ANPI news 152

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

 

Processo ad Alfred Stork. Le verità giudiziali sulla strage di Cefalonia dopo 70 anni“: giovedì 26 febbraio iniziativa pubblica a Roma con interventi, tra gli altri, del Procuratore militare di Roma, Marco De Paolis, e del Presidente Nazionale dell’ANPI, Carlo Smuraglia  

 

Domenica 1 marzo, a Saciletto di Ruda (UD), commemorazione dei combattenti dell’Intendenza Montes e dei GAP fucilati dai fascisti nel febbraio del 1945. Terrà l’orazione ufficiale il Presidente Nazionale dell’ANPI  

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Si è tenuta sabato 21 febbraio, a Torino, al Centro Incontri della Regione Piemonte, la manifestazione promossa dall’ANPI nazionale col titolo “Legge elettorale e riforma del Senato: era (ed è) una questione democratica”. All’iniziativa hanno aderito Libertà e Giustizia, l’ARCI, l’UISP, l’ARS, col sostegno della CGIL, e la partecipazione è stata altissima: una sala affollatissima, con gruppi arrivati da varie zone del Piemonte, ma anche dalla Liguria, di Levante e di Ponente(…)

Non abbiamo bisogno di commentare in modo approfondito altre notizie, di questi giorni, che in realtà parlano da sole (…)

►  Ancora una volta è stata rinviata la discussione, in Parlamento, di mozioni che chiedono il riconoscimento dello stato di Palestina. E’ davvero un peccato, perché sarebbe ora che si prendesse una decisione positiva in materia, visto che quasi due terzi degli Stati membri delle Nazioni Unite, hanno fatto questo riconoscimento, e di recente, si è aggiunto anche qualche Stato dell’Unione Europea, per cui la questione è davvero più che matura(…)

 

ANPINEWS N.152

I beni confiscati che lo Stato-mafia lascia marcire da: antimafia duemila

agenzia-beni-confiscatiTra contanti bloccati ed immobili in disuso una riforma è sempre più urgente.
di Giorgio Bongiovanni – 24 febbraio 2015
Un tesoro da oltre 30 miliardi di euro. E’ questa la stima dei patrimoni sottratti alle mafie tra beni mobili, immobili e aziende. Di questi il 10% (ben tre miliardi), sono in contanti, denaro liquido e titoli. Soldi che restano totalmente inutilizzati con cifre che sono in costante aumento. Inoltre, nella relazione redatta dalla Commissione per l’elaborazione di proposte normative in materia di lotta alla criminalità, di cui il procuratore aggiunto della Procura di Reggio Calabria Nicola Gratteri è presidente viene messo in evidenza come “in Italia sono in attesa di destinazione definitiva beni per un valore pari a 2-3 miliardi di euro”.

Non è solo amarezza quella che si prova leggendo il capitolo dedicato alla confisca dei beni, nel piano di riforma presentato dal pm reggino, si prova anche rabbia. Anche se i dati erano noti da tempo si ha infatti la prova definitiva del totale disinteresse, da parte dello Stato italiano, di sconfiggere Cosa nostra e tutte le altre organizzazioni criminali. Eccezion fatta per alcuni politici, alcuni magistrati, alcuni giornalisti, alcune autorità religiose, alcuni membri delle forze dell’ordine, alcuni rappresentanti della società civile e persino bambini, che sono diventati martiri, abbattuti dalla criminalità mafiosa, tutti gli altri hanno deciso di “lavarsi le mani”, o peggio, di scendere a patti. Oggi solo un pugno di magistrati con poche forze dell’ordine e una discreta parte della società civile fa resistenza. Possiamo tranquillamente dire, ed è sufficientemente provato dai dati, dai numeri, dalle statistiche, e dalla visione pragmatica della realtà che lo Stato non vuole annientare la mafia ed anzi si adopera a mantenerla in vita nonostante vi siano i mezzi per distruggerla.
“Occorre spezzare il legame esistente tra il bene posseduto ed i gruppi mafiosi, intaccandone il potere economico e marcando il confine tra l’economia legale e quella illegale”. A dirlo era Pio La Torre, lo stesso che propose la confisca dei beni ai mafiosi insieme al democristiano Virginio Rognoni, che poi diventò legge il 13 settembre del 1982, quattro mesi dopo il suo omicidio. Cosa resta oggi di quelle parole? A cosa servono quei trenta miliardi di euro tra beni mobili, immobili e contanti confiscati (quindi proprietà dello Stato) che restano a marcire, ad ammuffire fino a diventare inservibili? Siamo stufi dei numeri che il ministro dell’Interno Angelino Alfano, lo stesso che ha promesso da oltre un anno il bomb jammer al pm di Palermo Nino Di Matteo senza averlo ancora consegnato, mostra a forma di stella nel petto. Nel report di Ferragosto sulla sicurezza del Paese ricordava che in quattro mesi erano stati sequestrati 2.500 beni e confiscati 414, per un valore complessivo che superava il miliardo. Ma ha taciuto delle difficoltà di un sistema che continuamente si inceppa e che contribuisce non solo ad aumentare la forza delle criminalità organizzate ma anche a rafforzare lo stato di crisi economica in cui verte il nostro Paese. Quante volte l’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati si è inceppata nell’ultimo passaggio della riassegnazione? Quante volte gli immobili restano vuoti o ancora occupati dai familiari dei boss in carcere? Quante volte i terreni restano abbandonati mentre potrebbero nascere cooperative di giovani, in aiuto anche alle famiglie più povere diminuendo così anche le percentuali di disoccupazione? Quante volte aziende che con il denaro dei boss erano ricche e floride mentre con la gestione statale, anche a causa della presenza di amministratori giudiziari nella migliore delle ipotesi impreparati, si avviano verso il fallimento? alfano-caricatura
La risposta a tutte queste domande è troppe volte. Per quale motivo? Noi spesso parliamo di Stato-mafia che si trova in lotta contro lo Stato-Stato e quando si assiste a questo immobilismo appare sempre più evidente che è il primo oggi ad occupare i vertici delle nostre “sacre” istituzioni. Vorremmo vedere quegli onesti, nostri rappresentanti in Parlamento, battere i pugni sul tavolo e gridare di fronte a queste “bestemmie” della giustizia. Sarebbe auspicabile che il Presidente del Senato Pietro Grasso dicesse la sua, che ammonisse severamente i funzionari di Stato inetti e mafiosi che non fanno nulla per destinare questi preziosi beni sottratti alla mafia, che si facesse sentire per utilizzare questi beni confiscati. Di quei denari conservati nelle casse dello Stato potrebbero far buon uso le forze dell’ordine che indagano e lavorano tra mille problematiche. Ed anche i familiari delle vittime di mafia, che da anni aspettano contributi da parte dello Stato (Fondo 512 per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso), sono costretti ad assistere a questa “barzelletta”.
Non sappiamo se le competenti proposte di Gratteri, servitore dello Stato-Stato e non dello Stato-mafia, verranno accettate dal nostro Governo. Noi temiamo che il pm reggino non riceverà altro che un sorriso ipocrita, così come spesso è capitato a don Luigi Ciotti che da anni chiede una riforma della normativa sui Beni Confiscati. E’ per questo che il nostro vuole essere un invito a tutti i cittadini di protestare, di far sentire la propria voce con una campagna forte e reale sui beni confiscati. Come spesso ricorda il Presidente di Libera ora servono norme più efficaci e nuovi strumenti. Molti di questi beni confiscati possono tradursi in dignità, libertà e lavoro per tante persone. C’era anche tutto questo in ballo nella trattativa tra Stato e mafia e non possiamo dimenticare che tra i punti del “papello” di Riina vi era la revisione della legge Rognoni-La Torre ed il divieto di applicare misure di prevenzione e sequestri ai familiari dei mafiosi. Così come, nell’elenco di richieste di Cosa nostra, vi era anche la riforma della legge sui pentiti. Un altro punto che, nel corso degli anni, ha avuto il suo riconoscimento grazie alla campagna lenta ed inesorabile contro i collaboratori di giustizia lasciati in una condizione di miseria, abbandonati a loro stessi. Uno stillicidio che ha centrato il suo obiettivo tanto che oggi, salvo qualche rarissima e miracolosa eccezione (vedi Vito Galatolo e pochissimi altri), non si pente più nessuno. Quindi adesso è l’ora della resa dei conti. Di fronte ad un Governo che in forma indegna tratta quotidianamente con la mafia come dimostra quel patto del Nazareno che ha visto il premier Renzi dialogare di riforme per il bene del nostro Paese con Silvio Berlusconi, a capo di un partito che è stato ideato e costruito da Marcello Dell’Utri (condannato definitivamente in Cassazione per concorso esterno in associazione mafiosa) non si può restare inermi. Che si dimetta il premier, che si dimetta la Faccia di bronzo dello pseudo ministro degli Interni, che lasci il proprio incarico il ministro della Giustizia. Che ugualmente agiscano tutti gli altri membri della squadra di Governo. Si dimettano e che si vada a nuove elezioni, sperando che il popolo “pecorone” degli italiani si svegli e reagisca contro i ladri dello Stato-mafia che siedono sugli scranni delle nostre istituzioni.

La battaglia di Tsipras ci riguarda tutti Fonte: sbilanciamoci | Autore: Thomas Fazi

 

Per capire perché la battaglia del nuovo governo greco di Alexis Tsipras riguarda tutti i cittadini europei – e in particolare quelli della periferia – dobbiamo innanzitutto tenere a mente che la rinegoziazione del debito non è per Syriza un fine a sé stante, combattuto in nome di un astratto principio di giustizia economica, ma piuttosto un mezzo per realizzare un obiettivo molto preciso: la riduzione dell’avanzo primario dal 4-5% richiesto dalla troika (oggi è intorno al 3%) all’1-1.5% del Pil. Per avanzo primario si intende un bilancio pubblico in positivo, esclusa la spesa per interessi sul debito pubblico: sostanzialmente vuol dire che le entrate (le tasse) superano le uscite (la spesa pubblica). Il motivo per cui un governo sceglie di perseguire un avanzo primario è solitamente quello di destinare il surplus di entrate al pagamento degli interessi sul debito, nella speranza di ridurre un po’ alla volta lo stock di debito.

Nel caso della Grecia questi interessi si aggirano intorno al 4% del Pil, a cui bisogna aggiungere gli obiettivi di riduzione del debito previsti dal Fiscal Compact (1/20esimo l’anno della porzione eccedente il 60% del Pil): considerando che la Grecia ha un rapporto debito/Pil pari al 177% si fa presto ad arrivare all’avanzo primario del 4-5% fissato dalla troika per la Grecia, che nel giro di un paio di anni dovrebbe salire addirittura al 7% (almeno fino al 2030). Se così non fosse, e senza una riduzione della spesa annuale per interessi – che è quello che chiede Syriza, attraverso una ricontrattazione del debito –, l’unica alternativa sarebbe quella di indebitarsi ulteriormente per continuare a ripagare gli interessi sul debito pregresso – che, in sostanza, è quello che vorrebbero la Germania e l’Eurogruppo, e che la Grecia si rifiuta di fare (“perché sarebbe come consigliare a un amico di farsi una seconda carta di credito per ripagare i debiti contratti con la prima carta di credito”, ha dichiarato Varoufakis).

E allora perché non fare come dice la troika e cercare di aumentare ulteriormente l’avanzo primario? Perché non potrà mai funzionare . Né dal punto di vista politico e sociale – la Grecia è già stremata da anni di brutali misure di austerità, e un incremento dell’avanzo primario potrebbe solo essere raggiunto attraverso ulteriori tagli alla spesa pubblica e/o aumenti di tasse, e dunque attraverso ulteriori misure di austerità –, né dal punto di vista economico: accumulare ampi avanzi primari è infatti considerato intrinsecamente recessivo, in quanto di fatto consiste nel sottrarre risorse all’economia reale per destinarle ai creditori, nazionali ed esteri (o, per dirla diversamente, nel sottrarre denaro ai più per alimentare le rendite di pochi). Se poi questa politica viene praticata in un contesto come quello europeo – di bassa inflazione (come quello che registra l’Italia) o addirittura di deflazione (come quello che registra la Grecia) e in assenza di una banca centrale in grado di agire da prestatrice di ultima istanza e di intervenire sui mercati sovrani per calmierare i tassi di interesse (e senza chiedere misure di austerità in cambio) – è puro masochismo, in quanto si può “consolidare” quanto si vuole, ma il debito continuerà inevitabilmente a salire sia in termini reali, a causa dell’effetto recessivo-deflattivo del cosiddetto moltiplicatore fiscale (ulteriormente esacerbato dalle misure di austerità), sia in termini assoluti, perché molti stati non sono in grado di accumulare avanzi primari sufficienti a far fronte agli interessi, e sono dunque costretti a indebitarsi ulteriormente solo per ripagare gli interessi sul debito pregresso (anche se con l’entrata in vigore del Fiscal Compact, che impone il pareggio di bilancio strutturale, questa strada in teoria non è più percorribile). E infatti, a fronte di alcune delle misure di austerità più estreme mai sperimentate in Occidente, nella maggior parte dei paesi dell’eurozona (soprattutto quelli della periferia) il debito continua a lievitare a ritmi vertiginosi.

Questo non è un problema che riguarda solo la Grecia, infatti: in tutti i paesi della periferia la spesa per interessi si aggira tra il 3.5 il 5% del Pil. Il caso dell’Italia è paradigmatico : nonostante il paese registri un avanzo primario fin dai primi anni novanta, il nostro debito pubblico è continuato a salire unicamente a causa della spesa per interessi – che oggi si aggira intorno al 4.5% del Pil, pari a poco meno di 80 miliardi l’anno – per poi esplodere negli ultimi anni. Ora, in base al duplice obiettivo del Fiscal Compact – pareggio di bilancio strutturale e riduzione del debito –, questi paesi dovrebbero mantenere da qui al 2030 avanzi primari da capogiro, come si può vedere nel seguente grafico: 7% in Grecia, 6.5% in Italia, 5.5% in Portogallo, 3.5% in Spagna.

Si tratta di una strada palesemente insostenibile – e che infatti non ha precedenti nella storia – sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico e sociale, per l’entità dei tagli alla spesa pubblica o dell’imposizione fiscale che essa comporterebbe: se consideriamo che lo stimolo fiscale implementato da Obama nel 2009 ammontava al 5.5% del Pil e che il New Deal di Roosevelt era pari al 5.9% del Pil, un avanzo primario delle dimensioni previste dal Fiscal Compact equivarrebbe per molti paesi a una sorta di anti-New Deal praticato ogni anno per i prossimi quindici anni (almeno). Una follia.
Ecco perché la battaglia di Syriza – che riguarda non tanto il debito pubblico in sé quanto le assurde imposizioni del Fiscal Compact in termini di avanzi primari – riguarda tutti i paesi della periferia. E soprattutto l’Italia.

Agricoltura: almeno 100mila sotto caporale Fonte: rassegna

Solo in Italia sono circa 400.000 i lavoratori e le lavoratrici esposte al lavoro nero o grigio in agricoltura, di cui circa 100.000 subiscono veri e propri fenomeni di caporalato e grave sfruttamento paraschiavistico. La denuncia e i numeri del fenomeno sono contenuti nel nuovo numero di ASud’Europa, rivista del Centro Pio La Torre, che sarà presentato martedì 24 febbraio presso il Dipartimento di Scienze Agrarie di Palermo.

L’inchiesta – come anticipa l’agenzia Agi – analizza il dilagare di forme moderne di caporalato e di sfruttamento dei nuovi immigrati presenti nei centri di accoglienza in Sicilia. C’è chi ha dovuto pagare cinque, sei o perfino diecimila euro per arrivare in Italia, con un barcone verso le coste italiane nel caso dei migranti africani o medio orientali, o semplicemente con un visto turistico, come nel caso di indiani e bengalesi, piuttosto che con pulmini organizzati dalla Romania o dalla Bulgaria.

Il punto di partenza è sempre costituito da un intermediario che promette un lavoro regolare e un permesso di soggiorno. Promessa che si rivela assolutamente falsa, con i migranti che, dopo aver affrontato un vero e proprio viaggio della speranza si ritroveranno costretti a ripagare il debito contratto e quindi disposti a lavorare in nero, sotto caporale.

In Italia – ricostruisce ancora Asud’Europa – altri intermediari, spesso caporali etnici, gestiranno la tratta interna, portando la manodopera laddove ce n’è più bisogno, il tutto per conto di imprenditori italiani senza scrupoli.

“Deve far riflettere tutti , forze sociali e politiche, governi locali, regionali e nazionali, la nascita di forme moderne di caporalato e di sfruttamento dei nuovi immigrati presenti nei centri di accoglienza presenti i Sicilia – dice il presidente del Centro La Torre, Vito Lo Monaco – Le piaghe del sommerso e del lavoro nero nell’agricoltura siciliana ci sono sempre state, ma non era organizzato da caporali come avviene oggi usando anche la tratta dei nuovi schiavi del ventunesimo secolo ospitati presso il Cara di Mineo, i cui proprietari e gestori sono stati lambiti dall’indagine Mafia Capitale. Il caporalato è ormai un reato punito – aggiunge Lo Monaco – ma ciò non basta a prevenirlo e garantire il rispetto della dignità della persona e della legalità per tutti, europei e immigrati. Al rispetto di questa va subordinato l’accesso alle agevolazioni pubbliche, ipotizzando una premialità per le aziende agricole che adottano i protocolli di legalità”.

Antonio Mazzeo: Il costo (umano) della fortezza Europa Fonte: sbilanciamoci | Autore: Antonio Mazzeo

 

Sino ad ora di vite umane nel Mediterraneo, l’operazione “Triton” di Frontex-Ue ne ha salvate davvero poche, ma in compenso di soldi ne ha già divorati tanti e ancora più ne divorerà nei prossimi mesi. La Commissione europea ha deciso infatti di prorogare sino alla fine del 2015 l’ambiguo programma di “sorveglianza” (e, in seconda battuta, di “salvataggio”) delle imbarcazioni dei migranti nelle acque limitrofe alla Sicilia e Malta, stanziando una dotazione aggiuntiva di 18.250.000 euro.

“Triton” ha preso il via il 1º novembre 2014 nel Mediterraneo centrale a seguito della decisione del governo italiano di porre termine all’operazione militare “Mare Nostrum”, troppo dispendiosa e incapace a contenere il flusso d’imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo. Nonostante una spesa stimata di 2,83 milioni al mese, “Triton” ha a sua disposizione solo 65 “agenti” e 12 mezzi militari (due aerei, un elicottero, due navi di pattuglia in mare aperto, sei pattugliatori costieri e una motovedetta), messi a disposizione da Italia, Malta e Islanda. L’area operativa delle unità copre le acque territoriali italiane e solo parzialmente le zone SAR ( search and rescue ) di Italia e Malta, per un raggio di appena 30 miglia nautiche. Gli interventi sono coordinati dal ministero degli Interni italiano in collaborazione con i Comandi della Guardia di finanza e della Guardia costiera, mentre l’agenzia Frontex fornisce cinque team per la raccolta dei dati d’intelligence sui network di trafficanti che operano nei paesi di origine e di transito dei migranti. Quindici paesi europei (Austria, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Lettonia, Malta, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia e Svizzera) contribuiscono con attrezzature elettroniche ed equipaggiamenti alle operazioni dei mezzi di “Triton”.

La Commissione europea ha poi deciso di potenziare la sua assistenza a favore dell’Italia tramite nuovi fondi di emergenza con 13,7 milioni di euro provenienti dal Fondo Asilo, migrazione e integrazione (Amif). L’Italia ha già ricevuto dall’Unione europea più di 150 milioni di euro nell’ambito del Fondo sicurezza interna per le frontiere e 30 milioni per l’emergenza migrazioni post ottobre 2013 (10 milioni nel quadro del Fondo europeo per i rifugiati, 7,9 milioni per il “consolidamento delle operazioni congiunte di Frontex” nel Mediterraneo e 12 milioni per il controllo delle frontiere esterne e i rimpatri dei migranti). L’Italia, nonostante le recriminazioni di buona parte delle forze politiche di maggioranza e opposizione, si conferma così come il maggiore beneficiario dei finanziamenti Ue nel campo della lotta alle migrazioni. Nel periodo 2007-2013 ha ricevuto da Bruxelles 478,7 milioni di euro nell’ambito dei fondi europei per i rifugiati, di quelli per “l’integrazione dei cittadini di Paesi terzi”, per i rimpatri e il controllo delle frontiere esterne. Per il periodo 2014-2020, Roma ha ottenuto l’impegno Ue allo stanziamento di 310 milioni dal Fondo asilo, migrazione e integrazione e di 212 milioni dal Fondo per la sicurezza interna. Le autorità italiane hanno presentato un’ulteriore richiesta di finanziamenti per l’accoglienza e l’assistenza dei minori stranieri non accompagnati (11,95 milioni) e la continuazione del progetto “Presidium”, realizzato congiuntamente all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), Save the Children Italia e la Croce Rossa (1,715 milioni). “Presidium” si occupa principalmente delle procedure attivate al primo arrivo dei migranti, specialmente in Sicilia, tra cui la prima accoglienza, gli esami medici, le informazioni giuridiche e il sostegno speciale per richiedenti asilo vulnerabili e minori non accompagnati, nonché del monitoraggio delle condizioni di accoglienza nei centri che ospitano i richiedenti asilo.

“Contro le migrazioni illegali, la soluzione europea è l’unica possibile”, ha dichiarato il primo vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans. “Ci stiamo adoperando a fondo per mettere a punto un approccio globale nell’ambito di una nuova agenda europea sulla migrazione da presentare entro l’anno”. Prevedibilmente, le scelte di Bruxelles punteranno a rafforzare la pressione militare nel Mediterraneo onde impedire le partenze dal Nord Africa delle imbarcazioni. Dopo la strage del 2 ottobre 2013 di 366 migranti al largo delle coste di Lampedusa, la Commissione europea ha istituito la Task-Force “Mediterraneo”, incaricata di mettere a punto “azioni operative concrete”, a breve e medio termine. Nella sua comunicazione sull’attività della task force, approvata dal Consiglio europeo nel dicembre 2013, la Commissione ha delineato alcune linee d’intervento congiunto, finalizzate ad una “maggiore cooperazione con i Paesi terzi per impedire che i migranti intraprendano viaggi pericolosi verso l’Ue”; alla “protezione regionale, il reinsediamento e l’ingresso legale in Europa”; alla lotta contro la tratta e la criminalità organizzata; al “rafforzamento della sorveglianza delle frontiere”. Con l’escalation del conflitto in Libia e la presunta crescita della presenza in questo paese di gruppi armati vicini ad al Qaida o filo-Isis, ampi settori politici e delle forze armate europee spingono verso il dispiegamento di dispositivi militari a presidio delle coste nordafricane e perfino sulla terra ferma. Una delle ipotesi al vaglio degli strateghi delle future crociate contro i migranti è quella di dar vita a una “Mare Nostrum 2” europea e Nato, con rotte e finalità del tutto differenti da quelle utilizzate dalle Marina italiana nel 2014. “Nessuno sembra comprendere che il solo modo per scongiurare i morti in mare è respingere i flussi di migranti applicando una sorta di blocco navale alle coste libiche e utilizzando i mezzi militari per riportarli indietro in condizioni di sicurezza”, suggerisce Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa . “Solo i respingimenti assistiti possono fermare esodo e morti, azzerando o quanto meno riducendo i flussi e gli incassi miliardari di malavita araba e terrorismo islamico. Un’ottima idea è ripristinare Mare Nostrum ma con una missione opposta a quella ricoperta l’anno scorso, affidando cioè alla Marina il compito di scortare barconi e immigrati illegali sulle coste libiche. Come fa da tempo la Marina australiana con le imbarcazioni di clandestini provenienti dall’Indonesia…”.

‘Ndrangheta, lettera di minacce a Libera in Calabria: “Vi sciogliamo nell’acido” Autore: Lucio Musolino da: controlacrisi.org

 

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“Porco ti scrivo per avvertiti che fai la fine del capretto a Pasqua, se ancora respiri è perché lo vogliamo noi”. Sono le parole, scritte in una lettera, che sono state rivolte al coordinatore calabrese di Libera Mimmo Nasone . La ‘ndrangheta torna a farsi sentire con chi da anni è portavoce delle battaglie di legalità nell’area del basso Jonio. La notizia è uscita sul sito strill.it che ha pubblicato il testo integrale. “Vi sciogliamo nell’acido”, si legge ancora, “a te Nasone e a tutti i porci senza ritegno di Libera, dovrete saltare in aria”.

Complessivamente sono tre le pagine di insulti e minacce di morte recapitate formalmente al sindaco di Palizzi (in provincia di Reggio Calabria) Walter Scerbo che ha subito consegnato la lettera alle forze dell’ordine. Su richiesta della Dda, il coordinatore di Libera è stato sentito dai carabinieri del Comando Provinciale che hanno poi segnalato l’episodio alla Prefettura che, a sua volta, ha rafforzato il dispositivo di vigilanza dell’abitazione di Nasone.

Il fatto che le minacce siano state inviate al sindaco di Palizzi, secondo gli inquirenti, potrebbe essere collegato all’attività della cooperativa “ Terre grecaniche ” che aderisce al progetto di Libera e che ha iniziato a produrre un vino che si è ritagliato una fetta di mercato interessante nella zona del basso ionio reggino. La cooperativa e Libera pochi mesi fa hanno deciso di acquistare altri 15 ettari di terreno per produrre più vino. Da quel momento è iniziata una serie di intimidazioni, tra cui danneggiamenti e furti. Il 17 gennaio scorso Nasone ha organizzato un’iniziativa pubblica per dire no alle pressioni della ‘ndrangheta. “Quando salite sulle vostre belle macchine”, è scritto sempre nella lettera, “fatevi il segno della croce”. Su queste intimidazioni sta indagando adesso la Procura di Reggio guidata da Federico Cafiero De Raho . “Le minacce le mettiamo in conto”, è lo sfogo di Nasone. “Questa lettera paradossalmente non fa altro che avvalorare il lavoro di Libera nei territori. Non ci scoraggiamo e andiamo avanti”.

Sulle minacce al coordinatore regionale di Libera è intervenuta la senatrice del Pd Lucrezia Ricchiuti , componente della commissione antimafia: “Una cosa è certa”, ha detto, “tutti gli onesti che, come Mimmo Nasone, cercano di dare speranza creando impresa e ricchezza in modo onesto in Calabria, vengono sistematicamente minacciati di morte”. La senatrice Ricchiuti, inoltre, ha poi contestato alcune scelte politiche dei democratici in Regione: “Il fatto che è un ex ministro come Maria Carmela Lanzett a, simbolo dell’antimafia calabrese, non abbia accettato di entrare in Giunta, rende la situazione ancora più allarmante. Il presidente Mattarella ha detto che la corruzione le mafie sono i problemi prioritari di questo Paese. Non basta essere d’accordo, bisogna agire di conseguenza mentre quello che io registro è solo il silenzio assordante del mio partito”. Un silenzio che il 26 febbraio potrebbe essere rotto dalla stessa Lanzetta che sarà sentita dalla commissione antimafia e spiegherà come il Pd calabrese la sta isolando definendola addirittura una “stalker” solo perché ha rifiutato l’invito del governatore Mario Oliverio a fare l’assessore al fianco del collega di partito Nino De Gaetano , i cui santini elettorali nel 2010 sono stati trovati nel covo del boss Giovanni Tegano