Esclusivo. I verbali segreti di ammissione nel PD degli esponenti di Articolo 4 da:l’urlo -satira-

I colloqui tenuti dal segretario regionale Fausto Raciti con Leanza, Sammartino e Dipasquale. Letica ha deciso il via libera alle nuove iscrizioni al partito di Renzi

Esclusivo. I verbali segreti di ammissione nel PD degli esponenti di Articolo 4Finalmente sorride, Fausto Raciti: Letica è tornata e può decidere. Ha trascorso sette giorni d’inferno, il segretario siciliano del PD, e c’è chi giura d’averlo visto preda d’un tremolio nervoso che gli impediva persino di tenere in ferma la tazzina del caffè senza che il liquido tracimasse scottandogli la mano. Tremolio d’insicurezza, sentenziano i bene informati, ché senza Letica il buon Fausto non riesce più a decidere nemmeno il menù di pranzo e cena, figurarsi l’ammissione nel Partito di nuovi esponenti di spicco della politica isolana. Gliel’aveva comunicato domenica scorsa, senza preavviso, col bagaglio già pronto: «Parto per la settimana bianca a Courmayeur. Nel frattempo vedi di non combinare minchiate».

«Parti? E io come faccio? C’è da decidere che fare con quelli di Articolo 4, che vogliono entrare in blocco nel partito e tu te ne vai? Così mi rovini!»
«Senti, bello: la neve c’è ora e io parto ora. Falli aspettare, tanto una settimana in più non gli cambia la vita: non scappano, sta’ tranquillo; dove che vuoi che vadano?! Aspetteranno». Poi aveva estratto lo smartphone dalla borsetta di pelle di coccodrillo, digitato il numero del proprio autista e girato le spalle al povero Fausto per sancire che il colloquio si era concluso.
Mo’ Letica è tornata e può decidere. E Fausto ha smesso di tremare. Ha persino ripreso colorito e può annunciare,
urbi et orbi: «Letica è sempre stata la nostra Stella Polare, la Bibbia e il Capitale del Partito Democratico; senza Letica non ci sarebbe il Partito, senza Letica non avremmo avuto elementi per decidere se accogliere o meno le nuove richieste d’iscrizione: grazie a Letica posso annunciare che da oggi il Partito si rafforza e la maggioranza che all’ARS sostiene la Giunta Crocetta si allarga e si consolida». È fatta, nessuno bada a quell’apostrofo mancante, ché mica faceva lo spelling, Fausto Raciti, mentre comunicava ai giornalisti che il PD ha approvato tutte le richieste d’iscrizione dei transfughi di tutti i partiti ansiosi di salire sul carro del vincitore, cioè di Matteo Renzi, mica di Fausto. Lui, Fausto Raciti, fa il notaio del Partito in Sicilia: chi decide è Letica, emanazione diretta di Matteo, del Segretario. Ma questo sono in pochi a saperlo, poiché la plenipotenziaria siciliana del Premier non ha incarichi ufficiali; formalmente, non esiste. Ma decide lei.

Era stato lo stesso Matteo a comunicarglielo, l’indomani della propria incoronazione a Segretario: «Caro Fausto, il polverone sollevato dai giudici sulla formazione professionale in Sicilia richiede provvedimenti drastici: è tempo che Letica sovrintenda a ogni decisione del Partito nell’Isola». Fausto aveva annuito con convinzione: «Sì, l’etica…» stava per aggiungere qualcosa di epico quando accanto al Segretario si materializzò l’avvenente quarantenne, Matteo lo interruppe e chiarì: «Caro Fausto, ti presento Letica – disse indicando la donna – Da questo momento sarà lei a prendere le decisioni in Sicilia». Il barbuto segretario siciliano sorrise e replicò: «Hai sempre voglia di scherzare, eh, toscanaccio?!» Ma il Segretario lo fulminò: «Scherzare un ciufolo! Volevate Letica e io te la sto dando. Ora – concluse guardando l’orologio – ho un impegno: da questo momento sei ai suoi ordini».

Da quel giorno, Letica senzapostrofo è colei che, nell’ombra, prende le decisioni che contano nel PD siciliano.
L’Urlo è entrato in possesso, in esclusiva, dei verbali segreti di alcuni colloqui decisivi per l’ingresso nel Partito di alcuni deputati regionali di varia estrazione. A condurli, i colloqui, il segretario regionale Fausto Raciti, teleguidato tramite auricolare, dall’invisibile plenipotenziaria di Renzi.

Il colloquio di ammissione di Lino Leanza.
«Carissimo Fausto, che piacere!»
«Lei chi è?»
«Come, chi sono io. Ma chi stai dicennu! Ti va di cugghiuniari?!»
«Eviti le insolenze e risponda alle domande: lei chi è?»
«…»

«Non mi sembra una domanda così difficile»…
«Vabbè, facciamo come vuoi tu, anche se non capisco ‘sta pagliacciata»…
«Smetta di tergiversare e risponda alle domande!»
«Giovanotto, forse non ti è chiaro che ti sto portando un capitale di voti che ve lo sognate! Chi sono io? Sono l’uomo che ci farà diventare il primo partito dell’Isola, l’uomo senza il quale dovreste continuare a elemosinare voti a destra e a manca…»
«Bello, vedi di darti una ridimensionata: non sei più il capo di Articolo 4 e quanto vali dovrai dimostrarlo nelle urne! Mica porti l’intero gruppo all’ARS di Sicilia Democratica! Il fatto che tua sia stato vicepresidente di Cuffaro e assessore al Lavoro con Lombardo – entrambi condannati per rapporti con la mafia, fra l’altro – non ti autorizza a fare il gradasso: ricordati che sei stato eletto nel listino regionale di Crocetta e quanto vali dovrai dimostrarlo alle prossime elezioni. T’interessa ancora entrare nel PD?»
«Certo».
«Bene. Ti faremo sapere».

Colloquio di ammissione di Luca Sammartino e di Articolo 4.

«Fausto carissimo, sono felice di entrare con tutto il mio partito nel glorioso Partito Democratico».
«Al tempo, al tempo».
«Che intendi?»

«Intendo che questo è un colloquio di ammissione e la decisione è subordinata all’esito di questo incontro».

«Non ti conoscevo questo senso dell’umorismo».

«Infatti non sto scherzando».

«Una deputata europea, cinque deputati regionali, sette consiglieri comunali a Catania… Devo continuare?»

«E l’etica, l’etica dove la mettiamo? Devo ricordarti che già durante la campagna elettorale ti sei fatto notare per la richiesta di voti, attraverso tua madre, ai malati di cancro dell’intera provincia, utilizzando i registri della vostra clinica, la Humanitas?! Devo ricordarti che la vostra deputata europea, Michela Giuffrida, è emanazione di Mario Ciancio, indagato per mafia? O che Pippo Nicotra, uno che ha cambiato più partiti che camicie, era il sindaco di Acicatena quando il comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose e che egli stesso…»

«Fausto! Ma che mi stai a fare il comunista?! L’etica, l’etica… Ma che minchia stai dicendo?! Stiamo facendo un contratto d’affari: ti porto i voti di mezza Catania e tu stai lì a snocciolare curriculum?!»

«Devo sapere a chi apro le porte del Partito».
«Okkei! Ora lo sai. Aspetto l’annuncio ufficiale. Stammi bene».

Colloquio di ammissione di Emanuele Dipasquale.

«Carissimo Fausto, come stai? Felice di essere qui».

«Buongiorno, lei chi è?»

«Come, chi sono? Sono Dipasquale. Ma che hai, sei pallido, ti senti male?»

«Sto benissimo. Così lei è Emanuele Dipasquale, ex sindaco forzista di Ragusa, eletto all’ARS nella lista del Megafono di Crocetta…»
«Quello sono, sì. Sicuro di stare bene?»

«Non faccia lo spiritoso. Perché vuole iscriversi al PD?»

«E che dovrei fare, tornare in Forza Italia?! Ora che il PD, grazie a Renzi, è diventato uno schiacciasassi cosa vorresti che faccia?! Voglio continuare a fare politica e il partito che rappresenti in Sicilia è il solo che può garantirmi di farlo stando in maggioranza e gestendo potere reale: mica stiamo qui a pettinare le bambole! Ahahahahahah!»© RIPRODUZIONE RISERVATA LURLO.INFO

Stato-mafia, la Dna: “Strategia criminale contro le indagini palermitane” da: antimafia duemila

tribunale-palermo-3La relazione presentata oggi: “Palermo centro decisionale e operativo di Cosa nostra”
di AMDuemila – 24 febbraio 2015
Roma. “Una strategia criminale volta a destare allarme ed assai probabilmente a tentare di condizionare lo svolgimento delle attività investigative e processuali della Magistratura del distretto di Palermo”. E’ quanto viene percepito dalla Direzione nazionale antimafia, in una relazione presentata oggi (dalla presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi e dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti) sulla lunga serie di atti intimidatori subiti dai magistrati della procura palermitana, in primis dal pool che si occupa del processo trattativa Stato-mafia.

Nello specifico, si parla delle dichiarazioni intercettate in carcere a carico di Totò Riina, “che ha esplicitamente ipotizzato la eliminazione fisica del collega Di Matteo e non ha lesinato parole di minaccia nei confronti di chiunque svolga attività di contrasto allo strapotere di Cosa Nostra”. A queste, per Di Matteo, hanno poi fatto seguito le rivelazioni del pentito Vito Galatolo sull’organizzazione di un piano di morte nei confronti del magistrato, per il quale era stato fatto arrivare l’esplosivo a Palermo. Esplosivo che, nonostante le ricerche condotte nei luoghi indicati dall’ex boss dell’Acquasanta, non è stato ancora trovato.

Palermo è centro di massima vitalità
Cosa Nostra, prosegue la relazione, anche nel 2014 ha continuato a dimostrare una “costante vitalità”, nonostante le diverse operazioni scattate contro le varie famiglie. A cominciare dal Distretto di Palermo. “Tale analisi – si legge ancora – non coincide con indicazioni, anche autorevoli, di altri osservatori del fenomeno mafioso che teorizzano una sorta di “balcanizzazione” dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra e un suo inarrestabile declino”. “Deve peraltro confermarsi – scrive la Dna – che la città di Palermo è e rimane il luogo in cui l’organizzazione criminale esprime al massimo la propria vitalità sia sul piano decisionale (soprattutto) sia sul piano operativo, dando concreta attuazione alle linee strategiche da essa adottate in relazione alle mutevoli esigenze imposte dall’attività di repressione continuamente svolta dall’autorità giudiziaria e dalla polizia giudiziaria”.

Torna “di moda” la droga e il gioco
Gli investigatori registrano inoltre una cooperazione di tipo orizzontale tra le famiglie mafiose della città di Palermo,”volta a garantire la continuità della vita dell’organizzazione ed i suoi affari. Tra questi in particolare devono segnalarsi un rinnovato interesse per il traffico di stupefacenti e per la gestione dei “giochi” sia di natura legale che illegale”. “In tal modo l’organizzazione mafiosa nel suo complesso sembra, in sintesi, aver attraversato e superato, sia pure non senza conseguenze sulla sua operatività, il difficile momento storico dovuto alla fruttuosa opera di contrasto dello Stato ed aver recuperato un suo equilibrio”, conclude la Dna.

Il Jobs Act e i lavoratori “carne da macello” da: micromega

 


Il traguardo del Jobs Act è finalmente raggiunto: l’introduzione dei demansionamenti unilaterali chiude il cerchio della liquefazione del lavoro. Ma c’è una raggelante novità: l’attacco ai pilastri della sicurezza del lavoro contenuto nel nuovo art. 2103 c.c. segna la strada verso la “macellazione” dei lavoratori e l’abrogazione di fatto del valore fondante della Repubblica: l’art. 1 della Costituzione.

di Domenico Tambasco

Trasportava ogni giorno, per i grigi corridoi della banca, un carrello carico di oggetti di cancelleria. E lo faceva piangendo sommessamente, porgendo le penne, i quaderni, le gomme, i fogli richiesti da quelli che erano stati i suoi colleghi, almeno fino a quando la banca non aveva deciso, per “ragioni di riorganizzazione interna”, di sottrarlo ai compiti di impiegato addetto alla gestione dei flussi contabili e di assegnarlo alle nuove mansioni di riordino e consegna dei materiali e degli strumenti di lavoro, quasi un “cartolaio ambulante”.

Ormai svuotato da mesi di umiliazione personale e professionale, impossibilitato a ricollocarsi sul mercato per la progressiva perdita della propria qualificazione, aveva deciso di ottenere giustizia invocando i principi dell’art. 13 dello Statuto dei Lavoratori[1]: nessuno può essere adibito a mansioni lavorative inferiori rispetto a quelle di assunzione, né può vedersi diminuita la retribuzione; ogni patto o accordo contrario è nullo, anche se sottoscritto con il consenso dello stesso lavoratore.

Quella che alcuni anni fa era stata una vertenza a lieto fine, con il risarcimento per il “lavoratore carrellista” degli ingenti danni patrimoniali e non patrimoniali subiti e la reintegra nelle originaria mansioni, oggi è soltanto un malinconico ricordo. L’approvazione dell’art. 55[2] dello “Schema di decreto legislativo recante il testo organico delle tipologie contrattuali e la revisione della disciplina delle mansioni, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183”[3] infatti, con l’introduzione nell’art. 2103 c.c. della possibilità di assegnare unilateralmente il lavoratore “a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore” nel vago e generico caso di “modifica degli assetti organizzativi aziendali”, addivenendo anche alla decurtazione degli “elementi retributivi collegati a particolari modalità di svolgimento della precedente prestazione lavorativa”, ha ufficialmente cancellato con un tratto di penna decenni di civiltà del lavoro, riportandolo a condizioni addirittura anteriori all’approvazione del codice civile del 1942.

Partiamo proprio da questo punto, per capire la “modernità regressiva” dell’ultima riforma introdotta dal Jobs Act.

Addirittura nella versione originaria dell’art. 2103 c.c.[4], approvata nel 1942 con il codice civile (siamo dunque ancora sotto l’egida di un ormai decadente regime fascista), il legislatore prevedeva la possibilità di demansionare unilateralmente il lavoratore, subordinata tuttavia ad un doppio limite rappresentato dalla “irriducibilità della retribuzione” e dalla necessità di mantenere la “posizione sostanziale”. Ne sono derivate, nella prassi giurisprudenziale, rigide interpretazioni che hanno spesso censurato i demansionamenti unilaterali che si sostanziavano non solo in un oggettivo mutamento del contenuto professionale dell’attività lavorativa, ma anche in alterazioni soggettive del prestigio sociale, del prestigio morale e della dignità professionale del lavoratore[5].

L’apice della civiltà del lavoro, come testè accennato, si è raggiunto con l’introduzione dell’art. 13 da parte dello Statuto dei Lavoratori (L. 300/1970) che, nel novellare l’art. 2013 c.c. imponendo il principio della irriducibilità delle mansioni e della retribuzione lavorativa, ha perseguito due fini di rilievo costituzionale: il primo, relativo allo scopo dell’attività lavorativa, che deve sostanziarsi non solo nella finalità produttiva, ma anche nell’accrescimento professionale del lavoratore[6], così come prescritto dall’art. 35, 2° comma Cost., secondo il cui disposto la Repubblica “Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori”. Il secondo, naturalmente connesso con il primo, inerisce alla dignità del lavoratore e della persona stessa: il lavoro infatti, oltre che strumento di affrancamento dal bisogno, è anche e soprattutto espressione e realizzazione della personalità del lavoratore, la cui realizzazione professionale ne è al contempo la sintesi ed il punto di arrivo. Naturale, dunque, il legame individuato dalla giurisprudenza tra il divieto di demansionamento dell’art. 2103 c.c. e i diritti fondamentali garantiti dall’art. 2 della Costituzione[7].

La modifica contenuta nello schema di decreto approvato in via preliminare dal Consiglio dei Ministri del 20 febbraio, al contrario, proprio in ragione degli amplissimi poteri conferiti al datore di lavoro, pare trarre ispirazione da un modello imprenditoriale diffuso qualche secolo fa, agli albori della prima rivoluzione industriale o, se si vuole richiamare i “tempi moderni”, agli standard lavorativi cinesi.

E’ opportuno premettere come questa norma, a differenza del contratto “a tutele crescenti”, si applichi a tutti i lavoratori, iniettando il veleno di una flessibilità liquida anche ai rapporti di lavoro in corso. Questa autentica rivoluzione del lavoro, dunque, si sostanzia – come vedremo – in una universale liquefazione del lavoro, che coinvolge tanto i nuovi quanto i vecchi assunti.

L’ulteriore lettura del “nuovo” art. 2103 c.c., tuttavia, lascia senza parole.

Il meccanismo principale è esposto nel secondo comma: il datore di lavoro, adducendo una qualsivoglia “modifica degli assetti organizzativi aziendali”[8] che “incidono sulla posizione del lavoratore”, può assegnarlo a mansioni “appartenenti al livello di inquadramento inferiore”. Via libera dunque alla possibilità di demansionare unilateralmente il lavoratore, con l’accortezza di “travestire” il provvedimento con una delle molteplici e possibili ragioni organizzative aziendali: il lavoratore, dunque, potrà anche precipitare dai vertici ai piedi della scala delle mansioni, non essendo in nessun modo reperibile nel testo della norma il riferimento ad un livello immediatamente inferiore, ma solo ad un generico “livello inferiore”.

Ovviamente, se alle mansioni di precedente assegnazione erano legate delle speciali indennità (quali, ad esempio, l’indennità di maneggio del denaro o indennità relative ad altri rischi), queste saranno eliminate con le nuove mansioni inferiori: semaforo verde, dunque, anche alla riducibilità della retribuzione.

Il menù predisposto per imprenditori particolarmente voraci si arricchisce di un’ulteriore scelta à la carte: la riduzione integrale della retribuzione al nuovo livello della mansione inferiore, nel caso in cui il demansionamento sia frutto di un “accordo” tra le parti, giustificato dall’ “interesse del lavoratore alla conservazione dell’occupazione”, dall’ “acquisizione di una diversa professionalità” o dal “miglioramento delle condizioni di vita del lavoratore”. Siamo al trionfo dell’ipocrisia legale; appare sarcasticamente beffardo il riferimento all’interesse del lavoratore all’acquisizione di una diversa professionalità o al miglioramento delle condizioni di vita operato dalla norma, considerando che gli accordi in questione comporterebbero in concreto una doppia perdita: di professionalità, tarpata da mansioni dequalificanti, e di retribuzione, ridotta ai nuovi inferiori livelli.

Di più ed oltre, questi accordi di demansionamento lungi dall’essere frutto della “spontanea volontà delle parti”, potrebbero essere oggetto di una pressante coazione, che coinvolgerebbe soprattutto i lavoratori “a tutele crescenti” privi dello scudo dell’art. 18 Stat. Lav. e sotto la spada di Damocle del licenziamento a indennizzo ridotto.

Ma vi è qualcosa di ben più grave, che sembra motivato più da ragioni vendicative che da motivazioni tecnico-produttive, quasi fossero i lavoratori i colpevoli della devastante crisi economica.

Si tratta del comma terzo, che è opportuno riportare per intero, al fine di comprenderne tutta la sua gravità: “Il mutamento di mansioni è accompagnato, ove necessario, dall’assolvimento dell’obbligo formativo, il cui mancato adempimento non determina comunque la nullità dell’atto di assegnazione delle nuove mansioni”.

Vediamone le possibili implicazioni.

La norma implicitamente dice, in modo apparentemente neutro, che in caso di mutamento unilaterale delle mansioni[9], il datore di lavoro può anche omettere l’obbligo di formazione del dipendente alle nuove mansioni: in questo caso, l’assegnazione alle mansioni – ad esempio – inferiori sarà comunque valida e legittima, ed il lavoratore – di conseguenza – dovrà proseguire nello svolgimento delle nuove prestazioni lavorative, anche senza la dovuta formazione.

E’ l’attacco diretto – e subdolo – alla sicurezza del lavoro, al principio consolidato per cui la formazione e l’addestramento specifico del lavoratore in caso di trasferimento o cambiamento di mansioni (art. 37, comma 4, lett. b dlgs. 81/2008, cd “Codice della sicurezza”) è il primo strumento di prevenzione degli infortuni sul lavoro.

Le conseguenze di questa abominevole disciplina sono tanto semplici da comprendere quanto agghiaccianti: il prestatore di lavoro che venisse preposto a nuove mansioni e che, ad esempio, dovesse passare dalla scrivania all’utilizzo di un macchinario della catena di montaggio[10], potrà essere preposto anche senza alcuna specifica formazione all’utilizzo della macchina. L’adibizione, comunque, sarà valida, con la conseguenza che il lavoratore sarà obbligato a svolgere le nuove prestazioni lavorative e ad utilizzare il macchinario senza alcuna specifica cognizione: come dire, a suo rischio e pericolo. Con la correlativa, possibile responsabilità disciplinare e risarcitoria diretta del lavoratore per gli eventuali errori compiuti nello svolgimento della nuova prestazione lavorativa e che provocassero, ad esempio, un danno aziendale.

E se il lavoratore destinatario del mutamento di mansioni dovesse essere vittima di un infortunio a causa dell’assenza di specifica formazione? E’ molto probabile che, in caso di richiesta di risarcimento dei danni da parte del lavoratore, il datore di lavoro si difenderà sostenendo la legittimità della propria condotta e rifiutando qualsivoglia responsabilità risarcitoria, confortato dal sigillo di legge per cui “il mancato adempimento non determina comunque nullità dell’atto di assegnazione delle nuove mansioni”. Interpretazione assolutamente plausibile in assenza di altre specificazioni in merito alle conseguenze sulla sicurezza lavorativa che il legislatore delegato, colpevolmente, ha omesso.

Stiamo dunque parlando della clamorosa e palese violazione del principio cardine del diritto del lavoro, contenuto nel noto art. 2087 c.c. (rubricato “tutela delle condizioni di lavoro”), secondo il cui disposto “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.

Il lavoratore non vale più neanche il prezzo di un costo di formazione e di addestramento: è ormai diventato solo “carne da macello”.

Del resto, che la liberalizzazione di fatto delle condotte demansionanti sia il punto di arrivo del processo di “merficicazione” del lavoro e dei lavoratori è desumibile anche dalla considerazione che, con il rinnovato art. 2103 c.c., si conferisce il formale visto di “legalità” a comportamenti che decenni di studi di sociologia del lavoro – oltre che di pronunce giurisprudenziali – hanno definito sia come espressione del cosiddetto “mobbing”, sia come generatori di danni esistenziali, biologici e professionali nella sfera dei lavoratori vittime di tali condotte. Realtà concreta e realtà normativa si allontanano definitivamente, portando al cortocircuito della giustizia.

Gli apologeti della “modernità lavorativa” certamente canteranno l’inno alla flessibilità nella gestione lavorativa e all’ormai raggiunta produttività, anticamera della “crescita”; uno sguardo meno ideologico alla viva realtà del lavoro, al contrario, evidenzierebbe come alla base di questa nuova disciplina non vi possa essere nessuna esigenza economico-produttiva, poiché vanificata dalla creazione di lavoratori dequalificati, trasformati in mere “pedine”, scarnificati della propria professionalità e, dunque, tutt’altro che produttivi.

Al contrario, sottese all’approvazione di questa norma – che costituisce l’autentico architrave della “riforma del lavoro”[11] – vi sono ragioni politiche: di una politica che parla le parole della nuova Costituzione materiale (o Controcostituzione), in cui il nuovo art. 2103 c.c. è la leva per lo scardinamento di fatto dell’art. 1 della Costituzione[12], ove la dignità del lavoro è schiacciata sotto il tallone delle esigenze produttive di impresa e delle ferree ed ineluttabili leggi neoliberiste di mercato.

Di fronte a questo sconfortante panorama, dinanzi alla definitiva eclissi del valore fondante e formante della Repubblica, non puo’ non tornare alla mente il severo monito del nichilismo giuridico che, con uno sguardo intriso di dolente realismo, individua nel “valore il principio sostenuto dalla volontà più forte ed efficace. Carte Costituzionali ed altre solenni dichiarazioni sempre contengono norme, poste dalla volontà umana, e quindi trasgredibili modificabili revocabili.

Nulla sfugge alla distruttiva temporalità dell’uomo”[13]. Nemmeno la laica sacralità della “Repubblica democratica fondata sul lavoro”, oseremmo aggiungere.

NOTE

[1] Art. 13 L. 300/1970 modificativo dell’art. 2103 c.c.: “Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione. Nel caso di assegnazione a mansioni superiori il prestatore ha diritto al trattamento corrispondente all’attività svolta, e l’assegnazione stessa diviene definitiva, ove la medesima non abbia avuto luogo per sostituzione di lavoratore assente con diritto alla conservazione del posto, dopo un periodo fissato dai contratti collettivi, e comunque non superiore a tre mesi. Egli non puo’ essere trasferito da una unità produttiva ad un’altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive. Ogni patto contrario è nullo”.

[2] Art. 55 (mutamenti delle mansioni): L’articolo 2103 del codice civile è sostituito dal seguente:

art. 2013. Prestazione del lavoro. Il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni riconducibili allo stesso livello di inquadramento delle ultime effettivamente svolte.

In caso di modifica degli assetti organizzativi aziendali che incidono sulla posizione del lavoratore, lo stesso puo’ essere assegnato a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore.

Il mutamento di mansioni è accompagnato, ove necessario, dall’assolvimento dell’obbligo formativo, il cui mancato adempimento non determina comunque la nullità dell’atto di assegnazione delle nuove mansioni.

Ulteriori ipotesi di assegnazione di mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore possono essere previste dai contratti collettivi, anche aziendali, stipulati da associazioni comparativamente piu’ rappresentative sul piano nazionale.

Nelle ipotesi di cui al secondo e quarto comma, il lavoratore ha diritto alla conservazione del livello di inquadramento e del trattamento retributivo in godimento, fatta eccezione per gli elementi retributivi collegati a particolari modalità di svolgimento della precedente prestazione lavorativa.

Nelle sedi di cui all’articolo 2113 ultimo comma, o avanti alle commissioni di certificazione di cui all’articolo 76 del dlgs. 276/2003, possono essere stipulati accordi individuali di modifica delle mansioni, del livello di inquadramento e della relativa retribuzione, nell’interesse del lavoratore alla conservazione dell’occupazione, all’acquisizione di una diversa professionalità o al miglioramento delle condizioni di vita.

Nel caso di assegnazione a mansioni superiori il lavoratore ha diritto al trattamento corrispondente all’attività svolta, e l’assegnazione diviene definitiva, salva diversa volontà del lavoratore, ove la medesima non avuto luogo per ragioni sostitutive di altro lavoratore in servizio, dopo il periodo fissato dai contratti collettivi, anche aziendali, stipulati da associazioni sindacali comparativamente piu’ rappresentative sul piano nazionale o, in mancanza, dopo sei mesi continuativi.

Il lavoratore non puo’ essere trasferito da una unità produttiva ad un’altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive. Salvo che ricorrano le condizioni di cui al secondo e quarto comma e fermo quanto disposto al sesto comma, ogni patto contrario è nullo.

L’articolo 6 della legge 13 maggio 1985, n. 190 è abrogato”.

[3] Anche questo schema di decreto, ai sensi dell’art. 1 comma 11 della Legge delega 183/2014, dovrà essere trasmesso alle competenti Commissioni di Camera e Senato per l’espressione, entro trenta giorni, di un parere “non vincolante” al cui esito il Governo adotterà in via definitiva il relativo decreto legislativo, che entrerà in vigore dal giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

[4] Così, infatti, recitava l’art. 2103 c.c. prima dell’innovazione dettata dall’art. 13 Stat. Lav.: “Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per cui è stato assunto. Tuttavia, se non è convenuto diversamente, l’imprenditore puo’, in relazione alle esigenze dell’impresa, adibire il prestatore di lavoro ad una mansione diversa, purchè essa non importi una diminuzione della retribuzione o un mutamento sostanziale nella posizione di lui…”

[5] Trib. Milano, 15.06.1965, in Riv. Giur. Lav. 66, II, 277; TRib. Vigevano, 28.03.1962, in Riv. Giur. Lav., 62, II, 457; le citazioni delle sentenze si trovano anche in Comm. Breve Leggi Lavoro, De Luca Tamajo – Mazzotta, art. 2103, I.

[6] Romagnoli, in Comm. Statuto dei Lavoratori Scialoja – Branca, p. 230.

[7] Trib. Vicenza, 2-2-2010, in Rass. Giur. Lav. Veneto, 11, 74.

[8] La previsione, a parere di chi scrive, sembra eccedere la delega dell’art. 1 comma 7 lett. e) L. 183/2014, indicando una generica quanto vaga “modifica degli assetti organizzativi aziendali”, in contrasto con la richiesta di “parametri oggettivi” volti a limitare il potere di mutamento delle mansioni e contemperare le esigenze di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita ed economiche.

[9] Il mutamento può riguardare mansioni superiori, equivalenti o inferiori.

[10] O, nel caso di passaggio a mansioni equivalenti, dall’utilizzo di un macchinario ad uno completamente diverso.

[11] Valgano le parole di Natalino Irti, in Nichilismo Giuridico, Roma-Bari, Laterza, 2005, p. 132: “Ma dal 1789 si agita impetuoso lo spirito del riformismo come atteggiamento principale di fronte al diritto. Dalle timide e caute riforme si passa alla riforma della riforma; l’essenza del diritto è ormai nella sua riformabilità, nel suo poter essere abbandonato e sostituito”.

[12] Di rovesciamento dell’impianto costituzionale della Repubblica e di abrogazione dell’art. 1 Cost. parla F. Bertinotti in Colpita al cuore, Roma, Castelvecchi, 2015.

[13] N. Irti, Nichilismo Giuridico, cit., p. 130.

(23 febbraio 2015)

Il “Podemos” ligure che sarebbe possibile (e sta per essere sprecato)da:micromega

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di Paolo Flores d’Arcais

Genova, una vita fa, fu laboratorio di una svolta nazionale: il tentativo di apertura del governo ai fascisti, respinto da un’ondata di indignazione e lotta che ripropose e riaffermò la Resistenza come irrinunciabile identità della Repubblica, incubò il ’68, ottenne come onda lunga l’opposto di quanto auspicato (l’apertura ai fascisti sarebbe avvenuta con Berlusconi, oltre trent’anni dopo, è il suo lascito più importante e più nefando) cioè la fine della conventio ad excludendum rispetto al Pci.

Oggi Genova e l’intera Liguria hanno un’occasione analoga: porre fine al ventennio che non passa, alla continuità Craxi-Berlusconi-Renzi che nella Regione ha trovato la sua incarnazione antesignana in Burlando e nel suo Pci e successive metamorfosi e mutazioni genetiche. La Liguria può riuscirvi, nell’unico modo in cui a un regime si riesce a porre fine, rovesciandolo, cioè sostituendolo con una diversa coalizione vincente. Il che oggi non è fantascientifico, benché sia ovviamente arduo (se si provasse a vincere solo quando c’è la certezza non si parteciperebbe mai), data la mediocrità abissale e l’impresentabilità, presso l’elettorato di sinistra e in generale civile, della candidata burlandiana (appoggiata ormai da pezzi da novanta del berlusconismo ligure).

Si dirà: ma manca il candidato alternativo! Davvero “Podemos” non ha insegnato nulla? C’è l’enorme scontento dei cittadini, la rabbia, l’indignazione, lo schifo, la volontà di un nuovo inizio. Elementi oggettivi più che sufficienti. Dunque, ci vuole il catalizzatore, senza cui questo potenziale effettivamente esistente resterà latente e si disperderà. In Spagna sono stati alcuni intellettuali trentenni, il cui numero si conta sulle dita delle mani, e su cui nessuno avrebbe scommesso un bel niente, tanto più che si sono organizzati a prescindere da e in rigorosa estraneità con le formazioni della “sinistra radicale” già esistenti.

In Liguria basterebbe che alcune personalità della società civile, spesso di antico ma sempre adamantino impegno, anziché limitarsi a nobili ammonimenti, si facessero catalizzatori/promotori di una lista del genere, con un candidato governatore di nuova generazione e noto per le lotte contro il burlandismo (che nella cementificazione ha il suo marchio doc), alla testa di energie altrettanto radicalmente nuove, totalmente estranee alle vicende di apparati e mini apparati, in modo da evitare ogni contaminazione con quella “macina al collo” che sono le sigle tipo Sel, Rifondazione, ecc. e relativi miniapparati anche locali (chi ragiona ancora in termini di “unità” con queste sigle, come se costituissero un potenziale “valore aggiunto”, vive su Marte).

Perché non lo si fa? Qualcuno ancora si illude che si vinca con gli appelli alla “unità”? Questa “unità” di sigle significa solo divisione dagli elettori, talmente alla ricerca di qualcosa di inedito che in parte sembrano addirittura disposti a farsi sedurre da un candidato leghista!

Una lista di energie radicalmente nuove è un azzardo? Ovviamente è un rischio, ma chi pensa di vincere solo quando la strada è liscia e il viaggio è in carrozza non contribuirà mai alla rinascita di un a sinistra vincente. Oggi in Liguria le condizioni per tentare questo “azzardo” sono promettenti: l’ottimismo della volontà avrebbe dalla sua anche la valutazione della ragione.

(24 febbraio 2015)

demos” ligure che sarebbe possibile (e sta per essere sprecato)

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di Paolo Flores d’Arcais

Genova, una vita fa, fu laboratorio di una svolta nazionale: il tentativo di apertura del governo ai fascisti, respinto da un’ondata di indignazione e lotta che ripropose e riaffermò la Resistenza come irrinunciabile identità della Repubblica, incubò il ’68, ottenne come onda lunga l’opposto di quanto auspicato (l’apertura ai fascisti sarebbe avvenuta con Berlusconi, oltre trent’anni dopo, è il suo lascito più importante e più nefando) cioè la fine della conventio ad excludendum rispetto al Pci.

Oggi Genova e l’intera Liguria hanno un’occasione analoga: porre fine al ventennio che non passa, alla continuità Craxi-Berlusconi-Renzi che nella Regione ha trovato la sua incarnazione antesignana in Burlando e nel suo Pci e successive metamorfosi e mutazioni genetiche. La Liguria può riuscirvi, nell’unico modo in cui a un regime si riesce a porre fine, rovesciandolo, cioè sostituendolo con una diversa coalizione vincente. Il che oggi non è fantascientifico, benché sia ovviamente arduo (se si provasse a vincere solo quando c’è la certezza non si parteciperebbe mai), data la mediocrità abissale e l’impresentabilità, presso l’elettorato di sinistra e in generale civile, della candidata burlandiana (appoggiata ormai da pezzi da novanta del berlusconismo ligure).

Si dirà: ma manca il candidato alternativo! Davvero “Podemos” non ha insegnato nulla? C’è l’enorme scontento dei cittadini, la rabbia, l’indignazione, lo schifo, la volontà di un nuovo inizio. Elementi oggettivi più che sufficienti. Dunque, ci vuole il catalizzatore, senza cui questo potenziale effettivamente esistente resterà latente e si disperderà. In Spagna sono stati alcuni intellettuali trentenni, il cui numero si conta sulle dita delle mani, e su cui nessuno avrebbe scommesso un bel niente, tanto più che si sono organizzati a prescindere da e in rigorosa estraneità con le formazioni della “sinistra radicale” già esistenti.

In Liguria basterebbe che alcune personalità della società civile, spesso di antico ma sempre adamantino impegno, anziché limitarsi a nobili ammonimenti, si facessero catalizzatori/promotori di una lista del genere, con un candidato governatore di nuova generazione e noto per le lotte contro il burlandismo (che nella cementificazione ha il suo marchio doc), alla testa di energie altrettanto radicalmente nuove, totalmente estranee alle vicende di apparati e mini apparati, in modo da evitare ogni contaminazione con quella “macina al collo” che sono le sigle tipo Sel, Rifondazione, ecc. e relativi miniapparati anche locali (chi ragiona ancora in termini di “unità” con queste sigle, come se costituissero un potenziale “valore aggiunto”, vive su Marte).

Perché non lo si fa? Qualcuno ancora si illude che si vinca con gli appelli alla “unità”? Questa “unità” di sigle significa solo divisione dagli elettori, talmente alla ricerca di qualcosa di inedito che in parte sembrano addirittura disposti a farsi sedurre da un candidato leghista!

Una lista di energie radicalmente nuove è un azzardo? Ovviamente è un rischio, ma chi pensa di vincere solo quando la strada è liscia e il viaggio è in carrozza non contribuirà mai alla rinascita di un a sinistra vincente. Oggi in Liguria le condizioni per tentare questo “azzardo” sono promettenti: l’ottimismo della volontà avrebbe dalla sua anche la valutazione della ragione.

(24 febbraio 2015)

paceNon voglio pubblicare i video sulla violenza dell’isis
Ho il timore che cosi facendo facciamo pubblicità
Mettiamo sulle nostre pagine le bandiere della Pace
Sta a noi far capire ai giovani musulmani e no che cosa è la violenza, creiamo un mondo di pace
L’odio porta alla morte
La Pace ad un mondo migliore dove tutti possiamo convivere con amore e rispetto

Scuola, Renzi contestato a Roma alla kermesse del Pd. Perfino la Cisl dice che la riforma è “una presa in giro”Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

La “Buona scuola” è una scatola vuota. Perfino la Cisl lo dice: “E’ una presa in giro”. E ieri la kermesse organizzata a Roma dal Pd con Renzi e Giannini a salmodiare, ne è stata l’ennesima conferma. Inevitabile la contestazione in sala. E anche fuori, con la polizia che ha addirittura fatto alcune identificazioni e portato in Questura due dirigenti sindacali di Usb rei di aver cercato di avvicinarsi alla stampa che gremiva il parterre di Renzi, per consegnare il comunicato sull’iniziativa”. “La Usb – si legge nella nota – chiama tutti alla massima mobilitazione per rompere con questo clima repressivo e respingere i provvedimenti del governo come il Jobs Act, la riforma della scuola e quella della pubblica amministrazione. La prima forte azione di contrasto nazionale – continua – sarà la manifestazione nazionale del 28 febbraio a Milano proprio su questi temi e a cui l’Usb parteciperà in massa”.
All’interno, intanto, anche se erano pochi, gli insegnanti precari si sono fatti sentire. Appena Renzi ha preso la parola per il suo intervento hanno alzato la voce per contestare il premier. “Sono entrato con un regolare accredito, ho ascoltato gli interventi e preso appunti ma quando ho visto che sui contenuti nessuno ha detto nulla, ho chiesto di poter parlare dal palco” ha spiega D.C., insegnante precario in un liceo artistico della periferia romana e impegnato nel Coordinamento lavoratori autoconvocati. “Il premier si è infastidito, ma a noi pare una necessità impellente sapere come si articolerà l’iter di costruzione della riforma, i dettagli del piano di assunzioni, il modello di governance che hanno in mente per la scuola”. “Abbiamo presentato un pacchetto di 80/90 mozioni di collegi di docenti (20-25.000 docenti coinvolti) che segnalavano alcune forti criticità della Buona scuola, in diverse occasioni abbiamo provato a consegnarlo al Governo, ma questa possibilità ci è stata negata” aggiunge Massimo G., insegnante di Lettere in un liceo scientifico, diventato “di ruolo” quest’anno. “Sono un insegnante precario, sono iscritto al Pd e voglio dire la mia davanti a tutti” ha spiegato un altro dei contestatori, aggiungendo: “oggi è andata in scena solo demagogia”.
Sempre fuori, infine, all’angolo tra via Milano e via Palermo, alcuni studenti hanno acceso un fumogeno urlando “La scuola è pubblica e non si tocca”, “chiediamo diritti e ci mandano la polizia”.
Nel suo intervento conclusivo all’iniziativa del Pd “La scuola che cambia, cambia l’Italia” – aperta dall’Inno di Mameli e chiusa dalla Cavalleria Rusticana eseguite dalla Junior orchestra dell’Accademia di S. Cecilia – Renzi ha solo confermato che la prossima settimana sarà presentato un doppio atto normativo (decreto legge e ddl delega). E ha annunciato che in cantiere c’è l’idea di consentire che il 5 per mille possa essere destinato anche alla cultura e alla scuola.

Grecia, pronta a giorni la commissione parlamentare sui crediti di guerra con la Germania Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il presidente del Parlamento greco, Zoe Constandopulu, ha annunciato che nei prossimi giorni formera’ una commissione parlamentare per esigere dalla Germania la restituzione del prelievo forzoso operato dai nazisti durante il conflitto e le riparazioni della II Guerra Mondiale ad esattamente 70 anni dalla sua fine. Secondo stime si tratterebbe di una somma tra i 7 ed i 10 miliardi di euro. La Germania ritiene la questione venne chiusa definitivamente quando saldò la parte rimanente del debito di guerra nel 1990 e firmò il trattato con le potenze alleate vincitrici che rese possibile la riunificazione tra l’Est e l’Ovest. Atene ricorda pero’ che quel trattato venne sottoscritto solo da Russia (all’epoca ancora Urss), Francia, Gran Bretagna e Usa ma non dalla Grecia.
Secondo il settimanale tedesco Der Spiegel, anche se il governo di Angela Merkel ritiene che il caso sia chiuso, le pretese di Atene non sarebbero illegittime. Dal punto di vista giuridico, scrive, la questione “non è ancora chiara”: Atene non ha mai fatto ricorso alla Corte di giustizia internazionale. E dal punto di vista storico, la Germania dovrebbe fare i conti con la circostanza che Helmut Kohl liquidò le richieste greche “barando”.
La ricostruzione dei fatti avviene grazie a documenti 1989-90, di cui il settimanale ha preso visione. All’epoca il cancelliere cristiano-democratico e il suo ministro degli Esteri liberale, Hans-Dietrich Genscher avrebbero “tenuto i greci lontani dal tavolo” delle trattative sulla riunificazione tedesca, usando poi escamotage diplomatici per non sedersi di nuovo a fare i conti. Un passo indietro porta al 1945, quando la Grecia – secondo lo storico Hagen Fleischer, tra i paesi più danneggiati dai tedeschi (100 mila morti di fame, 50 mila ebrei deportati e gasati, 100 mila edifici distrutti, come quasi tutti i ponti ferroviari, e l’affondamento delle navi commerciali) – chiese 14 miliardi di dollari di danni di guerra alla Germania.
Sotto la pressione degli Usa, la cifra fu dimezzata. Ma invece dei 7 miliardi dovuti, i tedeschi pagarono per un ammontare di 25 milioni, mentre francesi inglesi e sovietici si assicuravano versamenti di diversi miliardi. Nel 1953, ricorda ancora Spiegel, Atene firmò, come gli altri paesi vincitori, l’accordo sul debito di Londra, nel quale i tedeschi si impegnarono a verificare le richieste quando si fosse raggiunto “un accordo di pace o qualcosa di simile”. Nel 1965 fu Ludwig Erhard a promettere che le riparazioni sarebbero state pagate quando si fosse arrivati alla riunificazione. Affermazione che, secondo il governo tedesco, non comparirebbe in alcun documento ufficiale, ma che fu raccolta da un ministro ellenico e sarebbe stata in linea con quanto deciso a Londra. Nel 1989 Kohl e Genscher temono che si giunga a una conferenza di pace, con i 53 paesi ex nemici durante la guerra che battono cassa. Il governo definisce “inaccettabile” il tema delle riparazioni, sostenendo che la Germania ha perso 1/4 del suo territorio e ha già pagato più di ogni Paese sconfitto della storia moderna. Le trattative sulla riunificazione, come noto, si sono svolte con un numero ristretto di paesi (Gran Bretagna, Francia, Usa, Unione sovietica). Solo i sovietici mantengono la questione aperta e la rivendicazione greca rimane ancora sul tavolo: i crediti imposti dal Reich tedesco alla banca centrale ellenica e i danni di 4 anni di occupazione, (rivendicati ora da Tsipras).