“La Primavera del Lavoro”. La Fiom suona la carica contro Il Governo Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Una nuova primavera del lavoro, della democrazia e dell’unità nel lavoro e nei diritti”.Così Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, annuncia il mese di mobilitazioni contro il Jobs act che termineranno con una manifestazione a Roma il prossimo 28 marzo. Concludendo a Cervia l’assemblea nazionale del sindacato, che ha radunato 543 delegati, Landini ha inoltre messoin campo un pacchetto di 4 ore di sciopero per fare le assemblee a partire dal 19 marzo. E per il 21 marzo a Bologna con Libera che ha organizzato la giornata della memoria. La mobilitazione, ha spiegato ancora il segretario nazionale Fiom, servira’ a costruire un nuovo statuto dei lavoratori e a “trovare le modalita’ per contrastare l’applicazione del Jobs Act” anche a livello contrattuale.
Le ipotesi di un ingresso in politica, Maurizio Landini, nel corso del suo intervento, le ha bollate come “stupidate” ma la volontà della Fiom di procedere nel contrasto all’idea di lavoro, delineata dal Governo, c’è tutta. Un “passaggio epocale”, l’ha definito, perché “hanno cambiato le regole e il contesto”.

Nel discorso di Landini non c’è traccia di alcun “confronto” con la Cgil. Anzi, l’invito, confezionato in forma diplomatica è quello a scendere in campo. “Credo – ha osservato il leader delle tute blu – che sia legittimo, necessario e doveroso, che il sindacato si organizzi e si batta per contrastare” quello che non ritiene giusto: in questo senso, ha tagliato corto Landini, “politica il sindacato la ha sempre fatta da cento anni, non è un’offesa” evidenziarlo. Per il momento il solco da seguire è quello delineato da Camusso nel corso dell’ultimo direttivo: nuovo statuto dei lavoratori e referendum. Certo, però, la questione del “ruolo” del sindacato in questo momento in relazione alla “sponda politica” è aperta. Landini non ne vede di sponde. Ed è per questo che tenta una operazione per rompere l’accerchiamento. Cee la farà con la “palla al piede della Cgil”?

D’altronde, per fare fronte a un Governo “che sta applicando il programma della Confindustria”, ha stigmatizzato il segretario della Fiom, occorre “costruire una coalizione sociale di soggetti che non rinunciano alla Costituzione” e ai suoi principi proponendo, magari, anche un “nuovo Statuto dei Lavoratori. Se necessario – aggiunge Landini – si può andare anche al referendum abrogativo del Jobs Act: penso sia una cosa che dobbiamo fare”, in un percorso “che dobbiamo mettere in campo”, senza perdere tempo. “Dobbiamo continuare le nostre iniziative e le nostre mobilitazioni, allargando consenso alle nostre posizioni – ha concluso Landini -: sono convinto che il Governo su questi temi non abbia la maggioranza del Paese e il consenso dei lavoratori”.

L’Italia non riconosce la Pale­stina Fonte: il manifesto | Autore: Eleonora Martini

 

Il rico­no­sci­mento pieno non è arri­vato. L’Italia per il momento si impe­gna solo a «soste­nere l’obiettivo della costi­tu­zione di uno Stato pale­sti­nese» nella logica di «due popoli, due stati» e a «pro­muo­vere il rico­no­sci­mento della Pale­stina quale stato demo­cra­tico e sovrano entro i con­fini del 1967», con «Geru­sa­lemme capi­tale con­di­visa», soste­nendo e pro­muo­vendo i nego­ziati di pace «diretti tra le parti». Con­tra­ria­mente a quanto annun­ciato dalla mag­gio­ranza di governo, le due mozioni appro­vate ieri dalla Camera — quella del Pd votata anche dai depu­tati di Sel che con­tiene i punti sopra ripor­tati, e quella del Ncd e del gruppo di Area popo­lare, con­trap­po­sta alla prima ma solo in parte — non seguono le orme della riso­lu­zione del Par­la­mento euro­peo votata appena il 17 dicem­bre scorso anche dall’Italia che soste­neva «in linea di prin­ci­pio il rico­no­sci­mento dello Stato pale­sti­nese e la solu­zione a due Stati», rite­nendo che «ciò debba andare di pari passo con lo svi­luppo dei col­lo­qui di pace, che occorre far avanzare».
Ben lon­tani dalla Sve­zia che è stato il primo Paese euro­peo a rico­no­scere appieno lo Stato di Pale­stina, e dif­fe­ren­te­mente anche dai par­la­men­tari della Gran Bre­ta­gna, della Fran­cia, della Spa­gna, dell’Irlanda, del Por­to­gallo e del Bel­gio, i depu­tati ita­liani ieri hanno mostrato tutta la dif­fi­coltà poli­tica di una mag­gio­ranza che porta in seno posi­zioni incon­ci­lia­bili. La prima mozione appro­vata con 300 voti a favore, 45 con­trari e 59 aste­nuti è il risul­tato di una lunga e dif­fi­cile trat­ta­tiva con­dotta dal capo­gruppo demo­cra­tico Roberto Spe­ranza all’interno del suo stesso par­tito. Su di essa sono con­vo­gliati anche i voti di Sel che ha visto boc­ciare la pro­pria mozione, deci­sa­mente più schie­rata in favore della Pale­stina così come lo era anche il testo del M5S, i cui depu­tati però hanno pre­fe­rito astenersi.

Ma per sal­vare capra e cavoli in casa pro­pria, il governo ha dato parere favo­re­vole anche alla mozione del Ncd che è stata appro­vata in coda alla prima con 237 sì, 84 no e 64 asten­sioni. Un testo che si limita a «soste­nere la tem­pe­stiva ripresa del nego­ziato diretto, come via mae­stra per la rea­liz­za­zione degli Accordi di Oslo», ma soprat­tutto impe­gna il governo «a pro­muo­vere il rag­giun­gi­mento di un’intesa poli­tica tra Al-Fatah e Hamas che, attra­verso il rico­no­sci­mento dello Stato d’Israele e l’abbandono della vio­lenza, deter­mini le con­di­zioni per il rico­no­sci­mento di uno Stato pale­sti­nese». Una mozione, quella di Ac-Ncd, che in molti hanno rite­nuto con­trap­po­sta alla prima ma che invece, spiega il vice capo­gruppo Pd Andrea Mar­tella, costi­tui­rebbe un’«integrazione al primo testo» secondo «il rego­la­mento della Camera» per­ché i due testi non sono «né pre­clusi né assor­biti» l’uno dall’altro.

Eppure, gli applausi della mag­gio­ranza a con­clu­sione del voto e gli entu­sia­smi del Pd e di Sel non durano a lungo. «Oggi è un bel giorno per il Par­la­mento. Appro­vata mozione per il rico­no­sci­mento della Pale­stina. #due­po­po­li­due­stati», twitta Spe­ranza. Gli fa eco il coor­di­na­tore di Sel Nicola Fra­to­ianni, pur incassa il risul­tato pur stig­ma­tiz­zando il dop­pio sì del governo. Ma quello che sem­bra un tra­guardo rag­giunto viene sciu­pato dalle rea­zioni di Israele e dai ter­ri­tori occu­pati: «Acco­gliamo posi­ti­va­mente la scelta del Par­la­mento ita­liano di non rico­no­scere lo Stato pale­sti­nese e di aver pre­fe­rito soste­nere il nego­ziato diretto fra Israele e i pale­sti­nesi», scrive in un comu­ni­cato l’ambasciata israe­liana a Roma. «Con­tento» anche il pre­si­dente della comu­nità ebraica di Roma, Ric­cardo Paci­fici, che accusa Hamas di essere «un osta­colo» alla pace.

Men­tre da Ramal­lah la prima a com­men­tare è la rap­pre­sen­tante dell’Olp, Hanan Ash­rawi, che defi­ni­sce «infe­lice» («unfor­tu­nate», nel testo in inglese) una «riso­lu­zione non si impe­gni per l’incondizionato e uffi­ciale rico­no­sci­mento dello Stato di Pale­stina» e chiede «al governo ita­liano di rico­no­scere lo Stato pale­sti­nese senza con­di­zioni». Aggiunge Mustafa Bar­ghouti, fra­tello di Mar­wan, dete­nuto nelle car­ceri israe­liane, che «non ha senso col­le­gare il rico­no­sci­mento della Pale­stina alla ripresa dei nego­ziati, quando è chiaro che è Israele a non volersi sedere al tavolo delle trat­ta­tive e con­ti­nua nelle sue poli­ti­che di amplia­mento delle colo­nie e di espro­pria­zione delle terre pale­sti­nesi». Per Bar­ghouti comun­que «le due mozioni votate non si esclu­dono a vicenda e natu­ral­mente apprez­ziamo molto la posi­zione del Pd».

Si dice «ama­reg­giato e deluso», il medico Yus­suf Sal­man, rap­pre­sen­tante della Mez­za­luna pale­sti­nese in Ita­lia: «Rim­piango in que­sto momento la poli­tica di Andreotti, Craxi e Ber­lin­guer — dice al mani­fe­sto — que­sta ambi­guità non serve a nes­suno. Chiedo all’Italia un po’ di coe­renza, visto che nel 2012 ha votato in sede Onu a favore del rico­no­sci­mento dello Stato, e nel 1980 riunì a Vene­zia l’intera Europa per rico­no­scere il diritto all’autodeterminazione del popolo pale­sti­nese». Arrab­biato anche Salem Ashur, pre­si­dente della comu­nità pale­sti­nese in Ita­lia: «Un voto che rispec­chia la con­fu­sione che vive l’Italia sul piano poli­tico — dice al tele­fono -. Pec­cato, per­ché doveva essere un mes­sag­gio forte per Israele che è oggi in mano agli estre­mi­sti e ai raz­zi­sti che stanno distrug­gendo l’immagine degli ebrei».

Landini: «Sì, voglio fare politica» Ecco la rete oltre il lavoro| Fonte: il manifesto | Autore: Antonio Sciotto

«Alcuni mi dicono: ma tu così vuoi fare poli­tica! E io rispondo: sì, voglio fare poli­tica!». Que­sta frase, pro­nun­ciata all’Assemblea dei metal­mec­ca­nici di Cer­via, potrebbe sem­brare quella che tutti cer­cano: l’ammissione di Mau­ri­zio Lan­dini, final­mente. Che dirada le neb­bie della «coa­li­zione sociale», diven­tata quasi il sacro Graal della sini­stra, per but­tarsi in poli­tica. Eppure no, non ci siamo ancora. Per vin­cere le accuse di ambi­guità, il segre­ta­rio Fiom cerca allora di spie­gare l’origine della «coa­li­zione sociale», e anche il suo signi­fi­cato, con esempi di vita quo­ti­diana. Innan­zi­tutto la genesi. Dob­biamo risa­lire agli anni Set­tanta, e poi spo­starci velo­ce­mente al set­tem­bre scorso. «Cosa face­vamo quando negli anni Set­tanta chie­de­vamo che l’1% degli utili di impresa non andasse al nostro sala­rio, ma a costruire ser­vizi sociali? Non chie­de­vamo asili e mense non solo per i lavo­ra­tori, ma per tutti i cit­ta­dini? Non era quello un punto di vista gene­rale? Il pro­blema è che abbiamo smesso di farlo, non che qual­cuno voglia farlo oggi». E ora, sì: «Alcuni mi dicono: ma tu così vuoi fare poli­tica! E io rispondo: sì, voglio fare politica!».Frase che nel suo con­te­sto si com­prende meglio. Quindi Lan­dini riporta quell’esempio a oggi: «A Pomi­gliano metà lavo­rano e metà no. Allora con Libera abbiamo creato un fondo, che si ali­menta con gli straor­di­nari di chi lavora ma anche con altre dona­zioni, e potrà ser­vire a chi non rie­sce a pagare le bol­lette, a chi rischia lo sfratto».
La «coa­li­zione sociale» esce dai can­celli delle fab­bri­che e va a incon­trare i pro­blemi delle fasce deboli, ovun­que esse siano, che lavo­rino o no. L’esegesi ci porta poi al set­tem­bre scorso: «Nel docu­mento che pro­prio qui, da Cer­via, lan­ciava la mani­fe­sta­zione del 25 otto­bre con la Cgil, scri­ve­vamo che la coa­li­zione sociale ‘uni­fica le lotte per il lavoro e i diritti sociali, ed è fatta di lavo­ra­tori, stu­denti, pre­cari, disoc­cu­pati, migranti’».

Per con­cre­tiz­zare Lan­dini non cita la clas­sica tuta blu. «L’altra sera all’Autogrill la ragazza che ci ha ser­vito il caffè mi ha spie­gato che è un inge­gnere elet­tro­nico, e che lavora per 700 euro, con un con­tratto che scade tra 14 giorni. Se non me lo rin­no­vano, mi ha detto, vado all’estero». Un’assistente per gli anziani, rac­conta poi, «prima ha rifiu­tato lavori per 3,5 euro l’ora, poi per 3. Ma alla fine, quando l’hanno chia­mata per 2,5, non ce l’ha fatta: ‘Devo accet­tare — mi ha detto — ho una figlia pic­cola e il marito in cassa’. Ecco, que­ste per­sone qui, come le rappresento?».

Ci pen­serà, appunto, la coa­li­zione sociale. Che legherà diverse figure, di lavo­ra­tori e non, movi­menti, asso­cia­zioni, lo stesso sin­da­cato. E che un giorno potrebbe avere uno sbocco poli­tico, per­ché no, come Syriza o Pode­mos, ma per ora Lan­dini glissa: «I poli­tici fanno i poli­tici, e magari si con­fron­te­ranno con le mobi­li­ta­zioni che ven­gono dal basso». Lo spa­zio c’è, per­ché «nono­stante il genio di Firenze e Grillo, l’astensionismo aumenta».

Quindi si parte da «cose molto sin­da­cali»: «Il nuovo Sta­tuto dei lavo­ra­tori, un refe­ren­dum per abro­gare il Jobs Act, le rac­colte di firme per gli appalti e per can­cel­lare il pareg­gio di bilan­cio in Costi­tu­zione». Ma poi la lotta si allarga, e allora chissà: «Ci bat­te­remo con altri per la difesa dei diritti, per la casa, la salute, la lega­lità, per rein­ve­stire i beni con­fi­scati alle mafie».

“No a Salvini”, subito dopo il corteo a Roma un’assemblea per i beni pubblici alla “Ex Lavanderia” da: controlacrisi.org autore Fabrizio salvatori

 

L’associazione “Ex Lavanderia” oggi pomeriggio dirà il suo “No” a Salvini anche con una assemblea cittadina che si terrà nei locali del padiglione 31, ex lavanderia del S. Maria della Pietà. Un “Mai con Salvini” con tutta la Roma democratica che oggi pomeriggio comunque scenderà in piazza con il concentramento di piazza Vittorio.”Insieme stiamo costruendo un altro modello di città, una strada di condivisione, un nuovo welfare, un nuovo modello di lavoro e cultura – si legge in un comunicato di “Ex Lavanderia”, che ha aderito al corteo di oggi pomeriggio -. Lo stiamo facendo nei tanti luoghi del patrimonio pubblico e privato lasciati all’abbandono e all’incuria per creare un’occasione speculativa che arricchisce pochi ai danni di un’intera città”.

Un percorso condiviso con la rete sociale DeLiberiamo Roma, con Diritto alla città e con tutti i comitati e le associazioni tematiche e municipali consapevoli che le privatizzazioni, dal patrimonio ai servizi pubblici, sono un’operazione che aggrava il già disastrato bilancio di Roma senza portare benefici ai suoi abitanti.

Questi sono i temi con i quali si tenta di aprire di nuovo la discussione con i cittadini che hanno partecipato alla Campagna “Si può fare” e hanno sottoscritto la delibera per l’uso pubblico del S. Maria della Pietà. “E con questi diciamo insieme a chi scenderà in piazza: “Mai con Salvini”, Roma è di chi condivide percorsi democratici che restituiscano la città ai suoi abitanti”.

Mai con Salvini, al corteo diverse migliaia di persone. Aggressione fascista a un manifestante autore Fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Canotti gonfiabili, striscioni e anche bandiere No tav al corteo che sta sfilando a Roma da qualche minuto. Diverse migliaia di persone hanno urlato “Mai con Renzi. Mai con Salvini. Respingiamoli”, tra cori “Odio la Lega” e “Tutti liberi” riferendosi ai militanti fermati ieri dopo gli scontri con le forze dell’ordine a piazzale Flaminio. Tra gli altri, babndiere del PRc, Diritto ad abitare, Cobas, centri sociali e varie associazioni tra cui l’Anpi. Tutti riuniti sotto la sigla #maiconsalvini, in riferimento alla manifestazione che la Lega sta tenendo attualmente a piazza del Popolo e a cui partecipa anche Casapound. In piazza del Popolo, intanto, sono comparte gigantografie con la foto di Mussolini.

Il corteo anti-Salvini tocchera’ piazza Santa Maria Maggiore, via Cavour e via dei Fori Imperiali, per poi concludersi a Campo de’ Fiori.
Le forze dell’ordine in tenuta antisommossa hanno presidiato la piazza e gli sbocchi per evitare che la folla esca dall’itinerario consentito per raggiungere la manifestazione del Carroccio. Lì vicino c’è la sede di Casa Pound.

Un manifestante che stava raggiungendo il corteo è stato aggredito da cinque fascisti mentre scendeva dalla metro a Termini. «Fortunatamente non è grave – ha spiegato uno degli organizzatori -. Dopo essersi medicato ci sta raggiungendo per partecipare alla manifestazione».