ANPI news 155

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

 

Conoscere la Costituzione. Formare alla cittadinanza“: il 19 marzo, a Cremona, giornata di studi con intervento del Presidente nazionale dell’ANPI, Carlo Smuraglia   

 

► “Milano capitale della Resistenza“: il 28 marzo, a Milano, convegno nazionale promosso dall’ANPI e dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio 

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Ho appreso dalla stampa la notizia della consegna di una medaglia, in una sala della Camera dei deputati, dove si trovavano anche il Presidente della Repubblica e la Presidente della Camera, ad un fascista della Repubblica di Salò (…)

 

Si è costituita, a Roma, presso la sede nazionale della FIOM quella che è stata definita come una “coalizione sociale”. L’ANPI è stata presente, avendo inviato alla riunione un suo dirigente, come “osservatore”(…)

 

Anpinews n.155 (1)

Ma quanto vale un corpo? Bellezza ideale, ritocchi e identità da: ndnoidonne

“Chi si sottopone a dolorosi e a volte rischiosi interventi chirurgici subordina il suo benessere allo strapotere dell’immagine. Il senso delle manipolazioni: piercing, tatuaggi, chirurgia estetica…”

Cinzia Ciardi

Quanto ci appartiene il nostro corpo? Quanto c’è di individuale in tutto il tagliare, stringere, curare per rendere sano e bello e quanto invece deriva dalla nostra cultura? Questa riflessione nasce dai miei piedi fasciati per un duplice intervento di alluce valgo. Li paragono ai “fior di loto”, l’antica pratica di fasciatura dei piedi delle bambine cinesi che le famiglie ritenevano requisito di bellezza e di virtù. L’alluce valgo, invece, è una patologia congenita che provoca una protuberanza dolorosa. Durante l’adolescenza pesava sulla mia autostima assieme ai brufoli e altri difetti. La maturità porta all’accettazione delle proprie parti oscure e, quando va bene, anche delle imperfezioni fisiche che diventano parte dell’identità. L’accettazione di questi piedi un po’ scomodi è stato un po’ più impegnativo del resto. Un principio molto sentito nella nostra cultura è quello del valore: ma quanto vale un corpo? Quanto più vale tanto più va preservato intatto. E cosa si intende per intatto? Uno dei valori più quotati è l’efficienza: un corpo è tutelato e valorizzato quanto più è tenuto in efficienza. Ma un intervento comporta dolore, paura, immobilità. Fino al momento in cui i benefici attesi in termini di recupero di funzionalità superano i costi. Allora interviene la paura relativa alla manipolazione del corpo: ferire, amputare, eliminare. Nel mio caso qualcosa di me che ho faticosamente imparato ad amare. Fin da prima dell’intervento un pensiero inaspettato mi ha sorpreso: l’idea che avrò finalmente i piedi belli, nonostante abbia sempre considerato Hybris manipolare il corpo per farlo diventare qualcosa di diverso da ciò che è. L’operazione in questo caso non è Hybris: è un investimento per la salute. Ma la paura è un sentimento umano e il desiderio di bellezza mi aiuta nella presa di decisione. Dopo l’intervento vedo i miei piedi bellissimi, ma provo un’emozione intensa. Sono parte di me ma non li riconosco. Mi rendo conto che anche la mia identità è toccata da questo cambiamento, come se fosse un rito di passaggio. Li chiamo i miei “fior di loto”. E rifletto. Che differenza c’è con la pratica dei piedi fasciati? È sufficiente avere lo scopo di migliorare la funzionalità per giustificare questo intervento? Senza dubbio sì, perché la pratica antica metteva a repentaglio la sopravvivenza delle bambine. Ma il concetto di funzionalità va guardato con attenzione, perché anche i piedi fasciati servivano ad uno scopo ben preciso: limitare la capacità di movimento delle donne, ed in questo senso erano efficaci. Lo stesso ideale di bellezza, anche se a noi occidentali fa raccapricciare la forma raggiunta dai piedi fasciati, rispondeva ad un gusto diverso dal nostro, al considerare valori e canoni estetici diversi. Quelle donne avranno amato i loro piedi fasciati? Immagino di sì. Saranno stati il loro risultato conseguito, l’aver adempiuto alle aspettative del gruppo. E tutto ciò avviene all’interno della famiglia, dove l’appartenenza domina sull’individuo, dove i costi individuali vanno a premiare l’identità familiare. Dove l’individuo scompare dentro il gruppo. Dove i piedi belli, qualunque sia la loro forma, servono a tutelare l’identità del gruppo, che è composto solo da individui conformi. Ovunque si interviene sul corpo, femminile ma anche maschile. Piercing, tatuaggi, mutilazioni genitali, circoncisione, chirurgia estetica, liposuzione, lifting, sono tutte azioni tese a modificare i corpi in direzione di un modello ideale che esprima un’appartenenza. Ogni epoca ha i suoi valori. Forse però non è il caso di accettare un eccessivo relativismo: quando i valori annientano il benessere dell’individuo è il momento di cambiarli. Intervenire è difficile, e soprattutto comprendere dove si può intervenire. Anche nel caso delle mutilazioni genitali il gruppo si fa portavoce di ideali estetici che vengono condivisi ed è difficile far accettare alle madri la forma naturale dei genitali, considerata brutta, per garantirsi una miglior salute. Il corpo dell’individuo deve acquistare valore nei confronti dell’identità collettiva per potersi permettere di subire solo manipolazioni che ne migliorino il benessere. La stessa chirurgia estetica sottostà ad una discrepanza di valore tra individuo e gruppo: chi si sottopone a dolorosi interventi, a volte rischiosi e raramente utili, subordina il suo benessere allo strapotere dell’immagine. Certe pratiche hanno un impatto pesante, quelle tradizionali tese a consolidare il ruolo subordinato dell’individuo nella comunità sono spesso invalidanti: i piedi fasciati miravano a ridurre la capacità di movimento e di autonomia delle donne; le mutilazioni genitali vogliono attuare un controllo sulla fertilità femminile, anche attraverso la riduzione del piacere. Queste pratiche soddisfano una necessità primaria: garantire l’appartenenza. Il problema vive una forte recrudescenza nelle situazioni di immigrazione: di fronte ad una percezione di forte estraneità e a politiche ostili dei paesi ospitanti diventa pressante la ricerca di una identità forte. Solitamente le seconde generazioni, che sentono più acuto il disagio di essere estranei al luogo in cui vivono, ricercano la loro identità attraverso le tradizioni degli antenati. Per questo le pratiche di mutilazione del corpo costituiscono un problema non trascurabile anche nei contesti occidentali. Più l’identità dell’immigrato è minacciata, più forte sarà il richiamo delle pratiche tradizionali. Le politiche miranti a ridurre questi fenomeni devono tenere presente questo effetto: le norme che le vietano sono inefficaci quando rinforzano il sentimento di estraneità. Una politica di accoglienza che miri a riconoscere il valore degli individui attenua il richiamo delle tradizioni ataviche, facilitando la costruzione di una identità nuova, possibilmente radicata nel luogo di vita, che protegga i corpi da mutilazioni fatte per rafforzare vecchie identità.

Non è scontro di civiltà. E neppure di religione da: ndnoidonne

Non dimentichiamo che anche la religione cristiana è stata egemone per secoli, ha dettato regole del vivere e influenzato il pensiero

Stefania Friggeri

Acquerello di Giulia Tognetti

Onde evitare che il vento dell’islamofobia gonfi le vele delle forze reazionarie che additano nell’islam il nemico, declamando un cristianesimo identitario che proclama le radici cristiane d’Europa, è opportuno non dimenticare che anche alle nostre latitudini la religione cristiana ha goduto per molti secoli della totale egemonia culturale influenzando la modalità di sentire e di pensare, dettando i costumi e le regole del vivere civile. All’interno del mondo cristiano non sono mai mancati acerbi contrasti tra il potere spirituale e il potere temporale, ma il famoso detto “date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio” ha offerto solidi argomenti a favore della separazione dei poteri e il cristianesimo, dopo una lotta plurisecolare e sanguinosa fra la Chiesa e i regnanti, ha dovuto venire a patti col principio della laicità dello Stato. Anche se ancora oggi nelle società secolarizzate, compresa la Francia, l’invadenza della chiesa nella vita pubblica rimane militante, come conferma l’intervista rilasciata dopo il 7 gennaio da Lux, giornalista superstite di Charlie Hebdo: “La Francia, nonostante tutto, resta culturalmente un vecchio paese cattolico. E l’abbiamo visto bene in questo periodo di agitazione politica e continue manifestazioni intorno alla legge sul matrimonio per tutti. Una Francia profonda e retrograda che va ben al di là dei cattolici integralisti (quelli non li avevamo certo dimenticati perché ci hanno fatto circa dodici processi in vent’anni).” Dunque le vignette, a volte anche brutte e volgari secondo alcuni, scaturivano dal rifiuto di venire a patti con “la vecchia forza politica della Chiesa, quel potere oscuro che non è mai scomparso in Francia e che interviene pesantemente nelle questioni sociali … In uno stato laico la gente non si identifica rispetto alla religione o ad un gruppo etnico, ma rispetto alla cittadinanza … La Francia è forse l’ultimo baluardo dell’universalismo dei valori laici contro il comunitarismo ormai vincente.” A parere di Luz dunque l’agente patogeno dell’estremismo fanatico sarebbe il comunitarismo che riduce l’identità poliedrica di ogni individuo nell’identità unica e totalizzante della confessione religiosa e/o della comunità dei fedeli.
Nel suo “Identità e violenza”, uscito in Italia negli anni in cui si comincia a parlare di “scontro di civiltà”), Amartya Sen riflette a lungo su quanto sia problematica la condizione esistenziale di chi vive la competizione fra due diverse identità (ad es. “sono cittadino francese o sono in primo luogo un musulmano?”) soprattutto se, nel contesto sociale in cui vive, la persona viene vista non nelle sue molteplici sfaccettature identitarie ma come membro di una singola identità, religiosa oppure etnica (“L’ebreo è un uomo che gli altri uomini considerano ebreo, è l’antisemita che fa l’ebreo”, J.P. Sartre). Parole profetiche quelle di A. Sen se riferite ai ripetuti casi di violenza da parte di chi aderisce al fondamentalismo religioso: attraverso internet, o i compagni spesso incontrati in carcere, il giovane musulmano riesce a dare un senso al vuoto della sua vita recuperando le radici ataviche e facendosi membro della “Umma”, la comunità dei fedeli; e dopo aver cancellato le sue molteplici affiliazioni, identificando se stesso solo ed esclusivamente come un autentico musulmano, il futuro terrorista, ormai rinato (born again), entra nella comunità dei combattenti, ne sposa l’identità settaria e conclude l’affiliazione con un viaggio iniziatico. E oggi è forte il richiamo esercitato dall’ Isis a causa dei successi militari e del potente messaggio politico: il ritorno del Califfato, l’età dell’oro dell’islam, che restituirà ai musulmani “la dignità, la potenza, i diritti e l’autorità del comando” (Al Baghdadi).
Pur tenendo presente tutte le grandi differenze del contesto storico e culturale, Loretta Napoleoni nel suo libro intitolato all’Isis argomenta così: “Negli anni quaranta ebrei di varie parti del mondo si unirono in una lotta contro gli inglesi per riconquistare la loro antica terra, una patria ancestrale donata da Dio, dove potevano nuovamente trovare la liberazione. Come l’antica Israele è sempre stata per gli ebrei la Terra Promessa, così il Califfato rappresenta per i musulmani lo stato ideale, la nazione perfetta in cui trovare la salvezza dopo secoli di umiliazione, razzismo e sconfitte per mano degli infedeli, ossia delle potenze straniere e dei loro associati musulmani.” L ’Isis, infatti, rappresenta un genere di stabilità non insolito nelle regioni che hanno sofferto conflitti prolungati dove la popolazione vive da anni nella miseria e nel terrore: vittima della violenza scatenata dalle guerre e dagli scontri tribali fra gruppi religiosi o fazioni politiche, vittima della corruzione delle èlites al potere colluse con gli interessi stranieri, vittima del cinismo dei grandi della terra che stanno a guardare, anzi no: foraggiano con soldi ed armi il gruppo “amico” e fanno la guerra per procura. E come ieri in Afganistan i telebani, dopo la dissoluzione dello Stato, hanno riempito il vuoto politico cacciando i signori della guerra, oggi l’Isis ha riportato l’ordine nelle regioni del Medio Oriente, dove l’autorità dello Stato si era dissolta nell’anarchia della guerra permanente.
Lo Stato islamico non prevede per le donne alcuna attività extradomestica, ma ha sviluppato programmi assistenziali e sanitari, coma la campagna antipolio, in un miscuglio di premoderno e moderno incomprensibile per l’Occidente. Dove nel settecento, grazie all’influenza benefica sul corpo sociale esercitata dai moralisti inglesi e dagli illuministi francesi, la religione ha cessato di essere una bandiera di combattimento; nonostante i privilegi di cui hanno continuato a godere le chiese cristiane, in Europa vengono scritti i primi Statuti attraverso i quali al cittadino viene riconosciuta la libertà religiosa, e dunque la libertà di pensiero e di espressione. Anche nel mondo musulmano, multiforme e diversificato come hanno dimostrato le cosiddette “primavere arabe”, sono presenti oggi forze che chiedono emancipazione dal potere religioso (ovvero dal patriarcato, dal sessismo, dalla omofobia, dal fondamentalismo) ma non v’è dubbio che questo processo sarà lungo, troppo lungo, soprattutto se consideriamo il potere esercitato dagli stati teocratici e dai loro petroldollari. E intanto in Europa si leva sempre più minacciosa la voce di chi chiama alla “guerra di civiltà”, individuando la soluzione di una crisi ormai globale attraverso misure inefficaci ma di forte impatto mediatico. Un quadro fosco perché se ci sforziamo di sfuggire alla scioccante emotività del presente e guardiamo agli avvenimenti in una prospettiva di lungo respiro, ne emerge che non saranno né la politica securitaria né l’attività dell’intelligence a liberarci dal fanatismo dei criminali che uccidono in nome di Allah, ma solo l’impegno delle forze che condizionano la politica internazionale a ripulire il verminaio che appesta il Medio Oriente. A partire dalla questione israelo-palestinese.

Foto: Acquerello di Giulia Tognetti, gentilmente concesso

Lavoro, è legge della giungla | Fonte: micromega | Autore: Domenico Tambasco

 

Diciamo la verità: ci eravamo quasi dimenticati, assorti in surreali discussioni sulle “tutele crescenti”, della presentazione da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del “ Rapporto annuale dell’attività di vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale – anno 2014” [1] , redatto dalla Direzione Generale per l’Attività Ispettiva . Documento questo di significativa importanza perché, lungi dal costituire il solito sondaggio dalla dubbia attendibilità o per il tipo di campione prescelto o per la natura delle domande rivolte, è al contrario il dettagliato resoconto dell’attività ispettiva svolta sul campo, nel corso dell’intero anno, dalle unità di vigilanza del Ministero del Lavoro, dell’Inps e dell’Inail: è, per intenderci, l’ “analisi del sangue” dello stato del lavoro in Italia nel 2014, anno di entrata in vigore del “Jobs Act” 1.0 [2] .

Trovo un breve trafiletto informativo, dopo un lungo navigare in rete, proprio sul sito del Ministero del Lavoro, dove si fa riferimento alla conferenza stampa del Ministro Poletti che – cito testualmente – “ ha sottolineato l’importanza di azioni maggiormente efficienti ed efficaci al fine di evitare la ripetitività di azioni di controllo da parte di soggetti istituzionali diversi. Questo per consentire alle imprese, fra l’altro, la possibilità di operare in maniera tranquilla ed ordinata”.

Tranquilla ed ordinata ”: mi risuonano in testa queste suadenti parole mentre sto quasi per abbandonare la pagina web – in cui, a parte le dichiarazioni del Ministro, non vi è alcuna sintesi dei risultati del rapporto –, quando la curiosità viene colpita da un link posto in calce alla notizia.

Clicco e, tutto d’un tratto, eccomi di fronte ad un vero e proprio “museo degli orrori” o, volendo far riferimento agli “spiriti animali del capitalismo”, ad una vera e propria giungla.

Due dati su tutti colpiscono la mia attenzione, posti in evidenza dalla stessa Direzione Generale per l’Attività Ispettiva: su 221.476 aziende ispezionate appartenenti a tutti i settori produttivi [3] , ben il 64,17% sono risultate irregolari (ovverosia 142.132, oltre un’azienda su due [4] ) e su 181.629 lavoratori irregolari, il 42,61% si è rivelato totalmente in nero (ovvero 77.387 ), comportando un’evasione di contributi e di premi assicurativi pari all’astronomica somma di 1.508.604.256,00. Cifre da “legge di Stabilità”.

Che si tratti, poi, di accertamenti relativi a “ significativi illeciti di natura sostanziale” e non a mere contestazioni formali, è lo stesso rapporto che lo sottolinea evidenziando, nella lista degli illeciti sanzionati, fattispecie quali il “lavoro nero” [5] , “ l’utilizzo abusivo di forme contrattuali flessibili volte a dissimulare veri e propri rapporti di lavoro subordinato in funzione elusiva della normativa vigente” [6] , fenomeni di “ appalto/distacco illecito o di somministrazione abusiva e/o fraudolenta volti a realizzare illegittimamente un consistente abbattimento del costo del lavoro” [7] , abuso nella fruizione della Cassa Integrazione Guadagni in deroga [8] , illeciti in materia di orario di lavoro [9] , sfruttamento di categorie di “lavoratori svantaggiati” [10] quali extracomunitari clandestini, minori, lavoratrici madri e gestanti.

Percentuali notevoli e tuttavia addirittura in calo rispetto ai precedenti anni, calo che l’Autorità ispettiva imputa non ad una maggiore “virtuosità” nelle condotte dei soggetti controllati ma, al contrario, alla contrazione occupazionale in atto nel mercato del lavoro, alla crisi economica generale e alla diminuzione degli interventi ispettivi [11] (questi ultimi dovuti ai continui interventi di “razionalizzazione economica”, ovverosia al progressivo taglio delle risorse disponibili). Rilievo, questo, già svolto alcuni mesi prima dalla stessa Corte dei Conti che, in una deliberazione del 20 ottobre 2014, se da un parte registrava “ una significativa e costante riduzione del numero dei controlli”, dall’altra rilevava “ un incremento percentuale delle aziende inadempienti rispetto a quelle ispezionate e in assoluto della manodopera irregolarmente occupata” [12] : in poche parole, la classica equazione meno ispezioni – più violazioni.

Tranciante è dunque il giudizio del redattore del “ Rapporto ”, che afferma come tali dati (ed in particolare quelli sul lavoro sommerso), siano sintomatici “ della completa assenza – in un’ampia percentuale di casi della sia pur minima attenzione ai diritti e alle tutele fondamentali dei lavoratori, nonché ai connessi profili della salute e della sicurezza” [13] .

È davvero “la legge della giungla”, certificata nero su bianco in un documento di provenienza istituzionale: gli “spiriti animali del capitalismo” paiono “animaleschi”, più vicini all’ hobbesiano “ homo homini lupus” che alla “intrinseca razionalità” veicolata dal “pensiero unico” neoliberista [14] . Il mercato, la cui “mano invisibile” dovrebbe correggere ogni asperità e disfunzione, nella concreta fotografia del mercato del lavoro delineata dal “Rapporto” ora esaminato è al contrario una mano ben visibile, ripresa nel tentativo di demolire l’alveo in cui sono incanalate le forze produttive.

Eppure, a fronte della concreta “esondazione” delle esigenze organizzative, tecniche e produttive aziendali, che hanno “allagato” l’intero contesto socio-economico e in cui sono letteralmente affondate le forze e le istanze del lavoro, si registra “ un rapporto tra Stato e società, o piuttosto tra governo e società, segnato da un forte riduzionismo, dove l’unico soggetto sociale ritenuto interlocutore legittimo è l’impresa” [15] .

L’impresa e l’imprenditore dunque, unici interlocutori e soggetti ormai solitari in un modello di società quasi totalmente desertificata: la società ad una dimensione, che esaurisce il suo significato nel ristretto perimetro semantico delle società di capitali.

Logico corollario, naturalmente, è la libertà dell’impresa da qualsivoglia controllo di legalità, considerato un fastidioso laccio, un ostacolo al libero dispiegamento delle “spontanee” forze di mercato. Sotto tale angolo visuale possono dunque essere letti due recenti fenomeni, che al contempo acquistano una sinistra luce: la “ razionalizzazione e semplificazione dell’attività ispettiva” prevista dalla legge delega 183/2014 e oggetto di un prossimo decreto attuativo, e il progressivo ridimensionamento del ruolo della magistratura del lavoro.

Partiamo dal progetto di “Agenzia unica per le ispezioni del lavoro”, prevista dall’art. 1 comma 7 lett. l della legge delega e funzionale alla creazione di un’unica struttura in cui dovrebbero essere accorpate le funzioni ispettive oggi svolte separatamente – e con duplicazione di costi ed oneri – dal Ministero del Lavoro, dall’Inps e dall’Inail: potrebbe rappresentare una vera e propria rivoluzione, all’insegna dell’aumento di efficienza e del potenziamento della struttura di vigilanza, se non fosse che tale “rivoluzione” è prevista dalla legge “ senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente” [16] . Nella realtà, invece, sembra concretarsi la traduzione in norma di legge della proprietà associativa: sostituendo due addendi con la loro somma, il risultato non cambia. O addirittura peggiora, se solo si pensa al denunciato – da più parti – smantellamento delle funzioni ispettive, con una riduzione del 20% dell’organico negli ultimi quattro anni [17] .

Ormai dichiarato, invece, è il ripetuto tentativo del legislatore, da alcuni anni a questa parte, di “mettere la museruola” alla magistratura del lavoro, tentativo dagli alterni esiti.

Si è cercato, infatti, di vincolare l’attività dei giudici già nel 2010, con l’approvazione nel corpo del cosiddetto “collegato lavoro” di una norma (l’art. 30 della L. 183/2010) con cui si tentava di “imbrigliare” l’attività interpretativa del giudicante, stabilendo che nel caso in cui la disposizione di legge contenesse “clausole generali” (ovverosia termini aperti ad una più ampia valutazione discrezionale del Giudice [18] , quali ad esempio “buona fede”, “giusta causa”, giustificato motivo”) il controllo giudiziale dovesse limitarsi esclusivamente “ all’accertamento del presupposto di legittimità”, essendogli del tutto precluso ogni “ sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro o al committente”. Principio di per sé meramente propagandistico, essendo già stato recepito da tempo dalla giurisprudenza nel costante rispetto dell’art. 41 Cost. (secondo il cui disposto “ L’iniziativa economica privata è libera” ), a meno di non voler intendere la norma come un tentativo di sottrarre dal controllo di legittimità l’apprezzamento degli elementi di fatto (ovverosia la sussistenza in concreto delle dichiarate ragioni tecniche, organizzative e produttive alla base di determinati provvedimenti datoriali) [19] .

Tale norma, se è stata del tutto ininfluente nella prassi applicativa degli anni successivi, ciononostante rileva tutt’oggi come significativo indice di un precisa diffidenza del legislatore nei confronti dei giudici del lavoro. Diffidenza che si è definitivamente espressa, questa volta con impatto prevedibilmente devastante, con l’ultimo decreto attuativo inerente il cosiddetto “contratto a tutele crescenti”, dove il controllo di legittimità relativo a tutti i licenziamenti si riduce per il giudicante, nella maggior parte dei casi, alla mera dichiarazione dell’eventuale assenza della giusta causa o del giustificato motivo, all’accertamento della cessazione del rapporto di lavoro nonostante un provvedimento dichiarato illegittimo e all’automatica liquidazione, con meccanismo “da contabile”, della scarna indennità matematicamente determinata dalla legge in relazione all’anzianità di servizio del lavoratore. Basterà riprendere l’acuta analisi svolta da Giancarlo De Cataldo sulle colonne dell’Espresso [20] , secondo cui “ Il Jobs Act… ridisegna la disciplina dei rapporti di lavoro di fatto ridimensionando il ruolo dei giudici. Giudici estromessi dal controllo sui licenziamenti disciplinari, possibili quando il datore di lavoro provi un fatto materiale ancorché incolpevole: sei arrivato in ritardo perché il tram ha avuto un incidente? Sei fuori. In cambio, qualche mensilità e l’alternativa di una causa lunga, con il giudice relegato a ruolo di comparsa”.

Al sindacato del Giudice, ormai, “ resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento” [21] : viene archiviato, con un tratto di penna, il millenario principio giuridico della proporzionalità.

Anche l’ordinamento si pone, dunque, al totale servizio dell’impresa la cui assoluta centralità e preminenza si esprime, secondo il vocabolario della contemporanea neolingua, nell’ormai incontrastata esigenza “ad operare in maniera tranquilla ed ordinata”.

NOTE

[1] Il rapporto è stato presentato in una conferenza stampa il 26 febbraio 2015 dal Ministro del Lavoro Poletti e dal direttore generale dell’Attività ispettiva Danilo Papa.
[2] Si tratta del D.L. 34 del 20 marzo 2014 convertito in Legge n. 78/2014 (cd “Decreto Poletti”), con cui è stata totalmente liberalizzata la materia dei contratti a termine.
[3] Rapporto annuale dell’attività di vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale – anno 2014, a cura del Ministero del Lavoro – Direzione generale per l’Attività Ispettiva, pag. 7. In particolare, la ripartizione delle aziende ispezionate in base al settore merceologico è la seguente: 78.815 nel Terziario, pari al 56,23 %; 40.545 nell’Edilizia, pari al 28,92 %; 15.379 nell’Industria, pari al 10,97 %; 5.434 nell’Agricoltura, pari al 3,88%. La maggior parte dell’attività ispettiva, dunque, si è concentrata sul settore dei servizi (“Terziario”), seguita dall’attività di vigilanza nell’Edilizia. Minore, invece, è stata l’attenzione concentrata sull’attività produttiva (Industria) e sull’Agricoltura.
[4] Con riferimento alla sola attività di vigilanza svolta dal Ministero del Lavoro (dunque ad esclusione di Inps e Inail), se si guarda alla percentuale delle aziende irregolari suddivise per settore merceologico, questi sono i risultati: 59% Edilizia; 54 % Industria; 50% terziario; 49% Agricoltura, Rapporto, cit., pp. 8-9.
[5] Rapporto annuale, cit., p. 10.
[6] Rapporto annuale, cit., p. 11.
[7] Rapporto annuale, cit., p. 11.
[8] Rapporto annuale, cit., p. 12.
[9] Rapporto annuale, cit., p. 13.
[10] Rapporto annuale, cit., p. 12-13.
[11] Aziende ispezionate nel 2010: 262.014 – Aziende irregolari: 171.810; Aziende Ispezionate nel 2011: 244.170 – Aziende irregolari : 149.708; Aziende Ispezionate nel 2012: 243.847; Aziende irregolari 154.820; Aziende Ispezionate nel 2013: 235.122 – Aziende irregolari 152.314. Si veda anche Delibera Corte dei Conti n. 11/2014/G del 20 ottobre 2014, indagine di controllo sugli “ Effetti del Protocollo di intesa 4 agosto 2010 tra il Ministero del Lavoro, Inps, Inail ed Agenzia delle Entrate in materia di attività ispettiva”, pp. 55 e ss. Si sottolinea come nel biennio 2007-2008 i controlli sulle aziende svolti dagli Ispettori del Ministero del Lavoro siano stati 393.491, mentre quelli dell’Inps e dell’Inail 272.231. Rispetto al periodo 2010-2013 si registra, dunque, una contrazione di ben 106.945 unità, pari al 31.26 %, dovuto non solo alla fase recessiva, ma anche e soprattutto alla riduzione delle risorse e del contingente degli ispettori del lavoro nonché del personale di vigilanza (passati da 5.650 unità nel 2011 a 5.406 unità nel 2013).
[12] Delibera Corte dei Conti n. 11/2014/G del 20 ottobre 2014, indagine di controllo sugli “ Effetti del Protocollo di intesa 4 agosto 2010 tra il Ministero del Lavoro, Inps, Inail ed Agenzia delle Entrate in materia di attività ispettiva”, p. 3.
[13] Rapporto annuale, cit., pag. 5.
[14] Si veda l’ormai storico articolo “ Il pensiero unico” di Ignacio Ramonet, pubblicato su Le Monde Diplomatique nel gennaio 1995.
[15] Stefano Rodotà, Coalizione sociale, articolo in La Repubblica del 15 marzo 2015, p. 26.
[16] Art. 1 comma 7 lett. l Legge 183/2014.
[17] Si rimanda all’articolo di Luigi Franco, Jobs Act, i peccati originali della nascente agenzia unica per le ispezioni, da Il Fatto Quotidiano, pagina web del 28 dicembre 2014.
[18] Luigi Mengoni, Spunti per una teoria delle clausole generali, in Riv. It. Dir. priv., 1986, p. 5-19, ora in Metodo e Teoria Giuridica, Milano, Giuffrè, 2011, pp. 165-178, in cui il giudizio secondo una clausola generale (ad esempio la “buona fede”) “ svolge una valutazione alla stregua di tipi normali di comportamento riconosciuti come norme sociali, dai quali il giudice trae un criterio di interpretazione del regolamento negoziale oppure un criterio di esplicitazione di modalità esecutive “.
[19] Si rimanda a De Luca Tamajo – Mazzotta-Grandi-Pera, Commentario breve alle leggi sul lavoro, Padova, Cedam, 2013, pp. 2534 e ss.
[20] Giancarlo De Cataldo, Giustizia? Stanno rottamando pure i diritti”, da L’Espresso pagina web del 12 marzo 2015.
[21] Art. 3 comma 2 dlgs. 23/2015, “ Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183”, entrato in vigore il 7 marzo 2015.

La Fiom risponde alla Cgil: “In piazza il 28 marzo così come nelle linee del Comitato direttivo della Cgil | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org”

Sullo scontro tra Cgil e Fiom in merito al progetto di coalizione sociale formulato dal sindacaato dei metalmeccanici c’è una risposta della segreteria della Fiom alla nota della Cgil in cui si prendevano le distanze dalle tute blu. Oggi è previsto un incontro. Questo il testo del comunicato:

La scelta operata dall’Assemblea nazionale delle delegate e dei delegati della Fiom-Cgil, svolta a Cervia il 27 e 28 febbraio u.s., di assegnare il mandato alla Segreteria nazionale di attivarsi per riunificare le lotte per il lavoro e costruire una coalizione sociale con le associazioni, i movimenti e le personalità che in questi anni si sono battuti per affermare i valori e i principi della nostra Carta costituzionale e per un’Europa sociale dei diritti, è del tutto legittima e rispettosa dello Statuto della Fiom e della Cgil.
La stessa nota della Segreteria nazionale della Cgil considera la proposta della coalizione sociale una risposta possibile. La Fiom-Cgil è contraria a che qualsiasi struttura della nostra Organizzazione, tantomeno la Confederazione, promuova formazioni politiche o sostenga questa o quella componente politica o
di partito. Un’autonoma e indipendente soggettività politica della nostra Organizzazione deve concretizzarsi in un progetto generale e un’azione contrattuale nei luoghi di lavoro e di carattere sociale nei territori che – seguendo la nostra storia confederale – superi la semplice associazione di interessi, anche attraverso una reale interlocuzione con associazioni di volontariato, sociali, culturali e personalità su obiettivi comuni e condivisi che puntino alla trasformazione democratica della società e alla affermazione dei diritti sul lavoro.
Del resto, la coalizione sociale proposta dalla Fiom-Cgil non si configura in alternativa a un processo di unità con Cisl e Uil (in ogni caso non certo facile, date le profonde divergenze in essere) né tanto meno in contrasto alle forze politiche esistenti. Pensiamo che per tutte queste ragioni sarebbe utile che la Cgil, insieme alla Fiom, si attivasse per costruire una tale coalizione sociale a partire dall’interesse e dalla disponibilità espressa da tutti i partecipanti ad una prima discussione sviluppatasi lo scorso sabato 14 marzo. Anche perché la proposta della coalizione sociale non prevede la presenza delle forze politiche ma non intende escludere nessuno, anzi, in un pieno e rinnovato spirito confederale includere sulla base di obiettivi e campagne condivise.
Tale scelta della Fiom-Cgil è avvenuta dopo mesi di discussione e si è conclusa con il voto dell’Assemblea nazionale a Cervia a cui ha partecipato ed è intervenuta la Segreteria nazionale Cgil, senza tra l’altro sollevare alcuna obiezione di merito né di metodo. Inoltre la Fiom-Cgil è pienamente impegnata nel rinnovo delle Rsu, tra l’altro con successi crescenti, al fine di realizzare e rafforzare la nostra rappresentanza democratica in tutti i luoghi di lavoro.

L’Assemblea nazionale ha deciso di proseguire la mobilitazione che ha portato allo sciopero generale della Cgil e della Uil dello scorso 12 dicembre per contrastare e cambiare i provvedimenti del Governo, per avviare una nuova fase di politiche industriali, sociali e per l’occupazione e per riconquistare un vero Contratto Nazionale di Lavoro, proclamando per il 28 marzo 2015 a Roma una manifestazione nazionale in Piazza del Popolo.
Ciò a partire dalle decisioni assunte dal Comitato direttivo della Cgil del 18 febbraio 2015 in cui è presente la proposta di un nuovo Statuto dei lavoratori e si prevede anche la possibilità di una consultazione straordinaria degli iscritti per decidere una coerente azione referendaria per abrogare le leggi in materia di lavoro e di contrattazione.

Cgil, Cisl e Uil firmano accordo con Inps sulla rilevazione della rappresentanza. Le critiche di Usb: “Incostituzionale”| Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

E’ stata firmata ieri a Roma, presso la sede nazionale dell’Inps, la convenzione per rendere operativo l’accordo sulla rappresentatività. A firmare i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, insieme al presidente dell’Inps, Tito Boeri, e al direttore generale di Confindustria Marcella Panucci. La firma serve ad attuare l’accordo del 10 gennaio 2014. La convenzione, ha spiegato l’Inps, è necessaria per dare attuazione alla prima parte del testo unico sulla rappresentanza, siglato dalle parti sociali proprio a inizio 2014. Si tratta della normativa che permette di arrivare ad una misurazione obiettiva della rappresentatività dei sindacati, soprattutto ai fini della contrattazione collettiva e della firma dei contratti nazionali di lavoro. “La misurazione della rappresentanza viene estesa a gran parte del mondo del lavoro”, ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, dopo la firma. “Per completare l’opera – ha aggiunto – sarà bene costruire analoghi sistemi di misurazione della rappresentanza delle associazioni datoriali. Sicuramente, con il passaggio di oggi, applichiamo una parte dell’articolo 39 della Costituzione”. Adesso “ne manca un pezzo che le parti da sole non possono risolvere”, ovvero rendere vincolante ed efficace “erga omnes” il contenuto dell’accordo.
Critiche alla firma sono arrivate da Paolo Leonardi, portavoce nazionale di Usb. “Così oggi si pone un ente pubblico – dichiara Leonardi – a servizio di un accordo che presenta ampi profili di incostituzionalità, che è soggetto all’attenzione della Magistratura e che segna uno dei punti più bassi della democrazia sindacale nel nostro Paese”.
Aggiunge Leonardi: “I risultati delle recenti elezioni nel pubblico impiego, dove l’USB, che da sempre contesta con determinazione il Testo Unico, ha ottenuto risultati di tutto rilievo diventando proprio all’INPS il secondo sindacato a livello nazionale scavalcando UIL e CGIL, confermano che quando ci si confronta democraticamente e senza rendite di posizione, il sindacalismo conflittuale e di classe è capace di superare i sindacati collaborazionisti. Tutto questo deve aver preoccupato Camusso, Furlan, Barbagallo e Squinzi, che si sono affrettati a chiedere a Renzi di metterli al riparo almeno nel settore privato”.
Usb continuerà la battaglia contro l’accordo del 10 gennaio 2014, sia sul piano giudiziario che con le lotte, e se l’INPS accetterà di calcolare gli iscritti alle sole organizzazioni firmatarie dell’accordo “sarà chiamato anch’esso in giudizio. Una discriminazione di tal fatta non la accettiamo oggi dall’INPS né l’accetteremo domani dal CNEL”, conclude il dirigente USB.