra di Spagna, volontario in Montenegro, ucciso in Istria il 29/9/1944; Brunetti Antonio, milite MDT, ucciso il 27/5/1944 presso Matulje (Mattuglie); Cantarutti Edoardo, sottufficiale dell’Esercito della RSI, soppresso dai partigiani a Gorizia il 7/11/1943; Chersicla Luigi, sergente della MDT, scomparso l’8/7/1944 a Grisignana; D’Aliberti Carmelo, Guardia di Finanza, catturato e probabilmente ucciso a Sicciolie il 3/8/1944; Del Bigallo Giuliano, vice brigadiere di PS alla Questura di Gorizia, morto il 1/2/1944 in conseguenza delle ferite riportate in un attacco di partigiani; Del Negro Oliviero, membro della Guardia Civica (formazione collaborazionista triestina) caduto durante un attacco partigiano ad Opicina nel dicembre del 1944; De Pierro Angelo, caporale della MDT, ucciso il 13/9/1944 a Gorizia; D’Ambrosi Antonio, milite della MDT, ucciso nel giugno 1944 in Valdarsia in Istria; Englaro Gastone, ex carabiniere (i nazisti sciolsero l’Arma il 7 ottobre 1943 e nella Venezia Giulia molti dei suoi componenti passarono nelle file della MDT) scomparso il 12/2/1944 a Muggia; Ferrara Salvatore, Guardia di Finanza, scomparso nell’attacco dei partigiani alla postazione di Matteria (Materija) il 13/1/1944 (tale postazione collaborava attivamente con i nazisti nella lotta antipartigiana, negli arresti, nei rastrellamenti…); Fiorentini Giovanni, componente l’11^ Legione Camicie Nere, fucilato il 29.10.1943 a Babin Potok (Croazia); Galante Giuseppe, milite MDT, scomparso nel settembre 1944; Ghersa Giulio, milite MDT, caduto nell’aprile 1944 durante un attacco partigiano in Istria; Ghersi Michelangelo, milite MDT, ucciso in casa a Laurana il 24/11/1944; Lacchiana Giovanni, milite delle Camicie Nere, caduto il 25/10/1944 a Ogulin (Croazia); Lottici Arnaldo, Guardia di Finanza, scomparso il 2/2/1944 durante un attacco partigiano alla caserma di Sicciolie; Lubiana Ettore, milite MDT, caduto durante un attacco di partigiani a una colonna nazifascista presso Rifembergo (Branik) il 2/2/1944; Meazzi Angelo, ex carabiniere, in servizio alla postazione di Gabrovizza a Trieste (probabilmente della MDT), scomparso il 24.2.1944; Musco Giuseppe, membro della formazione “Mazza di ferro” della MDT, ucciso nel 1944 a Montona; Olmo Giuseppe, Guardia di Finanza, scomparso nell’attacco dei partigiani alla postazione di Matteria il 13/1/1944; Porru Silvio, Guardia di Finanza, scomparso nell’attacco dei partigiani alla postazione di Matteria il 13/1/1944; Querincis Ottavio, componente del collaborazionista Battaglione Alpini “Tagliamento”, scomparso il 22/4/1944 presso Duttogliano (Dutovlje); Ricci Lucchi Serafino, Guardia di Finanza, disperso nel corso di uno scontro con i partigiani nei pressi di Divaccia (Divača); Sangrigoli Mariano, milite MDT, scomparso il 14/4/1945 a Lanischie (Lanišče); Stossich Libero, milite MDT, ucciso il 28/4/1945 presso Umago; Summa Donato, milite MDT, caduto il 14.1.1944 presso Senosecchia (Senožeče); Valoppi Michele, milite MDT, caduto il 13/10/1944 presso Sedegliano (UD); Verdelago Ervino, segretario del Partito Fascista Repubblicano di Tomadio (Tomaj), ucciso a Trieste il 26/2/1944.
A quanto detto va aggiunto che nell’elenco dei percettori dei riconoscimenti ci sono svariati casi che risultano molto dubbi. Il colmo è rappresentato dai casi di Antonio Ruffini, insignito del riconoscimento di “infoibato” ma in realtà caduto da partigiano a Grgarske Ravne in Slovenia a fine marzo del 1944 (cosa riconosciuta dal Comune di Termoli e dalla Regione Molise, ma non dalla Commissione) e di Fortunato Matiussi, per il quale è di per se esplicativa la motivazione della concessione del riconoscimento: “residente a Pisino, fu lì fucilato il 4 ottobre dalle truppe tedesche per rappresaglia sulla popolazione a seguito della precedente occupazione titina”!
Per le singole decisioni in merito all’attribuzione del riconoscimento la responsabilità diretta è indubbiamente dei componenti l’apposita Commissione, operante in seno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e composta, oltre che da vari rappresentanti delle organizzazioni degli esuli, dal Presidente del Consiglio dei Ministri o da un suo delegato, dai rappresentanti degli Uffici Storici degli Stati Maggiori di tutte le forze armate dello Stato e da un delegato del Ministero dell’Interno. Quindi la responsabilità diretta di quanto è accaduto è delle più alte autorità dello Stato e delle Forze Armate.
Che le cose stessero come stanno era risaputo da almeno 10 anni, ma coloro che lo facevano notare venivano tacciati di estremismo, nostalgie “slavo-comuniste” e gratificati del termine infamante di “negazionisti”. Fino a subire vari tentativi di chiudere loro la bocca attraverso licenziamenti, tagli di finanziamenti, minacce e veri e propri tentativi di aggressione fisica. Mentre coloro che in campo storiografico hanno posto le basi “scientifiche” per tutto quanto accade regolarmente ogni 10 febbraio sono stati presentati e incensati come “ricercatori obiettivi ed equilibrati” e portatori della “verità storica”. Nel contempo le organizzazioni degli esuli, che hanno progettato e ottenuto quanto descritto in precedenza, sono diventate apprezzate interlocutrici della ”opinione pubblica democratica” (anche di quella sua parte che oggi si scandalizza per il caso Mori) e destinatarie di appoggi, aiuti ed ingenti finanziamenti per diffondere le loro “verità”. Di tutto questo sono ampiamente corresponsabili i media, anche quelli che oggi prendono atto di questo “errore” e si chiedono come sia potuto accadere. Forse un serio esame di coscienza potrebbe essere salutare per molti.
La redazione del sito Diecifebbraio.info  Trieste  17 marzo 2015

Quel “Non c’entra la mafia” del Magnifico Rettore da: antimafia duemila

orioles-c-joan-queraltdi Riccardo Orioles – 21 marzo 2015
“Lunedì 23 Marzo 2015, presso l’Aula Magna del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali si svolgerà una conferenza per ricordare le vittime della Mafia nella quale sarà presentato il libro “La Mafia di Carta” del Prof. Tino Vittorio, accompagnato da interventi di autorità e istituzioni impegnate nel contrasto al crimine organizzato.

L’evento curato dai giovani di Azione Universitaria di Scienze Politiche è chiamato “Il Domani appartiene a noi” per ribadire che sono tanti i giovani stanchi del malaffare e di quella criminalità che ha così notevolmente danneggiato la nostra terra siciliana.

I relatori saranno: On. Nello Musumeci – Presidente della Commissione Antimafia; On. Burtone;

On.Catanoso; Rettore Prof. Pignataro. Modera Campo Morena. Evento organizzato da Azione Universitaria”.

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“La mafia di carta” di Tino Vittorio uscì poco tempo dopo l’assassinio di Giuseppe Fava. A proposito di esso un innominato mafoso protagonista del libro sostiene che:

“ Non c’entra la mafia. Donne, gioco per quel che ne posso intuire. La mafia non fa sgrusciu, non fa rumore. Se bisogna ammazzare qualcuno, tra pistola e corda, si opta per la corda”.

La tesi dell’omicidio “non di mafia” veniva portata avanti, nello stesso periodo, con tutti i mezzi in possesso dell’establishment catanese, in testa “La Sicilia” di Mario Ciancio, attualmente indagato per collusioni con mafiosi. A Catania, secondo i poteri politici, economici e anche accademici, la mafia “non esisteva”. Tesi ovviamente smentita non solo dalle numerosissime inchieste dei “Siciliani” prima e dopo l’assassinio di Fava, ma dalle risultanze giudiziarie. Fava fu assassinato dai poteri mafiosi per il suo impegno giornalistico contro di essi, e il “Non c’entra la mafia” del libro è – nel migliore dei casi – arbitrario e fuorviante.

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Su questo atteggiamento omertoso dell’establishment, di cui il libro di Vittorio può essere considerato esemplare, ho scritto molte volte. il 4 marzo 2012, sul “Fatto Quotidiano”, commemorando un vecchio amico magistrato, scrivevo che

“…ebbe la dignità e il coraggio – che mancarono alla maggior parte dei magistrati catanesi – di spezzare il cerchio della calunnia e dell’omertà. A quel tempo, non solo imprenditori in rapporto con Ciancio e giornalisti come Zermo ma anche “intellettuali” colonne dell’università negavano la matrice mafiosa dell’assassinio, o sulle colonne de “La Sicilia” o con appositi libri (La mafia di carta di Tino Vittorio)”.

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Queste righe mi son valse, nè me ne dolgo, una querela del Vittorio, cui deciderà a tempo e modo il Magistrato. Nel frattempo, la mia opinione, condivisa dalla totalità dei catanesi civili, è che il libro “Mafia di carta” contenga quanto meno una evidente e precisa falsità, quel “Non c’entra la mafia”.

Questa falsità viene oggi coonestata, publicamente e ufficialmente e nella sede stessa dell’Ateneo, dalla massima autorità accademica, il Rettore (nominalmente “progressista”) Pignataro.

Decenni dopo l’assassinio di Fava e le calunnie sparse sulla sua morte, il Vittorio viene pubblicamente onorato dalla presenza di politici e autorità, fra cui il presidente della Commissione antimafia siciliana. Costui è quel Musumeci che, all’indomani della scoperta di discutibili personaggi sedicenti antimafiosi (denunciati proprio sulle pagine dei “Siciliani”) colse la palla al balzo per proporre di mettere senz’altro all’asta i beni confiscati alla mafia, e cioè in buona sostanza di darli ai massimi imprenditori siciliani.

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“I Siciliani” continueranno a lottare contro la mafia, in toga o in coppola, e a smascherare l’”antimafia” fasulla, come sempre è stato. Ciò costerà – come sempre è stato – sacrifici durissimi per i giornalisti che ci lavorano, compresi i tanti giovani che, oramai da decenni, crescono da giornalisti e da cittadini sotto questa bandiera. Noi non chiediamo solidarietà nè protestiamo: nè i Fava, nè i D’Urso nè gli Scidà ne hanno mai avuta dai potenti di questa città, nè saremo noi a pretenderla. Osserviamo soltanto, amemoria di tempi più civili, che ancora una volta l’Università catanese si schiera per l’omertà e contro le vittime; e non si fa onore. “Forsan haec olim meminisse iuvabit”.

Tratto da: isiciliani.it

Vincenzo Agostino: “il prezzo della ragione di Stato” da: antimafia duemila

agostino-vincenzo-ytdi Lorenzo Baldo – 21 marzo 2015
Alla giornata della Memoria di Libera il grido del padre dell’agente Nino Agostino
Dal palco di Bologna don Ciotti grida che il nostro è un Paese “di stragi in gran parte impunite” e che ci sono ancora “troppe ombre, troppe zone oscure, trattative inconfessabili”. Il fondatore di Libera ricorda con forza le parole pronunciate ieri sera da Vincenzo Agostino, padre dell’agente Nino Agostino, ucciso il 5 agosto 1989 assieme a sua moglie Ida Castelluccio, incinta di pochi mesi: “il prezzo della ragione di Stato non può essere il nostro bisogno di verità e di giustizia. Ci deve essere la verità!”. Vincenzo è molto provato nel fisico, sua moglie Augusta è sempre al suo fianco. Ma ci sono anche i suoi figli e i suoi nipoti a dargli forza. La sua è una corsa contro il tempo per avere verità e giustizia. “Tutti noi familiari delle vittime di mafia non vogliamo più pacche sulle spalle da chi ci governa – afferma con determinazione il padre di Nino Agostino –. Vogliamo risposte, vogliamo fatti concreti, non vogliamo più promesse non mantenute. Io esigo verità e giustizia! Non ne posso più di tutti questi politici corrotti, devono andarsene a casa! Il presente e il futuro della gioventù deve essere libero, non deve essere più condizionato da questi malviventi! A mio avviso dopo due legislature ogni parlamentare dovrebbe tornare a fare quello che faceva prima”. “So benissimo che ci sono persone in vita che sanno dell’omicidio di mio figlio e di mia nuora ma non vogliono parlare – afferma con profonda convinzione –. Ma perché questi individui non si fanno un esame di coscienza? Ma forse non ce l’hanno e continuano a dire di non sapere nulla. E comunque io gli chiedo ugualmente di dire la verità perché altrimenti saranno sempre incatenati l’uno con l’altro. Vorrei tanto che, una volta individuati questi personaggi, ci fosse una legge che togliesse loro ogni proprietà…”. Per Agostino la parola Stato “deve significare espressamente verità e giustizia”. “Per quale motivo quelle che don Ciotti ha definito ‘trattative inconfessabili’ devono durare tutti questi anni nel nome di una ‘ragione di Stato’? Io non l’accetto! Io voglio i nomi e i cognomi di chi ha fatto questa trattativa! Non accetto che Nicola Mancino dica di non ricordare di aver incontrato Paolo Borsellino il giorno del suo insediamento al Ministero dell’Interno! Ma a chi lo vuol far credere? Qui tutti fanno finta di non ricordare!”.

Vincenzo Agostino si ferma un attimo, prende fiato: “per rendere giustizia a Nino e a Ida bisogna che parlino coloro che sanno, che si ricordino di quello che aveva lasciato scritto mio figlio, devono venire fuori le ‘mele marce’ che c’erano in quegli anni. Ma la ricerca della verità non vale solo per me. Oggi qui siamo più di mille familiari di tutte le vittime, con tante storie, ognuna diversa dalle altre, il 90% di queste persone non sa la verità sulla morte dei propri cari. Questo non è uno Stato degno di questo nome! Siamo al livello dei desaparecidos sudamericani dove i colpevoli restano tutti impuniti”. “Sono d’accordo con don Ciotti che bisogna stare vicino al pm Nino Di Matteo, che è il più esposto di tutti, e a quei magistrati che continuano a cercare la verità – aggiunge con forza –. Non voglio più funerali! Non voglio altri cortei o fiaccolate! Non dobbiamo  permettere più che questo accada! Vogliamo uno Stato ‘giusto’ e non uno Stato ‘ad personam’. Vogliamo che la legge sia davvero uguale per tutti”. Proprio questa mattina Margherita Asta, figlia di Barbara Rizzo Asta e sorella di Salvatore e Giuseppe, unica sopravvissuta alla strage di Pizzolungo, ha chiesto che, i familiari delle vittime di mafia in primis, siano aiutati nella ricerca della verità facendo in modo che sia consentito loro l’accesso a tutte le fonti attraverso una vera propria desecretazione degli atti finora occultati. “Sono completamente d’accordo con Margherita – afferma Vincenzo Agostino –. Tutti noi dobbiamo poter aver accesso agli atti, anche a quelli più delicati, che possono contribuire al raggiungimento della verità. Mi domando, però, perché su tanti di quegli atti non è stato possibile accedere in questi anni: penso alla strage di Ustica, all’omicidio di Pietro Scaglione e a tanti altri omicidi e stragi. Ma chi è stato a uccidere Scaglione, la mafia?! E a Falcone e a Borsellino chi li ha uccisi, la mafia?! E potrei continuare chiedendo chi ha ucciso i giudici Costa e Chinnici… ma la domanda è un’altra: chi è la mafia? Cos’è la mafia? A partire da Portella della Ginestra si è sempre data la colpa alla mafia per determinati omicidi e stragi… ma chi sono questi mafiosi? E chi sono questi uomini che hanno trattato con questa mafia? Ormai questo è uno Stato-mafia e se non fosse stato per il figlio di Vito Ciancimino non saremmo nemmeno arrivati ad un processo sulla trattativa…”. Riflettendo sulla possibilità che dallo Stato possa finalmente giungere tutta la verità Vincenzo Agostino si dice “confuso”. “Non so quali nemici si nascondono dentro lo Stato e impediscono di far emergere la verità… 26 anni fa mi dissero che per avere le risposte sull’omicidio di mio figlio e di mia nuora dovevo guardare all’interno… all’interno delle istituzioni, intendo dire… ed oggi ne sono ancora più convinto”.

Bolzano, identificati due dei sei aggressori contro tre giovani del Prc: sono di Casapound autore Fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Hanno un nome e un volto, due degli aggressori che nella notte di martedì scorso si sono scagliati contro tre giovani militanti di Rifondazione Comunista. Si tratta di due frequentatori della locale Sezione di Casapound, conferma con una nota la Questura di Bolzano. L’identificazione e la denuncia per aggressione arrivano a meno di 24 ore dalla denuncia del fatto da parte di Giacomo Gatti, uno dei tre ragazzi aggrediti e componente della segreteria locale del partito. I tre sono stati prima pedinati e poi accerchiati e aggrediti da sei-otto persone di circa 30 anni a volto almeno parzialmente coperto. Le tre vittime sono appunto Giacomo Gatti, 23 anni militante di Rifondazione Comunista; Giacomo Venturato, di soli 19 anni, e Michele Galletti, figlio del consigliere comunale Oreste, che invece ne ha 23. «Eravamo usciti da un locale – raccontano – dove avevamo festeggiato San Patrizio, e dopo pochi passi ci siamo resi conto di essere seguiti». La connotazione politica dell’altra parte non tarda a palesarsi: «Ci hanno chiamati “zecche di m….” e continuavano ad offenderci, mentre ci venivano dietro». I ragazzi iniziano ad accelerare il passo, e da via Cassa di Risparmio imboccano ponte Talvera e presto sono sulla pista ciclabile di corso Libertà. «Abbiamo sentito urlare “ora!” – il racconto – e poi siamo stati accerchiati da sei-otto persone, con sciarpe sul volto e i cappucci delle felpe alzati, uno aveva un tirapugni».

#28M, l’appello di Landini ai lavoratori: “La lotta non è finita con il varo del Jobs act” autore radazione da: controlacrisi.org

 

“Oggi abbiamo bisogno di un’alleanza, di costruire una coalizione sociale che unisca cio’ che il governo e Confindustria vogliono separare, aggregando tutte le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare con le metalmeccaniche e i metalmeccanici, con le delegate e i delegati, con le iscritte e gli iscritti alla Fiom. Vi aspettiamo a Roma il 28 marzo. E da li’ continueremo insieme”. E’ quanto scrive il leader della Fiom, Maurizio Landini, in una lettera ai lavoratori metalmeccanici diffusa ieri, in vista dell manifestazione del 28 marzo.”Care lavoratrici e cari lavoratori metalmeccanici sabato 28 marzo ci ritroveremo a Roma per la dignita’ e la liberta’ del lavoro”, si apre il messaggio. “Nei mesi scorsi- ricorda- ci siamo battuti contro il Jobs Act che non crea nuovo lavoro ne’ affronta il dramma della precarieta’ e della disoccupazione giovanile. Insieme abbiamo proposto delle alternative e presentato le nostre idee ma il governo non ha voluto ascoltarci, ha messo in pratica le indicazioni di Confindustria, imboccato la strada della riduzione dei diritti, sposato le ricette di chi pensa che licenziando si crei nuova occupazione. Abusando della democrazia, il governo, a colpi di fiducia, ha ridotto il Parlamento a mero esecutore della sua volonta’”. Landini prosegue osservando che “la lotta non e’ finita con il varo del Jobs Act. Come promesso durante lo sciopero generale del 12 dicembre di Cgil e Uil, continueremo a spendere le nostre idee e le nostre energie per difendere il lavoro e i suoi diritti, cambiare il paese e renderlo piu’ giusto. Questo e’ un momento importante per il futuro di tutti noi, delle lavoratrici e dei lavoratori, del nostro sindacato che esiste e ha un senso solo se riesce a rappresentare democraticamente i vostri interessi e da voi riceve il sostegno, le idee e le energie necessarie”.
L’obiettivo della mobilitazione, spiega il leader delle tute blu della Cgil, e’ “migliorare le condizioni del lavoro dipendente, rivendicare un sistema pensionistico piu’ giusto con la riduzione dell’eta’ pensionabile, dare un’occupazione a chi non ce l’ha con nuovi investimenti e con la riduzione dell’orario di lavoro, cancellare il precariato, combattere l’evasione fiscale e la corruzione”. E ancora “garantire il diritto alla salute e allo studio, istituire forme di reddito minimo, riconquistare veri contratti nazionali che tutelino il salario e diano uguali diritti a tutte le forme di lavoro”.
Conclude: “Il lavoro sta diventando piu’ povero e precario. Oggi abbiamo bisogno di riprendere il filo dell’impegno comune, per dare rappresentanza al lavoro. Per confrontarci con tutte quelle realta’, associazioni, gruppi e movimenti che nella societa’ affrontano e contrastano il degrado civile prodotto dalla crisi economica e dalla sua gestione politica. Per affermare i principi della nostra Costituzione”.