Senza parole da:antimafia duemila

csm-effectBocciata dal Csm la domanda di Nino Di Matteo alla Dna
di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo – 3 marzo 2015
Probabilmente abbiamo già scritto tutto. E forse potrebbe sembrare estenuante seguitare a rivolgersi ai “massimi rappresentanti” delle istituzioni per continuare ad appellarsi su questioni ovvie. Ma, si sa, nell’essere umano la rassegnazione rappresenta l’ultima spiaggia. E forse è a questa che non si vuole arrivare. La nuova bocciatura del Csm nei confronti della candidatura del pm Nino Di Matteo alla Direzione Nazionale Antimafia si commenta da sola. Rabbia, amarezza e disillusione sono solo alcuni dei sentimenti che albergano nei cittadini onesti che vedevano nella nomina di Di Matteo una risposta chiara dello Stato nei confronti del magistrato più esposto d’Italia. Più volte abbiamo definito la stragrande maggioranza dei componenti del Csm “sepolcri imbiancati” veicolati da logiche politiche lontane anni luce dai principi di giustizia. Recentemente ci siamo rivolti al neo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per chiedere di vigilare sull’Organo di autogoverno delle toghe, presieduto da lui stesso, auspicando un segnale di vicinanza verso chi è stato condannato a morte da Cosa Nostra. Che altro dovremmo aggiungere? Che con questa decisione si dimostra plasticamente che lo Stato non vuole essere vicino a Nino Di Matteo? Che in questo modo lo si espone ulteriormente al rischio di un attentato?

“Si muore quando si è lasciati soli”, diceva Giovanni Falcone, e quella solitudine non veniva dalla società civile, ma dalle istituzioni. E tra provvedimenti disciplinari aperti, l’emissione di circolari particolari e mancate nomine in questi anni il Consiglio superiore della magistratura si è dato un gran da fare, così come accadeva ai tempi di Falcone e Borsellino. Poco importa se appena l’anno scorso, in poco più di venti giorni, sono state raccolte oltre 91.000 firme per chiedere al Csm di nominare Procuratore Aggiunto di Palermo lo stesso Di Matteo. Nel frattempo l’allarme attorno al magistrato si è fatto sempre più alto e alla presenza a Palermo di oltre centocinquanta chili di tritolo, così come raccontato dal pentito Vito Galatolo, si aggiunge il rischio di un attentato per mezzo di un fucile di precisione. Un elemento che non può essere affatto trascurato. E se con quella petizione, promossa da Salvatore Borsellino e dalla nostra redazione, si chiedeva di dare un segnale a sostegno delle indagini condotte dal magistrato e dal pool che indaga sulla trattativa Stato-mafia, stavolta il segnale sarebbe stato ancora più forte. Una manifestazione concreta di vicinanza da parte dello Stato nei confronti di chi ha subìto una condanna a morte da Totò Riina e da quei “sistemi criminali” che attendono solo il momento migliore per realizzare quella sentenza. Non smetteremo mai di chiedere l’intervento dei vertici istituzionali per salvare la vita del magistrato. Di fronte al silenzio più assordante che giunge dalle “massime autorità” ognuno di noi ha l’obbligo morale di opporvisi testimoniando lo scempio che sta avvenendo con la complicità di buona parte della “casta” della magistratura, della politica e dell’informazione. A futura memoria.

La via dell’ incontro e dell’ ascolto da: ndnoidonne

 

Italiana di religione islamica e presidente di Life, Marisa Iannucci parla del femminismo islamico, delle differenze tra le donne, dell’ascolto che manca e dei pregiudizi verso chi indossa il velo

Costanza Fanelli

Marisa Iannucci è studiosa del mondo islamico, specializzata in lingua e cultura araba con una attenzione particolare al pensiero riformista dell’Islam, agli studi di genere e alla tutela dei diritti. Attivista dei diritti umani, è presidente dell’Associazione Life, una onlus indipendente che si occupa di tematiche di genere, dialogo interreligioso e interculturale e culture del mondo musulmano. Di religione islamica, vive a Ravenna e ha pubblicato numerosi saggi e materiali sulla questione del genere nella dimensione religiosa. L’abbiamo incontrata alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, in occasione di una affollata presentazione dell’ultimo libro che ha curato insieme ad altre “Femminismi musulmani. Un incontro sul Gender Jiad”.

Da studiosa del mondo Islamico e come donna impegnata direttamente per valorizzare l’apporto originale di un femminismo musulmano, secondo te cosa dovrebbe essere, oggi, l’8 marzo e cosa non è?

La Giornata internazionale della donna è una data importante perché ricorda il protagonismo sociale e politico delle donne nella storia, cosa che forse le giovani generazioni addirittura ignorano. In questo senso e non come “festa della donna” – accezione riduttiva e fuorviante – è un’occasione di incontro, condivisione e confronto importante tra le donne, soprattutto tra le protagoniste delle lotte degli anni ’70 e le più giovani. È significativo poi che attualmente venga celebrata in tutto il mondo, soprattutto in paesi dove la vita delle donne è più difficile, e dove le attiviste femministe sono poche.

Che distanze e vicinanze caratterizzano oggi “le comunità” di donne nel mondo nelle loro diverse forme di lotte di libertà individuale e collettiva?

È importante che le donne si incontrino e si ascoltino. Donne di diverse età, di diversa provenienza geografica, culturale e religiosa. Ciascuna ha una propria storia e la porta con sé insieme ad un pezzo di mondo. Insieme si può tessere un tappeto in cui ogni individuo è un nodo, e insieme si è più resistenti. Le distanze sono evidenti, ma io sono convinta che nella società multiculturale che viviamo le donne impareranno ad incontrarsi ed ascoltarsi, se pure con fatica. In fondo anche negli altri paesi è così. Ci sono diverse comunità di donne che hanno in comune elementi che a noi in Occidente sembrano omogeneizzanti, ma che non lo sono affatto. Vorrei portare l’esempio significativo del Marocco, dove nel 2004 è stato riformato il Codice di famiglia. Le numerose associazioni femminili e femministe del Paese avevano ed hanno orientamenti molto diversi: ve ne sono di laiche e di religiose, sia riformiste che conservatrici. Hanno portato avanti istanze in parte comuni in parte diverse, ma tutte sono riuscite ad incidere nel processo di riforma, che è apparso come un primo passo, con un lungo cammino ancora da fare. In Italia le donne musulmane femministe e che si occupano di studi di genere sono poche. In questi anni – dal 2000 circa – non ho visto interesse da parte degli ambienti femministi italiani per il nostro lavoro. In qualche caso vi è stata aperta ostilità. Ora qualcosa sta cambiando per una maggiore consapevolezza delle donne attiviste musulmane – il femminismo islamico per quanto giovane, come movimento si sta rafforzando – per le numerose sollecitazioni della società in cui viviamo e degli avvenimenti mondiali che condividiamo ormai in tempo reale. Ma le distanze sono ancora molte. A Ravenna, la città dove vivo, la mia associazione (Life) non è stata coinvolta nella Casa delle donne recentemente aperta. Abbiamo diversi fronti di impegno; il patriarcato delle comunità musulmane, l’islamofobia in crescita, che colpisce soprattutto le donne (velate) e anche la solitudine, perché spesso non sentiamo la solidarietà delle donne che tanto si impegnano nella lotta femminista. Ci vuole più ascolto reciproco, e più conoscenza. Conoscenza che significa poter creare delle relazioni personali prima di tutto, tra persone reali. Condividere le storie, le pratiche di ognuna per fare emergere le vicinanze, che ci sono, perché soffriamo degli stessi mali. Il patriarcato opprime tutte le donne, e anche se le forme di lotta sono diverse, e a volte anche il fondamento – è il caso dei femminismi musulmani -, abbiamo obiettivi comuni. Cambiare una cultura patriarcale e sessista che anche in Italia è manifesta: la violenza sulle donne è un problema che riguarda tutte, un problema culturale e quindi strutturale; la politica, che è espressione di un potere totalmente maschile; il lavoro, dove non c’è ancora parità, nonostante le importanti conquiste fatte in passato grazie al femminismo.

Da donna italiana di fede islamica vivi problemi particolari nel quotidiano nel tuo paese?
Ogni scelta che si fa nella vita ha delle conseguenze e vanno messe in conto. Essere musulmani in Italia significa fare parte di una minoranza (piuttosto rilevante ormai) e per questo si è più soggetti a discriminazioni, anche multiple, essendo una donna, e anche velata. La mancanza di un riconoscimento da parte dello Stato italiano (non c’è un’intesa che regoli il rapporto con le comunità islamiche) rende la quotidianità più difficile, ma è il pregiudizio e la paura del diverso a generare le maggiori difficoltà. Il velo è ancora un problema per l’accesso al lavoro, competenze e titoli non riescono facilmente a penetrare questa preclusione. La situazione internazionale e la disinformazione su tutto ciò che riguarda il mondo musulmano non aiuta. L’islamofobia nel nostro paese è ormai istituzionale. Inoltre come italiana sicuramente suscito qualche diffidenza in più, perché è difficile comprendere una scelta che ha a che fare con valori che non sono conosciuti. Sono soprattutto le donne ad avere più difficoltà a relazionarsi con me, perché associano l’Islam all’oppressione delle donne e quindi ritengono questa scelta non solo autolesionista ma addirittura un’offesa, venendo da un’italiana, alle lotte che le femministe hanno portato avanti e che hanno permesso i cambiamenti che ci sono stati nel nostro Paese. Ovviamente non è così, ma c’è bisogno di conoscenza reciproca per capirlo e di un grande rispetto per le scelte di libertà degli altri. Ognuno ha percorsi diversi, di vita e di liberazione.

SGUARDI DA SVELARE

“I veli non sono solo quelli che coprono fisicamente, ma anche quelli che ci velano lo sguardo, i più difficili da sollevare perché non si vedono”. Le curatrici del libro “Femminismi musulmani. Un incontro sul Gender Jihad” (Fernandel Edizioni) Ada Assirelli, Marisa Iannucci, Marina Mannucci e Maria Paola Patuelli ci riportano al dibattito sulla condizione delle donne musulmane, per raccontare il senso del lavoro che hanno fatto per creare luci nuove alla comprensione di quanto si è mosso e si sta muovendo nel mondo musulmano sul piano di una visione e costruzione politica e culturale femminista. Il libro nasce da un percorso di incontri tra donne, femministe italiane e di altri paesi, musulmane, di religione cattolica e non credenti e anche di un uomo musulmano femminista, praticando un metodo di relazioni in presenza, che non ha nascosto le diversità, i conflitti, la realtà a volte di grovigli non subito dipanabili. Toccando nodi che fanno tanto discutere (rapporto tra religione e norme, tra Islam e Stato, tra uguaglianza di genere e Sharia) il volume ci aiuta a entrare nel complesso percorso di disvelamento e liberazione da interpretazioni delle stesse Scritture Coraniche, convinzioni e pratiche storiche che hanno costruito e consolidato regole, comportamenti di subalternità e oppressione delle donne. Un lavoro paziente, individuale e di gruppo, che però è in crescita e da anche i suoi frutti, se pensiamo al percorso fatto in Marocco per varare il nuovo Codice di famiglia o anche in Tunisia per quanto riguarda la nuova Costituzione. Versione integrale: http://www.noidonne.org/blog.php?ID=06129
Costanza Fanelli

Donna e non sposata. Non è accettabile in Egitto da:ndnoidonne

Samah Hamdi è una giovane artista che ha deciso di denunciare lo stigma che le donne egiziane nubili devono subire nella società egiziana. E lo fa attraverso un video che le è valso un premio.

inserito da Zenab Ataalla

Egitto. Il Cairo. La storia di Samah Hamdi, è le storia di tutte quelle giovani egiziane che alla soglia dei 30 anni sono considerate donne a metà perché non ancora mogli e madri. Perchè dopo gli studi superiori o universitari le donne hanno il dovere di sposarsi, e se questo non accade, vuol dire che c’è qualcosa che non va. Nel tentativo di fare luce su questa questione, Samah Hamdi decide di realizzare un video con il tentativo di rompere con l’idea tradizionale, condivisa peraltro dalla maggioranza della società, che l’obiettivo principale di una donna sia quello di trovare marito e formare una famiglia. Intenzionata a protestare contro questi pregiudizi, decide così di indossare un abito da sposa e camminare per le strade della capitale egiziana, cercando di cogliere le reazioni delle persone che incontra per strada. Un racconto fatto di immagini che si snoda in tre giorni di riprese e fotografie volte ad immortalare la vita quotidiana della ragazza che esce di casa, cammina tra la gente, prende la metro ed arriva al lavoro, raccogliendo complimenti e a volte le derisioni di chi la incrocia.

Con cinque minuti di girato e più di 50 foto Samah riesce così a centrare il problema ed attirare su di sé l’attenzione mediatica del Paese con uno scopo ben preciso, quello di far capire che “Le donne devono farsi avanti, ripensare agli stereotipi sul matrimonio e parlare apertamente su una condizione che viene imposta da una società patriarcale. Una donna è molto di più dell’essere moglie e madre. Una donna deve avere il potere di decidere quello che vuole essere, senza che sia la società ad imporle un ruolo”.  Solo nel 2011, secondo il censimento nazionale sulla popolazione egiziana, erano più di quattro milioni le donne nubili che avevano compiuto i 33 anni di età. Sono passati 4 anni e a oggi non è dato sapere di quanto sia salito questo numero.

“Ho voluto rappresentare quello che la mia famiglia ha sempre desiderato per me. Tutto quello che si fa, deve essere sempre e comunque finalizzato al matrimonio ed alla famiglia. Gli obiettivi e i traguardi personali raggiunti non significano nulla, se una donna non ha un marito e dei figli di cui occuparsi. Se non sei sposata a 25 anni può andare perché forse stai completando i tuoi studi. Ma se non sei ancora sposata a 30 anni o più le cose cambiano completamente. Vuol dire che hai sbagliato tutto nella tua vita” continua Samah. Queste donne vivono in un contesto patriarcale e maschilista all’interno del quale è invitabile il peso di quello che pensa la famiglia di origine e che spinge anche chi non ha il desiderio di sposarsi ad accettare un matrimonio che in realtà non vuole solo per quieto vivere familiare e sociale. “Ho 27 anni e subisco le pressioni di mia madre che vorrebbe che trovassi un marito. Ma io ora come ora non ho intenzione di sposarmi. Il mio unico obiettivo è quello di terminare il mio master”. Ed è proprio dalla sua esperienza personale che Samah ha avuto l’idea di realizzare il cortometraggio. Un progetto che vale alla giovane design egiziana l’inaspettata vincita a novembre scorso del Premio Ahmed Basiouny per la miglior installazione video-fotografica nel concorso rivolto ai giovani artisti emergenti egiziani.

MENO GIORNALI MENO LIBERI: ROSY BINDI da: ndnoidonne

L’editoria cooperativa e no profit “è meno condizionabile da interessi illegali e può promuovere con maggiore libertà campagne di sensibilizzazione e di battaglia civile sui temi della legalità e della cittadinanza” dice Rosy Bindi

inserito da Tiziana Bartolini

A Rosy Bindi,  Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, abbiamo chiesto un parere sul ruolo dell’editoria cooperativa e no profit in occasione della Campagna MENO GIORNALI MENO LIBERI e della relativa petizione.
Presidente, dal suo punto di osservazione sui problemi della corruzione e delle mafie, quale il ruolo dell’informazione territoriale e dei giornali di opinione?
Un ruolo decisivo ma ambivalente. Nelle inchieste che stiamo svolgendo come Commissione parlamentare Antimafia misuriamo ogni giorno l’importanza per le comunità locali e l’opinione pubblica nazionale delle notizie sui fatti di corruzione e di mafia divulgate dai mezzi di informazione. Le mafie non amano la pubblicità e non sopportano i giornalisti che fanno nomi, indagano sui loro affari, denunciano omertà e intimidazioni, fanno luce sulle collusioni con il mondo delle professioni, dell’economia e della politica. In tanti hanno perso la vita perché avevano scoperto, a volte prima della magistratura,le trame mafiose e tantissimi subiscono minacce e pesanti avvertimenti per il loro lavoro d’inchiesta. La realtà delle mafie al Nord è stata anticipata da articoli e inchieste sulla stampa locale, penso alle infiltrazioni nel comune di Sedriano, il primo comune sciolto per mafia in Lombardia; alla presenta della ‘Ndrangheta in Emila o agli intrecci tra eversione nera e criminalità organizzata, confermati con Mafia Capitale. Questo lavoro è prezioso. Ma non va dimenticato che c’è anche purtroppo un’informazione compiacente, al servizio delle cosche che agisce per minimizzare i fatti e costruire consenso sociale. Questa informazione collusa è un’arma molto efficace per esibire il potere mafioso ma anche un’insidia per chi fa un serio giornalismo d’inchiesta, rischia infatti di minare la credibilità di tutta l’informazione.

La corruzione e l’illegalità vanno contrastati anche sul piano culturale. Non crede che l’editoria cooperativa e no profit possa in tal senso avere una funzione sociale importante proprio perché è molto vicina alle persone?
Certamente, anche perché questo tipo di editoria è meno condizionabile da interessi illegali e può promuovere con maggiore libertà campagne di sensibilizzazione e di battaglia civile sui temi della legalità e della cittadinanza. La lotta alle mafie ha bisogno di diventare un fronte largo, popolare, partecipato, non possiamo delegare questo compito solo alla magistratura e alle forze dell’ordine. Le testate cooperative sanno creare comunità e condivisione, condizioni per sviluppare una diffusa cultura della legalità e perché tutti si sentano impegnati a rafforzare la coscienza dei diritti e dei doveri, il rispetto delle regole i principi della Costituzione, che è il nostro primo e più forte argine all’illegalità.

Il Presidente della Repubblica Mattarella nel suo discorso di insediamento ha detto che garantire la Costituzione significa “garantire l’autonomia e il pluralismo dell’informazione, presidio di democrazia”. Non crede che se l’informazione nel nostro Paese rimanesse nelle mani di pochi e potenti gruppi editoriali si andrebbe in una direzione contraria?
Il Presidente ha ragione, salvaguardare il pluralismo è essenziale. È il sale della democrazia, un indicatore del grado di libertà e vitalità culturale e civile di un paese.

A cura di Tiziana Bartolini

Lo sceriffo di Salerno. Biografia non autorizzata di Vincenzo De Luca | Fonte: micromega | Autore: Giuseppe Manzo, Ciro Pellegrino

 

Un nome che fa sempre discutere, quello di Vincenzo De Luca, signore e padrone di Salerno, neocandidato del Pd alle elezioni regionali in Campania. Ex dalemiano, fassiniano, veltroniano, bersaniano e ora renziano. Sempre sul carro dei vincitori. Ecco chi è “Vicienzo ‘o funtanaro”.

Qualche ex comunista la racconta ancora, quella leggenda. Erano gli anni delle interminabili riunioni in via dei Fiorentini a Napoli, in quella che fu la sede regionale del Partito comunista prima, del Pds e dei Ds poi. Fumo di sigarette, fogli scritti a penna, voci alterate dalla rabbia, pugni battuti sui tavoli. Al centro della discussione, le candidature alle elezioni europee del 1999. Raccontano che lui, a un certo punto, esce per prendere aria. Cammina qualche centinaio di metri, arriva in piazza del Plebiscito. E lì, con un compagno di partito, un suo pretoriano, si colloca in fondo e inizia a camminare e contare con passo marziale. Uno, due, tre… e così via da Palazzo Reale fino al centro della piazza. E ancora: cinquanta, cento… fino ad arrivare all’altra parte, nell’emiciclo che contiene la bella basilica di San Francesco di Paola. La leggenda racconta che una volta conclusa questa marcia egli esclamò, rivolto al suo interlocutore: «La vedi questa piazza? Quella che farò io a Salerno sarà un passo più grande». Il fedelissimo, raccontano, annuì, un poco scettico. E lui ribadì: «Sarà la piazza più grande della Campania. Quant’è vero Iddio». È questo l’aneddoto che usano gli ex compagni per raccontare il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca.

La scalata di Pol Pot

Duro, rigoroso, scontroso al limite dell’aggressività. Oggi si definisce «gobettiano liberale», ma il Vincenzo De Luca segretario della Federazione salernitana del Partito comunista italiano non ha mai conosciuto mediazioni o toni concilianti. Per i militanti a lui fedeli era il «professore». Per i suoi avversari, invece, era «Pol Pot». Proprio da segretario costruisce la sua fortuna politica. Per chi ha seguito e poi contestato il ventennio del «professore», l’ascesa al comune e alla scena politica nazionale è iniziata da un colpo di fortuna. Nel 1992 De Luca è vicesindaco della giunta Vincenzo Giordano, sindaco arrestato (e poi prosciolto) durante la tempesta di Tangentopoli. Fino a fine consiliatura De Luca prende le redini dell’amministrazione proponendosi come il nuovo che avanza. Un anno dopo, alle prime elezioni dirette del sindaco, vince con una lista civica ma non è un plebiscito. Al primo turno va al ballottaggio con il 27 per cento dei consensi e poi viene eletto di misura: da questo momento costruisce il suo potere e il suo consenso bulgaro. A emergere è un primo aspetto: il decisionismo. Vincenzo De Luca dimostra di essere insofferente alle procedure formali e alla burocrazia. In poco meno di 48 ore, attraverso un’ordinanza sindacale, abbatte il vecchio cementificio sul lungomare cittadino, approfittando della caduta di alcuni calcinacci. Il suo interventismo decisionista affascina i salernitani che rispondono con un sostegno larghissimo verso il loro sindaco-sceriffo.

Questo atteggiamento è arricchito da tanti aneddoti. Alcune uscite anti-rom come una famosa dichiarazione: «A Salerno gli zingari li prendiamo a calci e il cielo stellato ce lo godiamo noi». E poi ci sono i manganelli ai vigili urbani, i blitz in strada contro gli ambulanti e gli immigrati e ancora le telefonate agli impiegati comunali in piena notte, costretti ad aprire il palazzo comunale per una firma su una delibera o un’ordinanza. Ma gli anni Novanta sono, soprattutto, quelli dell’estensione del potere in maniera capillare. I suoi fedelissimi entrano nella stanze delle società partecipate, consulenze milionarie che determinano l’intervento della Corte dei conti. De Luca si muove con gli stessi meccanismi che portano all’apice del potere campano il suo acerrimo nemico: Antonio Bassolino. Uno di fronte all’altro, strenui avversari. L’allora sindaco di Napoli aveva tuttavia la vocazione per la mediazione, l’obiettivo della grande coalizione di centro-sinistra: dall’Udeur a Rifondazione. De Luca no. Vuole il controllo totale e lo esercita in maniera invasiva e aggressiva. Per usare le parole del consigliere regionale Pd Raffaele «Cucco» Petrone, «se non sei con lui ci sono due conseguenze: o resti isolato o te ne vai da Salerno».

Piano regolatore

Negli anni Duemila è eletto in parlamento ma non smette di esercitare il controllo sulla sua città. Al suo posto indica il pretoriano Mario De Biase, ma il messaggio ai salernitani è forte e chiaro sui manifesti elettorali: «Per votare De Luca vota De Biase». Lo stesso delfino si trova a tagliare nastri con la fascia tricolore ma a cedere il posto al parlamentare De Luca. Sono questi gli anni in cui scoppia il caso Mcm-Ideal Standard: la delocalizzazione di un sito industriale su cui vengono proposte varianti al Piano regolatore generale. A Montecitorio l’onorevole De Luca stringe i suoi rapporti con i grandi nomi dell’architettura: l’urbanista spagnolo Oriol Bohigas disegna il Prg che poi finirà in un cassetto e subirà profonde varianti. Tra il 2003 e il 2004 scoppia il caso Mcm. La variante prevedeva la delocalizzazione delle Cotoniere in zona Asi e la realizzazione a Fratte di un centro polivalente, con annessa galleria commerciale, supermercato Coop e il recupero della palazzina Liberty. L’intervento di riqualificazione sarebbe costato 110 milioni di euro e avrebbe offerto lavoro a 1.500 persone. Gli inquirenti ipotizzano dieci falsi, commessi tra il 2002 e il 2004, nonché il reato di truffa aggravata. Nel mirino della pubblica accusa gli amministratori pubblici e l’imprenditore Gianni Lettieri (già presidente dell’Unione industriali di Napoli nonché candidato a sindaco di Napoli nel 2011).

Nel dicembre 2013 tutti gli imputati, da De Luca (che aveva rinunciato alla prescrizione) a Lettieri, vengono assolti. Eppure, oltre alle vicende giudiziarie, emerge il nodo politico di questa prima importante cesura nel ventennio deluchiano a Salerno: i suoi rapporti con le famiglie imprenditoriali più potenti della città e della regione. A mettersi di traverso a quell’operazione è il consigliere comunale Lorenzo Forte di Rifondazione comunista e, nel partito, il consigliere regionale Petrone, che ricorda così quei mesi carichi di tensione: «Sulla variante urbanistica ero in minoranza nel partito ma chiedo l’intervento del partito nazionale che invia a Salerno il responsabile all’urbanistica. Noi facevamo affidamento su un articolo dell’architetto Vezio De Lucia che dava ragione alle nostre posizioni e al nostro il consigliere comunale Lorenzo Forte. Siamo tra il 2003 e il 2004. La Federazione sarà commissariata perché su questa partita diventiamo maggioranza con il voto contrario nella direzione provinciale. Forte», continua Petrone, «subisce intimidazioni e aggressioni per la sua opposizione alla variante. Il nostro assessore in giunta, Franco Mari, non si attiene alla posizione del comitato politico federale e noi chiediamo di sostituirlo: invece decidono di commissariare proprio Salerno. De Luca non poteva sopportare il mancato controllo sul Prc e aveva forti legami con Gennaro Migliore, delfino di Fausto Bertinotti in Campania».

O con lui o contro di lui

Vincenzo De Luca è stato sempre sul carro dei vincitori nel partito. Dalemiano, fassiniano, veltroniano, bersaniano e ora renziano, ha sempre inviato messaggi molto chiari: a Salerno comando io. Senza ammettere critiche, nemmeno dai fedelissimi che sono stati costretti, in qualche caso, a lasciare la città. Come nel caso dell’ex segretario diessino Alfredo D’Attorre che, dopo aver consumato lo strappo nel 2008, ha preferito andarsene in Calabria. Poi c’è la vicenda di Rosa Masullo, assessore alle Politiche sociali che in un processo contro un boss della camorra locale si è ritrovata da sola e senza nemmeno il comune come parte civile: Masullo aveva denunciato l’assegnazione irregolare di un alloggio popolare diventato poi vero e proprio bunker del malavitoso. E ancora, ultima in ordine di tempo, la rottura con l’ex assessore all’Urbanistica Fausto Martino. Ecco cosa scrive la giornalista del Corriere del Mezzogiorno Angela Cappetta sul suo blog: «Qualcosa andò storto e l’ex assessore si ritrovò teste principale dell’accusa in un processo (Mcm) che vedeva imputato proprio De Luca. L’assoluzione della giustizia, per il sindaco, è arrivata da qualche mese, ma il perdono non è concesso a nessuno. Soprattutto a Fausto Martino che, trovandosi nelle condizioni di poter diventare il responsabile del procedimento sul caso autorizzazione paesaggistica del Crescent, adesso si è beccato anche una diffida. Non firmata da De Luca ma dalla sua vice Eva Avossa, che intima al capo Gennaro Miccio di non far mettere il naso nel procedimento Crescent. Martino non rilascia nessun commento e non lascia neanche Salerno, come ha fatto D’Attorre».

Crescent (e non solo): la mezzaluna calante

La città «rima d’inverno» descritta dal poeta Alfonso Gatto, oggi non c’è più. Salerno è storpiata dai palazzi e ferita da una mezzaluna di cemento affacciata sul golfo, un muro di edifici nella zona portuale di Santa Teresa su un’area gigantesca, piazza della Libertà. Si tratta del Crescent, il desiderio edilizio più grande di Vincenzo De Luca, quello della leggenda raccontata dagli ex compagni comunisti. È la megapiazza sul mare al centro della quale il sindaco, al taglio del nastro, dichiarò teatralmente di voler tumulare l’urna con le sue ceneri quando sarebbe stato il momento, a simboleggiare una comunione eterna e indissolubile col progetto ideato dall’archistar catalana Ricardo Bofill. «Una muraglia alta circa 30 metri che si estende nel suo complesso per ben trecento metri, pari a tre campi di calcio, per un totale di circa 90 mila metri cubi di volumetria, che altererà per sempre in modo negativo un pezzo della città di Salerno. Tratti emblematici del lungomare e del centro storico vedranno chiudersi la visuale verso il mare e verso la costiera». È questa la definizione che gli oppositori al Crescent danno del progetto. Come per la Tav in Valsusa e il Muos in Sicilia, a Salerno è nato un trasversale movimento del no, il NoCrescent, appunto. Non solo proteste, ma anche azioni legali. L’associazione ambientalista Italia Nostra insieme ad altre realtà fra le quali Legambiente, ha presentato oltre venti denunce all’autorità giudiziaria ottenendo dapprima sospensive dei lavori, poi l’annullamento da parte del Consiglio di Stato delle autorizzazioni paesaggistiche sul piano attuativo. Nel luglio 2012 il drammatico cedimento idrogeologico di parte della megapiazza fa sorgere dubbi anche nei più ostinati e convinti sostenitori del Crescent. La storia recente, invece, è quella dei sigilli e delle inchieste: i carabinieri nel mese di novembre del 2013 hanno notificato una trentina d’avvisi di garanzia e sequestrato il cantiere. Le ipotesi sono quelle di abuso d’ufficio, falso in atto pubblico e lottizzazione abusiva, reati che secondo l’accusa sarebbero stati consumati al fine di aggirare le procedure tecniche e accelerare la realizzazione dell’opera da 100 milioni di euro che avrebbe dovuto ospitare negozi, parcheggi e appartamenti. Fra gli indagati c’è ovviamente il sindaco De Luca, insieme alla giunta e ai dirigenti comunali che nel 2008 firmarono gli atti che diedero il via all’opera.

Nel fascicolo compaiono anche il soprintendente Giuseppe Zampino e gli imprenditori scelti per la monumentale opera: Maurizio Dattilo (Sviluppo immobiliare Santa Teresa) ed Eugenio Rainone (Crescent srl). «Questa vicenda», spiega lo storico Marcello Ravveduto, docente all’Università di Salerno e attento osservatore dell’epopea De Luca, «rappresenta una cesura nella storia recente della città. Il sindaco, da sempre percepito come un vincente, ha stavolta incontrato un’opposizione via via crescente. Ha pensato che non avrebbe avuto ostacoli e invece così non è stato. Ora il paradosso è che non realizzare il Crescent significherebbe per il comune essere costretto a pagare ai costruttori, a titolo risarcitorio, 44 milioni d’euro». Sulla vicenda il primo cittadino, interpellato da MicroMega attraverso il suo ufficio stampa, non risponde. A Emiliano Fittipaldi dell’Espresso, invece, replica col suo solito sarcasmo: «Va bene dissentire dalla qualità dell’opera, ma non accetto le critiche dei somari. Io indagato? Non tengo più il conto degli avvisi di garanzia che ho avuto in vent’anni».

L’8 marzo scorso il comune ha promosso un convegno del fronte del sì al Crescent, invitato speciale Vittorio Sgarbi. Sulla locandina-invito, una frase di Italo Calvino: «Su una città che non volle cambiare e perciò decadde e venne dimenticata». Potenza della rete, da New York è arrivata la reprimenda della figlia dello scrittore, Giovanna: «Citate impropriamente una frase di Italo Calvino, per giustificare la vostra operazione. Vi suggerisco una citazione alternativa, che riflette quella che era la vera opinione di mio padre sull’argomento, e che sembra applicarsi quasi perfettamente al vostro caso: “Tutti questi nuovi fabbricati che tiravano su, casamenti cittadini di sei otto piani, a biancheggiare massicci come barriere di rincalzo al franante digradare della costa, affacciando più finestre e balconi che potevano verso mare. La febbre del cemento s’era impadronita della Riviera”. È tratta da una novella intitolata La speculazione edilizia (1957), di cui vi consiglio la lettura».

Ma il progetto di piazza della Libertà non è l’unico grattacapo dell’imperatore-rottamatore di Salerno. Il polso del dissenso si avverte attraverso i comitati civici che via via si sono costituti nel corso degli anni. C’è il Salute e vita del quartiere Fratte contro l’inquinamento prodotto dalle vecchie fonderie Pisano. C’è il comitato di Pastena, periferia orientale della città, contro la colata di cemento che potrebbe cancellare il vecchio porticciolo cittadino, il No Traforo, che riunisce i contrari alla realizzazione del tunnel che unirebbe il porto commerciale all’autostrada. L’altra preoccupazione è il buco nero nei bilanci delle società partecipate. «De Luca ha avuto successo», spiega Marcello Ravveduto, «perché è stato leader di quel blocco sociale inglobato nelle aziende pubbliche. Utilizzando una definizione della storica Gabriella Gribaudi, lo definirei un broker, un imprenditore sociale». Salerno Sistemi, Salerno Mobilità, Salerno Energia, Salerno Solidale, Centrale del latte: intorno a queste società il sindaco-sceriffo ha costruito il suo consenso. «La Centrale del latte», aggiunge lo storico, «è una delle poche realtà che in oltre ottant’anni ha sempre garantito entrate al comune, tariffe eque nell’acquisto della materia prima ai produttori della zona e vendita al dettaglio a prezzi concorrenziali. E ora la si vuole vendere ai privati».

Il linguaggio del rottamatore

«Veni, vidi, Vincenzo»: l’ultimo ad avere un’intuizione sull’imperatore-rottamatore è stato Antonio Ricci. L’autore di Striscia la notizia ha voluto una rubrica settimanale sul sindaco di Salerno e sulle sue sortite televisive ormai celebri. Lunga è la lista delle frasi, dei modi di dire, degli aggettivi. I giornalisti definiti «pipì» (cioè pronti a trovare il pelo nell’uovo in qualsiasi occasione); i detrattori definiti «pulcinella» e «jettatori», gli avversari «sfessati», «sfrantummati» o «sciammannati», i cittadini indisciplinati «somari», «animali», «cafoni». «De Luca vince le prime amministrative sostenendo di voler fare una rivoluzione. Addirittura dicendo che non avrebbe mai giurato nelle mani del prefetto», ricorda Ravveduto. «A differenza di Antonio Bassolino, che negli anni Settanta guardava anche alla borghesia, De Luca ha sempre puntato a rappresentare i ceti bassi. Basti pensare che già negli anni Novanta si definiva “sindaco della gente”. È uno dei pochi che ha capito subito la cosiddetta Seconda Repubblica; ha intuito prima degli altri le nuove vie del consenso. Il primo ad avere il linguaggio del rottamatore è stato lui».

«Io sono la destra europea»; «Spero di incontrare quel grandissimo sfessato e pipì di Marco Travaglio di notte, al buio»; «Io e Cosentino ci siamo incontrati tremila volte. E poi se porta voti che male c’è?»: sono soltanto alcune delle frasi di Vicienzo ‘a funtana, soprannominato così per la mania di abbellire le piazze (soprattutto nel suo primo mandato da sindaco). Ogni settimana esterna il suo verbo via etere, dalle telecamere dell’emittente televisiva salernitana Lira Tv nella trasmissione Salerno città europea. Alcuni monologhi, come quello sull’operazione «Cafoni zero a Salerno» sono diventati cult sulla rete. Una forza comunicativa che in rete diventa anche bersaglio di critiche feroci. Nel 2011 il primo cittadino presenta il nuovo logo della città, ideato dal designer Massimo Vignelli. Un marchio costato 200 mila euro e bocciato senz’appello dai salernitani perché «inguardabile», «brutto», «costoso». Proprio sull’onda di questa protesta, nasce un gruppo di oppositori che si muove sui social network tra la satira politica e la denuncia sociale: i Figli delle chiancarelle (in riferimento alla zona portuale degradata di Salerno, quella nella quale ora ci sono le ruspe del Crescent). Sono stati i Figli delle chiancarelle ad aver smontato in parte l’immagine dello sceriffo vincente alla guida di una città rinata: «Salerno», spiegano, «era bella anche prima del 1993: il sole, il mare, le montagne, le bellezze storiche e artistiche non le ha create De Luca».
«“Salerno è mia, io ho dato il sangue per Salerno”: De Luca si è talmente identificato», chiosa Ravveduto, «che ha commesso un errore, non considerando le opposizioni civiche che andavano via via crescendo e in luoghi diversi da quelli canonici dei partiti che il sindaco conosceva bene».

Il futuro è già scritto

Ci riproverà. Vuole palazzo Santa Lucia, vuole governare la regione Campania. Questo è l’orizzonte di Vincenzo De Luca. Qualcuno sostiene che per lui è ormai una vera e propria ossessione. Una questione personale. Oltre all’indubbia rilevanza dell’incarico, gli attenti osservatori del De Luca-pensiero legano quest’interesse a due ragioni: l’eterna competizione con Antonio Bassolino e la cocente sconfitta nel 2010 subita con la vittoria del centro-destra di Stefano Caldoro. Quell’onta va lavata con una dimostrazione di potenza, a suon di voti, ad ogni costo. Ma se De Luca approdasse in regione chi prenderebbe il suo posto? Uno scenario possibile c’è. È quello di un fedelissimo piazzato al comando del capoluogo di provincia, così come accadde a suo tempo con l’ex pretoriano Mario De Biase. In questo caso il nome è quello di Fulvio Bonavitacola. Deputato Pd, avvocato amministrativista, già presidente dell’Autorità portuale locale nonché consigliere comunale, assessore e vicesindaco, oggi Bonavitacola è il Richelieu del rottamatore meridionale. Uomo nell’ombra che, secondo i piani, al momento giusto potrebbe emergere ed «ereditare» il timone della città.

Una cosa è certa: nessuno, nemmeno Matteo Renzi, potrà avere voce in capitolo sul futuro di Salerno. De Luca negli ultimi giorni era in predicato di entrare nel governo come viceministro allo Sviluppo economico con delega alla Coesione territoriale, quella in pratica, ai fondi europei. Non se n’è fatto più nulla, ricostruisce Angelo Di Marino, direttore del quotidiano salernitano La Città, non solo per i veti posti nel governo da Angelino Alfano e Maurizio Lupi, ma anche per il no di una parte dello stesso Pd. Non era accaduto così nella formazione dell’esecutivo di Enrico Letta: lì lo «sceriffo rosso» era entrato e con una delega rilevante, quella di viceministro alle Infrastrutture e ai trasporti. Una nomina che non ha tuttavia dato i risultati sperati: il pessimo rapporto col milanese Lupi, uomo forte di Comunione e liberazione in Lombardia, oggi punta del Nuovo Centrodestra di Alfano ha di fatto reso inconsistente il ruolo di governo. Conservato tuttavia con tenacia: in quasi 10 mesi da viceministro, infatti, De Luca è stato bersagliato da più parti per aver mantenuto anche la poltrona di sindaco. Vincenzo Iurillo, giornalista del Fatto Quotidiano, ha tenuto una sorta di calendario contando uno dopo l’altro i giorni di incompatibilità, condizione sancita a novembre da una delibera dell’Agcm, l’Autorità garante della concorrenza, che su De Luca aveva aperto un procedimento: «La carica di sindaco del comune di Salerno, ricoperta dal sottosegretario di Stato alle Infrastrutture e ai trasporti De Luca è incompatibile perché i titolari di cariche governative non posso ricoprire la carica di sindaco in un comune con più di 5 mila abitanti». E lui ha replicato a modo suo: si è presentato la scorsa estate davanti al consiglio comunale sostenendo in un documento che il suo doppio ruolo era legittimo. Motivo? Semplice: come viceministro non aveva mai ricevuto le deleghe operative. «Un documento esilarante», scrive Iurillo, «ma che gli tiene aperte tutte le porte e gli fa conquistare tempo prezioso per completare in prima persona alcune importanti opere pubbliche a Salerno – la Lungo Irno e la metropolitana leggera, che dovrebbero inaugurarsi tra ottobre e i primi di novembre – e lo tiene in caldo e competitivo per una campagna elettorale da qui a breve. Se ci sarà, come è probabile. Se poi sarà quella per la presidenza della regione Campania, contro l’amata-odiata concittadina Mara Carfagna, o per un nuovo mandato da sindaco, il terzo consecutivo (possibile, per la legge), si vedrà». Voci di dentro raccontano anche d’un confronto-scontro con la deputata Pina Picierno, componente della neonata segreteria nazionale Pd, proprio in merito al doppio incarico: «Vincenzo, devi decidere: lo dice anche Matteo», lo avrebbe redarguito la Picierno in Transatlantico. «E a me cosa importa di Matteo?», avrebbe risposto caustico ‘o sindaco, troncando ogni discussione. A Salerno, 21 anni dopo, comanda lui e anche i rottamatori devono accettarlo senza batter ciglio.

La processione di san Matteo

Alle primarie del dicembre 2013 ‘o sindaco ha detto la sua coi voti. Novantasette per cento. Ecco la dote per Renzi segretario del Partito democratico. «La città di Salerno ha un’idea molto particolare di buona amministrazione», chiosa Cucco Petrone, «sacrificando l’agibilità democratica perché contro il potere di Vincenzo De Luca non ci si può schierare e non si può avere un’opinione diversa. Poco importa se lui si collochi all’interno o meno del centro-sinistra. De Luca ha un’idiosincrasia per la libertà d’opinione e per la democrazia che è stata distrutta nella città di Salerno». Ecco chi è l’uomo di Matteo Renzi in Campania, secondo il parere di chi si oppone a lui da sempre. In mezzo ci sono le inedite alleanze, dal master plan per Napoli nel 2005 presentato insieme a Cirino Pomicino ai complimenti a Silvio Berlusconi che non ha «la doppiezza dei dirigenti del Pci». Dopo oltre un ventennio sembra che per pretoriani e storici oppositori non è possibile scalzare il suo potere. Eppure un punto debole esiste: le indagini sul crac Amato. La storia potrebbe rivelarsi particolarmente grave non solo perché, come rivelato dal Fatto Quotidiano lo scorso 30 novembre, «il reato contestato, la corruzione, è più grave ma anche perché stavolta insieme a De Luca è indagato anche il figlio Piero, appena asceso a un ruolo di peso nel firmamento politico della sinistra campana. Piero De Luca è infatti uno dei quattro delegati all’assemblea nazionale per la Campania in qualità di capolista pro Renzi della circoscrizione Salerno-costiera. Oltre ai due De Luca, c’è anche un terzo indagato: Mario Del Mese, nipote di Paolo, ex parlamentare Dc e già presidente della commissione finanze dell’Udeur ai tempi del governo Prodi. Mario Del Mese è il personaggio centrale della vicenda insieme a Giuseppe Amato, erede del Pastificio Antonio Amato». Secondo il pm, Amato avrebbe pagato i costi del palco in piazza del Plebiscito per il comizio di chiusura della campagna elettorale del 2005 e in cambio avrebbe chiesto buoni uffici presso l’amministrazione comunale per una variante urbanistica relativa a un immobile del pastificio di proprietà delle imprese. Sullo sfondo c’è l’accusa a De Luca jr di un conto segreto in Lussemburgo e quella, sempre respinta, di essere socio occulto della Ifil, società chiave nell’inchiesta della procura.

Anche al congresso regionale del Pd Campania non c’è stata storia. Salerno, città bulgara: 87 per cento per la candidata renziana Assunta Tartaglione. L’outsider, il lettiano Guglielmo Vaccaro, ha denunciato brogli e occupato a oltranza la sede provinciale di Salerno. «Non è pensabile e non è possibile, tanto per fare un esempio», ha detto, «che a Fisciano, un comune di 11 mila anime del Salernitano, votino 1.550 persone in un seggio in 12 ore, con una media di una ogni 27 secondi». Denunce a parte, i numeri non danno spazi all’opposizione. Chi viene a Salerno sa chi comanda. «Però Renzi deve stare attento», è la riflessione di un ex compagno dei tempi di via dei Fiorentini. «L’unico Matteo cui Vincenzo è stato sempre fedele è il santo di Salerno, di quello non si è perso nemmeno una processione. Ma quando si tratta di politica è pronto a buttare a mare chiunque, se non gli conviene più».

Lucio Magri: «il fardello dell’uomo comunista» | Autore: Lucio Magri da: controlacrisi.org

 

Il 2 marzo 1919 si apriva a Mosca il congresso di fondazione della Terza Internazionale. L’Internazionale Comunista si sciolse nel giugno 1943. Pubblichiamo un estratto dal libro di Lucio Magri “Il sarto di Ulm” in cui, prima di esaminare la complessa e originale storia del partito comunista italiano, traccia un bilancio della vicenda del comunismo tra le due guerre mondiali. Fortunatamente disponibile anche in edizione economica il libro di Magri è uno strumento fondamentale di conoscenza e riflessione sulla storia dei comunisti nel Novecento. Non possiamo che consigliarne la lettura. 

1. Nell’ultimo quindicennio dell’Ottocento, e fino alla vigilia della Prima guerra mondiale, è emerso, in Europa ma non solo, un nuovo soggetto sociale, politico, culturale ben definito. Esso aveva alle spalle una lunga e travagliata gestazione: straordinari momenti di insorgenza rivoluzionaria (il 1848, la Comune) conclusi da altrettanto brucianti sconfitte, aspri e mai del tutto superati conflitti ideologici (anarchici, neogiacobini, socialisti utopisti ecc.); varie esperienze pratiche (sindacali, cooperativistiche, comunitarie); il tutto inserito e modellato in contesti nazionali molto diversi tra loro. Alla fine però era emerso un protagonista indiscutibilmente egemone, il socialismo di orientamento marxista, organizzato in partito, e collegato a sindacati, cooperative, giornali, riviste, su scala nazionale e con espliciti e impegnativi legami internazionali: la Seconda internazionale. Sui suoi legittimi genitori non ci sono dubbi possibili. Esso è nato da un incontro storicamente determinato. Da un lato una nuova classe, che lo sviluppo economico rapidamente produceva e rapidamente escludeva, ben definita nel rapporto tra capitale e lavoro salariato. Questa classe andava proprio allora concentrandosi nella grande industria, era capace di rivendicazioni e lotte collettive, e al tempo stesso (avendo dietro di sé la Rivoluzione francese) non era più plebe indistinta e rassegnata, poiché aveva “una confusa coscienza dei propri diritti sociali e politici. Dall’altro lato un pensiero forte, il marxismo, che a “sua volta aveva radici nell’eredità insieme riconosciuta e criticata della cultura moderna, offriva a quel nuovo soggetto sociale non un generico sostegno, ma strumenti intellettuali robusti per comprendere le ragioni strutturali delle sue sofferenze, per decifrare e immettersi in un’interpretazione generale della storia, per dare fondamento e plausibilità a un progetto di trasformazione generale del sistema e lo chiamava quindi a darsi un’organizzazione politica e ad assumere il ruolo di futura classe dirigente. Tale incontro non fu privo di ostacoli e controversie, ancora dopo le aggregazioni organizzative e anche tra coloro che pur si dichiaravano sinceramente marxisti. Controversie teoriche (dal «marxismo della cattedra» influenzato dal meccanicismo positivistico o dall’eticismo kantiano, all’economicismo tradeunionista); controversie politiche (sul suffragio universale, sull’importanza del Parlamento, sul colonialismo, sulle questioni operaie). Su tutto questo non occorre soffermarsi, perché esiste una vasta letteratura, ma soprattutto perché le controversie non impedirono a quel soggetto in formazione di definire comunque, anche a prezzo di qualche mediazione e di qualche ambiguità, un’identità culturale e di darsi un indirizzo politico unitario.

Utile invece, perché oscurato da successive e più aspre divisioni e oggi quasi dimenticato, è ricordare l’esito cui quel tentativo arrivò nel periodo del suo decollo, cioè la sua “straordinaria ascesa, su ogni versante, nel corso di poco più di vent’anni, e i risultati ottenuti, molti dei quali permanenti. Conquiste politiche: allargamento sostanziale in molti importanti paesi dell’accesso al voto, spazi di libertà di parola, di stampa e di organizzazione, pur pagando cruente repressioni, carcerazioni, esili. Conquiste sociali: riduzioni dell’orario di lavoro, diritto alle «coalizioni dei lavoratori», cioè alla contrattazione collettiva, primi passi di assistenza sanitaria e previdenziale e di tutela di donne e bambini, istruzione elementare obbligatoria. Crescita organizzativa (in Germania quasi un milione di iscritti) e crescita elettorale (intorno al 1910 la socialdemocrazia raggiunse, in Germania ma non solo, oltre il 35% dei voti e divenne il primo partito in Parlamento). Infine successi culturali: il marxismo penetrò nelle università (oltre che nelle fabbriche, nelle carceri e fino in Siberia), formando gruppi dirigenti di grande valore e imponendo ai maggiori intellettuali che lo avversavano di confutarlo, ma prendendolo sul serio. Anche qualche insorgenza rivoluzionaria, contro stati autoritari, sconfitta ma non inutile, come in Russia nel 1905, o vincente, come in Messico. Una così sorprendente e rapida ascesa era connessa a un’unità di fondo che, al di là dei dissidi passati o di quelli in gestazione su alcuni punti, era sufficiente a definire un’identità, a mobilitare grandi speranze in grandi masse. Non c’era socialista, per quanto riformista e gradualista, che non credesse alla necessità e alla possibilità di un superamento del sistema capitalistico come obiettivo finale del suo impegno. Non c’era socialista, per quanto rivoluzionario e impaziente, che “negasse la necessità di una permanente e strutturata organizzazione politica, con una precisa connotazione di classe, e come sede per formare una coscienza di classe. La parola socialista e quella comunista non si presentavano quindi in quel contesto divergenti, tanto meno incomponibili , designavano anzi la differenza e la complementarietà tra una fase di transizione, più o meno lunga, e un approdo cui quella transizione doveva portare.

Basta il semplice restauro della memoria di quella fase fondativa a dirci qualcosa di importante su tante sciocchezze che tormentano la discussione dei nostri giorni. Soprattutto quanto sia stato fondamentale il contributo del movimento operaio marxista alla nascita della democrazia moderna , nei suoi caratteri essenziali e distintivi: sovranità popolare, nesso tra libertà politica e condizioni materiali che la rendano esercitabile. Quanto sia stato importante il nesso tra organizzazione, pensiero strutturato, partecipazione di massa per fare di una plebe, o di una moltitudine di individui, un protagonista collettivo della storia reale. Infine, quanto sia parimenti assurdo supplire oggi a un vuoto di analisi e di teoria riverniciando dietro nuovi nomi idee già logore e battute un secolo fa, come l’anarchismo; o usare parole antiche, come socialdemocrazia, per indicare idee o scelte del tutto diverse da ciò che erano nate per indicare.

2. Nel giro di pochi anni, però, quel movimento che sembrava avviato a essere una «potenza» precipitò in una crisi verticale, si ruppe in molti frammenti. Perché? Perché si scontrò con un evento tanto sconvolgente quanto difficile da leggere e da governare: la Prima guerra mondiale.

Sembra ben strano, se non fosse rivelatore, che, ancor oggi, l’acceso dibattito sul Novecento, e in particolare sui suoi aspetti tragici, abbia trascurato o marginalizzato quel passaggio storico fondamentale e «costituente» per l’intero secolo. A dire il vero, l’incapacità di elaborare una convincente spiegazione di quella guerra, delle sue cause, della sua portata e delle sue conseguenze non è sorprendente in sé. L’intera generazione che la visse e vi partecipò con convinzione, presto ne misurò concretamente la tragedia: milioni e milioni di morti e di invalidi, economie demolite, stati e imperi che si dissolvevano, particolarmente nei paesi perdenti ma ovunque in Europa, colpirono l’intera società, quasi tutti gli strati sociali, certezze e culture che sembravano consolidate. La sorpresa era stata grande per tutti, perché ragioni e responsabilità di un tale disastro sembravano, in quel momento, inspiegabili, non c’era una crisi economica o sociale che spingesse a un conflitto militare di quelle dimensioni e a quei costi, la spartizione coloniale del mondo si era quasi conclusa con mediazioni accettate, la competizione tra le potenze per l’egemonia, pur evidente, si svolgeva sul terreno finanziario e tecnologico. Le stesse classi dominanti, pur da tempo impegnate in un riarmo a scopo dimostrativo, non prevedevano e non auspicavano una guerra mondiale, le alleanze tra loro apparivano casuali e contraddittorie al loro interno, fino all’ultimo riluttavano al passo decisivo. Ma poi, la scintilla di Sarajevo e una concatenazione quasi casuale di provocazioni fatte alla leggera avevano portato al precipitare di una guerra mondiale, alla quale i nuovi armamenti davano il carattere mai conosciuto di «guerra totale». E masse enormi vi parteciparono con la piena convinzione di «difendere la propria patria e la propria civiltà», sopportando il ruolo di «massa da macello». Questa duplice e contraddittoria coscienza («la guerra come incidente» o la «guerra di difesa dall’aggressore») segnò a lungo la memoria collettiva, cui concorse anche la grande intellettualità. Più tardi intervenne, critica ma altrettanto limitativa, la teoria – Croce ne è un esempio – della «parentesi di irrazionalità»; infine, prevalse stabilmente la lettura della Prima guerra mondiale come lotta tra le «democrazie» occidentali (che però erano al momento anche le maggiori potenze coloniali) e gli imperi autocratici (peccato che il Kaiser e lo Zar combattessero in campi diversi e gli americani fossero intervenuti solo all’ultimo momento). È quest’ultima la lettura oggi codificata: la Prima guerra mondiale come anticipazione di uno scontro che poi si ripropose nella Seconda guerra mondiale e nella guerra fredda (non a caso un presidente della Repubblica italiana, brava persona, è di recente arrivato a chiamare «quarta guerra di indipendenza» quel primo conflitto che un papa aveva definito giustamente «inutile strage»). Sarebbe interessante approfondire questo discorso, dedicandolo ai tanti che assolvono il capitalismo e il liberalismo dalla responsabilità della faccia oscura del Novecento, compresi i legami che lo uniscono all’attuale teoria della guerra preventiva. Ma ci porterebbe lontano da ciò che ci interessa: le conseguenze della Prima guerra mondiale sul movimento operaio marxista , sulle sue divisioni e metamorfosi, sulla nascita del comunismo. Onestamente non si può dire che il movimento operaio sia stato sorpreso. Al contrario, già a cavallo tra i due “secoli, non solo si sviluppò una discussione in cui il tema della guerra via via acquistava maggior rilievo, ma si andava direttamente al cuore del problema, se ne indagavano le cause, la si collegava a una lettura generale della fase storica, con una serietà di analisi e un impegno teorico di cui rimpiangere il livello.

Chi ritualmente ripete che il marxismo è sempre stato prigioniero di uno schema e per sua natura sempre incapace di cogliere le continue trasformazioni del sistema che avversava, può qui trovare una delle possibili smentite: parlo del grande dibattito sull’imperialismo, nel quale il problema della guerra era parte e conclusione proprio di diverse analisi della grande trasformazione del capitalismo intervenuta negli ultimi decenni. Questa trasformazione già obbligava a rivedere molte delle previsioni contenute nel Manifesto di Marx, e delle strategie a esso legate, investiva e collegava fenomeni diversi e contraddittori. Tanto per citare i più importanti: il salto tecnologico, allora rappresentato dall’introduzione sistematica delle nuove scienze nella produzione (chimica, elettricità, comunicazioni a distanza, meccanizzazione agraria); la nuova composizione sociale, per la concentrazione del lavoro operaio in grandi impianti industriali e le differenziazioni nelle sue capacità professionali, cui si affiancava il declino del ceto artigianale e commerciale, ma anche la crescita di un nuovo e non meno numeroso ceto medio legato a funzioni impiegatizie e ancor più a funzioni pubbliche; lo spazio maggiore per concessioni salariali, in parte offerto dai proventi di uno sfruttamento coloniale meno primitivo; la finanziarizzazione dell’economia con le società azionarie e i grandi trust sostenuti dalle banche. E poi l’istruzione generale, che riduceva l’analfabetismo ancora dominante ma creava barriere di classe non meno rigide; la rapida accelerazione degli scambi commerciali mondiali e l’esportazione “di capitali anche oltre i confini degli imperi, che riapriva una competizione per l’egemonia, spingeva al riarmo e accresceva il peso politico delle caste militari per sostenerla; infine, l’allargamento del suffragio che imponeva e permetteva di cercare, e spesso di ottenere, il consenso con nuovi strumenti ideologici come il nazionalismo e il razzismo.

Molto di tutto ciò fu avvertito dai gruppi “dirigenti del movimento operaio con una serietà e un impegno scientifico invidiabili, ma li spingeva a interpretazioni diverse e a conclusioni, all’inizio non cristallizzate ma via via divaricanti (Lenin, Luxemburg, Hilferding, Kautsky, Bernstein e dietro di loro, partecipi, intellettuali e operai, partiti e loro frazioni, sindacati). Da una parte il nuovo capitalismo fu visto come conferma della possibilità di una via graduale, tutto sommato indolore, al socialismo, quasi un esito naturale dello sviluppo, da cui si deduceva la priorità affidata al parlamentarismo e al tradeunionismo: autoritarismo e guerra potevano intervenire nel percorso, ma erano evitabili e non l’avrebbero comunque interrotto. Da un’altra parte l’imperialismo fu visto come fase suprema e putrescente del capitalismo, l’avvio di una degenerazione: concentrazione del potere effettivo dietro la maschera di un parlamentarismo screditato e corrotto, sviluppo sempre più ineguale del mondo, antagonismo tra grandi potenze, proteso a cercare all’esterno risposte alle ricorrenti crisi di sottoconsumo, a raccogliere intorno a sé ceti medi oscillanti con il furore patriottico, e a isolare la classe operaia e i contadini. La guerra in questo caso era nel conto, ne andava denunciato il carattere imperialistico e poteva offrire un’occasione rivoluzionaria o sprofondarsi in una inutile strage. Entrambe le parti “però non ritenevano la guerra imminente e, per ragioni opposte, non pensavano che avrebbe cambiato profondamente il corso delle cose. Perciò fu possibile per tutto il movimento socialista assumere un solenne impegno contro la guerra, ma non sviluppare una campagna di mobilitazione di massa che forse, data l’incertezza dei governi, avrebbe potuto almeno rinviarla o permettere di non esservi coinvolti.

Ma quando la guerra, quel tipo di guerra, scoppiò, travolse il mondo e travolse la Seconda internazionale. La maggioranza dei più importanti partiti che la componevano (con la timida eccezione di quello italiano) tradì l’impegno a opporvisi e a denunciarla. Lenin rimase solo. La parola tradimento non mi piace, e la sua ripetizione ossessiva rappresentò un ostacolo grave, successivamente, a ogni tentativo di dialogo o di convergenza, possibile e necessaria; in quel momento però era fondata. Non mi riferisco solo al voto dei parlamentari socialdemocratici sui crediti di guerra e al sostegno dei governi belligeranti, né solo alla passività e anzi allo stimolo con i quali i gruppi dirigenti contribuirono al furore patriottico dei loro militanti e dei loro elettori, all’equivoco della difesa della patria che ormai diventava volontà di vittoria. Mi riferisco al fatto che anche quando – di fronte ai morti, alla fame, all’uso cinico della «carne da macello» da parte delle caste militari – i popoli, non solo nei paesi perdenti, cominciarono ad aprire gli occhi e si produssero delusione, rabbia, diserzione, scioperi (anzi, anche dopo la conclusione della guerra), quei gruppi dirigenti mantennero ferma un’intesa con gli apparati burocratici e con la casta militare, per garantire la loro continuità e chiamarli a «garantire l’ordine». Rifiutarono “sia un’improbabile rivoluzione sia un serio tentativo di democratizzazione politica e di riforme sociali, ruppero cioè con le proprie stesse radici. E ne pagarono il prezzo: come forza politica e come pensiero quella che ancora si chiamava socialdemocrazia rimase per decenni marginale, dispersa, impotente, e ritrovò un ruolo importante solo dopo la Seconda guerra mondiale, modificando in sostanza la propria identità socialista in liberaldemocratica, ala sinistra, nel bene e nel male, nel campo occidentale.

Dall’altro lato chi sulla guerra aveva avuto ragione, e dalle insorgenze popolari sperava di intravedere l’esito di una rivoluzione socialista, dovette constatare la propria minorità, cercare scorciatoie e subire sconfitte e repressioni nell’Occidente europeo, si raggruppò intorno al pensiero leninista (convinto richiamo e insieme revisione profonda del marxismo originario) e intorno alla sola eredità effettiva che la guerra aveva lasciato: la rivoluzione, in un grande paese arretrato e destinato a un lungo isolamento, la Russia . Qui dunque nacquero la forza e il richiamo, e altrettanto le difficoltà e i limiti, di un nuovo soggetto politico che decise di chiamarsi comunista, che ambiva a un ruolo mondiale, ed effettivamente lo esercitò per molti decenni.

Arriviamo così al tema più controverso ma ineludibile di una vera nuova riflessione sulla questione comunista. Quello che segna il limite estremo tra revisione, critica e abiura e, paradossalmente, è rimasto marginale e implicito nel dibattito storico e politico degli ultimi anni: la lettura e il giudizio sulla Rivoluzione bolscevica e il suo consolidamento in un grande Stato e in una organizzazione internazionale.

È stata una scelta sciagurata che portava già dall’origine in sé i cromosomi delle peggiori degenerazioni, e alla fine si è autodissolta dopo aver fatto danni pesanti? Allora non occorre spaccare il capello, ricostruire un processo storico nel suo contesto: basta individuare quei cromosomi, far parlare il fatto della sconfitta finale, lasciarlo al solo lavoro accademico, politicamente archiviarlo. La «spinta propulsiva» dell’Ottobre non si è mai esaurita, semplicemente non c’è mai stata. Oppure la Rivoluzione russa è stata un grande evento propulsivo per la democrazia e l’incivilimento, successivamente tradito dal potere personale e dalla burocratizzazione, senza rapporto con il contesto storico dal quale era “originato e in cui si collocava? Allora basta una robusta denuncia dello stalinismo, una franca critica di chi non lo ha condannato in tempo, la fierezza dell’antifascismo, per sentirsi liberi di cominciare da capo, in «un mondo nuovo».

La mia indagine sul comunismo italiano nella seconda parte del secolo vorrebbe appunto contribuire a una valutazione più seria e circostanziata di quel che la Rivoluzione russa ha avviato. Ma non potrebbe neppure cominciare, e risulterebbe falsata, senza un breve accenno alle vicende di quella fase: gli anni tra le due guerre . Perché proprio su quelli si sono accumulate nella memoria censure ed equivoci di cui occorre sbarazzarsi. E perché in quella vicenda il comunismo italiano ha poi trovato sia le risorse, sia i limiti, per la costruzione di un grande partito di massa e la ricerca di una propria «via al socialismo».

3. La Rivoluzione russa non ci sarebbe stata, né avrebbe retto, senza Lenin , il Partito bolscevico, il suo insediamento nella pur minoritaria ma concentrata classe operaia, il livello e la saldezza del suo gruppo dirigente, non diviso ma allargato dalla confluenza del gruppo trosckista e dal rientro di tanti esuli già formati in vari angoli dell’Europa. Ma ancor meno ci sarebbe stata senza la guerra mondiale. Furono la disgregazione dello Stato autocratico, la fame nelle città, i milioni di contadini semianalfabeti strappati ai loro villaggi per combattere, la loro insorgenza in un’armata in disfatta e la delegittimazione dei suoi vertici a renderla una scelta possibile. I soviet non furono l’invenzione di un partito, quanto una spinta organizzativa indotta dalla necessità e dalla rabbia, avevano alle spalle il 1905, e in essi si svolse un’effettiva lotta per l’egemonia nella quale si affermò un’autorità riconosciuta e prese forma un programma. Lenin, che pure aveva già elaborato la teoria dello sviluppo ineguale, e dunque della rottura a partire dagli anelli più deboli della catena, aveva resistito a lungo all’idea che essa potesse assumere un carattere socialista, tanto meno consolidarsi, in un paese economicamente e culturalmente arretrato (per questo aveva confutato l’idea trockista della rivoluzione permanente). Ancora all’inizio della guerra, era convinto che la Russia doveva e poteva essere il punto di innesto di una partita il cui esito si sarebbe giocato in Occidente, là dove il socialismo poteva contare su basi «più solide». La scelta di conquistare subito e direttamente il potere statale fu presa da lui, e contro molte esitazioni dei suoi compagni, quando non solo il potere esistente era in una crisi irrecuperabile. La maggioranza del popolo voleva fermamente la Repubblica, la terra, la pace immediata, che i partiti liberaldemocratici non volevano né potevano concedere. Il potere ai soviet e la conquista del Palazzo d’inverno avvennero su quel «programma minimo», cui si aggiungeva la nazionalizzazione delle banche, luogo e strumento del capitale estero. La rivoluzione non aveva alternative, se non la restaurazione del potere autocratico o la precipitazione nell’anarchia e nella dissoluzione dell’unità di uno Stato “multinazionale”. E infatti avvenne in forma relativamente incruenta (i feriti, nella presa del Palazzo furono meno numerosi di quelli che costò la ricostruzione successiva dell’evento per un film). E aveva, nel merito, un consenso nella popolazione larghissimo, per quanto poteva esserlo in un paese immenso, disperso, analfabeta, e mai unificato se non dal mito dello Zar e da una religione superstiziosa. Nulla a che fare con un atto giacobino, da parte di una minoranza che approfittando di un’occasione conquistava il potere. A quel programma ci si attenne, anche contrastando spinte più radicali, come nel caso della pace di Brest-Litovsk.

A dar però poi forma al nuovo potere (deperimento dei soviet, sistema monopartitico, limitazione delle libertà, esecuzione della famiglia imperiale, polizia segreta) fu la vocazione, come oggi si dice, autoritaria del leninismo, o la coerente ed estrema applicazione di alcuni concetti apertamente formulati da Marx («violenza come levatrice della storia», «dittatura del proletariato»)? A me non pare vero, o quanto meno mi pare una parte secondaria del vero. Basta rileggere e comparare due saggi di Lenin scritti a breve distanza tra loro per rendersene conto: Stato e rivoluzione , al cui centro c’è l’idea di una democrazia (che rimane pur sempre una dittatura come lo è ogni Stato) ma assume un carattere più avanzato perché fondato su istituzioni partecipative dirette, rappresenta la maggioranza del popolo e garantisce il contenuto di classe del nuovo Stato; e La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky in cui la dittatura proletaria appare invece «senza limiti» e l’istanza democratica viene assorbita nel partito che la rappresenta e l’organizza.

Il ruolo decisivo lo ebbero invece due fatti enormi. Anzitutto la lunga e tremenda guerra civile con una straordinaria partecipazione di massa che confermò la legittimità della rivoluzione ma devastò il paese in ogni angolo, quanto e ancor più della guerra mondiale. Quella guerra civile non fu provocata né combattuta contro forze liberali o borghesi ma, nel modo più spietato, da armate zariste in nome della restaurazione, prevalentemente con il reclutamento delle popolazioni che avevano sempre gestito le repressioni imperiali, e con il sostegno dei governi inglese e francese. E fu vinta dai bolscevichi al prezzo di una ferrea militarizzazione, e lasciò dietro di sé caos nella produzione in ogni settore, campagne costrette all’autoconsumo, ancor più fame nelle città, proletariato industriale decimato e disperso, emigrazione degli strati tecnicamente qualificati (salvo una parte che dalla rivoluzione era stata conquistata e l’Armata rossa integrò senza remore). Anche una semplice organizzazione della sopravvivenza spingeva ormai verso un esercizio centralizzato e duro del potere.

Seconda novità: l’esaurirsi del sommovimento di massa che in Occidente, soprattutto in Germania, per un breve momento sembrò annunciare una possibile rivoluzione, ma presto si dimostrò minoritario rispetto all’intera società. Non aveva obiettivi chiari, né una guida politica sicura, né quadri, si ripresentò a lungo, ma in rivolte disperse e occasionali, facilmente represse da apparati militari ancora in piedi e da corpi di volontari nazionalisti. Esecuzioni sommarie e assassini selettivi (da Rosa Luxemburg fino a Rathenau) vennero usati non solo per sbarrare la strada a una rivoluzione che non c’era, ma anche alla democratizzazione politica e a limitate riforme sociali. Già in quel momento pesò non poco l’insensata imposizione del trattato di Versailles e l’arroganza dei vincitori nel gestirlo.

Cambiava così tutto il quadro: la Rivoluzione russa, al di là dell’emergenza della ricostruzione, doveva affrontare insieme i problemi dell’accumulazione primitiva, dell’organizzazione di uno Stato quasi mai esistito, e ormai distrutto, della prima alfabetizzazione per un 80% della popolazione, in un totale e minaccioso isolamento. Lenin comprese, almeno in parte, la realtà. Liquidò seccamente entusiasmi e furori del comunismo di guerra, impose la Nep, che ebbe presto successo, avviò una politica estera prudente che poi portò al trattato di Rapallo. Giunse a proporre una collaborazione economica che garantisse a imprese capitalistiche estere la proprietà dei loro investimenti in Russia (subito rifiutata). Infine, quasi dal letto di morte, espresse la propria ostilità alla concentrazione del potere nelle mani di un capo.

Ma la gravità del problema restava in campo, il consolidamento di uno Stato e di una società socialista, con le proprie sole forze, per un periodo probabilmente lungo, in un paese arretrato. Voglio con ciò giustificare ogni aspetto della Rivoluzione russa come obbligata conseguenza di fattori oggettivi e soverchianti; negare analisi e teorie sbagliate, errori politici macroscopici ed evitabili, che la segnarono dall’origine e in modo permanente? Tutto il contrario. Cerco di spiegare, o forse solo di spiegarmi, con i fatti, la dinamica del processo, collocarla in un contesto, e di commisurare alle difficoltà i successi che dall’inizio e a lungo quell’azzardo invece ottenne (così come si è fatto, e anch’io feci, ricostruendo il decollo della modernità borghese, le sue conquiste e i suoi errori). In questo caso: uno sviluppo economico rapido e rimasto ininterrotto per molti decenni (anche nel periodo della grande crisi “mondiale degli anni trenta), un primo acculturamento di masse sterminate, la mobilità che promuoveva dal basso in alto, la redistribuzione del reddito pur nella dura povertà, la garanzia di elementari tutele sociali per tutti, una politica estera generalmente prudente e non aggressiva, tutto ciò insomma su cui in quegli anni non brevi si costruiva un alto grado di consenso e di mobilitazione all’interno, e, malgrado tutto, anche simpatia e prestigio all’esterno. E non voglio tacere alcuni errori fin dall’inizio evitabili che pesarono a lungo, che non furono recuperati anche quando potevano più facilmente esserlo e che oggi è utile, oltre che doveroso, riconoscere. Il primo errore, al quale lo stesso Lenin aprì la strada, fu quello dell’ossessione della «linea giusta», della centralizzazione delle decisioni nel vertice della Terza internazionale, fino al dettaglio della tattica, applicata a situazioni molto diverse. Esso portò dall’inizio l’Internazionale comunista a decisioni oltre che gravemente sbagliate, oscillanti, come per esempio la gestione estremistica della politica in Germania (di cui furono direttamente responsabili Zinov’ev e Radek); o in quella cinese, avviata d’intesa con il Kuomintang, fino al momento in cui passò allo sterminio dei comunisti. Col tempo portò alla consuetudine, accettata dai vari partiti nazionali, di applicare alla lettera, e senza mediazioni, le direttive del partito guida, come avvenne nel caso del patto Molotov-Ribbentrop. Ne risultava compromesso uno dei migliori insegnamenti strategici della Rivoluzione russa, ossia la capacità di analisi determinata di una realtà determinata.

Il secondo errore fondamentale riguarda la scelta, compiuta alla conclusione della Nep e per sostenere una pur necessaria rapida industrializzazione, della collettivizzazione forzata delle campagne. Anziché portare a una crescita produttiva agricola, da cui trarre, con mezzi accettabili e reciprocamente convenienti, risorse per l’industrializzazione, quella scelta, oltre “i tragici costi umani, trasformò per sempre l’agricoltura in una palla al piede dell’economia sovietica. Cosa necessaria potevano essere la pianificazione centralizzata o il contenimento dei kulaki, cosa diversa erano la pianificazione e la collettivizzazione frettolose anche della piccola proprietà o le deportazioni di massa.

Un terzo errore corretto in fatale ritardo, ma al quale lo stesso Lenin aveva aperto un varco, fu quello di additare come nemico principale, all’interno del movimento operaio, il cosiddetto «centrismo» (Kautsky e Bernstein in rotta con la loro destra, il socialismo austriaco, il massimalismo socialista in Italia). La socialdemocrazia aveva sicuramente contribuito a quell’errore: con impegni traditi, concessioni poi rinnegate, con alleanze senza princìpi; ma rifiutare di intervenire sulla vasta area di forze ancora incerte, a volte disponibili come interlocutori, imporre loro rapidamente «o di qua o di là», proporre esclusivamente un fronte unico dal basso che le escludeva, portò a un settarismo, a un’autosufficienza che neppure l’emergere del fascismo permise di superare prima che fosse tardi. Di tutti questi errori, Stalin non fu più responsabile dei suoi oppositori.

Se non si considerano entrambe le facce della Rivoluzione russa, e del primo decennio del suo consolidamento, è impossibile decifrare l’ancor più contraddittoria fase del decennio successivo, il momento della prova più dura, l’impresa più rilevante: la resistenza al fascismo e la Seconda guerra mondiale. La tesi centrale dell’attuale revisionismo storico , che è penetrata nella memoria diffusa e la altera totalmente, è quella che vede nel fascismo la risposta forsennata e delirante all’incombente minaccia del bolscevismo. Una tesi che non ha alcun fondamento. Il fascismo in Italia nacque sul tema della vittoria tradita e iniziò la sua campagna di violenza «contro i rossi» quando l’occupazione delle fabbriche, peraltro niente affatto orientata verso la «rivoluzione», si era già conclusa, rivolte contadine non ce n’erano o erano stati episodi isolati, il Partito socialista era nella confusione e si avviava a ripetute scissioni, il sindacato era guidato dallala più moderata. Trovò poi finanziamenti nel padronato e la complicità delle guardie regie, mentre la Chiesa aveva da poco concluso un patto con i liberali e guardava con diffidenza il nuovo partito di Sturzo. Mussolini si presentava dunque come definitiva garanzia dell’ordine. Arrivò infine al governo, senza alcuna situazione di emergenza, per investitura del re, e con l’appoggio diretto, in Parlamento, delle forze conservatrici tradizionali (in un certo momento perfino i Giolitti e i Croce) che pensavano di usarlo e domarlo semplicemente per restaurare il precedente e oligarchico assetto del potere.

In Germania il nazismo, marginale e sconfitto per tutto il periodo durante il quale le turbolenze della sinistra erano state represse da governi socialdemocratici, da un esercito ricostruito e tornato politicamente attivo e da una maggioranza parlamentare decisamente conservatrice, crebbe all’improvviso sull’onda del rinato nazionalismo e della crisi economica aggravata dalle perduranti riparazioni di guerra. La violenza selettiva delle SA e l’antisemitismo ricevevano espliciti appoggi dall’alto. Raggiunse l’apice dei voti nel 1932, ma era di nuovo in calo quando Hitler fu fatto cancelliere da Hindenburg, con la complicità di von Papen e di Brüning, e con il decisivo sostegno degli stati maggiori prussiani. In Ungheria Horty andò al potere quando già la «Repubblica dei soviet» di Béla Kun era stata repressa. Franco più tardi avviò in Spagna la guerra civile contro un governo democratico moderato, legittimato dal voto, e tra le masse, più dei «bolscevichi», pesavano gli anarchici.

Indubbiamente in tutti questi casi i comunisti avevano una qualche corresponsabilità, per non aver visto la gravità e la natura del pericolo e per non aver costruito, anzi per aver ostacolato, con la teoria del socialfascismo , l’unità delle forze che dovevano e potevano arginarlo. Ma le responsabilità delle classi dirigenti nella nascita del fascismo furono ben maggiori: per aver seminato culture, esacerbato ferite che ne avevano costituito le premesse, per averlo agevolato e legittimato mosse non dall’intento di fronteggiare un’altra e maggiore minaccia, ma da quello di sradicare ogni possibile contestazione futura dell’ordine sociale e imperiale esistente. Comunque sia, a metà degli anni trenta, quando a tutto ciò si aggiunse la grande crisi economica, il fascismo prevaleva in gran parte d’Europa e già manifestava chiaramente non solo la propria essenza autoritaria, ma la propria vocazione aggressiva. Qui si colloca il momento più tragico della storia del Novecento e qui ebbero origine sia la straordinaria e positiva ascesa dell’Unione Sovietica, sia i germi di una sua possibile involuzione.

I “partiti comunisti erano in grave difficoltà ovunque ma particolarmente in Occidente, indeboliti organizzativamente ed elettoralmente, messi fuori legge, in esilio, in carcere o sterminati. L’Unione Sovietica, malgrado il successo dei primi piani quinquennali, si sentiva esposta a un’aggressione militare che da sola non poteva reggere. Fece dunque, in meno di due anni, una svolta politica e ideologica radicale, ben sintetizzata più tardi dallo slogan: «risollevare dal fango la bandiera delle libertà borghesi». Stalin non solo accettò, ma promosse quella svolta, il VII congresso dell’Internazionale la sancì, Togliatti, Dimitrov, Thorez la tradussero nell’esperienza dei Fronti popolari. Sulle vicende dei governi di Fronte popolare, molto brevi e mal elaborate sul piano strategico, ci sarebbero molte cose da approfondire. Sottolineo solo alcuni punti essenziali.

a)    Nei loro obiettivi immediati (impedire una nuova guerra mondiale, avviare una “politica di riforme) furono sconfitti. Rappresentarono comunque in concreto il primo segnale di una grande mobilitazione democratica di popolo e di intellettuali contro il fascismo e a sostegno di nuove politiche economiche. In connessione, non pienamente consapevole, con il New Deal americano gettarono le prime pietre di un edificio che poi nella guerra fu costruito e portò alla vittoria: qualcosa più di un’alleanza militare.

b)    Se furono battuti ed entrarono in crisi non lo si può imputare all’estremismo dei partiti comunisti. Malgrado essi mettessero al primo posto la difesa dell’Unione Sovietica, anzi proprio per questo, i comunisti vi parteciparono con piena convinzione (in Spagna con eroismo) ma anche con una prudenza perfino eccessiva. In Francia conquiste sociali importanti, e permanenti, furono il prodotto di un grande movimento rivendicativo dal basso, sul quale il Pcf intervenne «perché non si esagerasse». Il governo Blum, che i comunisti sostenevano dall’esterno ma lealmente, cadde rapidamente per le proprie incertezze in politica economica e finanziaria, la fuga dei capitali, lo sciopero degli investimenti. La vittoria di Franco in Spagna fu favorita dall’intervento esplicito e diretto del fascismo italiano e tedesco, e con la benevola neutralità degli inglesi, che si impose a Blum e fu “poi imitata da Daladier. I comunisti cercarono con durezza di arginare la spinta anarchica alla radicalizzazione, e l’Unione Sovietica fu sola nel portare alla legittima Repubblica un sostegno per quanto poteva. La critica che si può loro applicare sta nel fatto che quella politica restò per loro una scelta legata anzitutto a un’emergenza, non incise profondamente nella strategia di lungo periodo.

c)    Il partito italiano, pur ridotto dalla repressione, costituì la maggioranza delle brigate internazionali in Spagna (insieme al piccolo Partito d’Azione), fu lì decimato ma formò una nuova leva di quadri che poi fu essenziale alla Resistenza in Italia, e lì cominciò a maturare, soprattutto in Togliatti, un primo abbozzo strategico di quell’idea della «democrazia progressiva», che riallacciava il tenue filo interrotto del congresso di Lione (guidato da Gramsci) ed era coerente con le sue originali Lezioni sul fascismo dei primi anni trenta. Al di là dei Fronti popolari, tanto più dopo la loro sconfitta, il vero elemento dirimente del decennio fu però la questione della guerra: come evitarla, come combatterla. Ed è su questo che oggi si sono riproposte tante reticenze, tante alterazioni dei fatti e del loro concatenamento. La follia aggressiva di Hitler poteva essere fermata in tempo. Un’amplissima documentazione storica testimonia che, malgrado il potere assoluto conquistato, la prospettiva della guerra, a tempi brevi, e apertamente esibita, trovava in Germania resistenze anche in poteri forti che potevano frenarla o rovesciarla. Innanzitutto il vertice delle forze armate, convinto che la guerra, almeno allora, la si perdeva, e lo faceva sapere. Militarizzazione della Renania, annessione dell’Austria, invasione dei Sudeti e occupazione di fatto dell’intera Cecoslovacchia: in ognuna di queste tappe di avvicinamento, una coalizione simile a quella che poi lo batté in guerra, anche solo mostrando determinazione, avrebbe interrotto il sogno hitleriano di dominio mondiale. Una tale coalizione difensiva fu ripetutamente proposta dall’Unione Sovietica e ripetutamente elusa o rifiutata dai governi occidentali. Perfino la Polonia, nuova vittima designata, negò un patto di difesa comune al governo di Mosca. Questi successivi cedimenti alimentarono il progetto nazista, Monaco ne è l’esempio (non a caso Mussolini fu rite“nuto un mediatore credibile, benché non neutrale). L’opinione pubblica tirava il fiato, perché non voleva rischiare una guerra. Ma già dopo poche settimane Hitler cancellò, indenne, il compromesso appena raggiunto. Viltà, incoscienza di chi doveva fermarlo? Non ci credo, e quasi nessuno successivamente ci ha creduto. Il fatto era che Chamberlain, e di rincalzo Daladier (Roosevelt era lontano, perché condizionato dall’opinione pubblica isolazionista, e da Wall Street che sempre più gli si opponeva), avevano un progetto, inconfessabile ma non privo di logica, quello di usare la Germania e indebolirla, deviando verso Est le sue pulsioni imperiali: due piccioni con una fava. A questo punto l’Urss siglò il patto di non aggressione con Ribbentrop, per evitare di diventare la vittima isolata, per guadagnare tempo, rovesciare il gioco. E le cose dimostrarono che aveva ragione; la Russia fu invasa poco dopo, ma come parte di una grande alleanza, militarmente adeguata. L’errore, semmai, fu quello di trascinare per un anno i partiti comunisti nella teorizzazione, ormai assurda, della guerra interimperialista, che oscurò il loro impegno antifascista e compromise in parte la stima conquistata sul campo. Errore a cui, più facilmente, il Pci poté sottrarsi. A confermare questa ricostruzione sta il fatto che anche dopo la dichiarazione di guerra e l’invasione della Polonia, inglesi e francesi non si mossero fino a quando il blitz tedesco attraverso il Belgio sfondò il fronte occidentale, la Francia crollò e il suo Parlamento (compresi ottanta deputati socialisti) concesse la fiducia al governo fantoccio Pétain. Olanda, Danimarca e Norvegia furono invase, la Svezia restò neutrale senza vietarsi neppure proficui commerci, Romania e Ungheria erano già al fianco della Germania, l’Italia, ingenua e furba come sempre, entrò in guerra per parteci“pare alla vittoria. L’Europa era in mano fascista, solo gli inglesi restavano intransigenti combattenti, protetti dal mare e sostenuti dagli aiuti americani, ma con prospettive incerte, e anche per merito di un conservatore intelligente e di carattere, Churchill. Le sorti del conflitto si rovesciarono nel momento in cui Hitler decise di invadere l’Urss. Col senno di poi è facile dire che, fra le tante, fu la maggiore tra le sue follie, ma spesso nella follia c’è una logica. Evidentemente Hitler era convinto che l’Unione Sovietica, al primo urto perdente, in breve crollasse, sul fronte interno più ancora che per debolezza militare, come era crollata la Francia, e come era crollata trent’anni prima la Russia dello Zar. Come poteva resistere una razza inferiore, male armata, dominata da un autocrate asiatico? Il suo crollo avrebbe assicurato alla Germania il controllo di un immenso paese, una riserva inesauribile di forza-lavoro e di materie prime. A quel punto l’Inghilterra non avrebbe potuto resistere, gli Stati Uniti avrebbero avuto nuove ragioni per tenersi alla larga. E infatti molti anche tra i suoi avversari temevano che andasse così come Hitler era sicuro che andasse. Il primo urto vincente ci fu, forse anche perché Stalin non se lo aspettava così presto; i tedeschi arrivarono alla periferia di Mosca e ai confini delle regioni petrolifere. Ma a quel punto, anche per la geniale intuizione della «guerra patriottica», l’Unione Sovietica si mostrò capace di una miracolosa mobilitazione popolare e di una sorprendente capacità industriale, gli alleati ne capirono l’importanza vitale e mandarono armi e risorse, Leningrado tenne duro accerchiata e affamata con mezzo milione di morti, i tedeschi furono fermati sulla strada di Volokolamsk, furono circondati e annientati a Stalingrado: cominciò la lunga marcia verso Berlino. Nel frattempo, Roosevelt incoraggiò e utilizzò l’attacco a Pearl Harbor dei giapponesi per portare finalmente gli Stati Uniti in guerra, una lotta partigiana efficace emerse in Grecia e in Jugoslavia. Dopo Stalingrado per Hitler la guerra era persa. E nella vittoria l’Unione Sovietica aveva avuto un ruolo decisivo, pagando con ventuno milioni di morti. Il comunismo stato un mito? Ammettiamo pure che in parte lo sia stato, ma a quel punto il mito trovava buone ragioni per crescere. Inscrivere la Seconda guerra mondiale come scontro tra i due «totalitarismi» è una pura stupidaggine: il fiume di sangue non l’avevano prodotto i comunisti, l’avevano versato.

d) Ma gli anni trenta , per i comunisti, ebbero anche un’altra faccia, di cui non si può tacere, e che nel lungo periodo si è dimostrata decisiva. Mi riferisco, ovviamente, all’esercizio del terrore interno , alla repressione massiccia e crudele di oppositori potenziali o supposti. Esso non solo rivelò senza veli la pratica autoritaria di un potere senza limiti ormai istituzionalizzato, ma rappresentò anche un vero salto di qualità nel contenuto, oltre che nel metodo, di cui Stalin portava una personale responsabilità, e innescò meccanismi difficilmente reversibili. Il salto di qualità non si misura solo sul numero dei morti e delle deportazioni, sull’arbitrio delegato a esecutori che spesso a loro volta rapidamente ne restavano vittime. Si coglie piuttosto in due nuovi aspetti che stabiliscono una differenza profonda rispetto al leninismo, sia pur estremizzato, e anche rispetto alle lotte brutali contro le opposizioni negli anni venti, perfino rispetto alla liquidazione dei kulaki, forma estrema di una lotta di classe. Primo aspetto: la repressione allora, soprattutto dal ’36 al ’38, si concentrò, oltre che sui resti di un’élite bolscevica ormai priva di influenza sulla società e sugli apparati, e sinceramente disposta alla disciplina, sul partito stesso e, nel suo insieme, su coloro cioè che avevano seguito e applicato le scelte di Stalin e gli restarono fedeli. Dato irrefutabile: dei delegati al XVII congresso del Partito bolscevico, il «congresso dei vincitori» del 1934, dopo pochi anni quattro quinti erano stati uccisi o deportati, come accadde a 120 su 139 tra i membri del nuovo Comitato centrale. Il terrore raggiunse il suo culmine quando ormai le scelte economiche e politiche erano state applicate con successo, il pericolo, seppure incombente, era del tutto esterno. Un terrore quindi privo di base razionale, di giustificazione plausibile, che non rafforzava ma indeboliva il sistema a tutti i livelli (esempio estremo: la liquidazione proprio alla vigilia di una guerra, del gruppo dirigente dell’Armata rossa, fedele e competente, tre generali d’armata su cinque, centotrenta su centosessantotto generali di divisione e così via, a cascata). Lo stesso Stalin era promotore e vittima di quell’insensatezza: nelle memorie della figlia si ricorda che a ogni ondata di epurazioni egli era spinto da un giudizio critico sulla qualità dei quadri e da un sospetto nevrotico sulla loro fedeltà, dal timore della stabilizzazione di una casta burocratica, che si autoproduceva, e di apparati repressivi che via via agivano in proprio, e alla fine constatava che l’epurazione ne aveva promossi di più pericolosi di cui liberarsi in fretta. Secondo aspetto della novità che definiva lo stalinismo in senso proprio, collegato al primo, ma che non basta a spiegarlo: le giustificazioni addotte come prove per i verdetti più crudeli, nei processi più importanti, e le confessioni estorte. Agenti provocatori, complotti terroristi, spie dei fascisti o addirittura dei giapponesi fin dall’origine. Appare assurdo e quasi futile chiedere, come tanto spesso si è fatto e si continua a fare, alle generazioni che seguirono: che cosa sapevate, quanto sapevate di tutto ciò? A ogni livello, infatti, allora e dopo, come poteva qualcuno credere effettivamente che quasi l’intero gruppo di uomini che avevano diretto la Rivoluzione di ottobre già lavorassero per farla fallire, o che la maggioranza dei quadri sui quali Stalin si era affermato e l’avevano seguito si preparassero a tradire? Così si creava una rottura non solo tra fini e mezzi, ma una deformazione culturale profonda e duratura, la riduzione della ragione entro i confini più o meno ristretti imposti da una fede. Il volontarismo e il soggettivismo, nella coscienza non solo dei vertici ma delle masse, gettavano nel lontano futuro i semi che avrebbero prodotto il loro contrario: l’apatia delle masse e il cinismo della burocrazia. E tuttavia la forza di un ideale, i sacrifici compiuti in suo nome, i successi ottenuti per sé e per tutti, e altri che si delineavano, portavano anche i consapevoli non solo a giustificare i mezzi, ma a considerarli transitori. Una catastrofe era stata fermata, uno spazio si apriva per conquiste democratiche e sociali e per la liberazione di nuovi popoli oppressi. Il mondo era effettivamente cambiato e “progredendo, avrebbe sanato quelle contraddizioni. Questa era l’eredità complessiva che il comunismo italiano raccoglieva. Le risorse che la storia gli offriva e insieme i limiti da superare per fondare un partito di massa e cercare di definire una propria strategia: non un modello da riprodurre, ma un retroterra necessario «per andare oltre». Non a caso, per tratteggiare questa eredità ho voluto riformulare l’espressione, volutamente ambigua, che Kipling rese famosa: «il fardello dell’uomo comunista».

da Lucio Magri. “Il Sarto Di Ulm

Pubblico impiego, oggi quasi tre milioni al voto per il rinnovo delle Rsu. Alle urne anche i precari autore Fabrizio salvatori da: controlcrisi.org

Oggi inizia nella pubblica amministrazione e nella scuola, la tre giorni di voto dei nuovi rappresentanti sindacali. Si tratta di un appuntamento molto particolare, e dall’esito incerto, perché per la prima volta voteranno centinaia di migliaia di precari. Non voteranno solo le forze dell’ordine, il personale diplomatico, medici e prefetti. Le urne saranno aperte fino a giovedì 5 marzo. “Il voto attivo e passivo per i lavoratori a tempo determinato nella pubblica amministrazione è un risultato importante, un evento storico che premia la battaglia storica del sindacato confederale e della Cgil in particolare”, dice Claudio Treves, segretario generale della Nidil Cgil, il sindacato dei lavoratori atipici.
“Va chiarito – aggiunge Treves – che si tratta di lavoratori a termine, e non di lavoratori atipici. Questo è un segnale incoraggiante verso la risoluzione del problema della presenza di collaboratori precari e false partite iva nella Pa”. “Va chiarito – aggiunge Treves – che si tratta di lavoratori a termine, e non di lavoratori atipici. Questo è un segnale incoraggiante verso la risoluzione del problema della presenza di collaboratori precari e false partite iva nella Pa”.
“Noi dalle elezioni ci aspettiamo ci aspettiamo innanzitutto che i lavoratori vadano massicciamente a votare per dimostrate che nei luoghi di lavoro c’è ancora voglia di fare sindacato, di rappresentare e di essere rappresentati, di portare avanti i diritti dei lavoratori”, è invece l’invito del segretario generale della Fp Cgil, Rossana Dettori.

Nella scuola, potranno essere votati anche i precari annuali, con contratto sino al 30 giugno o 31 agosto 2015, a seguito della storica sentenza della Corte di giustizia europea del 26 novembre scorso, che ha mandato in soffitta il principio di discriminazione tra il personale di ruolo e precario della scuola adottato per decenni in Italia con l’avallo dei sindacati tradizionali, ribandendo, nello specifico, quanto riconosciuto dalla direttiva 14/2002 e dalla sentenza della Corte Europea Association dé mediation 2014. Nella scuola potrebbero cambiare molte cose dal punto di vista della rappresentanza. I sindacati non rappresentativi, sinora lasciati ai margini, anche dalla mancanza di possibilità di riunirsi in orario di servizio, facoltà lasciata a quelli rappresentativi, hanno creato un’alleanza: Unicobas e Usb hanno deciso di appoggiare le liste Anief: un patto di ”desistenza”, attraverso cui si vuole rompere il monopolio ventennale dei noti sindacati e tornare finalmente a tutelare i lavoratori.
L’accordo prevede che nelle scuole dove non sia presente una lista Rsu Unicobas e Usb, i lavoratori sostengano le liste Anief: se invece sono presenti solo liste dei sindacati oggi rappresentativi, si chiede ai lavoratori di astenersi di assegnare il voto, perché si tratta di quelle organizzazioni che nell’ultimo ventennio sono state artefeci o perlomeno complici nel far perdere ai lavoratori della scuola quote sempre maggiori di salario, diritti e dignità lavorativa.“Coloro che si autodefiniscono “sindacati responsabili” – si legge in un comunicato Usb – hanno detto sempre si, e dove siamo arrivati? Alla riduzione dei salari, all’aumento dei carichi di lavoro con la riduzione dell’incentivo, al peggioramento di orari e turni di lavoro sempre più discrezionali. Al licenziamento senza giusta causa e al demansionamento professionale ed economico. A servizi pubblici scadenti, condizionati dalla quantità per garantire la parità di bilancio, senza valutare qualità ed esigenze dei cittadini. Grazie alla silente responsabilità di CGIL CISL e UIL andremo ormai in pensione alla soglia dei 70 anni, con milioni di giovani disoccupati”.
Il pubblico impiego è in piena fase di travaglio, con il contratto nazionle non rinnovato dal 2010 e decine di esuberi più o meno mascherati in arrivo dalla soppressione delle Province e dalla spending review.
Nella scuola, potranno essere votati anche i precari annuali, con contratto sino al 30 giugno o 31 agosto 2015, a seguito della storica sentenza della Corte di giustizia europea del 26 novembre scorso, che ha mandato in soffitta il principio di discriminazione tra il personale di ruolo e precario della scuola adottato per decenni in Italia con l’avallo dei sindacati tradizionali, ribandendo, nello specifico, quanto riconosciuto dalla direttiva 14/2002 e dalla sentenza della Corte Europea Association dé mediation 2014. Nella scuola potrebbero cambiare molte cose dal punto di vista della rappresentanza. I sindacati non rappresentativi, sinora lasciati ai margini, anche dalla mancanza di possibilità di riunirsi in orario di servizio, facoltà lasciata a quelli rappresentativi, hanno creato un’alleanza: Unicobas e Usb hanno deciso di appoggiare le liste Anief: un patto di ”desistenza”, attraverso cui si vuole rompere il monopolio ventennale dei noti sindacati e tornare finalmente a tutelare i lavoratori.
L’accordo prevede che nelle scuole dove non sia presente una lista Rsu Unicobas e Usb, i lavoratori sostengano le liste Anief: se invece sono presenti solo liste dei sindacati oggi rappresentativi, si chiede ai lavoratori di astenersi di assegnare il voto, perché si tratta di quelle organizzazioni che nell’ultimo ventennio sono state artefeci o perlomeno complici nel far perdere ai lavoratori della scuola quote sempre maggiori di salario, diritti e dignità lavorativa.“Coloro che si autodefiniscono “sindacati responsabili” – si legge in un comunicato Usb – hanno detto sempre si, e dove siamo arrivati? Alla riduzione dei salari, all’aumento dei carichi di lavoro con la riduzione dell’incentivo, al peggioramento di orari e turni di lavoro sempre più discrezionali. Al licenziamento senza giusta causa e al demansionamento professionale ed economico. A servizi pubblici scadenti, condizionati dalla quantità per garantire la parità di bilancio, senza valutare qualità ed esigenze dei cittadini. Grazie alla silente responsabilità di CGIL CISL e UIL andremo ormai in pensione alla soglia dei 70 anni, con milioni di giovani disoccupati”.
Il pubblico impiego è in piena fase di travaglio, con il contratto nazionle non rinnovato dal 2010 e decine di esuberi più o meno mascherati in arrivo dalla soppressione delle Province e dalla spending review.

Berlinguer, l’Eurocomunismo che voleva salvare l’Europa dal disastro capitalista. Un evento il 6 marzo a Roma autore redazione da: controlacrisi.org

«Si parla ormai di fallimento della Comunità. C’è chi raccomanda di tornare indietro all’Europa delle patrie. Ma una frammentazione dell’Europa in Stati nazionali costituisce, contrariamente a quanto avvenne nel secolo scorso, un freno allo sviluppo, alla crescita della civiltà in Europa e anche alla crescita della civiltà su tutto il pianeta. L’Europa dei popoli e del lavoratori è l’unica Europa possibile».
Quando Enrico Berlinguer pronunciava queste parole (1984) c’era tutto un altro mondo e la costruzione dell’Europa unita era agli inizi. Dopo oltre trent’anni, però, ciò che il segretario del Pci già intravedeva, cioè il declino politico e sociale dell’Europa, oggi è sotto gli occhi di tutti. Ecco perché di fronte alla Grecia di Tsipras, all’Europa della Merkel e alla frammentazione della sinistra italiana, il pensiero e la pratica politica di Enrico Berlinguer costituiscono un ineludibile punto di riferimento da cui muovere per affrontare la crisi globale.
A conclusione dell’”anno berlingueriano”, che per i trent’anni dalla morte ha visto svolgersi in tutta Italia numerosi incontri e seminari sul pensiero politico di Enrico Berlinguer, non poteva mancare un evento dedicato alle riflessioni sull’Europa del segretario del Pci. Riflessioni che – alla luce di quanto accade dentro e attorno al Vecchio continente (dalla crisi Ucraina al disastro del Medio Oriente, alla disoccupazione di massa – appaiono attuali quanto, in alcuni passaggi, profetiche.
Alla «visione puramente “contabile”» delle classi dirigenti europee, che «hanno, sì, interesse a una liberalizzazione dei mercati e degli scambi ma non hanno uguale interesse all’adozione di politiche comuni che perseguano l’obiettivo di uno sviluppo economicamente e socialmente più equilibrato e più giusto», Berlinguer contrapponeva l’idea dell’eurocomunismo: poiché il capitalismo «abbandonato alla sua spontaneità» non può che accentuare diseguaglianze e ingiustizie; e poiché per «salvare la democrazia … bisogna superare il capitalismo», ecco che la dimensione europea diventava quella più adeguata alle sfide del tempo e, soprattutto, più favorevole all’unità delle classi lavoratrici con l’obiettivo di una trasformazione radicale dello stato di cose presente. Insomma, l’Europa che Berlinguer immaginava non era sovietica ma nemmeno capitalistica; una sorta di “terza via” (bisogna ricordare che siamo ancora in piena Guerra Fredda) per permettere, appunto, la nascita di un’Europa dei popoli e dei lavoratori.

Concetti su cui si sviluppò la collaborazione con Altiero Spinelli (il quale, si tende a dimenticare, era stato eletto come indipendente nelle liste del Pci al parlamento Ue ed ebbe modo di osservare che il segretario del Pci portò a compimento la saldatura tra democrazia e socialismo) verso un assetto più democratico delle istituzioni europee, per un’Europa più democratica, federalista, in grado di affermare il proprio ruolo e la propria autonomia politica ed economica. Viceversa, un’Europa pedissequamente allineata alle posizioni degli Usa, «appendice del Patto atlantico», avrebbe condannato il Continente «alla perdita definitiva di ogni sua funzione di progresso nel mondo», decretandone il declino sociale, politico ed economico.

Queste riflessioni saranno al centro dell’incontro internazionale che si terrà venerdì 6 marzo a Roma (9,30-17,30, presso l’Auditorium di via Rieti 11), promosso dall’Associazione Futura Umanità, da Rosa Luxemburg Bruxelles, dall’istituto Nicos Poulantzas e dal Gue, al quale parteciperanno esponenti politici e studiosi provenienti oltre che dall’Italia anche da Grecia, Germania, Spagna e Francia (qui il programma)
In occasione del convegno, gli Editori Riuniti hanno stampato un volume con i sette discorsi che il segretario del Pci tenne durante il suo mandato di eurodeputato.