Lucio Magri, corpo a corpo con la democrazia | Fonte: il manifesto | Autore: Luciana Castellina

 

Convegno alla Camera dei Deputati. Pubblicati gli interventi parlamentari di Lucio Magri

13intervento-convegno-lucio-magri-24LETTmagri4

Nella pre­fa­zione a que­sti due volumi Ste­fano Rodotà scrive che Lucio Magri è stato uno dei pro­ta­go­ni­sti di que­sta sta­gione par­la­men­tare di fine secolo. Una «bella sta­gione», aggiunge Rodotà, e debbo dire che la rilet­tura di que­sti testi suscita nostal­gia: per­ché non solo nel caso di Lucio, ma per tutti in quell’epoca, ogni inter­vento alla Camera rap­pre­sen­tava un impe­gno, una rifles­sione, un eser­ci­zio di alto livello. Per que­sto, del resto, que­gli inter­venti pos­sono essere pub­bli­cati dopo tanti anni.

Pro­ta­go­ni­sta, dun­que ma assai ano­malo, per­ché all’inizio, nella legi­sla­tura ’76-’79, parte di un gruppo di appena sei depu­tati su 630 e segre­ta­rio di un par­tito, il Pdup, che in quella coa­li­zione elet­to­rale – deno­mi­nata Demo­cra­zia Pro­le­ta­ria – di depu­tati ne aveva solo tre. E però era in rap­pre­sen­tanza della sola oppo­si­zione, come si diceva allora, quando ancora si face­vano distin­zioni, “dell’arco demo­cra­tico”.
Nel suo primo discorso par­la­men­tare Lucio si era infatti tro­vato nella para­dos­sale con­di­zione di dover negare la fidu­cia a un governo soste­nuto da una mag­gio­ranza quasi totale: il governo delle lar­ghe intese dell’on. Andreotti. Anche que­sto det­ta­glio credo stia ad indi­care (ed è bene ricor­darlo in un momento in cui pro­prio di legge elet­to­rale si sta discu­tendo) quanto impor­tante sia il plu­ra­li­smo par­la­men­tare, una rap­pre­sen­tanza che esprima dav­vero tutte le anime del paese.

Che non bloccò affatto l’istituzione, ma con­sentì anzi ine­diti e sti­mo­lanti intrecci, penso innan­zi­tutto al dia­logo che si svi­luppò fra il nostro attuale pre­si­dente della Repub­blica — che dav­vero rin­gra­zio per la sua pre­senza — e Magri, in occa­sione della assai con­flit­tuale ride­fi­ni­zione, nel 1993, della legge elettorale.

È una buona cosa rileg­gere gli atti par­la­men­tari ed è una buona cosa che la Biblio­teca della Camera sia impe­gnata a ren­derlo pos­si­bile con le sue pub­bli­ca­zioni: per­ché si tratta della testi­mo­nianza più auten­tica e diretta di un periodo sto­rico, e debbo dire che anche io, che pure ho vis­suto da par­la­men­tare que­gli anni ’76-’99, rileg­gendo que­sti volumi sono stata aiu­tata ad appro­fon­dire la rifles­sione su quella sta­gione. Che ha peral­tro rap­pre­sen­tato un pas­sag­gio epo­cale per il nostro paese, non a caso defi­nito “pas­sag­gio dalla prima alla seconda Repub­blica”.
Tut­ta­via, più che ritor­nare a quella sta­gione vor­rei cogliere quanto di tut­tora estre­ma­mente attuale ho tro­vato in que­sti discorsi di Lucio Magri. E sof­fer­marmi soprat­tutto sul tema della crisi della demo­cra­zia, che a me sem­bra essere oggi il tema più pre­oc­cu­pante. Lucio ne avverte la dram­ma­ti­cità già allora e denun­cia i rischi — con quello che Rodotà ha defi­nito «impie­toso rea­li­smo» — della deriva dell’antipolitica oggi diven­tata così macroscopica.

Non un lamento impo­tente, ma la cri­tica con­creta all’autoreferenzialismo cre­scente dei par­titi, alla loro inca­pa­cità di inten­dere quanto andava emer­gendo nella società attra­verso i movi­menti e indi­cando dun­que la neces­sità non, come troppo spesso ora si fa, di offrire un’espressione diretta ad una inde­ter­mi­nata società civile sacra­liz­zata e però fran­tu­mata e fatal­mente subal­terna alla cul­tura domi­nante, bensì un impe­gno a costruire quella che egli defi­niva «demo­cra­zia organizzata».

Non solo par­titi chiusi in se stessi più rap­pre­sen­tanza dele­gata, ma anche una rete di orga­ni­smi capaci di andar oltre la mera pro­te­sta e impe­gnati a impa­rare a gestire diret­ta­mente fun­zioni essen­ziali della società, così da ridurre via via la distanza fra gover­nanti e gover­nati (che poi è la base più salda della demo­cra­zia). E così col­mare il solco che dram­ma­ti­ca­mente separa il cit­ta­dino dalle isti­tu­zioni.
Non a caso il Pdup fu un punto di rife­ri­mento per la cre­scita di que­ste reti che ebbero, — negli anni 70 — una par­ti­co­lare fio­ri­tura. Penso ai Con­si­gli di fab­brica, a quelli di Zona, a movi­menti come Medi­cina Demo­cra­tica o Psi­chia­tria, o nati attorno alle grandi que­stioni dell’assetto urbano e sociale.

Io non me la sento di accu­sare le nostre gio­vani gene­ra­zioni per il loro disin­te­resse alla poli­tica, per la pole­mica con­tro la “casta” che fatal­mente sfo­cia nel disin­te­resse anche per la stessa demo­cra­zia, o di que­sta assume una visione asso­lu­ta­mente ridut­tiva: un insieme di diritti e di garan­zie indi­vi­duali, non lo spa­zio su cui si salda ed opera una col­let­ti­vità.
Il ter­reno della poli­tica si è ormai a tal punto ridotto, come una pelle di zigrino, sì da diven­tare un eser­ci­zio pas­sivo in cui ci si limita ad inter­ro­gare il cit­ta­dino per­ché dica «mi piace o non mi piace» a quanto pro­po­sto da un ver­tice, come si trat­tasse di face­book. E infatti di solito si dice «I like it, I don’t».

Se la demo­cra­zia è solo que­sta spo­ra­dica con­sul­ta­zione, e non invece uno spa­zio deli­be­ra­tivo che ti rende par­te­cipe e sog­getto della costru­zione di una società ogni volta inno­va­tiva, per­ché mai un gio­vane dovrebbe appassionarsi?

Il declino dei grandi par­titi poli­tici di massa ha lasciato un vuoto che dai tempi in cui Lucio ne denun­ciava i sin­tomi è diven­tato un oceano. Non li rico­strui­remo tali quali erano (e anche loro, del resto, ave­vano non pochi difetti). Ma è impor­tante tor­nare a riflet­tere sul senso della poli­tica, — che non è ricerca di con­senso, ma costru­zione di senso — così come con que­sti discorsi, pur pro­nun­ciati in Par­la­mento e non a scuola, Magri ci spin­geva a fare, per recu­pe­rare la poli­tica, che poi è ricerca della pro­pria iden­tità nel rap­porto con gli altri umani e non arroc­ca­mento sul pro­prio io nell’illusione di potersi sal­vare da soli.

Se non doves­simo riu­scire a far capire quanto la len­tezza della con­di­vi­sione, — che è pro­pria della demo­cra­zia – sia più pre­ziosa della fretta, solo appa­ren­te­mente più effi­ciente, del deci­sio­ni­smo, non ce la faremo nem­meno a far rivi­vere una vera Sini­stra. Per que­sto sono dav­vero con­tenta — e con me tutti i com­pa­gni del Pdup — della sol­le­ci­ta­zione che da que­sti testi ci viene per riflet­tere sull’oggi. E per aiu­tarci a discu­terne con i più gio­vani.
La luci­dità anti­ci­pa­trice di Magri su que­sto come su altri temi — che è cer­ta­mente stata una delle sue più signi­fi­ca­tive carat­te­ri­sti­che — ha avuto una par­ti­co­lare inci­si­vità per­ché lui non era un pro­feta, un intel­let­tuale separato.

In occa­sione della sua scom­parsa, Perry Ander­son, uno dei fon­da­tori della auto­re­vole New Left Review, ha scritto: «Lucio Magri non ha avuto uguali nel pano­rama della sini­stra euro­pea. È stato l’unico intel­let­tuale rivo­lu­zio­na­rio in grado di pen­sare in sin­to­nia con i movi­menti di massa, svi­lup­pa­tisi durante il corso della sua vita. La sua rifles­sione teo­rica si è radi­cata real­mente nell’azione, o nella man­canza d’azione, degli sfrut­tati e degli oppressi».

La ricerca, alla fine quasi osses­siva, del nesso fra teo­ria e mili­tanza ha finito per esser­gli fatale. Nel 2004 Magri decise di porre fine alla nuova “Rivi­sta” de il mani­fe­sto che era rinata nel 1999 sotto la sua dire­zione. Era una bella rivi­sta. Ma Lucio non si ras­se­gnava al fatto che man­cas­sero i refe­renti sociali, non voleva essere solo un intel­let­tuale che scri­veva senza la veri­fica dell’azione poli­tica. E poi­ché non vedeva nell’immediato le con­di­zioni per­ché inter­lo­cu­tori con­si­stenti si pre­sen­tas­sero e che il dibat­tito poli­tico in atto si sbri­cio­lava in qui­squi­lie, decise di ces­sare le pubblicazioni.

Furono moti­va­zioni ana­lo­ghe che lo con­dus­sero alla sua tra­gica deci­sione finale. «Non dico che la sini­stra non rina­scerà — ripe­teva — ma ci vor­ranno molti anni e io sarò comun­que già morto. Così come è il dibat­tito non mi inte­ressa». Ma non era tut­ta­via pes­si­mi­sta nel lungo periodo. Come del resto prova il titolo del suo libro Il sarto di Ulm — oggi tra­dotto in Inghil­terra, Ger­ma­nia, Spa­gna, Bra­sile, Argen­tina — titolo tratto da un apo­logo di Ber­tolt Bre­cht. Al sarto, che pre­ten­deva che l’uomo poteva volare, — stufo dell’insistenza — il vescovo-principe di Ulm fini­sce per dire: «Vai sul cam­pa­nile e but­tati, vediamo se è vero quanto dici». Il sarto va e salta, e natu­ral­mente si sfracella.

E però: chi aveva ragione, il sarto o il vescovo? Il sarto, per­ché poi alla fine l’uomo ha volato. Ecco, diceva Lucio, per ora il comu­ni­smo si è schian­tato, ma alla fine volerà. Noi con­ti­nuiamo a provarci.

Jobs act, i giuristi democratici scrivono al presidente della Repubblica: “Arretramento delle tutele” | Autore: redazione da: controlacrisi.org

 

I Giuristi Democratici, unitamente a oltre settanta avvocati e docenti giuslavoristi di vari Fori d’Italia, tra cui il primo firmatario Filippo Maria Giorgi, hanno inviato una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con la quale si formula la “richiesta di rinvio al Governo, ai fini del riesame, del primo decreto attuativo della legge delega 10 dicembre 2014 n. 183 —c.d. Jobs Act— «recante disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti»”.“Ciò che accomuna, pur nella assoluta diversità di opinioni e di appartenenze politiche, tutti coloro che aderiscono a questa iniziativa —si legge nel messaggio— è la constatazione dell’arretramento delle tutele che l’emanando decreto finirebbe per attuare, riportando le garanzie giurisdizionali offerte a quella parte di concittadini–lavoratori destinatari della nuova disciplina ad una soglia di azionabilità della lesione dei loro diritti derivanti dal rapporto di lavoro che appare, al più, paragonabile a quella vigente nel nostro ordinamento prima della introduzione dello Statuto dei diritti dei Lavoratori di cui alla legge 20 maggio 1970 n. 300”.
Questa, per i sottoscrittori, è una “conseguenza che, già di per sé considerata, non può ritenersi legittimata dalla giustificazione che essa costituisca il frutto di opzioni di politica legislativa, come tali insindacabili, ove si rifletta che si tratta di scelte che, anche solo considerando l’azzeramento di un così (temporalmente) rilevante processo evolutivo dell’ordinamento lavoristico, inevitabilmente entrano in rotta di collisione, da un lato, con il diverso quadro di riferimento nel frattempo introdotto dalla vincolante disciplina comunitaria e, dall’altro, con la diversa disciplina garantita dall’ordinamento, di fronte ad identiche fattispecie risolutorie, a quei cittadini-lavoratori che non siano riguardati dalla novella per il solo fatto che il loro rapporto di lavoro a tempo indeterminato, avente per il resto identica natura e disciplina, sia stato stipulato in qualunque data antecedente all’entrata in vigore del decreto.”Nel testo si elencano quindi “le violazioni degli artt. 3 e 117 Cost, alle quali si aggiungono una serie di eccessi di delega, che hanno introdotto nel decreto previsioni normative non riconducibili ai principi ed ai criteri direttivi enucleati dal Parlamento”, che spingono i giuristi a rivolgere al Capo dello Stato “la più rispettosa, ma non per questa meno accorata, preghiera di voler esercitare il potere, sicuramente a Lei spettante in analogia a quanto previsto dalla Carta Fondamentale per la promulgazione delle leggi, di stimolare il Governo ad opportuni ripensamenti”.

Di seguito, il testo integrale della lettera e l’elenco provvisorio delle adesioni.

Illustrissimo Signor
Presidente della Repubblica Italiana
Oggetto: richiesta di rinvio al Governo, ai fini del riesame, del primo decreto attuativo della legge delega 10 dicembre 2014 n. 183 «recante disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti».
Ill.mo Signor Presidente,le più che giustificate aspettative create dalla recente elezione della Sua persona alla massima carica dello Stato ci autorizzano ad appellarci senza mezzi termini al Suo giudizio ed alla Sua competenza, per segnalarLe che il decreto attuativo della legge delega 10 dicembre 2014 n. 183 “recante disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti”, nel testo licenziato dal CdM nella riunione del 20 febbraio u.s. e sicuramente a Lei già rimesso o in corso di rimessione ai fini del completamento del procedimento di emanazione, presenta profili di incostituzionalità tali da indurci a rivolgerLe la più rispettosa, ma non per questa meno accorata, preghiera di voler esercitare il potere, sicuramente a Lei spettante in analogia a quanto previsto dalla Carta Fondamentale per la promulgazione delle leggi, di stimolare il Governo ad opportuni ripensamenti.I firmatari della presente sono costituiti da una associazione di giuristi tradizionalmente impegnata in tutte le tematiche della tutela dei diritti (Associazione Nazionale Giuristi democratici) e da avvocati giuslavoristi, come tali quotidianamente impegnati, a vario titolo, nell’applicazione del diritto del lavoro e sindacale. Ciò che accomuna, pur nella assoluta diversità di opinioni e di appartenenze politiche, tutti coloro che aderiscono a questa iniziativa è la constatazione dell’arretramento delle tutele che l’emanando decreto finirebbe per attuare, riportando le garanzie giurisdizionali offerte a quella parte di concittadini–lavoratori destinatari della nuova disciplina ad una soglia di azionabilità della lesione dei loro diritti derivanti dal rapporto di lavoro che appare, al più, paragonabile a quella vigente nel nostro ordinamento prima della introduzione dello Statuto dei diritti dei Lavoratori di cui alla legge 20 maggio 1970 n. 300. Conseguenza che, già di per sé considerata, non può ritenersi legittimata dalla giustificazione che essa costituisca il frutto di opzioni di politica legislativa, come tali insindacabili, ove si rifletta che si tratta di scelte che, anche solo considerando l’azzeramento di un così (temporalmente) rilevante processo evolutivo dell’ordinamento lavoristico, inevitabilmente entrano in rotta di collisione, da un lato, con il diverso quadro di riferimento nel frattempo introdotto dalla vincolante disciplina comunitaria e, dall’altro, con la diversa disciplina garantita dall’ordinamento, di fronte ad identiche fattispecie risolutorie, a quei cittadini-lavoratori che non siano riguardati dalla novella per il solo fatto che il loro rapporto di lavoro a tempo indeterminato, avente per il resto identica natura e disciplina, sia stato stipulato in qualunque data antecedente all’entrata in vigore del decreto.Di qui le violazioni, che si tenterà di evidenziare, degli artt. 3 e 117 Cost, alle quali si aggiungono una serie di eccessi di delega, che hanno introdotto nel decreto previsioni normative non riconducibili ai principi ed ai criteri direttivi enucleati dal Parlamento.Ovviamente prenderemo in esame le sole disposizioni che riteniamo interessate dai principali profili di incostituzionalità.Art. 1La criticità, cui già si faceva riferimento, sotto il profilo della violazione del principio di uguaglianza, dell’intero apparato normativo del decreto emerge già dall’esame dell’art. 1 che, individuando il «Campo di applicazione» della novella con riferimento ai contratti stipulati successivamente all’entrata in vigore del decreto stesso, implica che, accanto alla nuova disciplina, continueranno a trovare applicazione ai contratti in corso, sia l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, che l’art. 8 della legge 604 del 1966, i quali non risultano derogati in alcuna loro disposizione, se non in quella relativa al presupposto temporale per la loro applicazione.A differenza delle modifiche all’art. 18 introdotte dalla legge 92/2012 (l. Fornero), infatti, il presupposto temporale che determinerà l’applicazione della nuova disciplina non è costituito dalla data nella quale risulta perfezionato il licenziamento, bensì da quella nella quale si è concluso il contratto di lavoro. Ne conseguirà la coesistenza e la convivenza nel tempo di due distinte discipline limitative dei licenziamenti; infatti, l’art. 18 Stat. Lav. e l’art. 8 legge n. 604 del 1966, applicandosi ai licenziamenti intimati con riferimento a rapporti di lavoro stipulati fino all’entrata in vigore del nuovo decreto, continueranno a produrre effetto sin tanto che esisteranno rapporti di lavoro aventi decorrenza antecedente.Si avranno, quindi, tutele differenziate, ovvero sanzioni diverse, anche a fronte di licenziamenti identici in ogni loro elemento, sia motivazionale che temporale, sol perché i destinatari del recesso siano stati assunti rispettivamente prima e dopo l’entrata in vigore del decreto; il riferimento è principalmente a licenziamenti individuali plurimi o collettivi, intimati, quindi, per ragioni economiche, ma può riguardare anche un licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo intimato nei confronti di più dipendenti che abbiano posto in essere congiuntamente la condotta di rilevanza disciplinare e che, rispetto ad identiche normative disciplinari e persino alla medesima infrazione, posta in essere in un unico contesto temporale ed in regime di concorso, si vedranno applicare una disciplina radicalmente diversa senza alcuna apparente ragione giustificativa, se non l’evenienza di aver stipulato il loro contratto di lavoro il giorno prima o il giorno dopo l’entrata in vigore del decreto.Quest’ultima precisazione rende immediatamente intuitiva la rilevanza delle problematiche di costituzionalità, per violazione del principio di uguaglianza, di una riforma così articolata, nel momento in cui essa venga attuata – come si vedrà essere avvenuto nella specie – mediante norme delegate che introducano una disciplina sanzionatoria-risarcitoria dal contenuto irrisorio.In ogni caso, non appare conforme al criterio direttivo contenuto nell’art. 1, comma settimo, della legge delega (10.12.2014 n. 183), che imponeva al Governo di limitare la nuova disciplina alle «nuove assunzioni», il disposto di cui al secondo comma dell’art. 1, non previsto nell’originario schema di decreto approvato dal CdM il 24.12.2014 ed introdotto nel testo finale, che la estende ai «casi di conversione, successiva all’entrata in vigore del presente decreto, di contratto a tempo determinato o di apprendistato in contratto a tempo indeterminato».Il riferimento alla «conversione» di tali contratti induce a ritenere che la disposizione riguardi le ipotesi di nullità parziale o di trasformazione di tali contratti in un rapporto a tempo indeterminato, ipotesi che possono essere conseguenti sia a pronunce giudiziali, sia alla ininterrotta prosecuzione del rapporto di lavoro dopo la scadenza dei rispettivi termini. In entrambi i casi, ove si consideri che la «conversione» produce effetto ex tunc e, quindi, retroagisce i propri effetti alla data di stipula del contratto convertito, è evidente come tale previsione abbia finalità derogatorie rispetto alla disposizione generale di cui al primo comma e sia stata introdotta proprio al fine di estendere la nuova disciplina a fattispecie che, in sua assenza, sarebbero ricadute, ratione temporis, nella disciplina previgente per il motivo assorbente che non sarebbero qualificabili come «assunzioni» successive alla entrata in vigore del decreto. Per ciò solo, è indiscutibile che tale disposizione ecceda i limiti della delega.Analogo vizio appare inficiare il terzo comma dell’art. 1, che prevede che la nuova disciplina troverà applicazione anche ai lavoratori assunti sin da data antecedente all’entrata in vigore del decreto, qualora l’organico aziendale abbia superato il numero di 15 dipendenti per effetto di assunzioni avvenute successivamente. La disposizione sembra rispondere alla finalità di incentivare nuove assunzioni, garantendo paradossalmente al datore di lavoro di avvalersi nei confronti di tutti i dipendenti della nuova disciplina proprio mediante il superamento del requisito dimensionale. Anche questa disposizione non sembra compatibile con la previsione dell’art. 1, co. 7 lett. c) della legge 183/2014 che, come si è visto, prevedeva la possibilità di applicare la nuova disciplina soltanto ai nuovi assunti.Art 3Si tratta della norma responsabile del lamentato arretramento della tutela avverso il licenziamento invalido, in quanto la sanzione meramente indennitaria diventa la regola generale e la reintegrazione, sebbene non sia eliminata, viene riservata ad un’ipotesi del tutto marginale (il licenziamento disciplinare nel quale sia stata fornita la prova diretta della insussistenza del fatto materiale contestato); la rilevanza della diversità di effetti tra le due tutele è tale da indurre ad interrogarsi se, alla luce di un parametro di razionalità, le diversità di motivazione delle due tipologie di licenziamento (per giustificato motivo oggettivo o soggettivo) siano di così grande rilevanza da giustificare tale differenziazione di disciplina.Non ci nascondiamo che questa sia una scelta già fatta propria dal legislatore nella legge delega e, come tale, non modificabile dal decreto; che, tuttavia, aggrava inammissibilmente la diversificazione delle tutele rispetto alla disciplina previgente. Infatti, l’entità dell’indennizzo subirà un drastico ridimensionamento, rispetto al passato, soprattutto per i lavoratori con anzianità di servizio non elevata: infatti, mentre l’art. 18, 5° co. S.L. prevedeva un minimo inderogabile di 12 mensilità, l’art. 2, primo comma, del decreto prevede un minimo di appena 4 mensilità. La possibile irrisorietà dell’indennizzo induce, già di per sé, a dubitare della conformità di questa disciplina rispetto all’art. 24 Carta Sociale Europea, che impone che al licenziamento illegittimo consegua la liquidazione di una misura riparatoria che non deve avere il carattere dell’esiguità (la disposizione citata, come è noto, è vincolante per lo Stato Italiano e quindi la sua disapplicazione determina l’illegittimità della norma interna a sensi dell’art. 117 Cost.).In secondo luogo, una disciplina della misura dell’indennità commisurata esclusivamente al criterio dell’anzianità di servizio, che non consente al giudice di tener conto della concreta entità del danno subito (come invece avviene con l’art. 18, 5° comma, che impone al giudice di motivare specificamente la liquidazione operata tenendo conto, oltre che dell’anzianità, anche “del numero dei dipendenti occupati, delle dimensioni dell’attività economica, del comportamento e delle condizioni delle parti”) presenta indubbi profili di irrazionalità e, quindi, di incostituzionalità ex art. 3 Cost., imponendo:- di liquidare importi di notevole rilevanza in automatica applicazione di tale criterio, anche in totale assenza di un danno patrimoniale (nel caso in cui un lavoratore abbia un’anzianità di servizio dai 12 anni in su il Giudice, se il licenziamento è illegittimo, dovrà necessariamente liquidare 24 mensilità anche nel caso in cui il lavoratore abbia immediatamente trovato altra occupazione, in ipotesi persino se questa sia caratterizzata da condizioni economiche migliorative);- di liquidare un importo oggettivamente irrisorio (quattro mensilità) anche in presenza di condizioni soggettive del lavoratore, come il perdurare dello stato di disoccupazione nonostante ogni ipotetico impegno nella ricerca di nuova occupazione (ad es. anche se il licenziamento sia dichiarato illegittimo a distanza di anni, in ipotesi solo in grado di appello ed anche se nel periodo intermedio il lavoratore sia sempre rimasto inoccupato).Sotto altro verso, dubbi in ordine alla conformità alla delega, che prevede una tutela crescente in proporzione all’anzianità di servizio, sorgono in riferimento alla previsione del tetto di 24 mensilità, che impone di liquidare lo stesso importo in favore di un dipendente con 12 anni di servizio e di un dipendente con 40 anni di anzianità.Altro grave dubbio di costituzionalità va ricondotto alla previsione del secondo comma dell’art. 3, nella parte in cui esclude ogni rilevanza alla valutazione della proporzionalità tra condotta e sanzione, persino nei limiti, tutto sommato non richiedenti esercizio di discrezionalità da parte del giudice, attualmente previsti dal quarto comma dell’art. 18, ovvero al caso in cui risulti accertato che il datore di lavoro abbia intimato il recesso con riferimento ad una infrazione che «rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili».E’ evidente che la totale eliminazione di ogni facoltà del giudice di applicare alla valutazione di legittimità del recesso disciplinare, ai fini della applicazione della reintegra, qualsivoglia criterio di proporzionalità introduce nella norma un profilo di irrazionalità, se si considera la rilevanza che tale criterio ha assunto nella disciplina del rapporto di lavoro.
Art. 2, quarto commaL’art. 2, al quarto comma prevede un’ulteriore ipotesi di reintegrazione anche con riferimento alla fattispecie nella quale si accerti che il licenziamento motivato per inidoneità fisica o psichica del lavoratore sia risultato ingiustificato.Vanno rimarcate le differenze rispetto alla omologa disciplina di cui all’art. 18, settimo comma S.L., che anch’esso prevede, per tale ipotesi, la tutela reale, rinviando per la sanzione al quarto comma. Quest’ultima disposizione riserva, infatti, la tutela reale oltre che al licenziamento motivato dalla ritenuta inidoneità fisica del lavoratore, anche all’ipotesi di affermato superamento del periodo di comporto.
Nel quarto comma dell’art. 2 del decreto manca, invece, il rinvio all’art. 2110, secondo comma, c.c. con la conseguenza che, nell’ipotesi di licenziamento motivato da superamento del periodo di comporto (sia perché il comporto non sia stato superato, sia perché la malattia è da imputare a responsabilità del datore di lavoro), sembra doversi ritenere applicabile la sola tutela indennitaria di cui al primo comma dell’art. 3.Evidenti sono, quindi, i profili di incostituzionalità anche di questa disposizione, sia per violazione degli artt. 32 e 3 Cost., che per eccesso di delega. L’art. 1, comma 7, lett. c) della legge delega prevedeva l’esclusione della possibilità di reintegrazione per i licenziamenti economici, mentre, nel caso del licenziamento per superamento del comporto, si tratta di un recesso dovuto ad una situazione personale del lavoratore. Ove poi, potesse essere attribuita prevalenza, ai fini della qualificazione oggettiva, alle esigenze organizzative del datore di lavoro emergenti in conseguenza del protrarsi della assenza per malattia, non v’è dubbio che la situazione sarebbe del tutto analoga a quella presa in considerazione con riferimento al licenziamento per inidoneità fisica ed ingiustificata apparirebbe la diversità di trattamento tra le due fattispecie.Art. 4L’art. 4 disciplina le conseguenze del vizio di motivazione (art. 2 legge 604/66) o di quello derivante dal mancato rispetto della procedura di contestazione disciplinare (art. 7 legge 300/70).Esclusivamente per queste due ipotesi, il decreto ripropone la medesima disposizione contenuta nell’art. 18, comma sesto, prevedendo una tutela meramente indennitaria in misura ridotta alla metà rispetto a quella di cui al 1° comma dell’art. 3: una mensilità per ogni anno di servizio con un minimo di due e un massimo di dodici.Tuttavia, a differenza che nell’art. 18 (che condizionava la tutela integratoria alla insussistenza del fatto in entrambi i casi di licenziamento: sia oggettivo che soggettivo), il decreto, come si è visto, nel 2° comma dell’art. 3, attribuisce rilevanza alla “insussistenza del fatto” solo nel caso di licenziamento disciplinare; conseguentemente, non è più possibile ipotizzare che, a fronte di un licenziamento che omette, oltre che l’esternazione dei motivi, anche ogni qualificazione del recesso, si possa invocare l’insussistenza del fatto e possa, quindi, trovare applicazione la tutela reale di cui al 2° comma; ciò presupporrebbe, infatti, la prova, che dovrebbe essere fornita da chi agisce in giudizio, della natura disciplinare del recesso. E’ evidente, quindi, la volontà della nuova disposizione, di ricollegare al vizio di motivazione esclusivamente una tutela indennitaria.Infine, va considerato che a questo vizio viene collegata la sanzione del pagamento di un’indennità dimezzata rispetto a quella prevista dal 1° comma dell’art. 3, con un minimo, quindi, pari ad appena due mensilità, minimo che, nel caso del licenziamento delle piccole imprese e nei confronti di dipendenti con anzianità fino ad un anno, si riduce ad appena una mensilità di retribuzione.E’ allora di tutta evidenza che si è di fronte al tentativo di ripristinare la facoltà datoriale di adottare il licenziamento ad nutum di codicistica memoria, scelta che il nostro ordinamento aveva definitivamente escluso sin dall’introduzione della legge 604 del 1966 e che avrà il solo inconveniente, per il datore di lavoro, di imporgli un minimo esborso aggiuntivo (una o due mensilità di retribuzione non possono di certo essere neppure qualificate come sanzione rispetto alla omissione di un obbligo, quale quello motivazionale, che, secondo quanto insegnato dalla Corte Costituzionale, ha la funzione di garantire essenziali esigenze di dignità del lavoratore e di assolvere a fondamentali principi di civiltà giuridica). Ciò equivale ad un arretramento delle tutele che ci riporta alle origini del diritto del lavoro.Non sembra che si richieda di ulteriormente argomentare in ordine alla irrazionalità di tale disciplina, che incentiva il datore di lavoro ad omettere ogni motivazione e manifesta comunque la violazione dei già indicati parametri comunitari.
Art. 10Per quanto riguarda i licenziamenti collettivi, con la sola eccezione dell’ipotesi (invero di scuola) del licenziamento privo della forma scritta, l’art. 10 prevede esclusivamente una tutela indennitaria, mentre la disciplina vigente (art. 1, comma 46 legge 92/2012, che ha modificato l’art. 5, co. 3 della legge n. 223 del 1991) distingue l’ipotesi di violazione delle procedure di cui all’art. 4 della legge n. 223 del 1991, per la quale è prevista solo la tutela indennitaria di cui all’art. 18, co. 5 S.L., dalla violazione dei criteri di scelta di cui all’art. 5, 1° comma della legge n. 223 del 1991, per la quale è prevista la tutela reintegratoria di cui al quarto comma dell’art. 18.La coesistenza di due diversi regimi, operanti in ragione dell’unico presupposto costituito dall’assunzione in epoca antecedente o successiva all’entrata in vigore del decreto, produrrà il paradossale effetto di determinare l’applicazione ad uno stesso licenziamento, attuato nell’ambito della medesima procedura e nei confronti di dipendenti con anzianità variabili appena di pochi giorni l’uno dall’altro, di tutele totalmente differenziate; è ancora una volta, quindi, evidente la violazione dell’art. 3 Cost..°.°.°Nel ringraziarLa, illustrissimo Presidente, dell’attenzione che avrà voluto concedere a questa nota, confidiamo nel Suo intervento e rimaniamo a Sua disposizione, ove ritenga utile concedere ad una delegazione dei sottoscritti la facoltà di ulteriormente illustrare i rilievi che precedono.
Con osservanza
Roma, 24 febbraio 2015
Associazione Nazionale Giuristi DemocraticiIl PresidenteAvv. Roberto LamacchiaFilippo Maria Giorgi (avvocato in Roma)
Pierluigi Panici (avvocato in Roma)
Bruno Cossu (avvocato in Roma)
Emilia Recchi (avvocato in Roma)
Enzo Martino (avvocato in Torino)
Alberto Piccinini (avvocato in Bologna)
Antonio Pileggi (avvocato in Roma)
Mario Fezzi (avvocato in Milano)
Gianna Baldoni (avvocato in Roma)
Carlo Guglielmi (avvocato in Roma)
Roberto Narcisi (avvocato in Roma)
Fabrizio Pavarotti (avvocato in Roma)
Giorgio Antonini (avvocato in Roma)
Federica Bezzi (avvocato in Roma)
Elena Poli (avvocato in Torino)
Silvia Ingegneri (avvocato in Torino)
Monica Tabacco (avvocato in Torino)
Chiara Scaranari (avvocato in Torino)
Elena Fava (avvocato in Torino)
Cristina Della Valle (avvocato in Roma)
Maria Matilde Bidetti (avvocato in Roma)
Giacomo Summa (avvocato in Roma)
Marco Petrocelli (avvocato in Roma)
Elena Giorgi (dott.nda ricerca Università Roma)
Andrea Solfanelli (avvocato in Roma)
Savina Bomboi (avvocato in Roma)
Guido Reni (avvocato in Bologna)
Massimo Vaggi (avvocato in Bologna)
Manuela Rinaldi (avvocato in Avezzano)
Amos Andreoni (avvocato in Roma)
Francesca Stangherlin (avvocato in Bologna)
Antonella Gavaudan (avvocato in Bologna)
Velia Addonizio (avvocato in Milano)
Stefano Chiusolo (avvocato in Milano)
Giovanni Marcucci (avvocato in Milano)
Alberto Medina (avvocato in Milano)
Filippo Aiello (avvocato in Roma)
Mirella Caffaratti (avvocato in Torino)
Luca Pigozzi (avvocato in Torino)
Silvana Lamacchia (avvocato in Torino)
Irene Pappalettera (avvocato in Torino)
Luca Boneschi (avvocato in Milano)
Piero Nobile (avvocato in Torino)
Daniela Manassero (avvocato in Torino)
Lucia Monacis (avvocato in Torino)
Annalisa Rosiello (avvocato in Milano)
Massimo Tirelli (avvocato in Verona)
Corrado Guarnieri (avvocato in Torino)
Giovanni Furfari (avvocato in Milano)
Francesca Romana Guarnieri (avvocato in Torino)
Franco Bonardo (avvocato in Torino)
Maria Spanò (avvocato in Torino)
Simone Bisacca (avvocato in Torino)
Sergio Vacirca (avvocato in Roma)
Umberto Romagnoli (avvocato in Bologna)
Bruno Pezzarossi (avvocato in Reggio Emilia)
Ettore Sbarra (avvocato in Bari)
Gianclemente Benenti (avvocato in Milano)
Maria Rosaria Brancaccio (avvocato in Milano)
Marina Capponi (avvocato in Firenze)
Alessandro Lamacchia (avvocato in Torino)
Stefano Cavallito (avvocato in Torino)
Nicola Gianesini (avvocato in Torino)
Diego Toni (avvocato in Torino)
Carlotta Rovere (avvocato in Torino)
Marina Migliozzi (avvocato in Torino)
Maurizio Borali (avvocato in Milano)
Stefania Mangione (avvocato in Bologna)
Giovanni Sozzi (avvocato in Milano)
Nyranne Moshi (avvocato in Milano)
Andrea Ottolini (avvocato in Milano)
Alvise Moro (avvocato in Milano)

Se l’accoglienza si trasforma in un business | Fonte: il manifesto | Autore: Andreina Albano

 

download

Quanto si apprende sulle inchie­ste che riguar­dano il Cara di Mineo, aperte dalle pro­cure di Cata­nia e Cal­ta­gi­rone, dopo la denun­cia di Raf­faele Can­tone sull’irregolarità della gara d’appalto per la gestione, non fa che con­fer­mare quel che da tempo andiamo denunciando.

Rifu­giati e richie­denti asilo rischiano di diven­tare una merce su cui fare affari. Lo sono per i traf­fi­canti di esseri umani, che solo con l’apertura di canali di ingresso uma­ni­tari e legali si potreb­bero effi­ca­ce­mente con­tra­stare. Ma potreb­bero diven­tarlo anche per un sistema d’accoglienza che va pro­fon­da­mente ripen­sato, per evi­tare le infil­tra­zioni cri­mi­nali nella gestione degli appalti e per garan­tire con­di­zioni di vita digni­tose e pos­si­bi­lità di inte­gra­zione per chi viene “accolto”.

Non a caso lo scan­dalo ora è scop­piato al Cara di Mineo, il più grande d’Europa, dove il con­trollo sulle con­di­zioni in cui sono tenuti i rifu­giati e l’integrazione col ter­ri­to­rio in cui è inse­diato sono pra­ti­ca­mente impos­si­bili. Con­trollo e inte­gra­zione sono infatti pos­si­bili solo in strut­ture pic­cole, inse­rite in comu­nità dove sia stato fatto un lavoro pre­ven­tivo di sen­si­bi­liz­za­zione, con per­so­nale pre­pa­rato, che si occupi dell’inserimento sociale e lavo­ra­tivo di chi vi è ospitato.

Auspi­chiamo che quest’ennesimo epi­so­dio di malaf­fare – se le accuse ver­ranno con­fer­mate — serva a far aprire una rifles­sione seria nelle isti­tu­zioni, avendo ben chiaro che l’interesse da con­si­de­rare prio­ri­ta­rio dev’essere quello delle per­sone che ven­gono accolte. Così come ci augu­riamo che per una volta chi, per pro­pa­ganda poli­tica, spe­cula su que­ste vicende cer­cando di con­vin­cere l’opinione pub­blica che migranti e rifu­giati vanno sem­pli­ce­mente respinti – e magari lasciati affo­gare – abbiano il buon gusto di aste­nersi da qual­siasi com­mento raz­zi­sta.
Il danno vero del nostro Paese sono la cor­ru­zione e il malaf­fare, non le per­sone che rag­giun­gono le nostre coste per fug­gire da guerre e violenze.

Scissione, basta la parola. Minoranze Pd in tilt | Fonte: il manifesto | Autore: Daniela Preziosi

 

Trasmissione televisiva Ballarò

Era stato Gianni Cuperlo, lea­der di Sini­stra­dem, a evo­carla senza nomi­narla mer­co­ledì sera, la scis­sione. Su un tema come «la qua­lità della demo­cra­zia, in gioco non è la sorte del governo ma il destino del Pd», ha detto al Tg3. La frase ha pro­vo­cato ieri un mezzo para­pi­glia nelle tante anime della mino­ranza Pd, da giorni ormai ai ferri corti per l’impossibilità — per ora — di rag­giun­gere una posi­zione uni­ta­ria sul pros­simo voto dell’Italicum dal momento che i ripe­tuti appelli a Renzi per cam­biare la legge sono caduti nel vuoto (peg­gio, nel sar­ca­smo della mini­stra Boschi che ha messo in chiaro che «chi ha perso il con­gresso non può porre dik­tat»). Dall’area cuper­liana ieri è arri­vata la ’cor­re­zione’ di Andrea De Maria: «Un grande par­tito, votato da più del 40% degli ita­liani, si raf­forza se vede al suo interno una dia­let­tica vera. E senza una sini­stra forte e visi­bile, che lo si voglia o meno, prima o poi una parte di quel 40% cer­cherà un’altra casa», ha riba­dito, sot­to­li­neando però che «a chi si rico­no­sce nella sini­stra del Pd deve essere chiaro che l’orizzonte è, e sarà sem­pre, senza ambi­guità, l’impegno nel e per il Pd».
Il vero punto è che i ber­sa­niani di area rifor­mi­sta, la fetta più grossa della mino­ranza dem, sono divisi fra i pochis­simi pronti dav­vero a votare no all’Italicum (che in aula, sulle riforme costi­tu­zio­nali, mar­tedì hanno annun­ciato il loro «ultimo sì») e quelli che non ogni caso indi­spo­ni­bili a mar­care il dis­senso. Gli uni e gli altri cer­che­ranno una linea comune nell’assemblea di domani a Bolo­gna pro­mossa dal capo­gruppo Spe­ranza, alla quale par­le­ranno il mini­stro Mar­tina e la sot­to­se­gre­ta­ria De Micheli, e cioè il ver­sante mode­rato della cor­rente. Ci sarà anche Ber­sani, che nono­stante le dure parole sulle riforme esclude cate­go­ri­ca­mente una fuo­riu­scita dal Pd. Ma la qua­dra è dif­fi­cile. Il 21 marzo resta con­vo­cata, per il momento, l’assemblea di tutte le mino­ranze (quindi anche civa­tiani e bin­diani) a Roma. Ma se Area rifor­mi­sta non rag­giun­gerà un accordo interno, rischia di tra­sfor­marsi nella uffi­cia­liz­za­zione delle divi­sioni della minoranza.

Sinistra, la coalizione necessaria | Fonte: il manifesto | Autore: Gianni Ferrara

 

unnamed

La «coa­li­zione sociale» che ci pro­pone Lan­dini, a nome della Fiom, è l’occasione sto­rica che ci manca per far rina­scere la sini­stra in Ita­lia. Coglierla è un biso­gno ed un dovere. Giunge nel momento in cui l’erede infe­dele del Pci esi­bi­sce la muta­zione gene­tica che ha subìto tra­sfor­man­dosi nell’opposto esatto del suo dante causa. E ubbi­di­sce al suo lea­der che, rot­ta­mando i valori della Resi­stenza, in luogo della demo­cra­zia costi­tu­zio­nale che i comu­ni­sti ita­liani con­tri­bui­rono for­te­mente e inci­si­va­mente a costruire, sta impo­nendo a ritmi incal­zanti un regime autoritario.

È lo stesso lea­der che demo­li­sce lo stato sociale, che com­prime, distorce, disco­no­sce uno ad uno i diritti dei lavo­ra­tori, di quella classe la cui rap­pre­sen­tanza costi­tuiva la ragion d’essere del Pci.
Con l’uomo solo al comando, che le cosid­dette riforme isti­tu­zio­nali, quella costi­tu­zio­nale e quella elet­to­rale, da sole ed insieme, mirano a rea­liz­zare, tutte le isti­tu­zioni della Repub­blica degra­de­ranno a stru­menti del capo del governo, diven­tando tutte ese­cu­tive del volere dell’esecutivo che, a sua volta, si porrà come ese­cu­tivo della ideo­lo­gia domi­nante, quella del capi­ta­li­smo neo­li­be­ri­sta, tra­dotta nelle norme dei Trat­tati inter­na­zio­nali, tra i quali Trat­tati pri­meg­gia quello sull’Unione euro­pea. Pri­meg­gia nel porre a fon­da­mento dell’Unione, per la dina­mica dell’ordinamento e come suo obiet­tivo, l’economia di mer­cato aperta e in libera con­cor­renza. Quella spe­ci­fica eco­no­mia di mer­cato che sta distrug­gendo prin­cipi e diritti, quello di egua­glianza, innan­zi­tutto, quelli sociali soprattutto.

Il cosi detto Jobs Act si pone, al ter­mine della discesa degra­dante degli ese­cu­tivi, come esem­plare stru­mento di que­sta distru­zione di civiltà sociale e poli­tica. Incre­menta il potere dato­riale al mas­simo pos­si­bile, con la pre­ca­riz­za­zione sostan­ziale del rap­porto di lavoro, masche­rata da «con­tratto a tutele cre­scenti» e…irraggiungibili. La subor­di­na­zione umana nel rap­porto di lavoro sala­riale rag­giunge così il suo apice. L’articolo 3 della Costi­tu­zione impone alla Repub­blica il «com­pito di rimuo­vere gli osta­coli di ordine eco­no­mico e sociale che, limi­tando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cit­ta­dini, impe­di­scono il pieno svi­luppo della per­sona umana e l’effettiva par­te­ci­pa­zione di tutti i lavo­ra­tori all’organizzazione poli­tica eco­no­mica e sociale del Paese». Non dovrebbe sfor­zarsi chi ne volesse for­mu­lare la nega­zione asso­luta. Col Jobs Act vi ha già prov­ve­duto Renzi.

È con­tro que­sto attacco mor­tale alle isti­tu­zioni della demo­cra­zia, all’eguaglianza e alla dignità dei lavo­ra­tori, alla civiltà dei rap­porti umani che ci si deve mobi­li­tare. La «coa­li­zione sociale» potrebbe diven­tarne lo stru­mento aggre­gante, per­ché ope­re­rebbe alla base del sistema com­ples­sivo, par­ti­rebbe dal vis­suto delle donne e degli uomini schiac­ciato dalla crisi attuale del capi­ta­li­smo neo­li­be­ri­sta. Col­me­rebbe un vuoto agghiac­ciante, rispon­de­rebbe ad una esi­genza impel­lente, enorme per numero di chi la sente, pro­fonda per i biso­gni che la sol­le­ci­tano e che dal con­tin­gente si pro­iet­tano nel futuro umano.

Il come è deci­sivo. Dire che il campo della «coa­li­zione» da inven­tare è quello della base dell’ordinamento, è come dire che sì, essa deve costruire innan­zi­tutto soli­da­rietà attive, unità delle dif­fe­renze a comin­ciare da quelle tra occu­pati e pre­cari e tra tutti gli oppressi dal neo­li­be­ri­smo e dalla com­pres­sione della rap­pre­sen­tanza nelle fab­bri­che, nei comuni, in tutte le arti­co­la­zioni della società. Deve dise­gnare il senso dei destini di cia­scuno e di tutti. Deve ope­rare per aggre­gare ed insieme per usare tutti gli stru­menti della demo­cra­zia di base e di inven­tarne di nuovi. Ce lo inse­gna la sto­ria. Furono le società ope­raie di mutuo soc­corso le prime isti­tu­zioni del movi­mento ope­raio, e le leghe le ante­si­gnane dei sin­da­cati. Si col­le­ga­rono ed evol­sero con non pochi sforzi, in non pochi anni.

Noi par­ti­remmo da una situa­zione di gran lunga migliore. È quella che pog­gia su un movi­mento di massa già strut­tu­rato, orga­niz­zato, forte dell’esperienza delle lotte glo­riose con­dotte dalla Fiom. Che, per di più, è parte auto­noma, anche cri­tica, avan­zata ma inte­grante della Cgil, la grande mae­stra della lotta del lavoro, l’unica isti­tu­zione della sini­stra e del movi­mento ope­raio che in 110 dalla sua fon­da­zione non ha subito scis­sioni, ed è per­ciò modello di plu­ra­li­smo quanto ai mezzi e di coe­sione quanto ai fini. La «coa­li­zione sociale», par­tendo dalla Fiom, non può non incon­trare la Cgil. Non può nean­che non incon­trare, avere, com­pren­dere la «coa­li­zione poli­tica». Il pro­gramma pro­po­sto da Airaudo e Mar­con, su que­sto gior­nale il 24 feb­braio scorso, è ampia­mente con­di­vi­si­bile e, credo che, in que­sta fase, può benis­simo unire l’una e l’altra coa­li­zione nell’esercizio dei rispet­tivi compiti.

Credo anche, ed auspico che il ruolo spe­ci­fico della «coa­li­zione sociale» sia quello alto, arduo e impe­rioso, di rico­struire la classe, la «classe per sé». È la pre­messa fon­da­men­tale. Da rico­struire dove si deve, nelle lotte, agendo in esse e riflet­tendo su di esse, e, con la classe, la coscienza di classe del XXI secolo, qui in Ita­lia, dove siamo e possiamo.