Processo Capaci bis: “Berlusconi? Bagarella mi disse che ci avrebbe aiutato” da: antimafia duemila

 

berlusconi-mano-pettoParlano i pentiti: le deposizioni dei fratelli Di Filippo e Favaloro
di Miriam Cuccu – 23 febbraio 2015
Pasquale Di Filippo aveva “un buonissimo rapporto” con il boss Leoluca Bagarella. A confermarlo è lo stesso pentito, deponendo oggi al processo Capaci bis, parlando del suo legame con il cognato di Totò Riina. Genero del boss Tommaso Spadaro, dal ‘94 Di Filippo diventa uomo d’onore riservato (fino al ‘95, quando venne arrestato e si pentì con i magistrati). Solo Bagarella e pochissimi altri (Giorgio Pizzo, Matteo Messina Denaro, Antonino Mangano) erano a conoscenza della sua effettiva appartenenza a Cosa nostra.

Perché votammo Berlusconi? Lascialo stare, mischinazzu
“Ero arrabbiato perché vedevo mio suocero che soffriva – continua Di Filippo, parlando delle detenzioni al 41bis a Pianosa e all’Asinara dopo le stragi del ‘92 – un giorno ho incontrato Bagarella e gli ho chiesto perché avessimo votato Berlusconi. Lui mi ha detto in siciliano ‘lascialo stare mischinazzo’, che per ora non può fare niente, nel momento in cui potrà fare qualcosa la farà per noi. Questo colloquio avvenne nel ’95. Lui (Bagarella, ndr) aspettava risposte da Berlusconi ma con lui non ce l’aveva tanto, diceva di dargli tempo perché prima o poi ci avrebbe aiutato” e di questo in Cosa nostra, sottolinea il pentito, “se ne parlava giornalmente”. Berlusconi, continua Di Filippo, era “stretto da altri politici” nel senso che c’erano “altri politici che, immaginandosi quello che poteva fare Berlusconi con Cosa nostra, lo osservavano e lui non poteva dare risposte immediate a Cosa nostra ma attendere che la situazione si calmasse”.
Di Bagarella parla anche Emanuele Di Filippo, fratello di Pasquale, raccontando di un dialogo avuto con Cesare Lupo, fedelissimo dei boss Graviano di Brancaccio: “Mi disse che prima o poi Bagarella sarebbe arrivato a trovare i pentiti tramite i servizi segreti” nel senso che “i servizi segreti gli avrebbero dato le dovute conoscenze per prenderli e fare la festa ai collaboratori”. Emanuele Di Filippo descrive poi i traffici di sigarette di cui si occupava Cosa nostra, nello specifico del ruolo di Cosimo Lo Nigro: “Era conosciuto da tutti, metteva a disposizione il suo peschereccio” per le attività di contrabbando. Di questo era a conoscenza fino al febbraio ’94, quando venne arrestato. Lo Nigro, inoltre, dichiara Pasquale Di Filippo, “era il tramite” con la ‘Ndrangheta, ma “solo per traffici di droga e di armi. Erano famiglie importanti. Non ricordo però di commerci di esplosivo”.

L’appuntamento da Cinà: “Facevo da tramite tra lui e i capimafia”
“Accompagnai Tinnirello (Lorenzo Tinnirello, imputato in questo processo, ndr) dal dottore Antonino Cinà (medico e uomo d’onore, ndr). Un giorno ha suonato a casa mia Renzino e mio cugino Giuseppe Giuliano perchè volevano un appuntamento con lui, questo prima della strage di Borsellino. Prima sono andato da solo presso lo studio di Cinà e lui mi ha detto di riportarlo il giorno dopo, cosa che ho fatto”. Cinà, sottolinea Di Filippo, “aveva nelle mani tutto l’ospedale civico di Palermo. Io ero il tramite tra lui e i capimafia ricoverati all’ospedale nel periodo del maxiprocesso, quando avevano bisogno dei certificati medici per non tornare in carcere, e mi mandavano da Cinà”. Sulla sentenza del maxi, ricorda Di Filippo, i boss “non se l’aspettavano per niente che la Cassazione confermasse tutto. Per questo è morto Falcone, perché ha seguito il processo fino in Cassazione. Dopo che è morto mio suocero disse ‘ora possiamo fare il carcere in po’ più sereni e tranquilli”.

Ultimo pentito ad essere ascoltato all’udienza di oggi è Marco Favaloro, a disposizione di Cosa nostra fin dagli anni ’80 ma mai combinato uomo d’onore. “Sono stato avvicinato dai fratelli Galatolo dell’Acquasanta, Vincenzo, Giuseppe e Raffaele. – racconta – Partecipavo alle riunioni di via Pipitone. Con Vincenzo ci vedevamo tutti i giorni”. “Per i Madonia – prosegue nella deposizione – ho messo a disposizione ‘tutte cose’, e per ‘tutte cose’ mi rivolgevo a Salvino Madonia” al quale fece poi da autista per l’omicidio dell’imprenditore Libero Grassi. In seguito, poi, Favaloro spiega che si allontanò dai Galatolo perché “avevano dei comportamenti che non mi piacevano”.
L’udienza è stata quindi rinviata al 25 febbraio per il controesame dei periti, Claudio Miniero e Marco Vincenti. Calendarizzate per marzo, inoltre, le date dell’11, del 18 e del 24.

“Più forti della repressione”. A Torino sfilano diecimila No Tav. I sindaci dal palco: “Costi esorbitanti e oscuri” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Nonostante la pioggia e i ripetuti tentativi di bloccaggio da parte delle forze dell’ordine alle stazioni di treni e metropolitane, la manifestazione No Tav a Torino ha visto una vera e propria partecipazione di massa. Tanto che anche alcuni esponenti M5S alla fine dicono che è stata una giornata in cui hanno dimostrato di essere “più forti della repressione”. In piazza Castello, dove alla fine il corteo ha trovato il suo capolinea, i sindaci della Valsusa hanno letto una delibera approvata in una trentina di Comuni in cui si punta il dito contro i costi dell’opera. Ieri il Cipe ha approvato il progetto definitivo dei 17 chilometri della tratta nazionale della Sezione Trasnsfrontaliera, pari ad una spesa, a carico dell’Italia, di 1,6 miliardi (quota che può scendere a 960 milioni se la Ue concederà il 40% del contributo). All’inizio della prossima settimana a Parigi verrà costituito il soggetto promotore che avrà l’incarico di realizzare e gestire la Torino-Lione, martedì si terrà il summit tra i governi di Italia e Francia che chiuderanno il dossier per la richiesta del cofinanziamento comunitario.

La protesta e’ stata indetta per ribadire il No alla Torino-Lione e le numerose irregolarità delle procedure dell’opera che, sembrano essere state del tutto “ignorate” dal Cipe, naturalmente.
In piazza hanno sventolato le tradizionali bandiere con il treno crociato, bandiere di Rifondazione comunista (con Paolo Ferrero che è stato presente al corteo), Cub, Fiom, Legambiente e altri. “Magistrati e giornalisti, siete voi i terroristi” gridano alcuni riferendosi alle accuse di terrorismo contestate ad alcuni attivisti. In piazza anche un trenino con le sagome dei pm Andrea Padalino e Antonio Rinaudo, che si occupano delle inchieste legate al Tav, e il cartello “No Tav pericolosi terroristi? Ma non fateci ridere”. In coda alla manifestazioine è stato sistemato lo spezzone composto dal mondo antagonista. Il gruppo di un centinaio di antagonisti arrivato a Torino, con un treno da Milano bloccato dalle forze dell’ordine a Novara, quando la manifestazione No
Tav era ormai conclusa, ha dato comunque vita a un corteo improvvisato.

“Mi sembra una manifestazione ben partecipata – dice Sandro Plano, sindaco di Susa – che ci dice che questo tema resta vivo nella coscienza della Valle. Chiediamo – spiega – che i soldi per la Tav siano dirottati su scuola, assetto idrogeologico, treni per i pendolari, sanità, universita’ e ricerca”. “Siamo qui per le ultime decisioni della giustizia nei confronti degli attvisiti, ma anche per ribadire la nostra contrarieta’ a un’opera inutile”, ha aggiunto Perino.
La manifestazione si e’ svolta poi senza tensioni lungo tutto il percorso. Qualche uovo e’ stato lanciato contro la Caserma dei Carabinieri in via Cernaia. “Oggi in piazza a Torino – si legge in una nota firmata da M5S – abbiamo ribadito un concetto che dovrebbe essere condiviso da ogni buon amministratore del nostro Paese. Il Tav non serve, se non alle solite lobbies politico-economiche. E dietro questi interessi si celano gli appetiti delle mafie, come dimostrato dalle recenti inchieste della magistratura”. “La lotta alla grande opera inutile – conclude il M5S – non si ferma certo qua. Continueremo ad opporci a questo scempio nelle istituzioni cos come in prima linea sul territorio”.

Un premier che marcia spedito verso l’800 Fonte: Il Manifesto | Autore: Michele Prospero

 

E’ evi­dente che, con i decreti attua­tivi della fami­ge­rata carta di espro­pria­zione dei diritti deno­mi­nato Jobs Act, la Costi­tu­zione non è più la stessa. La prima parte, quella dei valori fon­da­men­tali, anche se non ancora toc­cata in modo espli­cito, è inde­bo­lita dalla legi­sla­zione più recente, vera pistola pun­tata con­tro il resi­duale diritto del lavoro. Frutto della seconda costi­tu­zio­na­liz­za­zione, lo Sta­tuto del 1970 era il com­pen­dio di una con­giun­tura sto­rica irri­pe­ti­bile che pre­sen­tava con­di­zioni poli­ti­che più favo­re­voli al mondo del lavoro. L’articolo 18 era in fondo il sim­bolo della rela­tiva potenza accu­mu­lata dal lavoro, rispetto al domi­nio asso­luto del capi­tale, e la dimo­stra­zione dei frutti posi­tivi sca­tu­riti dalla con­giun­zione di con­flitto sociale e grande mano­vra politica.

Ad essere col­pito dalla furia restau­ra­trice del governo Renzi è anzi­tutto il potere del lavoro e di con­se­guenza i diritti dei sin­goli dipen­denti si spen­gono come degli astratti postu­lati morali. Il segno di classe della riforma strut­tu­rale varata dal governo l’ha colto bene l’Ocse che, in uno sper­ti­cato elo­gio delle misure ren­ziane, le ha san­ti­fi­cate come l’eden resu­sci­tato della bella volontà di potenza dell’impresa. Nel docu­mento l’Ocse spiega le ragioni del suo inna­mo­ra­mento totale: «accre­scendo la pre­ve­di­bi­lità la norma riduce i costi reali dei licen­zia­menti, anche quando sono giu­di­cati ille­git­timi dai tri­bu­nali e inco­rag­gia le imprese». Sono felici sol­tanto per­ché il governo ha reso meno costosa la facoltà licenziare.

Quest’assalto nor­ma­tivo alla civiltà del lavoro, con la ridu­zione del costo del licen­zia­mento, secondo l’Ocse, è una divina bene­di­zione che accre­scerà la pro­dut­ti­vità per­ché, eli­mi­nando del tutto la pos­si­bi­lità del rein­te­gro per l’esclusione dall’impiego per motivi ille­git­timi, e ridu­cendo anche l’importo dell’indennizzo dovuto a chi viene get­tato sul lastrico, il Jobs Act sol­le­cita il risve­glio imme­diato degli spi­riti ani­mali del capi­ta­li­smo. Senza la sbri­ga­tiva libertà di licen­ziare, il capi­tale non rie­sce più a inve­stire, a inno­vare, a com­pe­tere. E quindi, il piano della nichi­li­stica espro­pria­zione del lavoro, con­ti­nua ad essere per­se­guito come la variante più allet­tante per rilan­ciare l’accumulazione in un paese che si accasa defi­ni­ti­va­mente nelle peri­fe­rie del capi­ta­li­smo glo­bale e che per il suo de te fabula nar­ra­tur guarda ormai all’Albania.

La filo­so­fia del ren­zi­smo si com­pie nel segno di una inte­grale deco­sti­tu­zio­na­liz­za­zione del lavoro. E la sua genuina essenza ideo­lo­gica è con­te­nuta nella cele­bre for­mula sulla libertà dell’imprenditore di licen­ziare come segno di una grande inno­va­zione desti­nata a fare epoca. La nuova legi­sla­zione, in effetti, è il cuore delle stra­volte riforme post-moderne, quelle capo­volte costru­zioni giu­ri­di­che che sop­pri­mono tutele e pic­cole libertà dal biso­gno e asse­gnano pro­prio al sog­getto già eco­no­mi­ca­mente più forte il diritto di schiac­ciare il con­traente più debole della rela­zione lavorativa.

Le con­di­zioni sociali della moder­nità sono basate gene­ti­ca­mente sul dif­fe­ren­ziale di potere tra capi­tale e lavoro. E il diritto del lavoro, nato dallo scon­tro poli­tico della società di massa, cer­cava di cor­reg­gere con gli inter­venti della legi­sla­zione gli squi­li­bri sociali più macro­sco­pici con­fe­rendo poteri cor­ret­tivi al lavoro come potenza sociale col­let­tiva. Ora il diritto muta di segno. E’ costruito il diritto del più forte, cioè è scol­pito anche sulla norma il potere legale san­zio­na­to­rio del capi­tale sul lavoro. Quando all’impresa si con­cede il diritto di licen­ziare il dipen­dente anche per un solo giorno ingiu­sti­fi­cato di assenza, le si con­se­gna un’arma di coer­ci­zione spro­por­zio­nata rispetto all’entità dell’illecito. E’ la pura forza dell’avere che suc­chia l’essere della per­sona che lavora, nel silen­zio della cor­nice pub­blica. Ma Rous­seau spie­gava che il diritto del più forte non è mai diritto. E quello scritto da Renzi è infatti la pura e sem­plice san­zione uffi­ciale e for­male del domi­nio di fatto dell’impresa sulla forza lavoro ridotta a varia­bile inanimata.

Ad domi­nio del capi­tale, scritto già a chiare let­tere nelle ogget­tive leggi dell’economia e con­fer­mato nelle ano­nime rego­la­rità impo­ste dalla divi­sione sociale del lavoro, si aggiunge anche la norma di stampo clas­si­sta che anni­chi­li­sce la rela­tiva auto­no­mia con­qui­stata nel Nove­cento dalla legi­sla­zione pub­blica nel cor­reg­gere le asim­me­trie del rap­porto sociale con norme det­tate dal senso civile e morale di un’epoca demo­cra­tica. Il giu­dice deve ammai­nare gli stru­menti roman­tici con i quali inse­guiva il mirag­gio della costi­tu­zio­na­liz­za­zione dei rap­porti di lavoro. Seb­bene con stru­menti coer­ci­tivi sca­ri­chi, per­ché privi di san­zione effet­tiva verso l’impresa ina­dem­piente, il giu­dice del lavoro aveva intro­dotto la legge e il con­tratto a più stretto col­le­ga­mento con l’essere del lavo­ra­tore. La bocca del giu­dice, nell’accertare la ade­guata pro­por­zione tra fatto e san­zione, ora si chiude dinanzi alla sover­chiante potenza dell’avere, del capi­tale, che fa ciò che crede della forza lavoro, con il modico prezzo di una indennità.

Si dise­gna una indi­vi­dua­liz­za­zione cre­scente delle rela­zioni eco­no­mi­che impo­nendo un secco rap­porto a due, da una parte sta il potere d’impresa che regna incon­tra­stato e dall’altra il lavoro, sog­getto ancor più pre­ca­rio appeso alla deci­sione d’azienda sui tempi, sui costi delle ristrut­tu­ra­zioni, sull’opportunità di un demen­sio­na­mento di ruolo nel posto di lavoro. Lo scam­bio inde­cente tra un (solo) nomi­na­tivo con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato e un effet­tivo potere di licen­ziare senza giu­sta causa cam­bia in pro­fon­dità i rap­porti di forza den­tro i luo­ghi di lavoro. Il sin­da­cato è invi­tato a uscire dalla fab­brica o dall’ufficio, non essendo più rile­vante il potere delle orga­niz­za­zioni nel trat­tare le con­di­zioni delle ristrut­tu­ra­zioni, degli esu­beri, dei tempi, delle mobi­lità, dei licen­zia­menti col­let­tivi.
Lo spie­gava bene Spi­noza: quando un sog­getto cede un potere, non ha più le chiavi per riven­di­care i suoi diritti. Non esi­stono infatti diritti frui­bili senza una potenza col­let­tiva che li sor­regge. E l’attacco del governo è, con qual­che per­versa siste­ma­ti­cità, indi­riz­zato con­tro le con­di­zioni (sociali e sin­da­cali) della potenza del lavoro. Strat­to­nato dalle stra­te­gie d’impresa che lo ren­de­vano una varia­bile sem­pre più pre­ca­ria, il lavoro viene ora reso liquido anche dalla norma giu­ri­dica. Il pub­blico si ada­gia alle esi­genze fun­zio­nali dell’impresa pri­vata e costrui­sce un diritto con moduli, tempi, risar­ci­menti mone­tari richie­sti dal capi­tale. Con il suo turbo governo Renzi pro­cede a passi di gam­bero verso l’Ottocento. Nella sua fab­brica entra solo il car­tello che intima alla mano­do­pera di per­dere ogni spe­ranza di riscatto e di non distur­bare il padrone che dà l’opportunità di lavoro, e quindi va santificato.

Nel regime giu­ri­dico duale, cioè con la com­pe­ti­zione inne­stata dalla norma dise­guale che dif­fe­ren­zia tra vec­chi e nuovi assunti ser­ven­dosi di pro­fili discri­mi­na­tori, l’impresa spera di otte­nere mag­giori poten­ziali di ricatto sul lavoro diviso e sotto minac­cia in virtù di nuovi poteri dispo­si­tivi e san­zio­na­tori. Con il suo Pier delle Vigne, la coman­dante dei vigili urbani di Firenze nomi­nata sul campo capo dell’ufficio legi­sla­tivo di palazzo Chigi, Renzi ha dav­vero posto fine al costi­tu­zio­na­li­smo della repub­blica. Già sepolti i suoi sog­getti poli­tici (i par­titi ideo­lo­gici di massa), ora sono spenti anche i suoi sog­getti sociali, il lavoro come sovrano della costi­tu­zione eco­no­mica. E’ comin­ciata un’altra epoca nel segno della destra eco­no­mica, cioè con lo sfac­ciato potere dell’impresa, con la sua giu­ri­sdi­zione pri­vata spie­tata e senza con­tro­par­tite. Il lavoro è scon­fitto, ma non vinto.