Mons. Raspanti: i mafiosi vogliono manipolare anche Dio da: antimafia duemila

raspanti-antoninodi Francesco Peloso* – 17 marzo 2015
Parla il vescovo di Acireale: la Chiesa nel Mezzogiorno deve rivolgersi ai poveri, alle famiglie, al mondo del lavoro, a chi non ha più fiducia. Per chi crede nel Vangelo dire che il Sud è irredimibile non è possibile. La mafia? Colpisce in primo luogo i poveri impedendo la crescita solidale della società

La risposta cristiana alla criminalità organizzata è l’annuncio del Vangelo anche a livello personale a chi è affiliato alla mafia. Dobbiamo dire la verità; la scomunica del papa ai mafiosi ha un valore terapeutico, curativo, e allo stesso tempo segna un confine netto: altrimenti tutta la comunità cristiana rischia di restare infettata. È quanto dichiara a Vatican Insider monsignor Antonino Raspanti, vescovo di Acireale, in provincia di Catania, che nel recente passato ha pronunciato parole severe contro i mafiosi. Abbiamo intervistato il vescovo in occasione di uno degli incontro organizzati dalla diocesi di Roma nell’ambito dei «Dialoghi in cattedrale». Monsignor Raspanti è infatti anche vicepresidente del comitato preparatorio del V convegno ecclesiale che si terrà a Firenze il prossimo anno.

Visitando la periferia romana di Tor Bella Monaca il Papa ha detto che la mafia usa e sfrutta i poveri. Nella realtà siciliana questo cosa significa?
«La mafia impedisce alle persone di elevarsi dal punto di vista sociale e civile e quindi non consente che la società instauri quei rapporti di fiducia solidi che fanno sì che i vari corpi sociali, avendo fiducia l’uno nell’altro, si coalizzino e crescano. Invece, così, la società rimane frammentata, sempre un po’ schiava di chi è più violento. Significa che uno stato di diritto non è possibile. E chi ne fa le spese? Le fasce più deboli, chi non sa difendersi, chi non è prepotente, insomma».

Qual è la risposta cristiana possibile di fronte al fenomeno della criminalità organizzata?
«Annunciare il Vangelo anche personalmente a chi è mafioso, a chi aderisce costitutivamente alla mafia, a chi si affilia. Per tutti Gesù è sempre la porta aperta della salvezza, è chiaro che ci vuole davvero una risposta di apertura di fronte a questo, e non certe risposte date da alcuni mafiosi, comprese quelle che abbiamo letto nei pizzini religiosi, che vogliono addirittura manipolare Dio, così il Dio della Chiesa non ha importanza, conta il mio dio, il dio come in fondo me lo costruisco a mia immagine e somiglianza, il che alla fine è un po’ un delirio di onnipotenza. Da parte nostra la risposta è veramente annunciare il Vangelo avendo fiducia che nel cuore di ognuno c’è una coscienza».

Che significato bisogna attribuire alla scomunica pronunciata dal papa contro i mafiosi?
«Tutte le scomuniche, fin dalla prima di San Paolo, hanno un valore fondamentalmente curativo. Innanzitutto dichiaro una cosa in modo netto, dico cosa è aderire al Vangelo e cosa non lo è, altrimenti tutta la comunità cristiana rischia di rimanere infettata, quindi una presa di distanza. Ma anche contemporaneamente la voglia di dire: io ti avverto perché tu ti possa ravvedere e convertire. Quindi secondo me ha sempre un intento terapeutico perché l’altro si ravveda: tu gli annunci la verità, ma lui non è nella verità e glielo devi dire in modo netto, chiaro».

Quali sono le priorità della presenza della Chiesa nel Mezzogiorno?
«Secondo me la capacità di ridare fiducia ai giovani e al mondo della strada, parlo del lavoro, delle famiglie, di tutti quelli che secondo me, a un certo punto, sono così sfiduciati che si abbattono e dicono questo Mezzogiorno è irredimibile. Noi, se crediamo nel Vangelo, non possiamo mettere la firma su questa frase».

Come vi state preparando al prossimo sinodo sulla famiglia?
«Cerchiamo di far passare questo questionario, in verità è un lavoro che in parte abbiamo già fatto, a tutte le componenti come le parrocchie, ma anche fuori ai laici, facciamo il massimo sforzo per diffonderlo».

E c’è una risposta?
«Sì, non male, una risposta c’è».

*(vatican insider)

lastampa.it

Salvini al Cara di Mineo: il Carroccio in salsa siciliana. “Basta solidarietà a spese degli italiani” da: il sette e mezzo

. Il Sette e Mezzo SALVINI AL CARA DI MINEO: IL CARROCCIO IN SALSA SICILIANA. “BASTA SOLIDARIETÀ A SPESE DEGLI ITALIANI” – Il segretario della Lega Nord Matteo Salvini è sbarcato nuovamente in Sicilia lunedì 16 marzo e ha scelto ancora una volta un luogo simbolo per lanciare dall’isola il suo progetto politico: il Cara di Mineo, il più grande centro per richiedenti asilo d’Europa, 4.000 migranti stipati in una struttura che può contenerne 1.800. Salvini è già stato al Cara il 12 luglio dell’anno scorso ma ci ritorna in un momento in cui il centro menenino è al centro di roventi polemiche dopo l’arresto, i primi di dicembre, del superconsulente Luca Odevaine, coinvolto nell’inchiesta Mafia Capitale, che ha gettato più di un’ombra sulla gestione del villaggio della solidarietà, come è stato ribattezzato il vecchio Residence degli aranci, 403 villette dismesse dai militari statunitensi nel 2011. Sotto accusa anche gli appalti, l’ultimo triennale da 98 milioni di euro, che l’Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone ha bollato come illegittimo. Sulla questione il leader della Lega punta il dito su Alfano e Renzi, chiedendo le dimissioni di entrambi: «Renzi e Alfano si dovrebbero dimettere: o vanno in Parlamento a spiegare date e soldi. Più che il ministro degli Interni, che è il burattino, il premier, che sull’immigrazione non spende mai una parola. Dovrebbero spiegare come vengono spesi i soldi». «O Renzi smentisce le indagini, smentisce l’illegittimità degli appalti – ha aggiunto il leader del Carroccio – o si dimette lui, perché di Alfano e dei suoi amici mi interessa poco. È Renzi che deve rispondere personalmente di questa cosa». Ph. Il Sette e Mezzo CON SALVINI GLI EX LOMBARDIANI – Un ottimo trampolino per Salvini che per promuovere il suo progetto ambizioso di legittimarsi come leader di tutto il centrodestra, sfodera tutto il suo armamentario propagandistico sull’immigrazione. Ad accompagnarlo Angelo Attaguile, figlio d’arte del senatore DC Gioacchino, e concittadino di Raffaele Lombardo, l’ex potentissimo presidente della regione, condannato in primo grado a sei anni e otto mesi per concorso esterno. Con Lombardo Attaguile ha fatto tutto il suo percorso politico sino ad approdare nell’ultima legislatura, dopo i guai giudiziari del suo patron, alla Lega Nord, alla quale ha consentito, con la sua adesione, di formare un gruppo autonomo alla Camera. Attaguile guida oggi il movimento “Noi con Salvini”, con la Lega Nord spera di allargare la sua base elettorale e sfondare al Sud. Neanche la pioggia ferma Salvini. A suo agio, circondato da giornalisti, sostenitori, non tantissimi, per lo più imprenditori agricoli delle zone limitrofe , il leader del Carroccio ha superato i cancelli del mega centro. Una visita durata poco più di un ora con al suo fianco l’ormai inseparabile Attaguile. «Centro per Immigrati di Mineo: colazione, pranzo e cena garantiti anche oggi a 3.200 persone immigrati. Gente in giro in bicicletta, a comprare vestiti e ascoltare musica. E voi, non starete mica lavorando..??», posta in diretta Salvini. Provocando, come è solito, e prontamente rilanciando i suoi slogan sui social dal tablet da cui non si separa mai. La campagna elettorale si fa sul territorio ma anche nelle piazze mediatiche Facebook e Twitter in cui Salvini è onnipresente. Ph. Il Sette e Mezzo LA GIOIA DI CHI VA VIA, LA RABBIA DI CHI RESTA – Nella confusione incrociamo una decina di migranti in festa. Dopo più di un anno hanno ricevuto il sospirato permesso di soggiorno e stanno partendo per Roma. Tutta la loro vita in trolley, nei loro occhi la speranza di chi ce l’ha fatta. Non facciamo nemmeno in tempo a prendere la videocamera che non ci sono più. Hanno una fretta matta di scappare dal residence a 5 stelle. Perché mai se hanno colazione, pranzo e cena gratis e tutti comfort? Un mistero a cui forse nemmeno Salvini saprebbe rispondere. E se da una parte c’è chi gioisce per aver ottenuto i documenti necessari per lasciare il campo, così lo chiamano, dall’altra c’è chi racconta un Cara diverso da quello visitato da Salvini. O.O. 35 anni, nigeriano, ci parla di un campo sovraffollato, pieno di problemi. E se come lui, dopo un’attesa snervante di quasi un anno e mezzo, ricevi la negativa sei arrabbiato. Perché, a dispetto di quello che dice Salvini, nel Cara villaggio della solidarietà non vuole restare nessuno. LA TRINACRIA SUL CARROCCIO – Il leader del Carroccio non perde l’opportunità di trovare consensi utilizzando frasi ad effetto: «Gli immigrati che scappano dalla povertà, dalla guerra vera, sono i miei fratelli e vanno accolti – ha detto al suo arrivo – la maggioranza di extracomunitari, però, che arriva come immigrato clandestino, va riportata a casa sua: la solidarietà a spese degli italiani è finita. I razzisti sono quelli che usano i 4 mila migranti del Cara di Mineo per fare i soldi». Sulla Sicilia e sui siciliani la sua idea non cambia, mentre c’è chi è disposto, tra i siciliani, a perdonarlo in cambio di promesse che difficilmente verranno mantenute. «Sei l’ultima nostra speranza – dichiarano dei sostenitori». A protestare una decina di militanti del NCD che esibiscono mutande verdi e cartelli con cui ricordano a Salvini che il Cara è il frutto delle scelte di Maroni. Loro sono contro la chiusura del Cara. E si capisce. Il loro leader siciliano, Giuseppe Castiglione, del Cara menenino è stato soggetto attuatore lasciando poi la presidenza del Consorzio dei comuni che amministra il centro al sindaco di Mineo Anna Aloisi, sempre del NCD. Entrambi sarebbero destinatari, secondo voci insistenti, di avvisi di garanzia circa gli appalti che riguardano proprio il Residence degli Aranci. Ma hanno dichiarato di non saperne nulla. «Non è normale che la Sicilia, – ha concluso Salvini – che ha un tasso di disoccupazione altissimo, faccia arricchire qualcuno con il business dell’immigrazione. Questo centro va chiuso domani mattina». Poi Salvini sale in macchina per continuare il suo tour nella Sicilia terrona. Come sono lontani i tempi in cui da Pontida le camicie verdi tifavano «Forza Etna!». – See more at: http://www.ilsettemezzomagazine.it/salvini-al-cara-di-mineo-il-carroccio-in-salsa-siciliana-basta-solidarieta-a-spese-degli-italiani/#sthash.E89Oyufj.dpuf

Processo d’appello Mori: Siino racconta il suo contatto con il Ros da: antimafia duemila

siino-angelo-2Alla prossima udienza l’esame del teste Michele Riccio
di Aaron Pettinari – 16 marzo 2015
Non venne affiliato ufficialmente per “strategia” in quanto si occupava di politica ed appalti ma era ben inserito all’interno dell’organizzazione criminale a tal punto che Angelo Siino (in foto), oggi collaboratore di gisutizia, si guadagnò l’appellativo di “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra. Il pentito è stato ascoltato la scorsa settimana, presso l’aula bunker di Mestre, al processo d’appello contro gli ufficiali dell’arma Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso, nell’ottobre ’95. Un esame durato poco più di tre ore in cui il teste ha riferito riguardo a quella strategia della tensione, messa in atto da Cosa nostra con le stragi dei primi anni novanta, e non solo. Secondo la Procura si tratta di elementi importanti in quanto, leggendo quanto scritto nella memoria depositata al processo “Assume rilevanza probatoria il fatto che invece il generale Mori, pur essendo venuto a conoscenza da fonti qualificate quali Paolo Bellini (la cui vicenda non è entrata all’interno del dibattimento nonostante la richiesta dei pg Roberto Scarpinato e Patronaggio, ndr) e Angelo Siino di taluni aspetti di tale complessa strategia della tensione, non solo non abbia svolto alcuna attività investigativa, ma neppure, tenuto conto della sua passata esperienza di uomo dei servizi e delle sue amicizie con esponenti della destra eversiva e della massoneria, si sia attivato per allertare comunque le istituzioni”.

Rispondendo alle domande del sostituto pg Luigi Patronaggio, Siino ha riferito del primo contatto avuto con gli uomini del Ros:“Avvenne in una pausa del processo Mafia-Appalti, che mi riguardava da vicino. C’era De Donno che faceva la sua testimoinanza e in quella occasione mi fece capire che c’era la possibilità di venirmi a trovare al carcere di Termini Imerese. Io rimasi particolarmente sorpreso di questa possibilità e mi preoccupai anche perché, siamo nel 1993, se vi fossero stati certi incontri fuori si sarebbe saputo. Questi incontri con De Donno e con il generale Mori, allora colonnello, vennero effettuati. Spesso anche smentiva quello che diceva De Donno. Erano incontri informali perché De Donno diceva che dovevamo sbrigarci e dava per scontato che da lì a poco avrei collaborato anche io. Da Termini venni poi trasferito a Carinola per evitare sospetti e mi portarono assieme ai coimputati Buscemi, Rosario Cascio”. Un altro incontro fu poi quello all’ospedale Umberto I, quando Siino era agli arresti domiciliari. All’epoca avvocato dell’ex “ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra” era Nicolò Amato (ex Direttore generale degli istituti di prevenzione e pena, nonché legale di Vito Ciancimino). “Durante questi incontri – ha ricordato Siino innanzi alla Corte presieduta da Salvatore Di Vitale – mi fanno capire, mi dicono che Vito Ciancimino sta parlando, e che si era messo a disposizione per risolvere i problemi attuali della Sicilia. E io intesi che c’era anche il riferimento a quei casini sulle bombe”. Siino ha anche detto che De Donno gli disse “di andare a parlare con Bernardo Brusca, come ad avere il benestare a questa mia collaborazione”. Inoltre, parlando di quei dialoghi in carcere ha anche aggiunto che in generale “c’era un certo andirivieni di personaggi della polizia, dei carabinieri, della finanza, frequentatori abituali delle carceri dello Stato”.

Quando Ciancimino “Diabolik” disse “vediamo di risolvere qualcosa”
Durante il periodo di detenzione al carcere “Rebibbia” di Roma, Siino si trovò a condividere il carcere con lo stesso Vito Ciancimino. “Lui – ha detto il pentito – era un Diabolik della politica e della mafia siciliana. Alcuni dicevano ‘guai a chi ci capita. Lui sapeva dove mettere le mani e pur essendo un geometra per la sua conoscenza della politica riusciva a mettere le cose giuste al posto giusto al momento giusto”. “Quando eravamo in carcere assieme mi disse ‘vediamo di risolvere qualcosa’ – ha aggiunto – Eravamo in condizioni terribili a quel tempo. C’erano le legnatine, le pressioni all’interno delle carceri, si limitavano i contatti con le famiglie”.

Cosa nostra divisa
In merito al periodo successivo all’arresto di Riina, Siino ha riferito di una divisione che vedeva contrapposti Bagarella e Provenzano, con il primo che si trovò di fatto al comando di Cosa nostra: “C’era Bagarella che si portava sempre appresso Brusca. Ricordo che una volta Piddu Madonia, che era vicino a Provenzano, mi dice di Bagarella che questi era un pazzo , un esaltato, che con il cervello non ci stava più. Mi fa capire anche che Provenzano non era d’accordo con le stragi. E tramite mia moglie, che parlava con Sangiorgi (vicino a Brusca, ndr) vengo anche a sapere che non vi saranno più stragi in Sicilia ma in Italia qualche altra cosa.

Gioé e la torre di Pisa
Di questi attentati in continente, parlò a Siino anche Antonino Gioé, morto suicida in carcere in una notte di luglio nel 1993: “Lui portava sempre notizie di prima mano. Intuivo che lui parlava con i servizi segreti perché sapeva sempre qualcosa di cui mai si parla in Cosa nostra. Da Gioé appresi che vi sarebbero stati gli attentati alle opere d’arte e addirittura alla torre di Pisa. E lo stesso mi disse Simone Benanti, che parlò anche lui con Gioé”. Alla domanda di Patronaggio se di queste cose ne parlò con Mori e De Donno, Siino ha risposto deciso: “Sono loro a parlarne a me. Mi vengono a trovare e per farmi cercare di collaborare. Mi dicono ‘lo vedi che sta succedendo e le situazioni che ci sono’. Vennero decisi a chiedermi dell’attentato a Costanzo mostrandomi una foto di una donna e mi chiesero chi fosse. Io risposi che era la fidanzata di Giovanni Brusca. Loro mi spiegarono che sarebbe stata vista alla guida della Mercedes che seguiva Costanzo”. “Quindi loro sapevano nel 1993 che era Cosa nostra e non altre sigle esterne ad essere dietro a queste cose?” ha proseguito Patronaggio. E ancora Siino: “Si. Me lo dissero loro”.

“Flamia? Mi dicevano di non fidarmi di lui”
Tra le questioni toccate durante al dibattimento, anche quella del pentito Sergio Flamia. Mentre si parlava di Servizi segreti, Siino in aula ha aggiunto: “Ho saputo della collaborazione di Flamia, io lo conoscevo. Ho letto che era confidente o spia per i servizi segreti e subito ho pensato. Se così era perché non hanno preso Provenzano 10 anni fa?”. E poi ancora: “Su di lui mi risultano dei sospetti da parte di un certo Di Salvo, uno che faceva i movimenti terra (quindi Gino, ndr) mi diceva di non fidarmi di questo Flamia. Siamo nel 1991. Questo era chiacchierato ed io lo conoscevo non come uomo d’onore ma a disposizione. Era molto vicino a Piddu Madonia”.
Siino ha successivamente raccontato l’episodio intercorso tra il ’94 ed il ’95, quando ancora non si era pentito ma rivestiva il ruolo di “confidente”. “Andammo ad Aspra, uno dei luoghi di solito frequentati da Provenzano e Brusca. Mi trovavo in macchina con il colonnello Meli. Ad un certo punto vidi in un’auto che conoscevo, in quanto utilizzata da Carlo Guttadauro, altro mafioso, la presenza di Provenzano. ‘C’è Provenzano c’è Provenzano’ dissi in auto. Meli restò sorpreso, non riuscì a fare inversione, non venne fatto alcun inseguimento e perdemmo di vista la macchina”.

Cosa nostra e la massoneria
Personalmente Siino era iscritto alla loggia massonica “Orion” di Palermo. Ma c’erano anche altri soggetti, all’interno di Cosa nostra che avevano a che fare direttamente o indirettamente con la massoneria. Ha confermati che tra questi vi era Stefano Bontade “che era iscritto alla loggia massonica Camea” e che si era adoperato anche con una sua loggia, nota come dei “Loggia dei Trecento”. “Poi- ha aggiunto Siino – c’erano Francesco Bonura, di Uditore, affiliato e massone così come Enzo Piazza. Entrambi erano all’interno della loggia Grande Oriente d’Italia e molto vicini a Vito Ciancimino”. Il processo si è quindi concluso con il rinvio all’udienza del prossimo 15 aprile quando, secondo calendario, è prevista l’audizione di uno dei teste principale dell’accusa ovvero l’ex colonnello Michele Riccio.

Violentate nel silenzio dei campi a Ragusa da: l’espresso

Cinquemila donne lavorano nelle serre della provincia siciliana. Vivono segregate in campagna. Spesso con i figli piccoli. Nel totale isolamento subiscono ogni genere di violenza sessuale. Una realtà fatta di aborti, “festini” e ipocrisia. Dove tutti sanno e nessuno parla

di Antonello Mangano

15 settembre 2014

Violentate nel silenzio dei campi a Ragusa 
Il nuovo orrore delle schiave romene

VITTORIA (RG) – «Possono prendere il mio corpo. Possono farmi tutto. Ma l’anima no. Quella non possono toccarmela». Alina mi indica un locale in mezzo alla campagna. «Lì dentro succede tutte cose possibili». È uno dei pochi edifici che interrompe la serie infinita di serre. Il bianco dei teli di plastica va da Acate a Santa Croce Camerina. Siamo a Sud di Tunisi, terra rossa e mare azzurro che guarda l’Africa. Siamo nella “città delle primizie”, uno dei distretti ortofrutticoli più importanti d’Italia. Il centro di un sistema produttivo che esporta in tutta Europa annullando il tempo e le stagioni. Gli ortaggi che altrove maturano a giugno qui sono pronti a gennaio. Un miracolo chimico che ha ancora bisogno di braccia.

I tunisini arrivarono già negli anni ’80, a frontiere aperte. Le dune di sabbia, il clima rovente, le case cubiche più o meno incomplete ricordavano la nazione di provenienza. Hanno contribuito al miracolo economico della provincia – l’oro verde – e poi sono stati sostituiti senza un grazie. Dal 2007 arrivano nuovi migranti che lavorano per metà salario. I rumeni. E soprattutto le rumene. Nell’isolamento della campagna sono una presenza gradita. Così è nato il distretto del doppio sfruttamento: agricolo e sessuale.

FESTINI
Una cascina in aperta campagna. Ragazze rumene sui vent’anni. Un padrone che offre carne fresca ai parenti, agli amici. Ai figli. Tutti sanno e tutti tacciono. Don Beniamino Sacco è il sacerdote che per primo ha denunciato i “festini agricoli”. «Sono diffusi soprattutto nelle piccole aziende a conduzione familiare», denuncia il parroco. Tre anni fa ha mandato in carcere un padrone sfruttatore. Ha subito minacce e risposto con una battuta: «Non muoio neanche se mi ammazzano».

La solidarietà è scarsa, anche tra rumeni. Come è possibile che tutto questo succeda nel silenzio generale? Secondo Ausilia Cosentini, operatrice sociale dell’associazione “Proxima”, «la mancanza di solidarietà tra i rumeni, e la loro mentalità omertosa, si incastra con quella altrettanto omertosa del territorio. In più, da qualche mese noto un aumento dell’intolleranza».

«Se non ci fossero i migranti, la nostra agricoltura si bloccherebbe», dice all’Espresso Giuseppe Nicosia, sindaco di Vittoria. «C’è una buona integrazione, ma la violenza sulle donne è un peso sulla coscienza di tutti. Un fenomeno disgustoso, anche se in regressione». Giuseppe Scifo della Flai Cgil spiega che allo sfruttamento lavorativo si aggiunge la segregazione. Per questo è stato avviato il progetto “Solidal Transfert”, un pulmino che permette di spostarsi senza dipendere dai padroni. «Ho conosciuto rumeni che non erano mai stati in paese», dice.

Uno squillo
«Se sei abituato dalla Romania, qui non è tanto più pesante», spiega Adriana con un sorriso. Non è facile crederci ascoltando la storia di Luana, quaranta anni. I due figli l’hanno raggiunta dopo il suicidio del marito in Romania. Lavora in una serra sperduta nelle campagne di Vittoria, vive in un casolare fatiscente nei pressi. La scuola è difficile da raggiungere a piedi. Il tragitto è lungo e pericoloso per due bambini soli. Il padrone è un signore di Vittoria. Si offre generosamente: «Li accompagno io». La sua non è una richiesta disinteressata.

In piena notte la chiama. Chiede se i bambini si sono addormentati. Le dice di raggiungerlo sotto un albero. Anche il padrone vive lì, a due passi. Con la moglie e un figlio. Luana teme soprattutto le minacce dell’uomo, ha paura per i bambini. A volte si nega. Lui subito minaccia. «Non li porto più a scuola. Niente acqua da bere. Neanche a te. Qui c’è caldo e l’acqua che diamo alle serre è avvelenata. Vuoi andare al supermercato? È molto lontano».

Luana sopporta tutto. Persino quando lui perde la testa e la minaccia con la pistola. Ma quando dice che non porterà più i bambini a scuola, condannandoli all’isolamento più assoluto, pensa che può bastare. Decide di fuggire. Di notte prepara la valigia, prende i bambini per mano. Luana è stata accolta e protetta nel centro di accoglienza dell’associazione “Proxima”. È inserita nei programmi destinati alle vittima di tratta. Come se fosse una storia di prostituzione. Si tratta invece di lavoratrici che producono ortaggi. Quelli che tutti compriamo al supermercato. Dopo un mese ha deciso di andare via. Ora lavora nuovamente nelle serre. Sfruttamento estremo significa anche mancanza di alternative.

Lontano da Seva
La storia di Luana è stata raccolta da Alessandra Sciurba, ricercatrice dell’Università di Palermo . Perché le donne accettano queste condizioni? «In genere sono consapevoli di quello che le aspetta. Ma lo fanno per tenere unita la famiglia». Nelle serre puoi vivere coi bambini. A casa di un anziano no. Meglio quindi fare la contadina che la badante. Per questo ci sono nelle serre tante mamme rumene coi bambini. «Possiamo parlare di un estremo esercizio del diritto all’unità familiare».

Le rumene vengono da Botosani, una delle zone più povere del paese. Anche lì lavoravano in campagna. «Non potevo stare lontana da Seva, sono troppo attaccata», dice Adriana. Sciurba spiega che le rumene possono essere definite bread winner. Sono le prime a partire. I mariti, se arrivano, arrivano dopo. Intanto gli italiani diventano padroni della loro vita e della loro morte. Sono padroni in tutti i sensi. Le rumene hanno una “considerazione inferiorizzata” di tutti gli uomini: tunisini, rumeni, italiani. «Qualunque cosa possono farci, loro sono niente», conferma Adriana.

Un’altra storia raccolta da Sciurba è quella di Cornelia e Marco. Cercavano una situazione tranquilla. Una serra dove portare la bambina e un padrone che tiene le mani a posto. Hanno trovato un lavoro vicino Gela. Dieci ore al giorno, pochi soldi e in nero. La “casa” è una stanza spoglia nel magazzino. «Ma non devi guardare mia moglie», ha chiarito Mario al padrone. Va bene, ha risposto lui. Anche perché c’è un’altra rumena, sposata, che assecondava le sue voglie. Il marito fa finta di niente per non perdere il lavoro.

Nella serra ci sono cani da guardia molto aggressivi. Sono addestrati per sorvegliare e controllare i lavoratori. Un giorno un dobermann azzanna Cornelia e la bimba, ferendo gravemente alla coscia la piccola. «Ci sono voluti quasi 100 punti», dice mostrando la gambetta della bimba. «Io la tenevo in braccio e ho cercato di proteggerla ma è stato impossibile fermare il cane». Arrivano i carabinieri, il padrone dice che l’animale passava per caso. Intanto il dobermann viene nascosto. La rumena che ha una relazione col padrone conferma. Cornelia e Marco devono ricevere ancora 5000 euro. Denunciano l’uomo. La bambina dovrà essere sottoposta a intervento chirurgico per fare in modo che il muscolo possa svilupparsi correttamente.

Almeno i due non pagavano l’affitto. C’è anche chi chiede fino a 300 euro al mese per un rudere. «Ci sono abitazioni piccole e senza infissi», rivela una ricerca condotta dall’“Associazione per i diritti umani”. «I buchi nel soffitto fanno passare l’acqua piovana. Le mura sono erose dall’umidità. Proliferano i miceti, con conseguenti patologie come l’asma in soggetti, soprattutto in tenera età, prima perfettamente sani. Il tutto nel totale disinteresse del locatario». Nella zona sono intervenuti sia Emergency che Medici Senza Frontiere. Come fosse una zona di guerra e non un distretto produttivo. Spesso gli operatori affermano che certe cose (letti di cartoni, cucine col fornelletto a gas, magazzini adattati ad abitazione) non le hanno viste nemmeno in Africa.

L’anima non me la toccano
È il più spaventoso dei metodi contraccettivi. Vittoria è il primo comune in Italia per estensione delle coltivazioni plastificate e per numero di aborti in proporzione al numero di abitanti. Va avanti così da anni. Spesso le rumene sono giovanissime. Arrivano in ambulatorio accompagnate da uomini, in genere italiani ma a volte anche tunisini e albanesi. «Restano sedute con lo sguardo fisso a terra e gli uomini parlano al posto loro», racconta un’operatrice dell’Asl. «Anni fa un tunisino mi ha portato tre ragazze rumene, tutte incinta, per farle abortire. Parlavano poco. Quando sono rimasta sola con loro mi hanno detto di lavorare nelle serre di cui lui era proprietario».
«Nel caso specifico di Vittoria le donne si trovano impossibilitate ad interrompere la gravidanza poiché tutti i medici sono obiettori di coscienza», spiega la ricerca dell’“Associazione Diritti Umani”. Solo all’ospedale di Modica sono presenti medici non obiettori, ma la crescita esponenziale di richieste di aborto porta un allungamento dei tempi di attesa, rendendo impossibile l’aborto entro i tre mesi previsti dalla legge. Alcune donne sono costrette a ritornare nei loro paesi d’origine per abortire. Altre, invece, si affidano a strutture abusive e a persone che, sotto cospicuo pagamento, praticano l’aborto senza averne competenza».

L’uomo cacciatore
Per le vittoriesi la colpa è delle rumene. Sono loro a tentare il maschio siciliano, per sua natura focoso. C’è una fortissima rivalità tra donne. L’“uomo cacciatore”, ovviamente, è orgoglioso delle “conquiste”. Vantarsi di queste cose dentro le serre è normale. Molto complessa la figura del marito rumeno, a volte presente anche lui in serra. Sa e non sa, vede e non vede. Se non accetta la situazione, è il primo a essere cacciato.
Di fronte a certi orrori lo sfruttamento sul lavoro passa quasi in secondo piano. Anche se significa salari da dieci euro al giorno, temperature di fuoco sotto i teloni, veleno che può rovinare i polmoni, la pelle, gli occhi. Per non parlare delle “fumarole”. Quando di notte bruciano piante secche e fili di nylon, di mattina si soffoca.
Così si produce l’ortofrutta che troviamo in tutti i supermercati. «Abbiamo circa 3000 aziende agricole di piccola e media dimensione», spiega il sindaco Nicosia. «È la più grossa espressione dell’ortofrutta meridionale, oltre che il mercato è il più importante d’Italia di prodotto con confezionato». Nel 2011 risultavano regolarmente registrati 11845 migranti, una stima di quelli che lavorano nelle serre oscilla tra 15mila e 20mila. Migliaia di schiavi che ci permettono di mangiare ortaggi fuori stagione.