Lutto per i morti in Tunisia

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Il CSM, l’asino che cascò due volte da: antimafia duemila

lodato-saverio-c-paolo-bassani-2di Saverio Lodato – 18 marzo 2015
Il CSM: ovvero, l’asino che cascò due volte.
Sarebbe una grande occasione per un “mea culpa” collettivo del Consiglio Superiore della Magistratura – ormai presieduto dal nuovo capo dello Stato, Sergio Mattarella – sulla spinosa vicenda che riguarda il P. M. palermitano, Nino Di Matteo. Sarebbe un’imperdibile occasione di “glasnost”, di trasparenza, cioè, per dirla alla russa, per ricominciare a mettere ordine in quella torre di Babele che è diventata la lotta alla mafia per responsabilità primaria – cerchiamo di non dimenticarlo mai – dell’ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Quando l’assemblea plenaria del CSM inizierà la discussione sui nomi dei magistrati chiamati a occupare i tre posti che si sono liberati nella Direzione Nazionale Antimafia, potremmo assistere all’alba di un nuovo giorno.
Un nuovo giorno: quello in cui si rispettano le regole. Un nuovo giorno: quello in cui si premia il curriculum migliore. Un nuovo giorno: quello in cui si dice pane al pane e vino al vino, ché il processo di Palermo sulla Trattativa Stato-Mafia e Mafia-Stato è il processo più delicato, più insidioso, più imponente (quanto ai capi d’accusa contestati) che si sia mai svolto dal dopoguerra a oggi. L’affermazione non sembri eccessiva: è la prima volta, infatti, che si ipotizza, giudiziariamente, che dietro le coppole e le lupare ci stavano i colletti bianchi delle istituzioni, dello Stato, di quel Potere che – a rigor di logica – coppole e lupare avrebbe dovuto fronteggiare immancabilmente, implacabilmente, insomma: irriducibilmente. Quanto alla sentenza che chiuderà tale processo, si vedrà.

Ma dicevamo. Un nuovo giorno: quello in cui il CSM, con uno scatto d’orgoglio, torni a essere organo di autogoverno della magistratura, affrancandosi dalle pastoie di una politica politicante che troppo spesso, in questi ultimi anni, lo ha fatto assomigliare a un manichino etero-diretto.
Qual è la prima condizione che dovrebbe verificarsi perché ciò accada?
Dicevamo all’inizio: un collettivo “mea culpa”. Meglio rettificare: un profondo “esame di coscienza”.
Entriamo nel merito. Com’è noto, Nino Di Matteo, che è il P.M. di riferimento dell’accusa nel processo sulla Trattativa, ha presentato domanda per andare a ricoprire uno dei tre incarichi resi vacanti alla DNA. Come è altrettanto noto, la terza commissione del CSM, che assegna gli incarichi, nello stilare la sua graduatoria di quanti hanno fatto richiesta, ha assegnato a Di Matteo la casella numero undici. E ha conseguentemente indicato altri tre magistrati che reputa idonei, molto più in alto in classifica, dunque, rispetto a Di Matteo. Adesso il plenum sarà chiamato a dire la sua. Nel frattempo, e anche questo è noto agli addetti ai lavori, si sono manifestate le iniziative di due consiglieri che chiedono di rivedere i criteri adottati dalla commissione: quella di Aldo Morgigni, corrente “Autonomia e Indipendenza”, che piazza Di Matteo al primo posto di una sua personale graduatoria; quella di Piergiorgio Morosini, gruppo “Area”, che saggiamente suggeriva che la pratica tornasse in commissione ma, messa ai voti dal plenum, la sua richiesta è stata respinta con 16 voti contrari e 8 a favore.
Per il momento, fermiamoci qui. Questi pronunciamenti si spiegano in un solo modo: Di Matteo non ha i titoli; Di Matteo non può pretendere, in forza del fatto che rappresenta l’accusa nel processo per eccellenza allo Stato e alla Mafia, di andare a occupare il posto in DNA; in altre parole Di Matteo può benissimo starsene dove sta, a Palermo; e – se proprio vogliamo dirla tutta – Di Matteo non rischia la vita in modo particolare.
Bastava dirlo. E la vicenda avrebbe assunto contorni limpidi, discutibili certo, ma palesi, comprensibili anche al gran pubblico.
Ma il fatto è che tutte queste motivazioni, che noi ricaviamo induttivamente, per logica che ha sempre presieduto questa materia, né la commissione incarichi direttivi, né il CSM in quanto tale, le hai mai verbalizzate. E qui l’asino è cascato una prima volta. Poiché le persone in buona fede sanno benissimo che i tre prescelti dalla commissione hanno un curriculum, quanto a anzianità e esperienza di inchieste antimafia, incommensurabilmente inferiore a quello di  Nino Di Matteo, se ne è ricavata la sgradevole sensazione che Cause Di Forza Maggiore sbarrano il passo al pubblico ministero palermitano. Altre spiegazioni, infatti, non possono essercene.
Ma incredibilmente, ieri, lo stesso asino è cascato per terra un’altra volta.
Di Matteo infatti è stato convocato urgentissimamente a Roma dal CSM che gli ha proposto di assegnarlo a qualsiasi Procura sia di suo gradimento in considerazione del fatto che “rischia la vita”. Considerazione per altro ovvia, essendo Di Matteo l’unico magistrato italiano al quale l’Ufficio Centrale Interforze per la sicurezza personale (UCIS), ha riconosciuto il primo livello di protezione.
Ma qui viene il bello: quegli stessi argomenti passati sotto silenzio quando non viene riconosciuta a Di Matteo la sua legittima aspirazione a uno di quei tre posti, vengono ora – ed era ora! – verbalizzati per rivolgere all’interessato un discorsetto che, se fatto alla romana, suonerebbe più o meno così: “A Nino… che te serve? Indicaci una città italiana e te ce mannamo subito. E se non ce stà un posto libero te lo famo su misura…”. Meraviglioso CSM!
Di Matteo che ha fatto? Ha ringraziato e preso atto, informando però il CSM di volere attendere l’esito di quella domanda presentata. Vuole capire, vuole sapere le cose come stanno, vuole che tutto sia, appunto, limpido e trasparente. E come non bastasse – ed è notizia di questa mattina – ha anche ritirato una domanda presentata tempo addietro per la Procura di Enna proprio per non dare adito a “giochetti” dell’ultima ora.
Per tutto quanto detto sin qui, per il CSM, potrebbe essere l’alba di un nuovo giorno.
Ma che forza, che autonomia, che spina dorsale dovrebbe dimostrare questo CSM!
Non dimenticate, però, che un Capo dello Stato può decidere di presiedere personalmente le assemblee del CSM. Come, d’altra parte, può deciderne di farne a meno. E noi, che d’abitudine non siamo abituati a tirare le giacchette altrui, ci limiteremo, in un caso o nell’altro, al ruolo di semplice “spettatore”.
Sarà infatti interessantissimo vedere come si concluderà il “caso Di Matteo”. Su questo non ci piove.

saverio.lodato@virgilio.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Foto © Paolo Bassani

Siria, quattro anni dopo: quando la protesta è degenerata in terrore da: www.resistenze.org


Gianmarco Pisa | sibialiria.org

15/03/2015

Siria, 15 Marzo 2011. Non un giorno come un altro. Anche in Siria giunge una eco, per quanto distorta e deforme, di quella più ampia sollevazione che la stampa occidentale ha subito battezzato come “Primavera Araba”. Questa, a cavallo tra il 2010 ed il 2011, aveva interessato in primo luogo i Paesi della sponda mediterranea, in primo luogo la Tunisia e l’Egitto, sull’onda di un malcontento, vissuto presso settori della gioventù urbana e della popolazione povera, determinato dalla crisi economica e dal peggioramento delle condizioni materiali, e, per altri versi, aspetto maggiormente enfatizzato dai circuiti mainstreaming, dalle difficoltà legate alle burocrazie locali ed alle libertà di espressione. La Siria era rimasta sostanzialmente immune ai primi fermenti della sollevazione: se incitazione alla rivolta c’era stata, sino a quel momento, essa era giunta solamente da frange radicali della componente sunnita presente nel Paese, una opposizione storica al regime laico e panarabo espresso dal Ba’th, che, con Hafez al Assad dal 1970 e il nuovo presidente, Bashar al Assad dal 2000, aveva portato la minoranza alawita al potere del Paese. La situazione economico-sociale del Paese è mediamente migliore di quella che si registra in altri contesti: la tradizione multi-confessionale del sistema siriano è rispettata e, sebbene le recenti aperture ai mercati occidentali e l’incremento della inflazione abbiano aumentato il gap tra la città e la campagna e tra la costa e l’interno, non si registrano le clamorose sperequazioni frequenti altrove. La protesta del 15 Marzo a Dar’a muove da un contesto tra i più poveri e tradizionalmente ostili al potere ba’thista e si salda a Damasco con proteste di settori studenteschi e di classe media, su cui precipita il combinato disposto della repressione governativa e dell’incitamento anti-governativo proveniente non solo dai settori conservatori ma anche dai media ostili (Al Jazeera e Al Arabya).

Siria, 15 Marzo 2015. La Siria è in piedi, la Costituzione è stata riformata e Assad è al potere. Uno dei temi ricorrenti della comunicazione pubblica da parte di Assad è il refrain per cui «solo con la repressione, senza il consenso, sarebbe impossibile per qualsiasi governo, dopo quattro anni di guerra e di distruzioni, rimanere al proprio posto». Otto giorni dopo quel 15 Marzo di quattro anni fa, il governatore regionale di Dar’a viene rimosso; tempo una settimana, ed anche il capo del governo viene sostituito; nei mesi successivi viene ridotta la coscrizione obbligatoria, rivisto il sistema fiscale, promosso l’incremento dei salari. Il 21 Aprile viene accolta una delle richieste forti delle manifestazioni, la revoca dello stato d’emergenza; la nuova Costituzione siriana viene approvata con un referendum popolare, il 26 Febbraio 2012, da quasi il 90% dei votanti pari a circa il 56% della popolazione siriana (sebbene il dato non sia confermato da osservatori indipendenti); invece, le successive elezioni politiche, il 7 Maggio 2012, sono seguite anche da osservatori indipendenti, registrano una affluenza al voto superiore al 51% e la netta vittoria delle forze della maggioranza, raggruppate intorno al Ba’th nel Fronte Progressista, cui appartengono anche i due partiti marxisti del Paese. Il 3 Giugno 2014, nelle prime elezioni presidenziali pluri-partitiche, a norma della Costituzione rinnovata che abroga il ruolo-guida del Ba’th sullo Stato e sulla società e supera la direzione pianificata dell’economia nazionale, Assad è riconfermato con l’88% dei voti espressi, in una tornata che vede un’affluenza superiore al 73%. Non c’è dubbio che il risultato elettorale, di per sé, non cancella e non giustifica quelle violazioni, di cui anche il governo legittimo si è reso responsabile, nel corso del conflitto; ciò non toglie che la portata di tale consenso vada almeno riconosciuta, specie da parte di chi usa ergersi a “paladino” delle libertà elettorali.

In mezzo, e tuttora, c’è la guerra: una guerra, come è stato detto, “civile” e “per procura”, al netto del fatto che, secondo stime indipendenti, oltre 200 mila terroristi stranieri, provenienti da più di 80 Paesi del mondo, abbiano combattuto in Siria in tutti questi anni; che i danni provocati dalla guerra, secondo altre stime, pur difficilmente quantificabili, ammontino ad oltre 80 miliardi di dollari sino ad oggi; che la Siria è diventata il terreno privilegiato non solo della nuova contrapposizione strategica tra Stati Uniti e satelliti atlantici, da una parte, e Russia e Cina, dall’altra, ma anche delle divisioni nel mondo sunnita, tra Turchia e Qatar, da un lato, ed Egitto ed Emirati Arabi, dall’altro. Le continue provocazioni ed ingerenze straniere, unite alla barbarie, cui assistiamo pressoché quotidianamente, delle varie frange islamiste radicali, nella cornice di una complessiva destabilizzazione ai danni della Siria, come Paese e come governo, hanno alimentato le fila e le risorse di quello stesso terrorismo la cui espansione finisce oggi per preoccupare quelle stesse cancellerie che lo hanno a lungo finanziato e sostenuto; e hanno dato il contributo decisivo al sostanziale azzeramento delle forze democratiche e “moderate” che pure si erano manifestate nella, sempre più lontana, primavera del 2011. Gli interrogativi attualmente in corso, presso alcune capitali europee, sulla riapertura dei collegamenti diplomatici con Damasco, potrebbero essere il segnale di un ripensamento necessario. Se così fosse, andrebbe sostenuto e incoraggiato, per non confermare, ancora una volta, l’insopportabile trappola dei “due pesi e due misure”.

L’esercito dell’Unione europea da: www.resistenze.org


Cassad | cassad-eng.livejournal.comresistir.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

08/03/2015

Brevi considerazioni sull’esercito comune europeo, con il quale gli europei tentano di “spaventare” la Russia oggi.

Il fondamento di questa proposta consiste principalmente nel desiderio che gli europei hanno di uscire dal fitto abbraccio americano. Gli Usa si assicurano il controllo militare attraverso le strutture Nato. Gli Stati Uniti, oltre ad avere un’ampia partecipazione nelle strutture dell’alleanza, che è stata vista come lo strumento di perseguimento degli interessi nazionali americani nel libro di Brzezinski, hanno una serie di leve di influenza sulle “decisioni collettive” attraverso i loro satelliti europei, in particolare attraverso i satelliti dell’Europa orientale, che vengono coscientemente contrapposti alla “vecchia Europa”, che cerca di modellare l’unione amorfa in qualcosa di simile ad un impero unito europeo o qualsiasi altra cosa essi vogliano ottenere alla fine. Nonostante i vari progetti, nel panorama politico l’Ue rimane una formazione piuttosto frammentata, dove la discordia e l’indecisione si accentuano nei momenti di crisi.

Senza avere lo status di completo soggetto militare e politico all’interno dei confini della esistente dipendenza dagli Usa, vari progetti di centralizzazione di strutture militari e politiche vagano all’interno dell’establishment europeo. Tuttavia, gli anni passano ma invece di un esercito comune europeo esiste ancora un’insieme di eserciti con diversi gradi di prontezza al combattimento ed una sovrastruttura Nato che formalmente li combina in un singolo sistema. Ma anche la questione della creazione di una forza comune di reazione rapida si sviluppa molto lentamente.

È assolutamente evidente che i padroni europei vorrebbero avere un proprio esercito, che sarebbe controllato esclusivamente da Bruxelles e fuori dall’influenza della Nato. Tuttavia, sorgono tutta una serie di questioni che sono difficilmente risolvibili per l’Ue in questa fase. Inoltre, per l’Unione europea si tratta di un problema molto costoso nelle condizioni della crisi economica che incombe (si può ricordare come gli eserciti europei che hanno partecipato all’aggressione contro la Libia abbiano dovuto implorare gli americani in quanto avevano esaurito le proprie scorte di missili e munizioni di precisione), ma anche principalmente per la dipendenza delle strutture europee dall’alleanza controllata dagli Usa, che in sostanza svolge un compito di definizione degli obiettivi militari per l’Unione europea, grazie alla quale alcuni dei membri dell’alleanza finiscono sul carro dei vincitori delle future aggressioni americane.

Ciò ha già giocato uno scherzo crudele all’Ue nel caso dell’Ucraina, perché una chiara dipendenza dell’Ue sulle decisioni prese a Washington è stata chiaramente palesata quando l’Ue venne costretta a entrare in conflitto con la Russia in Ucraina. Il ruolo effettivo della Ue in questo processo è finito in secondo piano, in un luogo dove gli esistenti strumenti economici, politici e militari dell’UE hanno fallito nel garantire un proprio scenario al conflitto ucraino. Tristi tentativi di scommettere su Klitschko (che sono stati sarcasticamente commentati dai cinici diplomatici americani) e le minacce di sanzioni alla coda degli Usa apparivano piuttosto deboli, sullo sfondo della salda linea americana, alla quale gli europei sono stati costretti ad integrarsi.

Adesso, come parte del tentativo di esibire un proprio status di soggetto politico, i leader dell’Ue mostrano l’idea di un esercito unito. Tuttavia questa idea dovrebbe preoccupare più gli Usa che la Russia, poiché alla Russia in realtà non cambia molto dal fatto che gli eserciti europei siano combinati insieme nella Nato o uniti in un esercito comune controllato da Bruxelles. Non importa quale unione, qualsiasi guerra tra l’Ue e la Russia culminerà in uno scontro nucleare. Anche una situazione di stallo non-nucleare non promette alcun rapido successo su ciascun fronte. E gli Stati Uniti dovrebbero essere più preoccupati a questo riguardo, perché la perdita di strumenti militari di controllo sugli eserciti europei porterà alla perdita di influenza in Europa e alla fine dell’era delle “coalizioni democratiche guidate dagli Usa”.

È del tutto naturale che la Russia condannerà tutti i movimenti militari in Europa e che gli Usa insisteranno sulla supremazia delle strutture della Nato al fine di non lasciare che gli europei si sgancino. Quindi, è improbabile che nei prossimi anni l’Europa sarà in grado di sgusciare via dai dettami della struttura atlantica. Tuttavia, si deve rilevare che la dimostrazione di forza degli apparati militari è diventata un segnale chiaro negli ultimi tempi.

Iraq, l’ultimo crimine di guerra La cancellazione della storia della Mesopotamia e la distruzione di Ninive da:www.resistenze.org


Felicity Arbuthnot | globalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/03/2015

“L’Iraq potrebbe presto finire senza storia” (archeologa Joanna Farchakh, citata in Cultural Cleansing in Iraq, Pluto Press, 2010 )

Nel suo indispensabile libro “Dai Sumeri a Saddam” [From Sumer to Saddam] (1) Geoff Simons scrive:

“La regione del mondo che gli antichi greci chiamavano Mesopotamia (terra tra i fiumi)… è stata una fonte di civiltà, un vero e proprio crogiolo… Culla, grembo del progresso culturale… Qui nacquero le prime città, apparve la scrittura e furono codificati i primi sistemi giuridici. E’ qui, lungo queste terre antiche come Sumer, Akkad, Babilonia e Assiria che fu agitato quel fermento culturale vitale, quello straordinario miscuglio da cui sarebbe emersa la civiltà occidentale”.

Quel capitolo, “L’antico crogiolo” [The Ancient Crucible], si conclude così: “Si potrebbe anche pensare che un moderno Iraq abbia il diritto di contemplare con stupore e orgoglio la fruttifica ricchezza delle culture che dapprincipio emersero in questa terra, più di cinquemila anni fa”.

Dal giorno dell’invasione statunitense-britannica, quella “fruttifica ricchezza” sociale, culturale, storica è stata sistematicamente, deliberatamente cancellata in uno dei più devastanti, dispotici, profanatori, polverizzanti Armageddon culturali della storia.

Il 19 marzo si rievoca il dodicesimo anniversario dalla distruzione di quel “crogiolo”, le cui meraviglie sono ancora incessantemente saccheggiate e demolite.

Quando fu saccheggiato il Museo nazionale (10-12 aprile 2003), le truppe americane stettero a guardare, mentre i loro colleghi custodivano diligentemente il Ministero del petrolio.

Dopo che furono saccheggiate alcuni delle più sublimi meraviglie dell’antichità, ben quindicimila pezzi, Donald Rumsfeld, palesemente un cretino culturale, osservò che sono “cose che succedono”.

I militari Usa avevano le coordinate di tutti i musei, i monumenti e i siti archeologici iracheni. “L’intero Iraq è un tesoro archeologico”, osservava un archeologo all’epoca. Ma le truppe americane hanno portato la distruzione, creando una base militare a Babilonia (2300 a.C.), luogo dei Giardini pensili. I miracoli dell’antichità furono cancellati a colpi di scavatrice per costruire una pista per elicotteri militari. Hanno usato lo stesso trattamento per quello che è ritenuto il luogo di nascita di Abramo, nei pressi della grande Ziqqurat [costruzione templare] di Ur. La città di Ur risale al 3800 a.C., ma è registrata nella storia scritta dal XXVI secolo a.C. Questi sono dei crimini di guerra enormi.

Dopo che George W.Bush aveva dichiarato una “crociata”, i soldati americani crociati (letteralmente) entrarono nell’Iraq prevalentemente musulmano (come pure in Afghanistan) con migliaia di Bibbie da regalare. Chiaramente erano estremamente ignoranti sul fatto che quella Babilonia, come pure Ur, che stavano distruggendo era sacra per le tre religioni abramitiche. Babilonia è riportata nella Bibbia nei Libri di Daniele, Isaia e Geremia. Ur compare tre volte nella Genesi e nella Neemia.

Il vandalismo criminale dei soldati statunitensi risulta dall’articolo del Guardian (8 giugno 2007): “Babilonia viene resa archeologicamente sterile” [Babylon being rendered archeologically barren] . Il “cortile del caravanserraglio (*) di Khan al-Raba, del X secolo, è stato utilizzato per far esplodere le armi catturate. Una esplosione ha demolito gli antichi tetti e abbattuto molte delle pareti. Il posto è ora un rudere”. Come i barbari attraverso la Porta di Ishtar.

La distruzione è continuata in tutto l’Iraq, portata avanti sia dalle forze di occupazione che dalle bande e dalle fazioni senza controllo che accorrevano nel paese a seguito dell’invasione e a causa dell’irresponsabile abbandono dei controlli alle frontiere da parte di Stati Uniti e Regno Unito, paesi questi al limite della paranoia riguardo questo tipo di controlli sui propri confini.

Gli archeologi e gli storici paragonano questi ultimi saccheggi a quello di Baghdad, per opera dei mongoli nel 1258.

Venerdì 9 marzo, nello Sabbath musulmano, l’antica città di Nimrud è stata rasa al suolo dall’auto dichiarato “Stato islamico”, distruggendo quella che divenne la capitale dell’impero neo-assiro, risalente al XIII secolo a.C. Il sito conteneva anche i resti del palazzo di Assurnasirpal, re di Assiria (883-859 a.C.) che fece di Nimrud la sua capitale.

Una fonte locale ha riferito alla Reuters che la città prima è stata saccheggiata dei valori, quindi rasa al suolo. Fino alla settimana scorsa, un ingresso a questo luogo inquietante era custodito da tori dalla testa umana e leoni con ali di falco. Questi guardiani hanno avuto la meglio sui tumulti della regione per quasi 3000 anni, per essere poi distrutti insieme a tutto ciò che sorvegliavano dai terroristi generati dalla criminale invasione di Bush e Blair.

Nel palazzo sud-occidentale vi è il tempio di Nabu, dio della saggezza, delle arti e delle scienze, considerato figlio del dio babilonese Marduk. La costruzione data probabilmente tra il 810 e il 782 a.C.

Lo storico Tom Holland ha dichiarato al Guardian: “E’ un crimine contro l’Assiria, contro l’Iraq e contro l’umanità. Distruggi il passato e controllerai il futuro. Quelli dello Stato Islamico, proprio come i nazisti, lo sanno fin troppo bene”.

Due giorni dopo, Hatra, un’altra delle meraviglie del mondo, è stata in gran parte distrutta. Hatra fu costruita intorno al III o II secolo a.C., nella stessa epoca delle grandi città arabe come Palmira in Siria, Petra (“città per metà rosa e per metà rossa, vecchia come il tempo”) in Giordania e Baalbek in Libano. Hatra ha resistito ai ripetuti attacchi da parte dell’Impero romano, per essere poi sconfitta sempre da coloro che sono stati generati dalle azioni di Bush e Blair.

Una guida del 1982 del Ministero del turismo iracheno descrive ad Hatra “… Un fregio con sculture che sembrano raccontare una storia religiosa, inscenata da dei e musicisti – la più bella opera d’arte finora scoperta” in questa vasta, eterea città di pietra arenaria che brilla d’oro sotto il sole, ambra splendente sotto i raggi dell’alba e il sole al tramonto.

Le colonne, i templi, le statue non comunicano solo per mezzo dei templi degli dei, ma sicuramente attraverso l’architettura degli dei, come uno scrittore alla ricerca di parole non ancora concepite.

Vi è il tempio della dea Shahiro (“la stella del mattino”). Un’area è “pavimentata con marmo venato, con pareti decorate da motivi geometrici e aquile – essendo l’aquila il principale elemento nella religione di Hatra. Su di un fregio decorativo, la scrittura araba risale alla seconda metà del periodo abbaside” (750-1258 d.C.). Il Califfato abbaside ha sovrinteso la “età dell’oro della civiltà islamica”.

Hatra è ricca di templi alla creazione. Sono stati dedicati al dio Sole, a Venere (la stella del mattino) “chiamata differentemente Allatu, Atra’ta e Marthin – nostra signora”. Il dio Nergoul, con un tempio a lui dedicato, simboleggiava il pianeta Marte. La venerata, grande, altissima aquila aveva il suo tempio, nel quale le statue guardavano dall’alto in basso.

Le iscrizioni sono prevalentemente in aramaico antico, in qualcuna si legge “re e principi di Hatra sono i re vittoriosi degli arabi”. Sono sicuramente in lacrime.

I cuori di coloro che conoscono tali meraviglie non potranno mai guarire. Le lacrime non si asciugheranno mai. Durante la mia ultima visita, mi trovavo di fronte alla statua di Abbu, sposa di Santruk I. Mi sono ricordata le riflessioni di James Elroy Flecker sul British Museum. Le ho ripetute a voce alta, sola in un’alba azzurra:

“Vi è una sala a Bloomsbury
Che non ho più il coraggio di percorrere,
Per tutti gli uomini di pietra che mi urlano e giurano di non esser morti
E una volta ho toccato una ragazza spezzata, e
seppi che il marmo sanguinava”

Il giorno dopo che Hatra veniva distrutta, è stata la volta della quarta capitale dell’Assiria, Khorsabad, costruita da Sargon II (721-705 a.C.).

Le scritture parlano di una città con un parco di caccia reale e giardini con “tutte le piante aromatiche” trovate nelle fertili valli fluviali dell’Eufrate. Migliaia di alberi da frutto, tra cui il melo, il melo cotogno e il mandorlo.

Khorsabad fu ampiamente saccheggiata dai francesi nel XIX secolo e dagli americani tra il 1928 e il 1935.

Nello scavo avviato dal Console generale di Francia a Mosul nel 1842, venne fatto un tentativo per “spostare due statue di 30 tonnellate e altro materiale da Khorsabad a Parigi su una grande chiatta e quattro zattere” (2). Le due zattere e la chiatta furono affondate dai pirati e i tesori dell’Iraq rubati e perduti per sempre.

Nel 1855, venne effettuato un ulteriore tentativo di spedire i tesori rimanenti “così come il materiale da altri siti in cui lavoravano i francesi, principalmente Nimrud. Quasi tutta la collezione – oltre duecento casse – fu persa nel fiume. I manufatti superstiti di questo scavo, sono stati portati al Museo del Louvre di Parigi”.

Tra il 1928 e il 1935, archeologi americani dell’Oriental Institute di Chicago scavarono nell’area del palazzo. “Un toro colossale, dal peso stimato di 40 tonnellate, è stato scoperto all’esterno della sala del trono. E’ stato trovato diviso in tre grandi tronconi. Il solo busto pesava circa 20 tonnellate. Questo è stato spedito a Chicago”.

Inglesi e tedeschi hanno compiuto la loro buona dose di saccheggi nel sud dell’Iraq e in particolare a Babilonia e Ur, come testimoniano i loro musei nazionali.

La settimana precedente alla distruzione di Nimrud, circa 113.000 libri e manoscritti unici della biblioteca di Mosul sono stati bruciati dai selvaggi dello Stato Islamico, in quello che Irina Bokova, direttore generale dell’Unesco, ha descritto come “pulizia culturale” e uno dei più devastanti atti di distruzione delle collezioni librarie della storia umana” (3). Alcuni volumi comparivano nella lista dei patrimoni rari dell’Unesco.

A finire bruciati in un rogo all’esterno della biblioteca sono stati anche i libri in lingua siriaca, stampati nella prima tipografia dell’Iraq, manoscritti settecenteschi, volumi di epoca ottomana (1534-1704 e 1831-1920). Rarità uniche come un astrolabio, un “computer” astronomico per calcolare i tempi delle posizioni del sole e delle stelle, utilizzato nell’antichità classica e nell’età d’oro dell’Islam, come le superbe clessidre anch’esse distrutte. Sono state incenerite anche un centinaio di librerie personali delle famiglie dei notabili di Mosul create “nel corso dell’ultimo secolo”. La biblioteca è stata poi fatta saltare in aria.

Nella stessa settimana, anche il Museo di Mosul è stato attaccato. Statue assire e hatrene, tra cui quella di un re hatreno che stringe un’aquila, sono state distrutte, insieme con quelle di un toro alato e del dio di Rozhan. Gli altri pezzi si ritiene siano stati rubati per poi essere venduti, probabilmente in Turchia e Siria.

Nel luglio dello scorso anno, la tomba secolare ritenuta essere quella del profeta Giona a Mosul è stata cancellata dagli esplosivi piazzati dall’Isis nella moschea in cui si trovava, risalente al XIV secolo. La “Moschea di Giona “, che dapprincipio era una chiesa, era anche tradizionalmente nota per conservare una parte dei resti della balena che lo inghiottì.

Tutte le distruzioni descritte sono avvenute nella provincia di Ninive, di cui John Masefield ha scritto:

Quinquereme di Ninive dalla lontana Ofir,
Remando verso casa al rifugio della soleggiata Palestina,
Con un carico di avorio,
E scimmie e pavoni,
Sandalo, legno di cedro, e dolce vino bianco.

L’Iraq, come la Palestina, è stato cancellato, insieme con la Libia, la Siria e anche le grandi piramidi d’Egitto, sono ora minacciate dai mostri che la “crociata” di Bush e Blair hanno creato.

Stati Uniti, Regno Unito, Canada e altri paesi hanno “consiglieri militari “in Iraq. Sono silenziosi e inattivi su questi crimini di guerra dei nuovi mongoli.

I siti web delle ambasciate statunitense e britannica a Baghdad sono ugualmente muti. Eppure sul sito dell’ambasciata americana vi è scritto: Riguardo lo stato dell’Archivio ebraico iracheno, 28 gennaio 2015: l‘Archivio ebraico iracheno rimane sotto la custodia della U.S. National Archives and Record Administration, mentre sono previsti piani per future mostre negli Stati Uniti. Nessuno dei materiali dell’Archivio ebraico iracheno hanno viaggiato al di fuori degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti continuano a rispettare i termini dell’accordo con il governo iracheno”.

Un governo sotto occupazione, ovviamente, non può legalmente fare tali accordi.

“L’esposizione del materiale a Washington nel 2013 e a New York nel 2014, ha portato ad una maggiore comprensione tra l’Iraq e gli Stati Uniti e un maggiore riconoscimento del variegato patrimonio dell’Iraq. Siamo impazienti di continuare la nostra collaborazione con il governo iracheno su questa materia in modo che la mostra possa essere vista in altre città degli Stati Uniti” (4).

Così, gli Archivi ebraici iracheni (sequestrati dagli Stati Uniti nel maggio 2003), salvaguardati in Iraq per centinaia di anni, sono stati portati via dagli Usa. Eppure sono stati complici (Babilonia, Ur, Museo di Baghdad e altrove) o passivi quando la “variegata eredità dell’Iraq” veniva sistematicamente saccheggiata e distrutta.

Curiosamente, nel 2005, John Yoo, un ex avvocato del Dipartimento di Giustizia, suggerì che gli Stati Uniti avrebbero dovuto passare all’offensiva contro al-Qaeda. Avendo infatti “le nostre agenzie di intelligence creato una falsa organizzazione terroristica, essa potrebbe avere i propri siti web, centri di reclutamento, campi di addestramento e operazioni di raccolta fondi. Potrebbe intraprendere false operazioni terroristiche e rivendicare attacchi terroristici reali, contribuendo a seminare confusione… “ (5). Vedi anche (6).

Per inciso, sono stati segnalati arresti di “consiglieri militari” israeliani e statunitensi nelle vicinanze, mentre la distruzione di vaste aree della provincia di Ninive Provincia proseguiva tranquillamente. Ci sono quindi molte più domande che risposte.

Note

(*) I primi luoghi di ristoro per i viaggiatori e le loro bestie da soma, recintati da un muro esterno, disposti intorno a un cortile, con cibo per i viaggiatori e gli animali, ricovero, negozi, impianti di lavaggio e spesso bagni.

1. https://www.questia.com/library/97576407/iraq-from-sumer-to-saddam

2. http://en.wikipedia.org/wiki/Dur-Sharrukin

3. http://globalvoicesonline.org/2015/02/25/isis-burns-mosul-library-in-iraq-destroys-thousands-of-valuable-manuscripts-and-books/

4. http://iraq.usembassy.gov/pr_012815.html

5. http://www.washingtonsblog.com/2015/02/x-admitted-false-flag-attacks.html

6. http://www.globalresearch.ca/the-relationship-between-washington-and-isis-the-evidence/5435405

Una cronologia dettagliata della distruzione della storia dell’Iraq (2003-2009) redatta da BRussells Tribunal è disponibile all’indirizzo http://www.brusselstribunal.org/Looting.htm