ANPI news 153

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

 

“Una questione di democrazia: rappresentanza o governabilità?”: venerdì 6 marzo incontro pubblico a Ravenna con interventi di Alessandro Pace, costituzionalista, e del Presidente nazionale dell’ANPI, Carlo Smuraglia  

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Proseguendo nel cammino iniziato in questi ultimi anni per creare in Europa maggiori collegamenti tra gli antifascisti e tra le Associazioni partigiane, anche per controbattere l’avanzata della destra “nera in tutta Europa, sono andato, sabato scorso, ad Aquileia, per un incontro con la Presidenza dell’Associazione dei partigiani sloveni. Un incontro accuratamente preparato dal nostro Comitato regionale del Friuli e dalla Presidenza regionale di Udine; e, devo dire, molto ben riuscito (…)

 

Al Consiglio regionale della Lombardia, la Presidenza del gruppo “Con Ambrosoli Presidente – Patto civico” ha presentato un’interessante interrogazione rivolta al Presidente della Giunta Regionale (Roberto Maroni) e all’Assessore alle culture, identità ed autonomie (Cristina Cappellini) per conoscere “quale programma stia predisponendo la Regione Lombardia per ripercorrere, celebrare e studiare gli eventi della Resistenza”, in occasione del 70° Anniversario della Liberazione (vedi il testo integrale dell’interrogazione alla fine di questa nota) (…)

ANPINEWS N.153

Non parliamo solo di Helg, ma soprattutto di Santi Palazzolo da: antimafia duemila

vitale-salvo-bestdi Salvo Vitale – 4 marzo 2015
La denuncia di Helg e il suo conseguente arresto ha alzato il velo su quella zona grigia che sta tra chi ricopre cariche pubbliche, cioè è uno dei padroni del vapore, chi usa il suo potere per aumentare la sua ricchezza, oltre che il suo prestigio, e, in questo caso, chi usa l’antimafia come vetrina e copertura per accreditare un’immagine di legalità che invece nasconde un profilo da volgare delinquente.
Roberto Helg attualmente è presidente della Camera di Commercio di Palermo, oltre che vicepresidente della Gesap, la società che gestisce l’aeroporto Falcone-Borsellino. Si tratta di uno degli esponenti più importanti dell’imprenditoria siciliana, appartenente all’area del centro destra e molto attivo nella difesa della categoria dei commercianti. E’ rimasto al vertice della Confcommercio di Palermo da 18 anni e, di quella siciliana da 9, gestendo un noto negozi di regali in fallimento da qualche tempo: Helg ha cercato di riprovare a rilanciare l’attività associandosi con la Carrefour per l’apertura di un centro commerciale il cui progetto non è stato approvato dal Comune di Palermo. Ufficialmente ha rappresentato il viso nuovo di quella Sicilia che vuole scrollarsi dall’ipoteca mafiosa, che si è impegnato nella lotta contro il racket, aprendo uno sportello per gli imprenditori vessati da usura o dal pizzo. In tal senso si è schierato con Montante, anche lui industriale antimafia ultimamente indagato per contatti con i boss di Caltanissetta e gli ha espresso solidarietà.

Una domanda nasce spontanea: siamo davanti a forme raffinate di strategia mafiosa, che si servono di un’apparente facciata di legalità, magari con la denuncia di qualche tentativo di estorsione, o, come si vorrebbe far credere, a singoli casi, a incidenti di percorso che non mettono in discussione la linea scelta dagli industriali siciliani di dire no alle richieste estorsive? Il caso di Helg, colto con le mani nella marmellata, sembra orientare verso la prima ipotesi. Il pensiero va anche ai fratelli Catanzaro, uno dei quali è vicepresidente della Confindustria siciliana, l’altro gestisce una delle più grandi discariche della Sicilia, prima appartenente al comune di Siculiana, poi finita nelle sue mani, con l’assoluzione della magistratura. Anche se non è un teorema, in Sicilia, così come in Campania, non ci si può occupare della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, senza fare i conti con Cosa Nostra. E allora? Allora due più due fa quattro, ma non si può dimostrare.
Ma torniamo ad Helg, che è componente di una decina di consigli di amministrazione di varie associazioni commerciali, ricopre numerose cariche direttive e pertanto che incassa già laute parcelle, ma che adesso, poverino, dice di avere agito per necessità perché ha la casa pignorata. In verità una necessità per rimediare alla quale ci vuole una mazzetta da 100 mila euro, la metà della quale dilazionata in rate mensili, suscita una spontanea voglia di prendere a calci in culo questo soggetto, di metterlo in cella e di gettare la chiave. Invece è stato trattato con tutte le premure possibili, prima perché malato e poi perché anziano. Una specie di Berlusconi nostrano che non andrà mai in carcere.
Il caso pone diverse considerazioni e interrogativi e che ci si augura possano suscitare l’attenzione delle forze dell’ordine: si tratta di un caso isolato, oppure, com’è più logico, conoscendo come funziona in Sicilia, tutti quelli che all’aeroporto hanno in concessione uno spazio commerciale pagano il pizzo? A chi? Solo ad Helg? Non sarebbe opportuno aprire un’indagine sulla Gesap e sulla intera gestione dei servizi aeroportuali, dalle assunzioni, ai lavori di pulizia e manutenzione, alle modalità di concessione degli spazi ed altro?
Tutti ieri hanno parlato di Helg, come il corrotto, il corruttore, l’estorsore. Nessuno lo ha definito mafioso, ma sarebbe opportuno discuterne: da secoli sappiamo che la mafia non è solo quella che spara.
Tuttavia oggi bisognerebbe parlare, riempire i giornali a lettere cubitali, non di un anonimo “titolare di un esercizio di ristorazione o di una pasticceria”, come si è scritto, ma di Santi Palazzolo, l’imprenditore di Cinisi che ha deciso di non pagare, si è rivolto alla polizia e si è prestato a predisporre la trappola a colui che voleva estorcergli il frutto del suo onesto lavoro. Si tratta del nipote di Don Santi, erede di un’attività che ha quasi un secolo di vita.
pasticceria-palazzoloA Radio Aut, scherzando, lo chiamavamo don Profitterolo, per la sua abilità nel saper preparare i migliori profiterols della Sicilia. Il suo bar, sito tra la piazza e l’inizio del corso, era frequentato dalla Cinisi bene, cioè da professionisti, galantuomini e anche mafiosi che, soprattutto la domenica mattina andavano a comprare la guantiera di dolci per la famiglia o per l’ospite. Una volta Peppino Impastato si nascose in una casa di fronte per scattare di nascosto alcune foto a Tano Badalamenti e agli amici che lo circondavano. Lui, don Santi, aveva un sorriso e una gentilezza per tutti, spesso preparava una sorpresa sul bancone o dentro la vetrina, una torta esotica, un dolce originale, un gelato dal gusto strano, accanto agli immancabili cannoli. Poi tutto venne trasferito sulla strada provinciale, al limite con il semaforo che da accesso al paese. L’attività è continuata con la gestione dal nonno, al figlio, detto l’Avvocato e oggi al nipote, che porta il nome del nonno ed ha cercato di dare al locale una veste più moderna con i giornali del mattino e con attività culturali varie: è stata finanziata anche qualche pubblicazione sulla storia del paese e del bar e sono stati aperti altri punti vendita, uno dei quali quello dell’aeroporto di Punta Raisi e uno negli Stati Uniti.
Che tutto questo sia avvenuto a Cinisi, nel paese di Don Tano Badalamenti, ma anche di Peppino Impastato, significa che il muro una volta indistruttibile della cultura mafiosa comincia a manifestare qualche crepa e che comincia a diffondersi la cultura secondo cui ognuno ha il diritto di godere in pieno dei frutti del proprio lavoro, senza che i parassiti possano profittarne.
Il negozio dell’aeroporto rappresenta l’ultimo momento, per chi parte e vuole portare un sapore della Sicilia, una cassata, un cannolo, un frutto di “martorana”, un dolce tipico. Adesso, dopo la denuncia dell’estorsione fatta da Roberto Helg, per il rinnovo del contratto per l’area del negozio, quel dolce assume un sapore più significativo, il sapore della legalità

CATANIA: LA RAGNA TELA – 8 MARZO 2015 – ” LA CITE'”

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BLOCCHIAMO LA DERIVA AUTORITARIA DIFENDIAMO LA DEMOCRAZIA E LA COSTITUZIONE SIT-IN martedì 10 marzo davanti Prefettura via Etnea ore 17,30

SIT-IN martedì 10 marzo davanti Prefettura via Etnea ore 17,30

BLOCCHIAMO LA DERIVA AUTORITARIA
DIFENDIAMO LA DEMOCRAZIA E LA COSTITUZIONE

Il sei marzo alla Camera dei Deputati è iniziata la votazione in prima lettura del disegno di legge costituzionale proposto dal governo Renzi per l’abolizione del bicameralismo perfetto.
IL SENATO:
-NON SARA’ PIU’ ELETTO DAL POPOLO
-NON VOTERA’ PIU’ LE LEGGI
-NON RAPPRESENTERA’ PIU’ LA NAZIONE
-NON POTRA’ PIU’CONTROLLARE LA POLITICA DEL GOVERNO
VIENE INDEBOLITO IL PARLAMENTO L’UNICO ORGANO ELETTO DIRETTAMENTE DAL POPOLO

IL PD DI RENZI E FORZA ITALIA DI BERLUSCONI VOGLIONO METTERE MANO SUL PARLAMENTO CON UNA RIFORMA DEL SISTEMA ELETTORALE CHE PREVEDE UN PREMIO DI MAGGIORANZA CHE PERMETTERA’ AL PARTITO PIU’ FORTE DI AVERE DA SOLO IL 55 % DELLA CAMERA
VENGONO SCONVOLTI GLI EQUILIBRI TRA I POTERI
IL PARTITO MAGGIORITARIO DA SOLO AVRA’ LA POSSIBILITA’ DI:
-SCEGLIERSI IL GOVERNO CHE VUOLE
-ELEGGERE IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
-CONTROLLARE GRAN PARTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE

AUMENTANO I POTERI DEL GOVERNO

IL GOVERNO POTRA’ ORDINARE ALLA CAMERA DEI DEPUTATI DI DARE PRIORITA’ AI PROPRI DISEGNI DI LEGGE OBBLIGANDOLA A VOTARE ENTRO DUE MESI.
L’UTILIZZO INDISCRIMINATO E ILLEGITTIMO DEI DECRETI LEGGE E DEL VOTO DI FIDUCIA TRASFORMA NEI FATTI IL NOSTRO PAESE IN UN REGIME PRESIDENZIALE.
L’ABOLIZIONE DEL BICAMERALISMO PERFETTO NON SERVE A TAGLIARE I COSTI DELLA POLITICA.
ELIMINARE IL SENATO ELETTIVO PER INTRODURRE UN SENATO DI NOMINATI SENZA L’AUTOREVOLEZZA DEL MANDATO POPOLARE, NON SERVE A FAR USCIRE IL PAESE DALLA CRISI.
ALLA GRANDE RICHIESTA DI RINNOVAMENTO AVANZATA DAL PAESE NON SI PUO’ RISPONDERE CON UNA DERIVA AUTORITARIA.
DOBBIAMO DIFENDERE LA COSTITUZIONE DA CHI NE VUOLE FARE CARTA STRACCIA PER MIOPI INTERESSI DI POTERE.

SIT-IN martedì 10 marzo davanti Prefettura via Etnea ore 17,30

Responsabilità civile, una legge contro la giustizia da: antimafia duemila

ingroia-convdi Antonio Ingroia – 4 marzo 2015
Al grido di “mai più casi Tortora”, “chi sbaglia paga” e “la giustizia sarà meno ingiusta” è stato varato un provvedimento che prima ancora di colpire i magistrati, intaccandone palesemente l’autonomia, colpisce il principio che la legge deve essere uguale per tutti, aprendo al rischio di una giustizia fortemente condizionata dalla capacità intimidatoria delle parti in causa. Su questo tornerò più avanti, intanto però sottolineo come ancora una volta Renzi è riuscito a spingersi laddove Berlusconi non era mai riuscito ad arrivare, realizzandone il sogno inseguito invano per anni: condizionare la magistratura, limitarne l’indipendenza, minarne la serenità di giudizio. Ma Berlusconi aveva sempre trovato in Parlamento un’opposizione pronta a fermarlo, oggi invece quella opposizione è diventata maggioranza, governa con Alfano, stringe patti del Nazareno e non si vergogna di portare a termine, in nome delle sconce intese, quello che al Cavaliere non era riuscito. La differenza, enorme e amara, è tutta qui.

Ma veniamo alla nuova legge, cominciando con lo sgombrare subito il campo da una palese falsità: non è vero che l’Europa ci ha imposto di sancire per legge la responsabilità diretta del magistrato, come pure si sente dire da anni. L’Europa ha semplicemente richiamato l’Italia perché prevedesse un adeguato risarcimento dei danni arrecati a seguito di una violazione manifesta del diritto dell’Unione Europea imputabile a un organo giurisdizionale di ultima istanza. Da qui, invece, il pretesto per rivedere la normativa vigente, cioè la legge Vassalli del 1988, e arrivare alla legge approvata la scorsa settimana.
Cosa prevede la nuova legge? Le novità principali sono rappresentate dall’ampliamento delle possibilità di ricorso da parte del cittadino esteso al cosiddetto ‘travisamento del fatto o delle prove’, dall’innalzamento della soglia economica di rivalsa fino a metà dello stipendio, dal superamento dell’udienza filtro sull’ammissibilità, dall’obbligo di azione in caso di negligenza grave. E allora sfatiamo un’altra leggenda metropolitana: non è affatto vero che la nuova legge avrebbe evitato il caso Tortora, che servirà ad evitare altri casi Tortora, che impedirà che magistrati responsabili di imperdonabili errori possano fare carriera, come invece è stato strumentalmente detto. E’ vero invece che servirà solo a determinare un ulteriore passo avanti nel processo di omologazione di una magistratura che sarà portata ad essere ancora più attenta nei confronti del potente di turno. Si pensi al diritto civile, in cui il giudice è obbligato a dare torto a una delle due parti. Ebbene, senza il filtro d’ammissibilità la parte soccombente riterrà sempre conveniente ricorrere, anche quando le sarà stato dato torto in tutti i gradi di giudizio, così che dopo la Cassazione cercherà di intentare un contraddittorio diretto col magistrato. Questo determinerà inevitabilmente un processo, anche psicologico, di assuefazione e di omologazione, per cui quando il magistrato si troverà di fronte un normale cittadino da una parte, una potente multinazionale o un pezzo grosso della politica dall’altra, nel timore dell’azione milionaria che gli farà la multinazionale o il politico troverà inevitabilmente più facile dare ragione a questi che non al semplice cittadino, a prescindere dalla fondatezza della domanda. Si dirà che il magistrato non deve farsi condizionare. Giusto. Ma se è esposto a qualsivoglia azione temeraria, senza un filtro, il condizionamento è inevitabile e, anche se nessuno lo ammetterà mai, ci sarà sempre chi preferirà procedere con la massima cautela, evitando di adottare provvedimenti che lo espongono a grandi rischi.
Ma non è tutto. E’ chiaro infatti che l’ampliamento del campo delle responsabilità all’opinabile ‘travisamento del fatto o delle prove’ e la cancellazione del passaggio preventivo per valutare l’ammissibilità delle azioni contro i magistrati determineranno una pioggia di ricorsi, perché chi perde avrà ogni convenienza a fare causa a pm e giudici e si sentirà legittimato a farlo. E questo determinerà un ulteriore intasamento dei tribunali e un inevitabile aumento dei tempi della giustizia, esattamente l’opposto di quello di cui c’è invece bisogno.
Il problema non sono infatti la responsabilità civile dei magistrati o la ridicola questione delle loro ferie. Certo, il giudice che sbaglia deve pagare, ma vero il problema è che in Italia non è mai stata fatta una seria, radicale riforma della giustizia: non l’hanno fatto i governi precedenti e non l’ha fatto quello attuale, al di là dei ripetuti annunci e dell’abbondante fumo gettato negli occhi degli italiani. Dopo 20 anni di inerzia e di guerra contro la magistratura urgono interventi drastici in grado di far funzionare un sistema ormai al collasso, ma mancano il coraggio e la volontà per procedere seriamente. Al di là della propaganda, infatti, oggi la giustizia è oggetto di un continuo mercanteggiamento all’interno di una maggioranza politica improbabile e ballerina, in grado di procedere solo per compromessi al ribasso. Lo si è visto sulla normativa anticorruzione, sulla prescrizione, sul falso in bilancio, sull’autoriciclaggio, sul 416 ter: o non si è fatto niente, o si è fatto troppo poco. Con buona pace della Giustizia, quella con la G maiuscola, e dei diritti dei cittadini qualunque.

Fonte: lultimaribattuta.it

Tratto da: azione-civile.net

Popolari e socialisti a tenaglia contro Podemos Fonte: il manifesto | Autore: Giuseppe Grosso

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Verrà l’apocalisse e avrà il codino di Pablo Igle­sias. Que­sto, in sostanza, il nucleo della stra­te­gia difen­siva del Pp, che sente il fiato di Pode­mos sul collo e sta affi­lando i col­telli per evi­tare un pos­si­bile passo falso alle regio­nali di maggio.

La tat­tica è chiara: instil­lare la paura del cam­bio nell’elettorato e ven­dere, ben con­fe­zio­nata, la bugia della ripresa (un vero man­tra della cam­pa­gna del Pp) con­tro la sup­po­sta desta­bi­liz­za­zione incar­nata da Podemos.

Con l’appoggio, peral­tro, dalla stampa mag­gio­ri­ta­ria (com­preso El País), che negli ultimi mesi ha abbrac­ciato la cro­ciata dell’establishment poli­tico. L’attacco è par­tito uffi­cial­mente mar­tedì scorso durante il dibat­tito sullo stato della nazione: «Tutto quello che abbiamo fatto in que­sti anni è in peri­colo», ha dichia­rato Rojoy, rife­ren­dosi natu­ral­mente all’ascesa della for­ma­zione di Iglesias.

L’obiettivo è quello di creare una dico­to­mia arti­fi­ciosa ma d’effetto, tra l’ordine e la con­ti­nuità e il salto nel buio, con l’obiettivo di par­lare diret­ta­mente alla pan­cia dell’elettorato inde­ciso ma deluso dagli anni di governo popo­lare. Il piano di bat­ta­glia sarebbe stato det­tato diret­ta­mente dalla cupola del Pp, rispol­ve­rando la tat­tica «apo­ca­lit­tica» che nel 2012 portò alla pre­si­denza della Gali­zia Alberto Fei­jóo con­tro il par­tito indi­pen­den­ti­sta Anova.

In quel caso la demo­niz­za­zione dell’«altro» portò i suoi frutti e Fei­jóo vinse anche gra­zie al voto di paura. Tre anni dopo, la lezione torna utile: il Pp sa che le sue spe­ranze di vit­to­ria (alle regio­nali, ma soprat­tutto alle poli­ti­che), dipen­dono non tanto dal voto di con­senso, ma da quello con­tro. Con­tro Pode­mos, ovviamente.

I popo­lari potranno sal­varsi solo se riu­sci­ranno a cana­liz­zare l’ostilità nei con­fronti di Igle­sias e ad ampli­fi­carla espan­den­dola anche all’elettorato più mode­rato (che in parte sta emi­grando verso Ciu­da­da­nos, l’alternativa di cen­tro per i fuo­riu­sciti del Pp).

In quest’ottica, Il Par­tido popu­lar spara a Pode­mos, per col­pire di rim­balzo il Psoe. Esi­ste, infatti, un elet­to­rato con­si­stente (e deci­sivo) che pur non appog­giando Igle­sias è più affine al Psoe che al Pp: i popo­lari stanno facendo di tutto per por­tarlo dalla loro parte, agi­tando lo spau­rac­chio di una pos­si­bile alleanza di governo Podemos-Psoe e chie­dendo un voto di com­pro­messo in chiave anti-Iglesias.

L’altro fronte della con­trof­fen­siva del Pp si snoda sul piano eco­no­mico, dove la con­se­gna è sor­ve­gliare e punire: un primo attacco è già stato sfer­rato dal mini­stro delle finanze Mon­toro con­tro Car­los Mone­dero, numero due e ideo­logo di Pode­mos, finito nel mirino per aver per­ce­pito 425.000 euro per una con­su­lenza ai paesi dell’Alleanza boli­va­riana, fat­tu­rando poi la somma non come per­sona fisica, ma a nome di una società a lui inte­stata (con con­se­guente rispar­mio sulla tassazione).

Mone­dero ha già cor­retto lo sci­vo­lone, ma il caso — un’inezia rispetto agli scan­dali di cor­ru­zione e fondi neri del Pp — ha avuto un’importante riper­cus­sione sui media e ha creato qual­che imba­razzo a Podemos.

E non è tutto: stando a quanto rife­ri­sce il quo­ti­diano El Mundo, la diri­genza del Pp avrebbe ordi­nato agli avam­po­sti locali di sor­ve­gliare i conti delle cam­pa­gne regio­nali e comu­nali della for­ma­zione viola e di fare le pulci a qual­siasi evento tar­gato Podemos.

In que­sti giorni, ad esem­pio, si sta que­stio­nando la pro­ve­nienza del denaro che servì a pagare gli auto­bus della par­te­ci­pa­tis­sima mani­fe­sta­zione della Puerta del Sol del 31 gen­naio scorso.

E sono mesi, ormai, che negli ambienti con­ser­va­tori si spe­cula su un pos­si­bile finan­zia­mento da parte del governo del Venezuela.

Gli occhi vigili del Pp sono pun­tati anche sulla gestione del cro­w­d­fun­ding, uno dei metodi di finan­zia­mento di Pode­mos, che per le euro­pee rac­colse 114.000 euro attra­verso que­sto canale. La nuova legi­sla­zione sul finan­zia­mento ai par­titi, che entrerà in vigore a mag­gio, pro­prio in occa­sione delle ele­zioni regio­nali e comu­nali, rego­lerà que­ste entrate, assi­mi­lan­dole alle dona­zioni: saranno per­tanto sog­gette a limi­ta­zioni e non potranno essere uti­liz­zate per finan­ziare pro­getti spe­ci­fici, dato che la nuova legi­sla­zione vieta «dona­zioni ano­nime o volte a fini particolari».

Non è una buona noti­zia per il par­tito di Pablo Igle­sias, che affronta que­sta prima tor­nata elet­to­rale senza finan­zia­menti pub­blici. Le legge, infatti, con­cede fondi in base ai pre­ce­denti risul­tati elet­to­rali e Pode­mos è alla sua prima prova sullo sce­na­rio nazionale.

22-24 marzo, mobilitazione a Bruxelles per il diritto all’acqua Fonte: acquabenecomune.org

 

VOGLIAMO Il DIRITTO UMANO ALL’ACQUA, ORA!

Da anni come Movimento Europeo dell’Acqua ricordiamo a tutti che l’accesso all’acqua ed ai servizi igenico-sanitari è un diritto umano come confermato dalla stessa Onu nel 2010.

Il nostro Movimento è stato parte integrante di una coalizione sociale che è riuscita a creare un interesse ed un appoggio così vasto da permettere a due milioni di persone di essere ascoltate nella Unione Europea. E’ passato, però, già un anno dalla risposta “positiva” della Commissione Europea alla prima Iniziativa dei Cittadini Europei e stiamo ancora aspettando interventi concreti in merito.

La Commissione Europea ha ignorato le richieste dei cittadini europei e continua per la sua strada verso la commercializzazione e privitatizzazione. Il tutto in complicità con le multinazionali del settore idrico come dimostra la 4° Conferenza Europea dell’Acqua che la Commissione stessa organizza il 23 e 24 di marzo a Bruxelles alla quale non sono invitati nè i promotori della ICE ne è la cittadinanza.

La crisi ha ulteriormente evidenziato che la politica della Commisione Europea, attraverso la Troika ed imponendo programmi di austerità, entra in conflitto con la cittadinanza europea che si mobilita per difendere l’acqua come bene comune che deve essere garantita come diritto umano attraverso un processo partecipativo e di gestione pubblica.
Come Movimento Europeo dell’Acqua ci mobiliteremo il 23 ed il 24 di Marzo a Bruxelles con gente proveniente da tutta Europa.

Lo faremo da un lato per ricordare alla Commissione Europea che deve rispondere non alle coorporazioni ma ai propri cittadini e dall’altro per dialogare con i Parlamentari europei che stanno preparando una risoluzione in difesa del diritto umano all’acqua ed ai beni comuni.

Chiediamo alla Unione Europea ed agli Stati Membri che dichiarino l’accesso all’acqua ed ai servizi igenico-sanitari come diritto umano, che fermino la promozione della privatizzazione e la liberalizzazione dei servizi idrici ed igenico-sanitari e che gli stessi vengano esclusi senza ambiguità ed in tutte le forme dagli accordi commerciali.

Organizzare riunioni, dibattiti e proposte non è sufficente a cambiare i rapporti di forza che impediscono all’acqua di essere considerata bene comune e pubblico.
Bisogna lottare e mobilitarsi come ha dimostrato la cittadinanza greca o irlandese nelle recenti lotte contro la privatizzazione e mercantilizzaione dell’acqua.

Lanciamo quindi un appello a tutti i gruppi, Ong e movimenti a partecipare e costruire insieme la mobilitazione del 22-24 di marzo a partire dai propri territori per mobilitarsi verso Bruxelles , per riempire le strade con le nostre richieste e proposte. Vi invitiamo a realizzare azioni, attività ed eventi per il diritto umano all’acqua in tutta Europa nella settimana precedente il 23 di Marzo.

L’acqua è un diritto umano, non è merce!

acquabenecomune.org

Scuola, Governo nel caos. Studenti in piazza il 12 marzo Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Nonostante gli annunci roboanti della vigilia, il governo sulla scuola sta letteralmente friggendo: non ci sarà il decreto e si rimanda la questione delle assunzioni al Parlamento. E così il rischio che salti tutto è abbastanza concreto.
Se ne parlerà martedì prossimo, mentre il premier Renzi, dopo le dure critiche al governo della ministra Giannini, cerca di tranquillizzare sulle risorse finanziarie necessarie per risolvere il problema degli insegnanti precari. Via libera però al bonus alle private, anche se in forma ridotta (il Vaticano se ne lamenta).
Intanto, nemmeno Giannini è in grado di chiarire la cifra delle assunzioni dei precari. Renzi però dice che la copertura di un miliardo, solo per partire c’è. E anche per i tre miliardi a regime. Cifre buttate lì? Il dubbio è lecito, soprattutto nell’esatto momento in cui torna alla ribalta il delicato dossier delle pensioni.
“Dal 10 marzo”, con il varo del ddl in Cdm, sottolinea Renzi, “inizierà lo scoccare dei giorni per arrivare al primo settembre all’assunzione di tutti coloro che dovranno essere assunti quest’anno”. Avvertendo però che “ci sono ancora classi che hanno bisogno di supplenze, come ad esempio di insegnanti di matematica. E “quindi una parte ancora nel 2015 dovrà essere assunta con il vecchio sistema dei supplenti a tempo determinato”.

Delusi saranno rimasti certamente, oltre ai precari, anche i sindacati che per tutta la giornata hanno lanciato appelli affinché‚ il Premier tornasse sui suoi passi e non abbandonasse l’idea del decreto legge, almeno per le assunzioni. “Che si metta in discussione il regolare avvio dell’anno scolastico non è tollerabile, per chi aspetta da anni e per le famiglie che meritano posti stabili. Il disegno di legge non è la strada più opportuna” aveva stigmatizzato nel pomeriggio l’Anief. Danilo Lampis, coordinatore nazionale dell’Unione degli studenti, afferma che il rinvio della presentazione del disegno di legge del governo sulla scuola ” l’ulteriore conferma della confusione che regna nelle stanze del governo”. “Dalla valutazione sino alla figura del Dirigente Scolastico, dallo school bonus fino alle detrazioni fiscali per gli iscritti alle private, si insegue un modello di scuola lontano dai bisogni reali del Paese”.
Lampis annuncia poi che il 10 marzo, giorno della presentazione del disegno di legge, “l’Unione degli Studenti presenterà alla Camera l’Altrascuola, una proposta alternativa discussa dagli studenti di tutto il Paese durante l’autunno di mobilitazione”. L’Uds tornerà nelle piazze il 12 marzo per rifiutare la riforma renziana, per rivendicare un’alternativa che parta dalla Legge di Iniziativa Popolare depositata ad agosto e per un altro modello di Paese, che rigetti precarietà e austerità!”.
Secondo Paolo Ferrero, segretario del Prc, il decreto sulla scuola “non va ritirato ma va diviso in due: l’assunzione dei precari va fatta per decreto e fatta subito, il riordino degli elementi normativi deve essere fatto per ddl e prevedere un’ampia discussione”. “Nel merito, l’idea di consegnare la scuola pubblica al mercato e per di più da un mercato drogato dal finanziamento alle scuole private è delirante ed inaccettabile”.
“Gli annunci che si susseguono sui contenuti del disegno di legge – sottolinea Ferrero – lasciano comunque ancora intendere che il governo voglia continuare nel solco del documento “La buona scuola”, le cui linee guida sono inaccettabili, come hanno anche dimostrato studenti e insegnanti: no alla consegna al mercato e ai privati della scuola pubblica”. “Per questo motivo – conclude – siamo e continueremo a stare al fianco degli studenti che scenderanno in piazza anche il 12 marzo prossimo per chiedere un’altra scuola”.

Appello all’Anpi: guardi ai nuovi antifascisti Fonte: il manifesto | Autore: Saverio Ferrari

 

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L’antifascismo è oggi stretto fra derive oppo­ste. Tra la parte isti­tu­zio­nale incar­nata dall’Anpi e l’antifascismo anta­go­ni­sta e giovanile.

L’Anpi in que­sti ultimi anni ha cer­cato di rin­no­varsi. Un’operazione riu­scita a metà. Sono arri­vate nuove iscri­zioni, spesso di mili­tanti in fuga dai par­titi di sini­stra, e si è assi­stito a una ripresa di vita­lità. Ma in diverse situa­zioni si sono anche mani­fe­state chiu­sure e indi­spo­ni­bi­lità al dia­logo con le nuove gene­ra­zioni. Un pano­rama vario e arti­co­lato, città per città. Pre­va­lente è stato però, nel com­plesso, l’affermarsi di un pro­filo mar­ca­ta­mente isti­tu­zio­nale, con un’attività di tipo cele­bra­tivo quasi esclu­si­va­mente rivolta al pas­sato. Lon­tano dal cogliere nella sua por­tata l’attualità e il peri­colo delle nuove spinte xeno­fobe e raz­zi­ste, quanto dell’irrompere sulla scena di nuove destre, nostal­gi­che e populiste.

Emble­ma­tico il caso mila­nese, dove l’Anpi ha con­si­de­rato peri­co­loso mobi­li­tarsi il 18 otto­bre scorso con­tro la mani­fe­sta­zione nazio­nale della Lega e di Casa Pound, con migliaia di cami­cie nere e verdi in piazza Duomo. Siste­ma­tica la rinun­cia, anche in seguito, a con­tra­stare ulte­riori ini­zia­tive dell’estrema destra, tra l’altro in piazza Della Scala, sotto il comune, come di recente acca­duto. L’opposto di Roma dove, invece, l’Anpi è scesa in piazza, senza ten­ten­na­menti, sem­pre con­tro Lega e Casa Pound, a fianco dei cen­tri sociali, in un vasto schie­ra­mento anti­fa­sci­sta, mobi­li­tando decine di migliaia di per­sone. Due linee.

Una Repub­blica antifascista?

Vi sono cer­ta­mente, sullo sfondo, le dif­fi­coltà del gruppo diri­gente nazio­nale dell’Anpi a com­pren­dere appieno alcuni muta­menti in corso nelle stesse isti­tu­zioni, sem­pre meno rispon­denti al det­tame costi­tu­zio­nale. In tutta Ita­lia si ten­gono da anni ini­zia­tive pub­bli­che apo­lo­ge­ti­che del “ven­ten­nio”, con il costi­tuirsi di for­ma­zioni aper­ta­mente neo­fa­sci­ste e neo­na­zi­ste, con tanto di corol­la­rio di atti vio­lenti, senza alcun vero con­tra­sto isti­tu­zio­nale (si per­se­guono solo “i casi limite”). Ciò a pre­scin­dere dal suc­ce­dersi di governi, mini­stri dell’interno, que­stori e pre­fetti, in una sorta di asso­luta con­ti­nuità. Un dato di fatto. Come la sospen­sione dell’applicazione di leggi ordi­na­rie, in pri­mis la legge Man­cino, isti­tuita pro­prio per con­tra­stare l’istigazione all’odio raz­ziale, etnico e religioso.

Alla stessa Anpi, quando pro­te­sta, si replica asse­rendo la legit­ti­mità di tutti a espri­mersi, fasci­sti com­presi. Allo stesso modo si risponde alle inter­ro­ga­zioni par­la­men­tari, a volte di depu­tati e sena­tori del Pd, para­dos­sal­mente da parte di altri espo­nenti del Pd al governo. Una rile­git­ti­ma­zione dei fasci­sti ormai avve­nuta. Una nuova fase nella sto­ria della Repub­blica, al pas­sag­gio epo­cale del cam­bia­mento della sua carta costituzionale.

Affi­darsi alle isti­tu­zioni demo­cra­ti­che per com­bat­tere i feno­meni neo­fa­sci­sti sta dive­nendo un evi­dente con­tro­senso. Biso­gne­rebbe pren­derne coscienza. La crisi dell’antifascismo passa anche da qui.

Lo stesso futuro dell’Anpi appare incerto all’avvicinarsi del suo pros­simo con­gresso nazio­nale. L’opposizione mani­fe­stata alle riforme in campo, sia elet­to­rali sia costi­tu­zio­nali, sta pro­du­cendo con­ti­nui ten­ta­tivi di con­te­ni­mento, soprat­tutto attra­verso l’azione del Pd ai livelli locali, volta a depo­ten­ziare, sfu­mare, se non aper­ta­mente intral­ciare, la linea uffi­ciale. Il rin­novo, in pro­gramma, del pre­si­dente nazio­nale dell’associazione sarà pro­ba­bil­mente l’occasione per cer­care di “rial­li­neare” l’Anpi, con­fi­nan­dola a fun­zioni mera­mente cele­bra­tive. Un’eventualità più che concreta.

L’altro movi­mento

Lon­tano dall’antifascismo isti­tu­zio­nale si muove ormai da diversi anni un’area com­po­sita di gio­vani orga­niz­zati in cen­tri sociali, col­let­tivi e asso­cia­zioni, pre­sente su una parte impor­tante del ter­ri­to­rio nazio­nale. Quasi un mondo a parte con cui l’Anpi il più delle volte rifiuta il dia­logo. A que­sta realtà si deve spesso l’iniziativa di con­tra­sto, in tante città, delle ini­zia­tive raz­zi­ste e neo­fa­sci­ste. La loro gene­ro­sità ricorda da vicino i «reietti e gli stra­nieri» di cui par­lava negli anni Ses­santa Her­bert Mar­cuse ne L’uomo a una dimen­sione, quando negli Stati uniti scen­de­vano nelle strade per chie­dere «i più ele­men­tari diritti civili», affron­tando «cani, pie­tre e galera», a volte «per­sino la morte» negli scon­tri con la polizia.

Rap­pre­senta un anti­fa­sci­smo diverso, non isti­tu­zio­nale e poco pro­penso al per­be­ni­smo, cre­sciuto con pro­pri sim­boli (le due ban­diere dell’“antifa” sovrap­po­ste, mutuate dalle bat­ta­glie di strada dei comu­ni­sti tede­schi a cavallo degli anni Trenta con­tro le squa­dre d’assalto nazi­ste) e pro­pri modelli sto­rici, gli Arditi del Popolo, in primo luogo, espres­sione di un’unità dal basso dei mili­tanti di sini­stra oltre le appar­te­nenze politiche.

Come nel caso recente di Cre­mona (gli scon­tri a gen­naio dopo il feri­mento quasi mor­tale di un mili­tante di un cen­tro sociale da parte degli squa­dri­sti di casa Pound), quest’area, a volte, fa pre­va­lere l’azione diretta rispetto a ogni altro cal­colo poli­tico, restando priva di sboc­chi e iso­lata anche dalla sini­stra politica.

L’esigenza di un nuovo movi­mento anti­fa­sci­sta è più che matura. Un movi­mento neces­sa­ria­mente plu­rale, aperto alle nuove gene­ra­zioni, privo di stec­cati e isti­tu­zio­na­li­smi fuori tempo, in grado di rela­zio­narsi con il pre­sente e i peri­coli rap­pre­sen­tati dagli attuali movi­menti raz­zi­sti e neo­fa­sci­sti. La stessa capa­cità di tra­smet­tere la memo­ria della Resi­stenza non può che par­tire da qui, per non ridursi a vuota reto­rica. Un rischio già pre­sente. Que­sto nuovo movi­mento non può che nascere dal con­fronto e dalla capa­cità di dia­logo fra i diversi anti­fa­sci­smi. Sarebbe il caso che per prima l’Anpi bat­tesse un colpo.