Jobs Act, Cgil: «Più precari e meno pagati, non è una riforma, è “ammuina”» da: il manifesto

Jobs Act. Il governo: «Il Pil crescerà dell’1% nel 2020»

<img src=”http://ilmanifesto.info/wordpress/wp-content/uploads/2015/02/21/22soc-spalla-forse-camusso.jpg” />
Commenti: 1

Sul Jobs Act ci sono idee chiare. E incon­ci­lia­bili. All’indomani dell’approvazione defi­ni­tiva dei decreti su fles­si­bi­lità e ammor­tiz­za­tori sociali il governo Renzi ha emesso un comu­ni­cato dove sostiene che il prov­ve­di­mento avrà un impatto sul Pil addi­rit­tura del +1% nel 2020. Il tam tam ha messo di buo­nu­more le truppe ren­ziane che hanno esi­bito l’ottimismo d’ordinanza: «Dopo 20 anni alla flex si aggiunge secu­rity: ammor­tiz­za­tori, mater­nità, basta cococo coco­pro» ha scritto la mini­stra della fun­zione pub­blica Marianna Madia in un tweet cele­bra­tivo. Il sotto-segretario all’Istruzione Davide Faraone, che ha l’abitudine di inter­ve­nire su tutto, ha preso la mira con­tro la Cgil: «Il Jobs act è una riforma del lavoro seria e coe­rente. Ci dispiace che ci sia un atteg­gia­mento di resi­stenza. Quello schema di gioco che ci ha pro­po­sto la Cgil in que­sti anni non ha fun­zio­nato — dice — tanto è vero che la disoc­cu­pa­zione è aumen­tata. Noi stiamo pra­ti­cando un altro schema di gioco e pen­siamo che si vin­cente. I segnali che ci arri­vano sull’economia sono inco­rag­gianti, ma arri­vano per­ché c’è un governo che opera».

Dun­que, a metà del pome­rig­gio, dal fronte ren­ziano è spun­tata la seguente teo­ria: se dal 2078 a oggi, la disoc­cu­pa­zione è rad­dop­piata la colpa è della Cgil e non dei governi Ber­lu­sconi, Monti, Letta e Renzi. Gli ultimi tre gui­dati dalle «lar­ghe intese», con il Pd in prima fila. La rispo­sta del sin­da­cato è stata ispi­rata dall’ironia ed è stata affi­data a twit­ter con l’hashtag «solo ammuina»: i decreti attua­tivi del Job­sAct «non cam­bia­no­verso». Segue una serie di mes­saggi dove, in breve, si rias­su­mono le cri­ti­che ad un prov­ve­di­mento rite­nuto inef­fi­cace, inco­sti­tu­zio­nale e pro­dut­tore di nuova pre­ca­rietà a misura delle aziende– Quelle che hanno festeg­giato l’impresa ren­ziana. «Restano i cococo e si somma la mone­tiz­za­zione cre­scente. La pre­ca­rietà aumenta non dimi­nui­sce». Si cam­bia il nome del nuovo con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato intro­dotto da uno dei prov­ve­di­menti varati dal Cdm da «tutele cre­scenti» in «mone­tiz­za­zione crescente».

E ancora: «Più pre­ca­riz­zati, meno pagati», si legge ancora il pro­filo del sin­da­cato. «Sei a ter­mine, som­mi­ni­strato, a chia­mata, P. Iva, acces­so­rio, oppure sei inde­ter­mi­nato ma non più tute­lato. E se riven­di­chi i tuoi diritti sei deman­sio­nato o licen­ziato». Come si vede, sono idee dif­fi­cil­mente con­ci­lia­bili con quelle del fronte renziano.

Il sin­da­cato di Corso Ita­lia non è rima­sto da solo nel gioco delle dichia­ra­zioni con­trap­po­ste. Il segre­ta­rio della Uil Car­melo Bar­ba­gallo ha le idee chiare: «Hanno detto che avreb­bero tolto tutti i con­tratti di pre­ca­rietà, ma poi non l’hanno fatto. Sono dei bugiardi». Più pru­dente la rea­zione di Anna Maria Fur­lan, segre­ta­ria della Cisl: su alcune cose sono stati «fatti passi avanti» come per il con­tratto a tutele cre­scenti, men­tre su altre come lo sfol­ti­mento del numero dei con­tratti «il risul­tato è delu­dente». «Ci sono stati anche anche dei pareri non favo­re­voli da parte delle com­mis­sioni di Camera e Senato e forse sarebbe stato oppor­tuno tenerli nel dovuto conto» ha detto la pre­si­dente della Camera Laura Boldrini.

Rin­cara la dose il lea­der di Sel Ven­dola: «Que­sta è una con­tro­ri­forma. Con­ferma, nono­stante la volontà con­tra­ria del Par­la­mento, i licen­zia­menti col­let­tivi, non chia­ri­sce quali siano le risorse utili ad ali­men­tare gli ammor­tiz­za­tori sociali, con­ferma la spa­ri­zione dell’art.18, spa­ri­sce il diritto al lavoro e avanza il diritto al licen­zia­mento, restano 45 con­tratti ati­pici su 47». «Di cre­scente resta solo la pre­ca­rietà, culla della depres­sione eco­no­mica; riman­gono, per l’appunto, forme iper-flessibili come il lavoro a chia­mata e viene inco­rag­giata la »som­mi­ni­stra­zione» attacca il blog 5 Stelle di Grillo. Mau­ri­zio Sac­coni, gamba destra del governo, ha invece illu­strato i pros­simi passi dell’esecutivo: can­cel­lato lo sta­tuto dei lavo­ra­tori, creare un nuovo «Sta­tuto dei lavori» dove «rico­no­scere la pari dignità di tutti i lavori, dipen­denti e indi­pen­denti, con alcune tutele comuni».

Ma quant’è bella la vita dei docenti universitari da: l’espresso

In un pamphlet in libreria in questi giorni, Stefano Pivato traccia un ritratto tagliente e autocritico della tribù degli ordinari, associati e ricercatori, immutabile e soprattutto insondabile

di Maurizio Di Fazio

01 febbraio 2015

Ma quant'è bella la vita dei docenti universitari

È alto il tasso di mortalità studentesca negli atenei italiani. La colpa viene di norma attribuita agli studenti stessi; e delle responsabilità didattiche dei docenti universitari nessuno dice niente. “Al limite della docenza” di Stefano Pivato, “piccola antropologia del professore universitario” (Donzelli Editore), ricalibra questo assunto. Ed è un ritratto-pamphlet divertente, tagliente e autocritico della tribù degli “ordinari, associati e ricercatori”, immutabile e soprattutto insondabile. L’autore, certi aspetti, atteggiamenti, tic identitari e collettivi, li conosce bene, dall’interno: insegna lui stesso, da quarant’anni, Storia contemporanea all’università. Ha ricoperto anche il ruolo di rettore. Entrò in ruolo subito dopo la “liberazione del ’68”.

Misteriosa creatura stanziale, a differenza di quanto accade in America o nel resto d’Europa: addio clerici vagantes, “il docente, nella generalità dei casi, si laurea, cresce e progredisce in carriera nella stessa università”. Ma i nostri radar letterari non l’hanno mai intercettato: De Amicis narrava di un maestro elementare e Don Milani di insegnanti delle scuole medie. Idem al cinema: tranne “Morte di un matematico napoletano” di Mario Martone, non viene in mente altro. La stessa cronaca si ricorda dell’“homo academicus” nostrano solo quando c’è da rovistare dentro casi di parentopoli, concorsi truccati e “sex for 30” sul libretto.

Eppure la prima Università occidentale è tricolore, quella di Bologna risale, infatti, al 1088; e subito dopo la Chiesa, l’Accademia è la più antica tra le istituzioni, “nel tempo ha perfezionato i propri meccanismi, chiusi e non contaminati col mondo esterno, fino a renderli perfetti. Anche nelle loro storture” scrive Pivato. Fuori dal tempo, statico ma adattivo, il barone o baronetto nazionale è il più anziano del Vecchio continente: anche adesso che la sua età pensionabile è stata anticipata a 70 anni, tra i lamenti dei 75enni e le invidie dei non ancora quarantenni che restano una frangia simbolica, il 12 per cento del totale.

In “Al limite della docenza”, Stefano Pivato apre passando in rassegna i fondamentali “tipi da cattedra”. Come il prof. “Come sto io?”. “Solitamente, quando due persone si incontrano, si chiedono vicendevolmente Come stai? Una certa tipologia di docente, se ti incontra, senza chiederti nulla, ti dice “Come sto io?”. Segue elencazione dei saggi che ha scritto, dei convegni a cui ha partecipato, delle lodi che ha ricevuto. “L’Accademia è fatta così. Ancor prima che di riconoscimenti scientifici, si nutre di solleticamenti a uno smisurato ego”. L’egolatria, e la vanità, sarebbero le due pietre angolari della mentalità del docente. Insieme a un’eterna conflittualità tra simili: “Litigo, dunque sono”. “Litigare è una forma assoluta per certificare la propria presenza; e magari, giustificare la propria assenza”. Così i professori più attaccabrighe sono spesso i più assenteisti. E in pochi ambienti come quello accademico l’insinuazione maliziosa, la diceria, la diffamazione giocano un ruolo tanto importante.

Proliferano, come cellule impazzite che si penserebbero radicate in ben altri strati della società, le lettere anonime; vedersi dare dello iettatore può pregiudicare una carriera già avviata. I docenti universitari si sentono tutti autori di bestseller, anche se “hanno pubblicato presso un anonimo stampatore” e si ingegnano in mille modi per costringere i propri studenti a comprarne qualche copia. Uno dei loro mantra più comuni, al ritorno da una lezione, è questo: “Era piena zeppa di studenti” . In verità, a volte, non c’era quasi nessuno. Il “tribalismo universitario” si è formato e consolidato nel corso dei secoli. Ecco allora il “Chiarissimo” (professore ordinario), il “Magnifico” (rettore), l’“Amplissimo” (preside di facoltà). Anche l’apparato iconografico non scherza, e non muta.

La liturgia del potere non conosce strappi. Potere talvolta lungo una vita: ci sono stati rettori che hanno governato per decenni. Non appena possibile, gli Insegnanti Massimi sfoggiano toghe, ermellini e altri paramenti. E se c’è un qualcosa che li manda in visibilio, è la parola (sempre più in disuso) “concorso”. “Perché il concorso gratifica il vincitore ma, in misura non minore, anche chi lo fa vincere”.

Il docente-tipo necessita di uno spazio sempre più agevole: anche se ha pochi studenti, vuole un’aula più grande e uno studio personale sconfinato. È singolare la sua concezione del tempo. Il semestre universitario dura circa tre mesi e mezzo, e l’ora quarantacinque minuti. E “talvolta, secondo un’antica consuetudine, se ha impegni di varia natura e deve chiudere in fretta”, reintroduce d’imperio la lectio brevis. Sui generis anche la sua settimana lavorativa, che copre la prima o la seconda parte, in corrispondenza delle ore di lezione:  “per chi svolge la lezione durante la prima parte, la settimana inizia il lunedì pomeriggio e termina il mercoledì mattina; per quanti svolgono lezione nella seconda parte, la settimana inizia il mercoledì pomeriggio e termina il venerdì mattina”.

Bella la vita del professore universitario nella penisola, impiegato pubblico a se stante, “non esistono cartellini da timbrare e gli impegni di lavoro sono interpretati in maniera alquanto lasca”. Il suo obbligo è di 350 ore annue, cifra che comprende le lezioni, le attività collegiali e le commissioni d’esame e di laurea. Il carico di lezioni può oscillare invece tra le 60 e le 120 ore, soglia molto più bassa di quella di un qualsiasi suo omologo europeo: 192 ore in Francia, 240 in Gran Bretagna, da 248 a 279 in Germania, da 252 a 360 in Spagna. E le stravaganze non cessano qui: “alcuni docenti mettono in calendario la prima lezione settimanale alle 18 e la seconda alle 8 del mattino successivo, esaurendo così, in breve tempo, la loro permanenza settimanale in Facoltà”.

Tanto i codici etici introdotti dalle singole università sono, più che altro, petizioni di principi: le sanzioni restano sulla carta, e i docenti peggiori e improduttivi al loro posto. Anche se questo significa un cospicuo danno d’immagine e un minore trasferimento di risorse all’ateneo interessato. Stefano Pivato racconta poi che ai professori universitari come lui non viene richiesto di essere abili nell’insegnamento. Come se conoscere equivalesse automaticamente a saper insegnare. L’esame di abilitazione nazionale se ne disinteressa; i metodi sono cristallizzati ad almeno un secolo fa. In tempi in cui tutto scorre vorticosamente, sarebbero consigliabili nuove strade, ma invece si ricorre ancora alla lezione ex cathedra, “che è rimasta la stessa, di fronte a un pubblico di studenti aumentato a dismisura dal punto di vista quantitativo e qualitativo”.

Mille anni dopo la fondazione dell’Università bolognese, a quindici anni di distanza dalla “riforma-spezzatino Berlinguer”, e a un tiro di binocolo dalla babelica “riforma Gelmini”, per l’opinione pubblica esterna “il docente è misurato dalla validità dei suoi studi, dall’attenzione che ricevono i suoi libri e dal prestigio delle case editrici che li fanno uscire”. Per la tribù universitaria, invece un docente vale esclusivamente per la funzione che occupa all’interno dell’Accademia. Anche se ha pubblicato un solo libro in decenni di “ricerca e insegnamento”. Anche se è di destra. O di sinistra. “Per la sua strenua difesa del territorio, dell’identità e dello jus loci è assimilabile al tipo antropologico leghista”. O lepenista.

Uscire dal guado e aprirsi al mondo, anche fisicamente. Più doveri e meno diritti acquisiti. Perché “prima di qualsiasi riforma, bisogna riformare se stessi”. E perché spetta a loro il compito di formare le classi dirigenti del futuro. È questa la proposta, docente, di Stefano Pivato.

, Carlo Smuraglia, a conclusione dell’iniziativa pubblica tenutasi ieri, sabato 21 febbraio, a Torino

“Legge elettorale, riforma del Senato e il Jobs act si inseriscono in una concezione della democrazia che ci preoccupa molto. Al primo posto si deve rimettere la rigenerazione della politica e dei partiti o la situazione non cambierà. Chiediamo ai cittadini di uscire dall’indifferenza e dalla rassegnazione e di partecipare. Questo è anche un dovere. L’ANPI continuerà senza sosta la sua campagna di informazione e sensibilizzazione”.
Così il Presidente nazionale dell’ANPI, Carlo Smuraglia, a conclusione dell’iniziativa pubblica tenutasi ieri, sabato 21 febbraio, a Torino alla Sala Incontri della Regione Piemonte dove sono intervenuti anche Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti e Antonio Caputo.
https://www.facebook.com/events/337739016414818/

Chi vuole liberare Meriam Cheikh? da: UDI – Unione Donne in Italia

 

È la domanda che rivolgiamo a chi può, in Italia, spendere parole istituzionalmente autorevoli e fare i passi giusti.

La vicenda di Meriam nel suo paese, in Mauritania, è rappresentativa di una pratica politica e sociale che legittima la schiavitù per oltre un quinto della popolazione, pur avendola ufficialmente abolita dal 2007.

Questo terribile crimine colpisce prevalentemente l’etnia Haratin, per secoli discriminata e umiliata con ogni tipo di persecuzione.

A Meriam è stato impedito di sostenere gli esami universitari alla facoltà di ingegneria che frequentava, perché donna e Haratin. A Meriam è stato contestato il crimine di aver manifestato contro gli arresti indiscriminati di attivisti e militanti dell’IRA (initiative de resurgence du mouvement abolitionniste de Mauritanie), tra cui il presidente del movimento Biram Ould Dah Abejed. È stata incarcerata e poi posta in isolamento per aver protestato per gli abusi compiuti dal personale carcerario.

Dal Novembre 2014 questa giovane donna è in carcere per aver protestato legittimamente contro pratiche che ufficialmente, anche in Mauritania, sono considerate crimini.

Crimini. Il primo fra tutti la schiavitù, che per le donne è sinonimo di violenze sessuate, maltrattamenti e l’avvio nelle reti della tratta di esseri umani.

L’IRA Mauritania in Italia, Amnesty, le Donne in Nero, hanno denunciato, oggi noi dell’UDI denunciamo che quanto avviene in Mauritania viene coperto da reticenze e silenzi inspiegabili.

Per Meriam e per le altre, insieme a tutte e tutti coloro che si battono contro la schiavitù faremo da oggi la nostra parte, perché il nostro paese segua tutte le vie diplomatiche e politiche per la liberazione delle donne ingiustamente detenute.

A partire da una domanda: chi vuole davvero liberare Meriam Cheikh?

 

Il Coordinamento Nazionale UDI – Unione Donne in Italia

I salotti buoni votano Matteo Fonte: sbilanciamoci | Autore: Nicolò Cavalli

 

“C’è oggettivamente oggi sull’Italia un grumo di connessioni internazionali, dinanzi al quale il governo non ha una risposta. Su Renzi si sta esercitando una pressione molto forte, da parte dell’oligopolio finanziario, non più filtrata da Napolitano” (in quel momento dimissionario). Con queste parole Giulio Sapelli, docente di storia economica all’Università di Milano, ha commentato a fine gennaio la riforma delle banche popolari – fortemente voluta anche da Banca d’Italia. Il decreto, che la Costituzione vorrebbe motivato da criteri di urgenza (“Abbiamo usato questo strumento perché volevamo dare un segnale”, è stata la spiegazione del ministro dell’economia Pier Carlo Padoan), prevede la trasformazione delle popolari da società cooperative a società per azioni, perdendo il principio di “una testa, un voto” e favorendo gli investitori più grandi.

A seguito dello scardinamento di un principio che da decenni proteggeva il sistema cooperativo, il valore dei titoli delle principali banche popolari quotate a Piazza Affari è esploso. La Consob – autorità di controllo della Borsa guidata dall’ex Forza Italia Giuseppe Vegas – ora indaga sull’esistenza di un “circuito dell’informazione privilegiata” che avrebbe garantito plusvalenze effettive e potenziali per almeno 10 milioni di euro in corrispondenza dell’annuncio di Renzi. Un’ipotesi di insider trading che vede in prima linea l’andamento di Banco Popolare (+14,9% nel solo 19 gennaio, contro una media del +8,5% per le altre quotate): secondo le ricostruzioni, trattando l’1% del capitale totale tra il 2 e il 16 gennaio e chiudendo la posizione tra il 19 e il 23 gennaio, un intermediario estero avrebbe guadagnato da solo 3,5 milioni di euro.

Davide Serra, il finanziere vicinissimo a Renzi a capo del fondo londinese Algebris, è stato convocato a Roma dalla Consob dopo la notizia di una serie di investimenti di Algebris proprio su Banco Popolare e quella, categoricamente smentita dall’interessato, di una riunione londinese per coordinare investimenti sulle banche cooperative italiane in prossimità del decreto. Un imbarazzo che va ad aggiungersi a quello per la presenza, tra le banche interessate dal decreto, della Popolare dell’Etruria e del Lazio, il cui vice-presidente è Luigi Boschi – padre dell’omonima ministra Maria Elena, detentrice di un piccolo pacchetto di azioni della stessa banca.

Questi episodi sono segnali che mettono in luce il rapporto privilegiato del governo Renzi con la finanza privata nella sua versione più spregiudicata. Un’altra fonte d’informazione viene dagli elenchi dei finanziatori della Fondazione Open, che ha pagato le campagne elettorali del premier fiorentino. Sono disponibili i nomi dei donatori del 70% degli 1,9 milioni di euro raccolti da Renzi. Un terzo del totale – oltre 600 mila euro – viene dai settori della finanza o dell’immobiliare e solo 300 mila euro sono venuti da imprese manifatturiere. Oltre a Davide Serra (principale finanziatore con 175 mila euro), l’elenco annovera l’ex presidente Fiat Paolo Fresco, alcune fiduciarie, il salotto buono milanese (Carlo Micheli in testa) e quello fiorentino. Le imprese quotate in borsa che sono riconducibili direttamente o indirettamente ai finanziatori del premier sono cinque: Acea, Terna, Sias, Intesa San Paolo e Intek. Vediamo come sono andate le loro quotazioni. Dal 13 febbraio 2014 (dimissioni del governo Letta) a metà gennaio 2015, queste imprese hanno avuto ritorni di mercato quasi 7 volte superiori agli altri titoli quotati a Piazza Affari, mentre nell’anno precedente si muovevano insieme al resto del mercato. Il loro andamento “anormale” non significa tuttavia che il governo si sia adoperato attivamente per favorire queste aziende, può riflettere semplicemente il “vantaggio di posizione” di queste imprese così vicine al premier. Stessa storia per la Banca dell’Etruria, che nei 45 giorni successivi alla nomina di Renzi a segretario del Pd ha registrato un rendimento del 53% più alto rispetto a quello atteso.

A reggere queste relazioni privilegiate di Matteo Renzi con la finanza c’è l’“uomo dei poteri forti”, Marco Carrai, che con Alberto Bianchi (spedito da Renzi a Enel) e Luca Lotti (sottosegretario tuttofare all’editoria) forma il nucleo centrale del potere economico renziano. Attorno a Carrai, che quando passa a Roma viene ospitato nell’ufficio dell’ex amministratore delegato di Telecom Bernabé – con il cui figlio è socio del fondo lussemburghese Wadi Ventures –, c’è il colorato mondo dell’aristocrazia e dell’alta borghesia toscana: i Frescobaldi, gli Antinori, i Bassilicchi, Lorenzo Bini Smaghi e il cugino Jacopo Mazzei. Di quelli cui, nei tempi migliori, venivano staccati i cedolini della Banca Federico del Vecchio, oggi controllata da Banca Etruria. Un miscuglio di “nuovo” e di vecchissimo, che sa usare la politica per riprodurre il privilegio.

Jobs act: le dure critiche di Ferrero, Cgil, Vendola, Fassina, De Magistris Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il Jobs Act è il mantenimento delle differenze e non la lotta alla precarietà”. Coglie nel segno il primo commento della Cgil sul provvedimento che Renzi ha definito di portata “epocale”. “Il contratto a tutele crescenti – aggiunge la Cgil –è la modifica strutturale del tempo indeterminato che ora prevede, nel caso di licenziamento illegittimo o collettivo, che l’azienda possa licenziare liberamente pagando un misero indennizzo”. E aggiunge: “Il governo parla di diritti ma mantiene la precarietà, dimentica le partite Iva e regala a tutti licenziamenti e demansionamenti facili. Per rendere i lavoratori più stabili non bisogna per forza renderli più licenziabili o ricattabili”. Per la Cgil “quello che il governo sta togliendo e non estende ai lavoratori stabili e precari, andrà riconquistato con la contrattazione e con un nuovo Statuto dei lavoratori”.

Secondo il segretario del Prc Paolo Ferrero, ora la precarietà per i giovani “sarà per legge e per tutta la vita: il jobs act è una legge contro i giovani, al contrario di quanto dice Renzi, per garantire il lavoro usa e getta. “Alla fine dei conti l’unica cosa che resta, nel jobs act di concreto – aggiunge Ferrero – è la libertà di licenziare, come giustamente denuncia la Cgil: non è così che si risolve la piaga della disoccupazione, non è così che si aiutano i giovani a trovare lavoro. Al di là della demagogia, ancora una volta, Renzi non sa fare altro che regali ai padroni, come il suo amico Marchionne”.

Nichi Vendola parla di “controriforma” che “conferma nonostante la volonta’ contraria del Parlamento i licenziamenti collettivi, non chiarisce quali siano le risorse utili ad alimentare gli ammortizzatori sociali, conferma la sparizione dell’art. 18, sparisce il diritto al lavoro e avanza il diritto al licenziamento, restano 45 contratti atipici su 47. Siamo ad un punto di svolta ma molto, molto, molto negativo”.

Critiche anche da Stefano Fassina. ”Con questo decreto il Pd di Renzi diventa il partito degli interessi forti”, dichiara. “Dopo essere arrivato sulle posizioni di Ichino ora ha raggiunto Sacconi che, a questo punto, può entrare nel Pd di Renzi”, aggiunge il deputato della minoranza del Pd, intervistato da Repubblica. ”È una straordinaria operazione propagandistica – sottolinea ancora -. Restano tutte le forme di contratti precari. Con questo decreto il diritto del lavoro italiano torna agli anni Cinquanta. Renzi attua l’agenda della Troika economica con una fedeltà che, sono certo, il professor Monti invidierà”. ”La rottamazione dei co.co.co c’è già stata, rimangono solo nella pubblica amministrazione dove, per il blocco delle assunzioni, non ci sarà alcuna trasformazione”, specifica l’esponente del Pd. ”Per esempio resterà tutto come adesso per i professionisti senza partita Iva. Rimangono anche i contratti a tempo determinato senza causalità; restano il lavoro intermittente, il lavoro accessorio e pure l’apprendistato senza requisiti di stabilizzazione. Il carnet di contratti precari non cambia. È una foglia di fico per coprire l’unico vero obiettivo di questo governo sul lavoro: cancellare la possibilità del reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento ingiustificato, cioè cancellare l’articolo 18”. Anche perché il previsto aumento dei contratti a tempo indeterminato ci sarà non grazie alla cancellazione dell’articolo 18 bensì per effetto del taglio dei contributi per tre anni per i neoassunti nel 2015. Una misura che costa tantissimo e che, date le condizioni della nostra finanza pubblica, non sarà ripetibile”.

Infine, Luigi De Magistris,sindaco di Napoli. “Con il Jobs Act Renzi passa alla storia come il premier che ha rottamato 50 anni di lotte operaie”. Per De Magistris si tratta di “macelleria sociale arrogante e violenta”. La “rottamazione dell’articolo 18 – scrive il sindaco di Napoli – distrugge i diritti dei lavoratori, mortifica la loro dignità. L’Italia è debole senza diritti. Ingiustizia fatta”, conclude.