Venerdì 6 Marzo 2015 presso Villa Fazio Librino Catania

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Pubblico impiego, oggi quasi tre milioni al voto per il rinnovo delle Rsu. Alle urne anche i precari autore Fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Oggi inizia nella pubblica amministrazione e nella scuola, la tre giorni di voto dei nuovi rappresentanti sindacali. Si tratta di un appuntamento molto particolare, e dall’esito incerto, perché per la prima volta voteranno centinaia di migliaia di precari. Non voteranno solo le forze dell’ordine, il personale diplomatico, medici e prefetti. Le urne saranno aperte fino a giovedì 5 marzo. “Il voto attivo e passivo per i lavoratori a tempo determinato nella pubblica amministrazione è un risultato importante, un evento storico che premia la battaglia storica del sindacato confederale e della Cgil in particolare”, dice Claudio Treves, segretario generale della Nidil Cgil, il sindacato dei lavoratori atipici.
“Va chiarito – aggiunge Treves – che si tratta di lavoratori a termine, e non di lavoratori atipici. Questo è un segnale incoraggiante verso la risoluzione del problema della presenza di collaboratori precari e false partite iva nella Pa”. “Va chiarito – aggiunge Treves – che si tratta di lavoratori a termine, e non di lavoratori atipici. Questo è un segnale incoraggiante verso la risoluzione del problema della presenza di collaboratori precari e false partite iva nella Pa”.
“Noi dalle elezioni ci aspettiamo ci aspettiamo innanzitutto che i lavoratori vadano massicciamente a votare per dimostrate che nei luoghi di lavoro c’è ancora voglia di fare sindacato, di rappresentare e di essere rappresentati, di portare avanti i diritti dei lavoratori”, è invece l’invito del segretario generale della Fp Cgil, Rossana Dettori.

Nella scuola, potranno essere votati anche i precari annuali, con contratto sino al 30 giugno o 31 agosto 2015, a seguito della storica sentenza della Corte di giustizia europea del 26 novembre scorso, che ha mandato in soffitta il principio di discriminazione tra il personale di ruolo e precario della scuola adottato per decenni in Italia con l’avallo dei sindacati tradizionali, ribandendo, nello specifico, quanto riconosciuto dalla direttiva 14/2002 e dalla sentenza della Corte Europea Association dé mediation 2014. Nella scuola potrebbero cambiare molte cose dal punto di vista della rappresentanza. I sindacati non rappresentativi, sinora lasciati ai margini, anche dalla mancanza di possibilità di riunirsi in orario di servizio, facoltà lasciata a quelli rappresentativi, hanno creato un’alleanza: Unicobas e Usb hanno deciso di appoggiare le liste Anief: un patto di ”desistenza”, attraverso cui si vuole rompere il monopolio ventennale dei noti sindacati e tornare finalmente a tutelare i lavoratori.
L’accordo prevede che nelle scuole dove non sia presente una lista Rsu Unicobas e Usb, i lavoratori sostengano le liste Anief: se invece sono presenti solo liste dei sindacati oggi rappresentativi, si chiede ai lavoratori di astenersi di assegnare il voto, perché si tratta di quelle organizzazioni che nell’ultimo ventennio sono state artefeci o perlomeno complici nel far perdere ai lavoratori della scuola quote sempre maggiori di salario, diritti e dignità lavorativa.“Coloro che si autodefiniscono “sindacati responsabili” – si legge in un comunicato Usb – hanno detto sempre si, e dove siamo arrivati? Alla riduzione dei salari, all’aumento dei carichi di lavoro con la riduzione dell’incentivo, al peggioramento di orari e turni di lavoro sempre più discrezionali. Al licenziamento senza giusta causa e al demansionamento professionale ed economico. A servizi pubblici scadenti, condizionati dalla quantità per garantire la parità di bilancio, senza valutare qualità ed esigenze dei cittadini. Grazie alla silente responsabilità di CGIL CISL e UIL andremo ormai in pensione alla soglia dei 70 anni, con milioni di giovani disoccupati”.
Il pubblico impiego è in piena fase di travaglio, con il contratto nazionle non rinnovato dal 2010 e decine di esuberi più o meno mascherati in arrivo dalla soppressione delle Province e dalla spending review.
Nella scuola, potranno essere votati anche i precari annuali, con contratto sino al 30 giugno o 31 agosto 2015, a seguito della storica sentenza della Corte di giustizia europea del 26 novembre scorso, che ha mandato in soffitta il principio di discriminazione tra il personale di ruolo e precario della scuola adottato per decenni in Italia con l’avallo dei sindacati tradizionali, ribandendo, nello specifico, quanto riconosciuto dalla direttiva 14/2002 e dalla sentenza della Corte Europea Association dé mediation 2014. Nella scuola potrebbero cambiare molte cose dal punto di vista della rappresentanza. I sindacati non rappresentativi, sinora lasciati ai margini, anche dalla mancanza di possibilità di riunirsi in orario di servizio, facoltà lasciata a quelli rappresentativi, hanno creato un’alleanza: Unicobas e Usb hanno deciso di appoggiare le liste Anief: un patto di ”desistenza”, attraverso cui si vuole rompere il monopolio ventennale dei noti sindacati e tornare finalmente a tutelare i lavoratori.
L’accordo prevede che nelle scuole dove non sia presente una lista Rsu Unicobas e Usb, i lavoratori sostengano le liste Anief: se invece sono presenti solo liste dei sindacati oggi rappresentativi, si chiede ai lavoratori di astenersi di assegnare il voto, perché si tratta di quelle organizzazioni che nell’ultimo ventennio sono state artefeci o perlomeno complici nel far perdere ai lavoratori della scuola quote sempre maggiori di salario, diritti e dignità lavorativa.“Coloro che si autodefiniscono “sindacati responsabili” – si legge in un comunicato Usb – hanno detto sempre si, e dove siamo arrivati? Alla riduzione dei salari, all’aumento dei carichi di lavoro con la riduzione dell’incentivo, al peggioramento di orari e turni di lavoro sempre più discrezionali. Al licenziamento senza giusta causa e al demansionamento professionale ed economico. A servizi pubblici scadenti, condizionati dalla quantità per garantire la parità di bilancio, senza valutare qualità ed esigenze dei cittadini. Grazie alla silente responsabilità di CGIL CISL e UIL andremo ormai in pensione alla soglia dei 70 anni, con milioni di giovani disoccupati”.
Il pubblico impiego è in piena fase di travaglio, con il contratto nazionle non rinnovato dal 2010 e decine di esuberi più o meno mascherati in arrivo dalla soppressione delle Province e dalla spending review.

All’ultimo “suicidato” dalla crisi: “Perdonaci Silvio, non abbiamo capito che stiamo diventando schiavi” autore Fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Alcuni giorni fa si è suicidato ad Alessandria un certo Ghisolfi, imprenditore, passato nei grandi titoli dei giornali come il banchiere di Renzi. In realtà ha partecipato a una delle tante cene per finanziare i “giocattoli del pupo”. E questo dà al suo atto estremo un valore particolare, chissà perché poi, a parte certa dietrologia d’accatto che ormai non sa più su come infiocchettare banalità.
Continuano intanto i “suicidi anonimi”, quelle morti che non fanno notizia. Perché la crisi non ha smesso di mordere, checché ne dica il pupo e il suo scribacchino dei numeri, alias il signor ministro Padoan, che ha infilato una serie interminabile di previsioni economiche errate e senza senso. E sembra non voler smettere.
I suicidi anonimi sono di quelli che invece con la crisi ci fanno i conti, veri. Un dare e un avere preciso e netto. Che per alcuni ha sul piatto della bilancia la propria vita. Chiaro signor Padoan?
Due giorni fa si è suicidato nei pressi di Rieti un certo signor Silvio. Ne hanno scritto in qualche breve di qualche sconosciutissimo giornale “locale” giusto per conforto e indignazione della comunità. Non ha senso dire come e perché. Ha senso parlare di Silvio, perché la sua storia ci racconta di una crisi economica che, come diceva mammà, “sta portando via i migliori”. C’è chi si sta arricchendo con la crisi (questo Padoan non lo dice mai nonostante i numeri abbondino) e chi la sta pagando duramente. C’è chi la crisi la vede da una comoda poltrona in pelle. E chi ci sbatte la faccia contro, nella più perfetta solitudine che solo un raffinato sistema “democratico” sa regalarti. Dobbiamo trovare la forza di dire basta.

Silvio aveva un dono che tutti gli riconoscevano, la luce della semplicità. Una semplicità inadeguata ai tempi, potrebbe dire qualcuno, eppure radiosa. Nell’ipotetica Antologia di Spoon River della crisi 2007-2015, la sua storia occuperebbe le prime pagine. Quella luce della semplicità lo rendeva unico. Ne aveva fatto, del resto, una scelta di vita. Viveva in modo frugale, faceva un mestiere antico, forse più antico di tanti altri, produceva farine con il suo molino.
La semplicità non è bastata a fermare i draghi che un giorno si sono presentati davanti a lui al posto del vento. Ma su un punto, Silvio, ha lottato come un leone: ha preteso che gli restiuissero la pietra. La pietrra sulla quiale aveva edificato l’opera. Un atto d’amore e di rispetto verso se stesso che i draghi hanno oltraggiato in modi irriferibili.
Sapeva macinare il grano Silvio, ma non aveva ancora imparato a triturare le follie degli uomini. O forse non gli interessava. Al mercato contadino che frequentava insieme al suo amico Pietro, appunto, medico che sapeva triturare i malanni dell’anima attraverso la cura dei corpi, lo ricordano tutti come una persona degna di stare tra gli angeli. Perché gli angeli sono proprio la forza della semplicità. E cos’altro?

Quella pietra a Silvio serviva per ancorare al mondo la sua semplicità, perché non diventasse evanescenza e acquistasse forza. Il mondo gli ha impedito di farlo, con violenza. Siamo tutti in qualche modo in debito con lui. Di non aver cantato la sua semplicità, di non aver cambiato il mondo. Di solito cantiamo gli sguardi miti, ma solo perché avvertiamo che non possono nuocerci. Silvio va cantato perché tutto ciò che in lui era leggero e mite, dalle farine al suo sguardo, in realtà aveva il peso della saggezza. E sapeva illuminare la strada del nostro cammino impervio. Quello che non sanno fare quelli che pretendono di governarci, di imbonirci, di costringerci con la violenza a seguire dettami di un interesse generale che sono loro i primi a rinnegare. Stiamo scivolando nella schiavitù senza accorgerci del passo estremo. E questo a Silvio, almeno, dobbiamo

Reddito minimo, che sia #lavoltabuona Fonte: il manifesto | Autore: Maria Pia Pizzolante

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Due anni fa, dopo una lunga cam­pa­gna popo­lare, abbiamo pre­sen­tato alla pre­si­dente della Camera Laura Bol­drini, oltre 50mila firme per una legge sul red­dito minimo garan­tito. Uno stru­mento di soste­gno al red­dito indi­vi­duale, che com­batta la dila­gante dispe­ra­zione di un Paese con enormi tassi di disoc­cu­pa­zione, una misura neces­sa­ria che fac­cia fronte all’attuale assenza di un wel­fare uni­ver­sale e di misure in grado di con­tra­stare l’esclusione sociale di milioni di persone.

Spe­ra­vamo che la legi­sla­tura più gio­vane e fem­mi­nile della sto­ria avrebbe fatto il resto, per rispon­dere a que­sta che ci sem­brava allora, come ci sem­bra ancora oggi, la più grande emer­genza poli­tica e sociale del Paese.

Ci spe­rammo ancora di più quando ven­nero depo­si­tate altre pro­po­ste di legge, con­si­de­rato che tra que­ste ve ne era una del M5S, un’altra di alcuni depu­tati del Pd e una di Sel (che ripren­deva quella popo­lare). I numeri ci dice­vano allora, e ci dicono ancora oggi, che una mag­gio­ranza in par­la­mento sul red­dito era pos­si­bile. Tanto era vero che durante il governo Letta fu appro­vata una mozione pre­sen­tata da Sel che «impe­gnava il governo ad intro­durre il red­dito minimo garan­tito» nel nostro Paese. L’unico, assieme alla Gre­cia, ad esserne sprov­vi­sto in tutta Europa.

Il governo, pur­troppo, non ne fece niente. Il cam­bio tra Letta e Renzi, le ecces­sive chiu­sure del M5S, la timi­dezza dei par­la­men­tari del Pd favo­re­voli e pro­mo­tori di una pro­po­sta, ne impe­di­rono per­sino la discus­sione. Il solito tea­trino della poli­tica, men­tre fuori, nel Paese reale, povertà e pre­ca­rietà pren­de­vano il soprav­vento. Per­ché men­tre la poli­tica ha i suoi tempi da “posi­zio­na­mento auto­re­fe­ren­ziale”, la vita corre veloce e la crisi pure. Oggi, la con­di­zione sociale è addi­rit­tura peg­gio­rata: 10 milioni di poveri, così come gli oltre 2 milioni di ragazzi che non stu­diano né cer­cano lavoro, sono lì a ricordarcelo.

Ieri, final­mente, il lea­der del M5S, Beppe Grillo, si è reso dispo­ni­bile a dia­lo­gare anche con le altre forze poli­ti­che pur di arri­vare all’obiettivo: isti­tuire lo stru­mento del red­dito minimo. Anche Tito Boeri, neo­pre­si­dente dell’Inps, nomi­nato dal pre­mier, e per­sino Gianni Cuperlo, ne hanno rico­no­sciuto l’indispensabilità per com­bat­tere le disu­gua­glianze che oggi più che mai stanno distrug­gendo il nostro Paese, alie­nando spe­ranze, dif­fon­dendo senso di abban­dono e solitudine.

E allora benis­simo le aper­ture delle forze poli­ti­che, ma sapendo che adesso non ci sono più alibi.Per que­sto fac­ciamo un appello a Pd, Sel e M5S: andiamo oltre le inter­vi­ste e i poli­ti­ci­smi, discu­tia­mone insieme e pre­sen­tiamo una pro­po­sta che abbia i numeri in Par­la­mento. Serve dimo­strare che si vuole com­bat­tere dav­vero la pre­ca­rietà e l’esclusione sociale, serve a dire ai nostri ragazzi e ragazze che que­sto Paese ha biso­gno di loro per ripar­tire, serve ren­dere per­ce­pi­bile che la poli­tica non è difesa di inte­ressi par­ti­co­lari ma dimen­sione in cui tor­nare a dar valore alla cit­ta­di­nanza. Se riu­sci­remo a isti­tuire il red­dito minimo garan­tito potremmo dare un segnale in con­tro­ten­denza alle poli­ti­che di auste­rity, far ripar­tire la domanda, rilan­ciare i consumi.

Come si finan­zia? Come lo finan­ziano Paesi che hanno eco­no­mie messe peg­gio della nostra: con la fisca­lità gene­rale. E pren­dendo i soldi (oltre al taglio di spre­chi, spese mili­tari e altre stu­pi­dag­gini inu­tili) da coloro che durante la crisi si sono arric­chiti. In parole povere: si pren­dono a chi ne ha troppi per darli a chi non ne ha per niente. Per­ché ridi­stri­buendo red­dito, avremo un po’ di dise­gua­glianze in meno e una pos­si­bi­lità in più di uscire dalla crisi. Per que­sto, dimo­stra­teci che è dav­vero #lavol­ta­buona.

Il bollino dell’antimafia Fonte: il manifesto | Autore: Giuseppe Di Lello

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Roberto Helg, un impren­di­tore, com­mer­ciante già fal­lito e in cat­tive acque, viene eletto alla pre­si­denza della Camera di com­mer­cio di Palermo: quanto a titoli di merito siamo messi male. Sele­zio­nato per quella carica va a parare come vice­pre­si­dente nel cda della Gesap che gesti­sce l’Aeroporto «Fal­cone e Bor­sel­lino» di Palermo e qui, giorni or sono viene inca­strato dai Cara­bi­nieri men­tre incassa una prima tran­che di maz­zetta su un totale di 100mila euro pat­tuiti per il rin­novo di un con­tratto per una pastic­ce­ria che opera nello scalo: estor­sione senza se e senza ma. Poco prima si era venuto a sapere che un altro espo­nente con­fin­du­striale anti­ma­fia doc, Anto­nello Mon­tante, dele­gato per Con­fin­du­stria Sici­lia all’Expo di Milano, era inda­gato per con­corso esterno. Non si sa nulla di spe­ci­fico su que­sto caso e per­tanto biso­gnerà atten­dere l’esito delle inda­gini: rimane però il fatto della pesante accusa.

I due, ma non solo loro, sono stati sem­pre impe­gnati in una fre­ne­tica atti­vità di pro­pa­ganda anti­ma­fia, con inter­venti pub­blici, sot­to­scri­zione di patti di lega­lità, codici etici, deca­lo­ghi com­por­ta­men­tali, con pub­bli­che ammi­ni­stra­zioni, comi­tati ed altro. Vi è da rile­vare come siano sorti ormai in Sici­lia e altrove vari cen­tri di «cer­ti­fi­ca­zione anti­ma­fia» con improv­vide con­ces­sione di «bol­lini» da affig­gere all’esterno di atti­vità com­mer­ciali e indu­striali per atte­starne l’estraneità al feno­meno del pizzo o della tan­gente. A que­sto punto c’è da chie­dere, chi vigila i vigi­lanti? Vi è, ovvia­mente, una corsa al bol­lino o alla cer­ti­fi­ca­zione che, il più delle volte, ven­gono con­cessi sulla base di una auto­cer­ti­fi­ca­zione non anco­rata a fatti spe­ci­fici di con­tra­sto ai feno­meni estor­sivi: se è così sem­plice iscri­versi all’antimafia, per­ché non farlo spe­cie se poi puoi tran­quil­la­mente con­ti­nuare a pagare il pizzo o sog­gia­cere muto all’estorsione?
Non me ne vor­ranno i let­tori del Mani­fe­sto se, pro­prio su que­sto punto, ho già ripor­tato un aned­doto nel numero del 6 luglio 2011 inti­to­lato «Le gang del par­tito degli one­sti». Traevo spunto da un appello che in quei giorni il neo segre­ta­rio del Pdl Ange­lino Alfano (ora mini­stro dell’interno) aveva rivolto ad una pla­tea festante di dele­gati del par­tito ai quali pro­po­neva di fon­dare nien­te­meno che un «Par­tito degli onesti».

La memo­ria mi era corsa a Enea Cava­lieri che nel 1876 nella intro­du­zione all’Inchiesta in Sici­lia di Son­nino e Fran­chetti così scri­veva: «Nel frat­tempo le agi­ta­zioni e le accuse par­ti­giane, ina­sprendo le già pro­fonde diver­genze sui metodi del Governo, ave­vano piom­bato sem­pre peg­gio il Paese e il Par­la­mento nella con­fu­sione e nell’irrequietezza; ed Erne­sto Nathan, nostro caro amico personale…obbedendo a con­cetti etici in lui pro­fon­da­mente radi­cati, pub­bli­cava in opu­scolo un appello per costi­tuire una Lega degli one­sti, la quale doveva far argine con­tro gli intri­ghi ed i fini loschi dei poli­ti­canti di mestiere. Per discu­tere sull’opportunità di asso­ciarsi a lui, Leo­poldo Fran­chetti mi invitò con Sid­ney Son­nino ad un con­ve­gno ospi­tale nella sua dimora di Firenze. Le dispo­si­zioni dei miei amici erano favo­re­voli: ma io obiet­tai subito che era pro­getto poco pra­tico, paren­domi chiaro che i meno one­sti sareb­bero stati i più fret­to­losi a voler far parte della Lega, men­tre poi non vedevo come si potesse riu­scire a respingerli».

Detto per inciso, saranno pro­prio Alfano e il suo par­tito ad esco­gi­tare allora scudi pro­tet­tivi per Ber­lu­sconi, pre­scri­zioni brevi, depe­na­liz­za­zione del falso in bilan­cio ed altre por­che­rie simili, men­tre oggi fanno muro con­tro tutto ciò che potrebbe ripor­tare quei prov­ve­di­menti alla nor­ma­lità costi­tu­zio­nale, ad un bri­ciolo di mora­lità nella vita pub­blica deva­stata dalla cor­ru­zione.
Leo­nardo Scia­scia con i suoi «pro­fes­sio­ni­sti dell’antimafia» aveva cen­trato il pro­blema anche se poi aveva cla­mo­ro­sa­mente sba­gliato gli esempi indi­can­doli allora in Leo­luca Orlando sin­daco di Palermo e Paolo Bor­sel­lino: sugli esempi fece ammenda, ma man­tenne ferma la dia­gnosi.
I bol­lini, le auto­cer­ti­fi­ca­zioni, gli elen­chi incon­trol­lati e incon­trol­la­bili degli anti­ma­fiosi doc sono ormai ciar­pame e biso­gna vol­tare pagina riap­pro­prian­dosi di una qual­che serietà nella scelta di esempi di anti­ma­fia vera, scelta fon­data sulla prassi, sui com­por­ta­menti che inci­dono real­mente in que­sta opera di con­tra­sto. Una indi­ca­zione ci potrebbe venire da quelle asso­cia­zioni anti­rac­ket che riu­ni­scono impren­di­tori che hanno denun­ciato gli estor­sori e hanno con­sen­tito con­danne in tri­bu­nale: in buona sostanza riva­lu­tare al mas­simo l’esperienza – ormai nazio­nale – di Tano Grasso e del suo movi­mento di Capo d’Orlando, e su que­sti eroi pro­fon­dere sostengo e risorse.

Qui le cose non vanno bene, come rac­con­tano le cro­na­che di impren­di­tori che, dopo la denun­cia, si vedono tagliare i fidi ban­cari, sce­mare le com­messe e, costretti a fal­lire o andar­sene altrove, dimo­strano a tutti che la mafia ha vinto e lo Stato ha perso. C’è un fiume di denaro che scorre nei conti di tanti comi­tati anti­ma­fia e mai si tro­vano risorse per aiu­tare fino in fondo que­sti poveri impren­di­tori e com­mer­cianti dalle vite distrutte. Ben ven­gano le inchie­ste della Com­mis­sione par­la­men­tare anti­ma­fia, meno bene ven­gano i ser­moni con­fin­du­striali se poi non sono in grado di ripu­lire i loro ran­ghi infetti prima che inter­ven­gano giu­dici e forze di poli­zia, per­ché è troppo sem­plice cac­ciare la mela mar­cia dopo una con­danna o un’ordinanza di custo­dia cau­te­lare.
Si cam­bierà verso? Per ora il pen­siero di Enea Cava­lieri e Leo­nardo Scia­scia resta l’unico valido e ci riem­pie di tri­stezza e di paura.