I beni confiscati che lo Stato-mafia lascia marcire da: antimafia duemila

agenzia-beni-confiscatiTra contanti bloccati ed immobili in disuso una riforma è sempre più urgente.
di Giorgio Bongiovanni – 24 febbraio 2015
Un tesoro da oltre 30 miliardi di euro. E’ questa la stima dei patrimoni sottratti alle mafie tra beni mobili, immobili e aziende. Di questi il 10% (ben tre miliardi), sono in contanti, denaro liquido e titoli. Soldi che restano totalmente inutilizzati con cifre che sono in costante aumento. Inoltre, nella relazione redatta dalla Commissione per l’elaborazione di proposte normative in materia di lotta alla criminalità, di cui il procuratore aggiunto della Procura di Reggio Calabria Nicola Gratteri è presidente viene messo in evidenza come “in Italia sono in attesa di destinazione definitiva beni per un valore pari a 2-3 miliardi di euro”.

Non è solo amarezza quella che si prova leggendo il capitolo dedicato alla confisca dei beni, nel piano di riforma presentato dal pm reggino, si prova anche rabbia. Anche se i dati erano noti da tempo si ha infatti la prova definitiva del totale disinteresse, da parte dello Stato italiano, di sconfiggere Cosa nostra e tutte le altre organizzazioni criminali. Eccezion fatta per alcuni politici, alcuni magistrati, alcuni giornalisti, alcune autorità religiose, alcuni membri delle forze dell’ordine, alcuni rappresentanti della società civile e persino bambini, che sono diventati martiri, abbattuti dalla criminalità mafiosa, tutti gli altri hanno deciso di “lavarsi le mani”, o peggio, di scendere a patti. Oggi solo un pugno di magistrati con poche forze dell’ordine e una discreta parte della società civile fa resistenza. Possiamo tranquillamente dire, ed è sufficientemente provato dai dati, dai numeri, dalle statistiche, e dalla visione pragmatica della realtà che lo Stato non vuole annientare la mafia ed anzi si adopera a mantenerla in vita nonostante vi siano i mezzi per distruggerla.
“Occorre spezzare il legame esistente tra il bene posseduto ed i gruppi mafiosi, intaccandone il potere economico e marcando il confine tra l’economia legale e quella illegale”. A dirlo era Pio La Torre, lo stesso che propose la confisca dei beni ai mafiosi insieme al democristiano Virginio Rognoni, che poi diventò legge il 13 settembre del 1982, quattro mesi dopo il suo omicidio. Cosa resta oggi di quelle parole? A cosa servono quei trenta miliardi di euro tra beni mobili, immobili e contanti confiscati (quindi proprietà dello Stato) che restano a marcire, ad ammuffire fino a diventare inservibili? Siamo stufi dei numeri che il ministro dell’Interno Angelino Alfano, lo stesso che ha promesso da oltre un anno il bomb jammer al pm di Palermo Nino Di Matteo senza averlo ancora consegnato, mostra a forma di stella nel petto. Nel report di Ferragosto sulla sicurezza del Paese ricordava che in quattro mesi erano stati sequestrati 2.500 beni e confiscati 414, per un valore complessivo che superava il miliardo. Ma ha taciuto delle difficoltà di un sistema che continuamente si inceppa e che contribuisce non solo ad aumentare la forza delle criminalità organizzate ma anche a rafforzare lo stato di crisi economica in cui verte il nostro Paese. Quante volte l’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati si è inceppata nell’ultimo passaggio della riassegnazione? Quante volte gli immobili restano vuoti o ancora occupati dai familiari dei boss in carcere? Quante volte i terreni restano abbandonati mentre potrebbero nascere cooperative di giovani, in aiuto anche alle famiglie più povere diminuendo così anche le percentuali di disoccupazione? Quante volte aziende che con il denaro dei boss erano ricche e floride mentre con la gestione statale, anche a causa della presenza di amministratori giudiziari nella migliore delle ipotesi impreparati, si avviano verso il fallimento? alfano-caricatura
La risposta a tutte queste domande è troppe volte. Per quale motivo? Noi spesso parliamo di Stato-mafia che si trova in lotta contro lo Stato-Stato e quando si assiste a questo immobilismo appare sempre più evidente che è il primo oggi ad occupare i vertici delle nostre “sacre” istituzioni. Vorremmo vedere quegli onesti, nostri rappresentanti in Parlamento, battere i pugni sul tavolo e gridare di fronte a queste “bestemmie” della giustizia. Sarebbe auspicabile che il Presidente del Senato Pietro Grasso dicesse la sua, che ammonisse severamente i funzionari di Stato inetti e mafiosi che non fanno nulla per destinare questi preziosi beni sottratti alla mafia, che si facesse sentire per utilizzare questi beni confiscati. Di quei denari conservati nelle casse dello Stato potrebbero far buon uso le forze dell’ordine che indagano e lavorano tra mille problematiche. Ed anche i familiari delle vittime di mafia, che da anni aspettano contributi da parte dello Stato (Fondo 512 per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso), sono costretti ad assistere a questa “barzelletta”.
Non sappiamo se le competenti proposte di Gratteri, servitore dello Stato-Stato e non dello Stato-mafia, verranno accettate dal nostro Governo. Noi temiamo che il pm reggino non riceverà altro che un sorriso ipocrita, così come spesso è capitato a don Luigi Ciotti che da anni chiede una riforma della normativa sui Beni Confiscati. E’ per questo che il nostro vuole essere un invito a tutti i cittadini di protestare, di far sentire la propria voce con una campagna forte e reale sui beni confiscati. Come spesso ricorda il Presidente di Libera ora servono norme più efficaci e nuovi strumenti. Molti di questi beni confiscati possono tradursi in dignità, libertà e lavoro per tante persone. C’era anche tutto questo in ballo nella trattativa tra Stato e mafia e non possiamo dimenticare che tra i punti del “papello” di Riina vi era la revisione della legge Rognoni-La Torre ed il divieto di applicare misure di prevenzione e sequestri ai familiari dei mafiosi. Così come, nell’elenco di richieste di Cosa nostra, vi era anche la riforma della legge sui pentiti. Un altro punto che, nel corso degli anni, ha avuto il suo riconoscimento grazie alla campagna lenta ed inesorabile contro i collaboratori di giustizia lasciati in una condizione di miseria, abbandonati a loro stessi. Uno stillicidio che ha centrato il suo obiettivo tanto che oggi, salvo qualche rarissima e miracolosa eccezione (vedi Vito Galatolo e pochissimi altri), non si pente più nessuno. Quindi adesso è l’ora della resa dei conti. Di fronte ad un Governo che in forma indegna tratta quotidianamente con la mafia come dimostra quel patto del Nazareno che ha visto il premier Renzi dialogare di riforme per il bene del nostro Paese con Silvio Berlusconi, a capo di un partito che è stato ideato e costruito da Marcello Dell’Utri (condannato definitivamente in Cassazione per concorso esterno in associazione mafiosa) non si può restare inermi. Che si dimetta il premier, che si dimetta la Faccia di bronzo dello pseudo ministro degli Interni, che lasci il proprio incarico il ministro della Giustizia. Che ugualmente agiscano tutti gli altri membri della squadra di Governo. Si dimettano e che si vada a nuove elezioni, sperando che il popolo “pecorone” degli italiani si svegli e reagisca contro i ladri dello Stato-mafia che siedono sugli scranni delle nostre istituzioni.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: