Bongiovanni: “Ultimo mi attacca? Se sa qualcosa mi denunci pure” da: l’ora quotidiano

Intervista al direttore di “Antimafia Duemila”, dopo le accuse lanciate da Sergio De Caprio, l’ufficiale dei carabinieri che arrestò Totò Riina e che, imputato insieme al generale Mori nel processo sulla perquisizione del covo di via Bernini, è stato in seguito assolto

di Alessia Rotolo

17 febbraio 2015

Sergio De Caprio, detto Capitano Ultimo, è il carabiniere che arrestò Totò Riina. Imputato insieme al generale Mori nel processo sulla mancata perquisizione del covo di via Bernini, è stato in seguito assolto. Capitano Ultimo ha attaccato pubblicamente Giorgio Bongiovanni, direttore di Antimafia Duemila e i giornalisti che vi lavorano.

Direttore Bongiovanni, perché Ultimo se la prende con lei all’improvviso?
Mi sconcerta questo atteggiamento. Lo conosco da 15 anni e lo reputavo un amico. Noi abbiamo fatto una campagna su Antimafia Duemila nel 2001 pro Ultimo, con raccolta di firme per evitare il suo trasferimento dopo la cattura dei latitanti. Lamentava che forze superiori a lui non gli davano mezzi e strutture per poter dare la caccia in maniera decisa a Bernardo Provenzano. In seguito a queste dichiarazioni fu smantellato il pool di Ultimo per la ricerca dei latitanti. È stato così trasferito al Nord dove è stato promosso a capitano del Noe, il nucleo operativo ecologico. Quando è uscita fuori l’indagine sul covo di Riina, dove anche lui è stato coinvolto e poi assolto, sono cominciati i diverbi tra me e lui. Malgrado non ci siano prove, Ultimo e Mori, hanno avuto un comportamento, a mio parere, errato: sarebbe stato giusto, anche secondo quanto scritto dal giudice, che i due carabinieri fossero stati ammoniti per non aver perquisito il covo Riina. Sono stati assolti, ma il giudice ha ammesso che hanno sbagliato. Rimane sempre il dubbio come mai una persona come Ultimo possa avere sbagliato così…”

– Poi comincia il processo sulla trattativa Stato-mafia…
“Sì, vengono sentiti tutti, anche Ultimo che non dà risposte chiare sulla mancata perquisizione del covo di Riina, e anche sulla questione di Messina, dove lui e la sua squadra si precipitano per la presenza di un presunto boss, che non esisteva, mentre a trenta metri da dov’erano loro c’era Nitto Santapaola. Non se ne sono accorti? Ultimo mi attacca per tutto questo perché sono un giornalista e faccio domande. Io so che lui è in buona fede, non è un traditore, penso che voglia aiutare il generale Mori per una questione di fedeltà. Ed io questo lo considero un grave errore. Invece di rispondere nel merito di queste accuse lui scende sul piano personale. Per il resto la mia vita privata non c’entra niente col mio lavoro di giornalista. Anch’io potrei farlo con lui, perché ci conosciamo. Ma lo rispetto e non lo faccio. La lotta alla mafia è laica, Antimafia Duemila è una testata laica e malgrado la mia profonda fede non ho mai usato la testata per parlare di me e del mio credo. Lui deve rispndere alle risposte tecniche, del tipo: perché non è stato perquisito il covo di Riina e perché continua a proteggere il suo capo, il generale Mori?”

– Perché l’accusa di lucrare sull’antimafia?
“Il sito di Antimafia Duemila è gratuito, la pubblicazione cartacea esce una volta all’anno e costa dieci euro. Quindi, lucrare su che cosa? Io ho ricevuto 700 euro in 15 anni dallo Stato Italiano: tutti i finanziamenti di Antimafia Duemila provengono da privati, amici, imprenditori, dipendenti. Fondamentalmente è tutto volontariato. L’editore che finanzia il progetto mette 1500 euro: mi riferisco alla Fondazione Falcone e Borsellino e all’Associazione Giordano Bruno. I giornalisti sono dei volontari che percepiscono solo un rimborso spese”.

– Ultimo sembra voler alludere a finanziatori occulti che foraggerebbero Antimafia Duemila. Lei che cosa risponde?
Se lui sa di questi finanziatori occulti lo denunci e lo dimostri. Dei nostri finanziatori nessuno è ricco o riveste qualche ruolo particolare. È un’invenzione. Lui deve rispondere alle domande dei giornalisti piuttosto che attaccare i giornalisti sul piano personale. Visto che è un carabiniere sa come si fanno le denunce; se è sicuro di ciò che dice perché non lo fa? Siamo uno dei pochi giornali che difende processi che nessuno difende. Se per occulti intende mafiosi si sbaglia di grosso: la mafia con noi ci rimette, ci hanno querelato politici e anche boss mafiosi”.

– Ultimo attacca la sua fede e le sue stimmate, cercando di farla passare per un visionario. Come replica a queste tipo di accuse?
Nel Vangelo c’è scritto: quando il fratello ti da uno schiaffo tu porgi l’altra guancia. Io ho intenzione di fare così. Ultimo, che è anche lui missionario, lo dovrebbe sapere. Lui deve rispondere nel merito, lasciamo stare le nostre storie personali. Io sto soffrendo tanto perché gli voglio bene… mi è stato insegnato a perdonare e a lavorare per unire e non per dividere. Sono contento se un giorno ci riabbracceremo, ma dovrà sempre dare risposte ai tanti morti ammazzati per mafia in questo Paese”.

Terni Donne, l’orrore della guerra a Kobane / La resistenza delle donne ai tagliagole dell’Isis da: UIKI

Terni Donne, l’orrore della guerra a Kobane / La resistenza delle donne ai tagliagole dell’Isis

Grozny e Sara Montinaro mettono a nudo le crudeltà della battaglia “Guerriglieri assumono viagra per poter stuprare più donne possibile”

Si è tenuto sabato scorso alle 17.00, alla Casa delle Donne di Terni, l’incontro con l’attivista della Campagna Rojava Calling, Sara Montinaro e il giornalista freelance Ivan “Grozny” Compasso. “Kobane la resistenza e le donne” questo il titolo dell’evento durante il quale i due ospiti, attingendo alle esperienze fatte in prima persona sul campo, hanno proposto al pubblico una contro-narrazione di quella che è la realtà di Kobane e della resistenza contro l’Isis, molto più complessa e particolarizzata rispetto a quella offerta dai media nazionali mainstream, ponendo sotto la lente alcuni aspetti per lo più sconosciuti al grande pubblico.

Sara Montinaro, è membro di “Ya Basta!” Bologna, organizzazione no profit che ha aderito al progetto della Campagna Rojava Calling a sostegno del Rojava, regione a nord­est della Siria che si è proclamata autonoma e di cui fa parte Kobane. “Alla base di Rojava c’è stata una vera e propria rivoluzione nella quale le donne hanno avuto un ruolo fondamentale, hanno scelto di partire dalla ridefinizione del concetto di donna e di onore per dare vita ad una nuova forma di governo alternativa al modello dello stato nazione” – ha detto Sara Montinaro.

Il Rojava si basa su quattro pilastri fondamentali: 1. il confederalismo democratico, in base al quale tutte le etnie convivono pacificamente in un sistema piramidale in cui la massima autorità è costituita da due governatori (un uomo e una donna) che esercitano il potere tenendo conto delle esigenze e delle problematiche delle Comuni (micro­entità di circa 50 abitazioni), 2. l’autodifesa (di qui la costituzione delle guerriglie Ypg, costituite da uomini e donne e Ypj, in cui combattono solo donne, per difendersi dall’avanzata degli uomini in nero), 3. un modello di economia distributiva antitetico a quello capitalistico e la 4. ridefinizione del ruolo della donna. “Le donne hanno avviato in queste zone una vera e propria rivoluzione a 360 gradi dal punto di vista sociale, culturale e politico, mediante la quale sono riuscite a sdoganarsi dal ruolo di succubi dell’uomo e ad inserirsi in tutti i contesti della vita quotidiana e non solo. C’è un detto curdo che recita ‘non importa se un leone è uomo o donna, un leone è sempre un leone’ e questo penso valga più di molte parole”, ha spiegato Sara Montinaro. Prima di concludere il suo intervento, l’attivista non ha risparmiato un affondo contro i media occidentali, colpevoli, a suo dire, di affrontare ben poco alcuni aspetti rilevanti dell’avanzata dell’Isis e della resistenza curda, uno fra tutti il ruolo della Turchia. “La verità è che purtroppo la Turchia sta aiutando in vari modi l’avanzata dell’Isis, attraverso il controllo militarizzato del confine, acquistando il petrolio dai tagliagole del califfato, senza contare che gli uomini di al­Baghdadi spesso, se feriti, vanno a farsi curare in Turchia. Già nel 2013 poi, il confine turco attraverso cui passavano i jihadisti occidentali per unirsi alle file dell’Isis era scarsamente controllato. Ora la Turchia fornisce a Francia e Germania i nominativi dei jihadisti occidentali, ma sembra farlo più che altro per ‘contentino’”.

“Non sono un eroe, ho fatto solo il mio lavoro come ritengo giusto che vada fatto” così ha iniziato il suo racconto Ivan “Grozny” Compasso, uno dei pochi giornalisti ad aver passato la frontiera raggiungendo così Kobane, dove è rimasto dal 6 al 12 dicembre. Per arrivare alla città simbolo della resistenza curda, il giornalista si è affidato ad un trafficante di uomini che l’ha condotto in auto insieme ad altri reporter ed è giunto nella parte ovest della città, dove si trovano ancora seimila civili adulti e mille bambini che sono rimasti per scelta o per necessità, “non tutti vogliono finire in un campo profughi curdo senza contare che per lasciare Kobane bisogna affidarsi ai contrabbandieri che chiedono circa 400 dollari a persona, molte famiglie non possono permetterselo”. Durante la settimana di permanenza nella città siriana, Ivan “Grozny” Compasso ha avuto l’opportunità di vivere a stretto contatto con le milizie curde dell’Ypg e dell’Ypj, impegnate in una estenuante ed eroica resistenza contro l’Isis. In questa battaglia un ruolo fondamentale è ricoperto dalle donne che hanno scelto di impugnare le armi per difendere in prima persone se stesse e la propria terra. A Kobane, come spiega il giornalista “c’è una cooperazione reale, ognuno fa la sua parte, uomini e donne vanno a combattere, mentre i più giovani (sotto i 21 anni) e gli anziani si occupano di tenere pulite le strade e di portare viveri e sigarette ai guerriglieri”.

Oltre ad essere numericamente inferiori, i combattenti curdi dispongono di armi piuttosto obsolete, fatta eccezione per quelle che riescono a sottrarre dai miliziani dell’Isis uccisi in battaglia. Dopo uno scontro, infatti, i guerriglieri curdi recuperano i corpi degli avversari. Questa pratica è giustificata da varie motivazioni, quella sanitaria prima di tutto, ma anche per una questione di rispetto, i cadaveri dei miliziani, infatti vengono disposti dai curdi in fosse comuni, uno accanto all’altro, in modo da poter essere restituiti ai familiari nel caso venissero a reclamarli. Recuperare i corpi dei nemici, inoltre, ha permesso ai guerriglieri di acquisire molte informazioni sui militanti dell’Isis. Si è scoperto ad esempio che questi fanno uso di droghe prima di commettere le atrocità per cui sono tristemente noti e che assumono Viagra in modo da poter violentare il maggior numero di donne possibile. E questo purtroppo non è tutto, come ha raccontato Ivan “Grozny” la guerra dell’Isis è una guerra che punta molto sulla componente mediatica, per questo durante la loro avanzata, i miliziani seguono una sorta di orrorifica procedura “standard”, raggiungono un villaggio e sterminano nei modi più atroci l’intera popolazione fatta eccezione per un anziano e un bambino ai quali viene poi consegnato il filmato contenente tutte le esecuzioni in modo che i superstiti possano mostrarlo agli abitanti dei villaggi vicini contribuendo così a seminare il terrore.

Circa 377 villaggi sono già stati massacrati. Nonostante la strategia dell’orrore messa in atto dall’Isis a colpi di atrocità, esecuzioni sommarie e violenze sessuali, i guerriglieri dell’Ypg e dell’

Ypj non si sono arresi e la scorsa settimana sono riusciti a liberare la loro Kobane dai Dais (“quelli là”, come i curdi chiamano gli uomini dell’Isis). Terminato, non senza un forte coinvolgimento emotivo, il suo racconto, il giornalista ha passato di nuovo la parola a Sara Montinaro che ha illustrato alcuni dei progetti che la Campagna Rojava Calling intende mettere in atto, come la costituzione di uno spazio educativo e ricreativo per i bambini e gli adolescenti sfollati presso il campo profughi di Suruc (Turchia).

di Giulia Argenti, Tuttooggi Info

Il “ruolo” della Turchia nella liberazione di Kobanè non deve essere dimenticato! da: UIKI

Il “ruolo” della Turchia nella liberazione di Kobanè non deve essere dimenticato!

Mentre continuano gli effetti prodotti dalla liberazione di Kobanè che è stata portata a compimento grazie alla leadership delle forze YPG/YPJ dopo 134 giorni di storica resistenza, l’ attenzione è rivolta alle spiegazioni riguardanti la vittoria di Kobanè fornite dai membri dell’ AKP ed in particolare dal Presidente Recep Tayyip Erdoğan.

Il portavoce del governo Bülent Arınç ha reso una dichiarazione subito dopo la vittoria e ha parlato del “ruolo” dello Stato turco e del governo dell’AKP nella liberazione di Kobanè: “Spero che non dimenticheranno il ruolo positivo che la Turchia ha rivestito in questa questione”. Questo discorso rivela ancora una volta l’approccio incostistente dell’AKP rispetto alla resistenza di Kobanè. Ad ogni modo, il Presidente Recep Tayip Erdoğan non avverte l’esigenza di nascondere il suo approccio ostile nei confronti di Kobanè e ha dichiarato in un programma televisivo andato in onda ieri : “Non capisco perchè Kobanè sia costantemente all’ordine del giorno. Perchè parliamo soltanto di Kobanè?”, rivelando ancora una volta come la sua attidudine avversa a Kobanè non sia cambiata.

Lo Stato turco fornisce equipaggiamento militare
Secondo fonti locali a GirêSpî (Til-Ebyad), mentre venivano effettuati gli attacchi su Kobanè su tre fronti, il 17 Settembre 2014 un treno trasportò armamenti militari nel villaggio di Silîb Qeran, usato come base militare da Daesh e che è uno dei punti di confine tra il Rojava e il Kurdistan del Nord. Fonti locali hanno anche riportato che, nonostante non sia presente una stazione in questo villaggio, il treno si fermò e furono scaricati materiali in scatole pesanti che si ritiene fossero bombe, granate e altro equipaggiamento militare. Anche le persone presenti sul luogo e provenienti dal Rojava verificarono che il treno aveva consegnato materiale militare appartenente allo Stato turco a Daesh.

La TV in diretta riporta un video sul “sostegno” turco!
Anche IMC TV trasmise in diretta il 1 Ottobre 2014 un servizio riguardante un ulteriore sostegno a Daesh da parte dello Stato turco mentre gli attacchi a Kobanè si facevano intensi. Membri di Daesh passavano attraverso la linea della ferrovia di fronte ai soldati turchi che si trovavano sul confine del Rojava e si dirigevano poi verso la collina Zorava. Sei membri di Daesh che avevano usato la linea ferroviaria appartenente alla Turchia furono fermati dai combattenti YPG/YPJ.

Stato di emergenza in Kurdistan
Nel periodo in cui gli attacchi a Kobanè si intensificarono, miglialia di persone parteceparono a proteste di solidarietà per Kobanè e furono presi come bersaglio dalla polizia turca e lo Stato turco annunciò il coprifuoco in molte città tra cui Diyarbakir.

La polizia turca (Hizbulcontra) co-diresse operazioni che portarono alla morte di oltre 40 persone. Più di 2000 persone furono trattenute in stato di fermo in seguito a operazioni di genocidio politico e 500 furono messe agli arresti. Anche questo sarà ricordato come un “ruolo indimenticabile” giocato dalla Turchia nella resistenza di Kobanè.

L’attacco a Miştenur: uno degli indimenticabili “interventi di sostegno” della Turchia nella resistenza di Kobanè
Il 15 Settembre 2014, quando gli attacchi a Kobanè iniziarono ad intensificarsi, la polizia turca sgomberò diversi villaggi per cosidette “ragioni di sicurezza”. Questi villaggi furono in seguito occupati dai terroristi di Daesh e il 29 Ottobre 2014 i terroristi usarono il valico di confine di Mürşitpınar per bombardare e diedero inizio ad un feroce attacco a Kobanè tramite mezzi dell’Esercito turco. Mentre da un lato i soldati turchi si limitavano ad osservare gli attacchi su Kobanè da parte dei membri di Daesh, dall’altro gettavano gas lacrimogeni contro i propri concittadini che volevano attraversare il confine per Kobanè e aggiungersi alla resistenza. Anche questo incidente sarà ricordato tra gli “indimenticabili interventi di sostegno” dello Stato turco nella resistenza di Kobanè.

Membri di Daesh curati negli ospedali turchi
Una delle questioni che è stata messa in evidenza riguardo alla collaborazione tra la Turchia e Daesh è stata quella dell’assistenza medica fornita negli ospedali turchi ai membri di Daesh feriti. Recentemente, il 16 Gennaio 2015, l’agenzia DIHA ha raccolto le registrazioni di due membri di Daesh che non hanno sentito l’esigenza di nascondere la propria identità presso l’Ospedale Mehmet Akif İnan di Urfa. Nuovamente a dimostrazione del sostegno dello Stato turco, questo incidente sarà annoverato tra i molti indimenticabili “ruoli” della Turchia nella resistenza a Kobanè.

Soldati scortano la loro fuga!
La settimana scorsa la gente del villaggio di Swêdê che si trova sulla linea di confine a Suruç, ha riferito che membri di Daesh hanno incontrato soldati turchi e sono entrati in un veicolo militare lasciando la zona scortati da un elicottero.

Rojda Korkmaz-DIHA

PKK: Mobilitiamoci per la liberazione del nostro leader! da: UIKI

PKK: Mobilitiamoci per la liberazione del nostro leader!

Il Comitato Esecutivo del PKK ha dichiarato che il partito è determinato a mobilitarsi per la liberazione del leader e per costruire una nazione democratica.

Il Comitato Esecutivo del PKK ha reso una dichiarazione in occasione della Cospirazione del 15 Febbraio, affermando che il partito è determinato a mobilitarsi per la liberazione del leader e per la costruzione di una nazione democratica. “Crediamo che tutti i militanti del PKK e la nostra gente, sensibile alla causa della patria, trasformerà quest’anno di lotta nell’anno in cui finalmente spezzeremo le catene di Imrali”. Nella dichiarazione si è continuato a fare appello affinchè siano prese azioni concrete per la liberazione di Öcalan e per la creazione di una nazione democratica.

La dichiarazione del Comitato Esecutivo del PKK ha riconfermato la devozione del partito, l’affetto e la lealtà verso Abdullah Öcalan in occasione del 16mo anniversario della Cospirazione del 15 Febbraio condannando gli stati coinvolti nel complotto.
“Stiamo testimoniando la vittoria dele idee del leader Öcalan”

Nella dichiarazione si afferma che Abdullah Öcalan è stato rimosso da solo dal Medio Oriente tramite una cospirazione ma è ritornato con la speranza portata dalla rivoluzione del Rojava insieme a migliaia di resistenti ispirati dalla sua filosofia. La dichiarazione continua mettendo in luce la resistenza ancora in corso a Kobanè, Sinjar e Kirkuk, aggiungendo: “Stiamo testimoniando la vittoria delle idee di Abdullah Öcalan. Nonostante la sua incarcerazione e il suo isolamento, possiamo vedere la realtà che la sua idea di libertà ha creato in tutto il mondo.”

Nella dichiarazione si afferma che Abdullah Öcalan ha mostrato i limiti del sistema stabilito a Imrali 16 anni fa, dando una dimensione universale alla lotta di liberazione con la sua prospettiva di una nazione democratica.

La dichiarazione evidenzia il fatto che il complotto contro Abdullah Öcalan non è stato altro che il proseguimento del sistema di negazione e di genocidio culturale che è stato imposto ai curdi con i confini disegnati all’indomani della Prima Guerra Mondiale.
“Condizione preliminare affinché si giunga alla conclusione del processo di liberazione di Öcalan”

La dichiarazione del PKK ha chiarito che, per far sì che il processo di negoziazione abbia uno sviluppo e si giunga ad una conclusione della questione curda -che avrebbe un significato di portata storica sia per il Medio Oriente che per il mondo intero- la liberazione di Abdullah Öcalan deve necessariamente essere realizzata. La dichiarazione aggiunge che il leader del partito deve poter accedere ad un contesto nel quale poter portare avanti il dialogo e i negoziati e che dovrebbe avere contatto diretto con il PKK.

“Trasformeremo questo anno di lotta nell’anno in cui spezzeremo le catene di Imrali”
Nella dichiarazione resa dal Comitato Esecutivo del PKK si è inoltre affermato, che il partito è determinato a mobilizzarsi per la libertà del leader e per la costruzione di una nazione democratica menzionando le marce che hanno avuto luogo in Europa per chiedere la liberazione del leader del partito. La dichiarazione ha richiamato la gente a promuovere azioni affinché il 2015 sia l’anno in cui il sistema di Imrali verrà fatto decadere.

“Intraprendiamo delle azioni a favore della libertà del nostro leader”
La dichiarazione si conclude con l’appello rivolto al popolo curdo e ai suoi amici in ogni luogo a protestare contro la cospirazione internazionale e a intraprendere delle azioni a favore della libertà del leader del partito e a condurre una lotta per creare una nazione democratica in opposizione alla modernità capitalista.

Newsletter Casa della Legalità – Onlus

Riforme, così si soffoca la democrazia. Lettera aperta ai cittadini che votano Pd da: micromega

 

di Pancho Pardi

Cari cittadini che votate PD,

in questi giorni il partito in cui avete riposto le vostre speranze di un futuro migliore ha imposto nella discussione alla Camera sulla revisione costituzionale tempi ristretti come per un decreto legge: la Carta costituzionale trattata alla pari di un provvedimento di necessità e urgenza da liquidare alla svelta.

A questa obiezione i dirigenti del PD replicano in due modi. Sostengono in primo luogo: sono anni che se ne discute e ormai è l’ora di concludere. In realtà ha discusso solo, e male, il Parlamento, ma nel paese il tema è ignoto alla maggior parte dei cittadini, che non sono stati chiamati a ragionarne nemmeno dai loro stessi partiti. Voi stessi non siete mai stati convocati dal PD in assemblee cittadine; l’argomento è tabù per voi e appannaggio solo dei parlamentari. Se voi aveste voluto rovesciare le priorità e chiedere al PD di occuparsi prima di tutto della crisi economica e della mancanza di lavoro non avreste mai avuto la sede pubblica per farlo.

In secondo luogo il PD ribatte che, alla fine, la maggioranza ha il diritto di vedere realizzati i propri progetti e non può farsi soffocare dall’ostruzionismo delle opposizioni. Qui c’è la mistificazione più grave. Il PD ha l’attuale maggioranza dei seggi alla Camera solo a causa del mostruoso premio previsto dal Porcellum per chi prevale, sia pure di poco, nella competizione elettorale. E’ ora di ricordare che il PD ha preso nel 2013 circa il 26% dei voti. Ha prevalso a fatica sul Movimento Cinque Stelle, ma la sua maggioranza di voti ricevuti è poco più di un quarto dei voti scrutinati. Peggio ancora: poiché i non votanti sono stati circa il 40% degli aventi diritto al voto, la maggioranza del PD calcolata sulla totalità dei cittadini con diritto di voto è ancora più bassa: un’autentica minoranza. Che però col premio diventa maggioranza nelle aule parlamentari.

Ora questa falsa maggioranza ripete di continuo che sono necessarie le riforme. Non per migliorare le condizioni dei cittadini ma per cambiare le istituzioni: la riforma del Senato e la legge elettorale. La prima viene ritenuta necessaria perché il nostro tempo europeo esige rapidità e richiede il passaggio da due Camere legislative a una sola. La seconda è richiesta anche dalla Corte Costituzionale che ha giudicato in buona parte incostituzionale la legge elettorale, il Porcellum con cui abbiamo votatole ultime tre volte, 2006, 2008 e 2013.

Ma in realtà le riforme in discussione non risolvono affatto i due problemi.

Invece di abolire il Senato e passare direttamente a un sistema monocamerale si inventa un Senato posticcio e contraddittorio. Non è eletto dai cittadini ma ha potestà legislative. E’ dotato di poteri rilevanti (vota il Presidente della Repubblica, concorre a modifiche costituzionali) ma è composto da soggetti nominati dai consigli regionali. In nome della lotta ai costi della politica è ridotto dai 315 attuali a 100 senatori, ma alla Camera lo stesso criterio non vale: resta composta da 630 deputati. Il motivo è semplice: al contrario del Senato, alla Camera il premio di maggioranza garantisce, come si è visto, una maggioranza certa, anzi sproporzionata in rapporto ai voti ricevuti, quindi i deputati dovevano essere tenuti buoni.

Invece di mandare al macero la legge elettorale attuale se ne fa una copia che ne mantiene alcuni insidiosi aspetti incostituzionali. I capilista saranno bloccati e ciò comporta che circa due terzi dei parlamentari saranno nominati dalle segreterie di partito e non scelti dagli elettori.
L’enorme premio di maggioranza renderà diseguale il voto dei cittadini: la minoranza più grossa uscita dalle urne avrà 340 deputati, tutte le altre minoranze dovranno dividersi i restanti 290. Chi voterà per la prima conterà molto di più di chi voterà per le altre.

Al confronto col Porcellum c’è un pericoloso peggioramento: il premio di maggioranza andrà non a una coalizione ma a un solo partito. Quindi la più grossa delle minoranze, divenuta falsa maggioranza, avrà il dominio assoluto alla Camera, ma a sua volta sarà dominata da chi avrà avuto il potere di nominare chi sarà stato eletto. Il risultato finale sarà una falsa maggioranza di ubbidienti al servizio di chi li ha fatti eleggere.

La sovranità popolare sarà ridotta alla scelta, ogni cinque anni, di un vincitore telegenico che diventerà dominatore assoluto. Egli infatti disporrà del potere di esigere che i disegni di legge del governo vengano votati entro sessanta giorni senza emendamenti. Tutte le attività parlamentari, di commissione e di aula, avranno funzione servile. La falsa maggioranza parlamentare avrà poi la possibilità di eleggere da sola il Presidente della Repubblica e plasmare la Corte Costituzionale e potrà così impadronirsi dei residui strumenti di controllo.

A ciò si aggiunge un colpo ulteriore: le possibilità di partecipazione diretta dei cittadini alla politica sono ora rese più difficili perché le firme da raccogliere per le leggi di iniziativa popolare passano da 50.000 a 150.000, quelle per i referendum da 500.000 a 800.000: i pochi padroni della politica vogliono essere sicuri di non essere disturbati.

In sintesi, le due riforme insieme cambieranno non solo la forma di governo ma anche la forma di Stato: si passa di fatto dalla repubblica parlamentare alla repubblica presidenziale. Peggio: sarà un presidenzialismo sgangherato, del tutto privo degli incisivi strumenti di controllo cui è assoggettato, per esempio, il presidente degli Stati Uniti.

Cari cittadini che votate PD,
per venti anni abbiamo lottato, anche insieme a voi, contro il disegno del centrodestra di modificare la Costituzione e sottomettere così il Parlamento alla volontà del governo. E ci siamo riusciti quando nel 2006 la volontà popolare ha bocciato la sua riforma della Costituzione. Ora quel programma del centrodestra è assunto in pieno e perfino aggravato dal PD.

Un partito consapevole che la sua maggioranza è frutto di una legge elettorale incostituzionale dovrebbe astenersi dal toccare la Costituzione e dedicare tutte le sue energie ad affrontare e risolvere i più gravi problemi del paese. I principi più luminosi della Costituzione sono ben lontani dall’essere realizzati: la Costituzione attende ancora di essere attuata. Il Pd invece la stravolge con l’obbiettivo esplicito di attribuire a chi vince le elezioni, anche per un solo voto, un potere illimitato che nemmeno nei suoi sogni più ottimistici Berlusconi aveva immaginato per sé. Ora si oppone a un disegno che gli è sempre piaciuto fino a pochi giorni fa, perché si è convinto che quel potere tocchi a Renzi invece che a lui.

Cari cittadini che votate PD,
può darsi che alcuni, o forse molti, tra di voi siano ormai convinti che il Parlamento non abbia da molto tempo dato buona prova di sé, e che è meglio un leader capace di apparire veloce piuttosto che un parlamento lento e impacciato. Bisogna ammetterlo: non è facile oggi difendere il Parlamento. Ma riflettete: è già tre volte che il Parlamento è stato eletto con una legge che ha frustrato in profondità la sovranità popolare.

Tre Parlamenti si sono succeduti senza che i cittadini potessero formarlo secondo la loro volontà. Tre Parlamenti composti in massima parte da raccomandati delle segreterie di partito incapaci di produrre attività legislativa in armonia con le esigenze più pressanti del paese. Invece di cambiare e migliorare la selezione degli eletti, la via imboccata dal PD con queste riforme costruisce un Parlamento ancora più raccomandato e lo consegna alla volontà di una persona sola.

Non è mai stato questo il vostro modo di pensare la politica. Convincete il vostro partito a cambiare strada: ampliate la democrazia invece di lasciare che sia soffocata.

(16 febbraio 2015)

Fonte: miradacrtica.blogspot | Autore: Jesús Sánchez Rodríguez Spagna, tra “rigenerazionismo e lotta di classe. Una analisi su Izquierda Unida e Podemos

Il progetto politico di Podemos ha iniziato ad articolarsi circa un anno fa e da quel momento il tempo politico, in Spagna, ha accelerato; l’aspetto più discusso dei cambiamenti che si sono verificati e, soprattutto, di quelli che promettono di verificarsi nei prossimi mesi, è riferito alla rottura del tradizionale bipartitismo e, pertanto, dell’alternanza al governo tra conservatori (UCD e PP) e socialdemocratici (PSOE), che è stata abituale dall’inizio della transizione (dalla dittatura franchista all’attuale sistema, N.d.T.) in Spagna. Le nuove aspettative consentono di pensare che il terzo partito in lizza possa arrivare a far parte di diversi governi locali, regionali o di quello nazionale, modificando politicamente i rapporti di forza sociali in favore delle classi popolari. Questo nuovo attore politico propone alternative classiche della sinistra, che avrebbero, se mantenute da posizioni di governo, l’effetto di un certo terremoto politico.

Ma per il momento e fino a quando si confermeranno le aspettative create e si vedranno i risultati, ad essere già un fatto è la modificazione in profondità del panorama esistente fino ad un anno fa della sinistra politica in Spagna, che può essere condensata in due fenomeni; il primo riguarda Izquierda Anticapitalista (partito trotzkista uscito da Izquierda Unida nel 2008, N.d.T.) con la sua acquisizione, da una parte, di influenza politica e sociale e di posizioni istituzionali che mai aveva avuto e, dall’altra, con la sua trasformazione da partito a movimento, nel mese di gennaio, per evitare il veto imposto all’ingresso di suoi membri negli organismi dirigenti di Podemos. Il secondo fenomeno, di maggiore portata, è la prevedibile emarginazione elettorale di Izquierda Unida, con un’improvvisa interruzione della sua tendenza alla crescita e la creazione di forti tensioni al suo interno, che potrebbero portarla a perdere parte dei suoi quadri e dei suoi dirigenti e che potrebbe finire per approfondire ancora di più la sua irrilevanza, fino al punto da mettere in pericolo la sua stessa esistenza.
Bisogna riconoscere, innanzitutto, che le analisi realizzate man mano che si sviluppava questo processo, in molti casi sono divenute obsolete di fronte alla fluida trasformazione delle condizioni che si verificava.

Una prima percezione da sinistra del fenomeno Podemos, era che questo cercava di rappresentare politicamente lo spirito del 15-M (Movimento degli indignados, N.d.T.) e che, irrompendo nello scenario politico spagnolo avrebbe creato una nuova divisione nella sinistra, una frammentazione che avrebbe sottratto un certo spazio politico a IU, senza metterne in pericolo il ruolo egemonico a sinistra del PSOE. Per le origini che rivendicava ed i modi di fare politica che prometteva, si pensava che Podemos avrebbe avuto un ruolo simile a quello dei Verdi tedeschi al loro inizio, un’organizzazione politica (inizialmente Podemos si presentava come anti-partito) con nuove forme di orizzontalità, partecipazione e democrazia diretta; la giustificazione della sua esistenza si sarebbe trovata nel modo di agire, non in un programma che somigliava molto a quello di IU.

La prima sorpresa fu il risultato elettorale delle europee del maggio 2014: Podemos, praticamente, eguagliava di colpo la rappresentanza ottenuta da IU; la frammentazione della sinistra si era consumata ma, nonostante il blocco delle aspettative di crescita di IU, essa aveva triplicato i suoi risultati in queste elezioni. Dato che si era consumata la divisione della sinistra a livello organizzativo e di rappresentanza, era sensato pensare alla possibilità di patti che rimarginassero un po’ questa crepa. La situazione era tale che IU non poteva continuare a pensare a condizioni di egemonia nella sinistra e, pur essendo la decana tra le organizzazioni in questo campo, avrebbe dovuto venire a patti con Podemos; la mano tesa da IU arrivò quasi nello stesso momento in cui si conobbero i risultati delle europee, ma Podemos decise che le sue aspettative elettorali la portavano a rifiutare quei patti tra organizzazioni e proseguire autonomamente nella sua traiettoria.

A partire da quel momento, due evoluzioni in Podemos iniziarono a cambiare profondamente la situazione. La prima evoluzione fu un fenomeno interno a Podemos: in primo luogo, si consolidò un progetto di partito classico, abbandonando l’iniziale posizione anti-partito e, in secondo luogo, si cristallizzò un nucleo dirigente intorno al gruppo di professori universitari che aveva fatto da promotore e questo contese il controllo totale dell’organizzazione a Izquierda Anticapitalista (l’altro epicentro inizialmente promotore di Podemos), emarginandola totalmente dalla direzione del partito. In questo processo, si abbandonarono gli iniziali ed effimeri tratti d’identità che legavano Podemos al 15-M: Podemos voleva presentarsi ora come il rappresentante collettivo più ampio, quello di tutti coloro che erano danneggiati e disillusi dagli effetti della crisi e dal sistema di corruzione generalizzata imperante; si trasformava rapidamente in un partito pigliatutto che cercava di pescare elettoralmente in tutto lo spettro politico, per raggiungere una maggioranza che lo convertisse in reale opzione di governo. La speranza di vincere con un progetto rigenerazionista rimpiazzò la speranza di rappresentare il 15-M e le sue forme e Podemos vide crescere vertiginosamente il suo appoggio elettorale. A sua volta, questo cambiamento implicava l’accentuarsi del discorso di non definirsi né di sinistra, né di destra, di mantenersi nell’ambiguità, evidenziando il suo carattere rigenerazionista.

Fu un successo: i diversi settori che cominciavano ad appoggiarlo, vedevano in Podemos quel che volevano vedere, i settori di sinistra lo vedevano come tale, quelli di centro o i socialdemocratici preferivano vedere le sue proposte rigenerazioniste in politica. La questione è che con tale strategia, le aspettative elettorali iniziarono a crescere come schiuma ed in poco tempo non solo Podemos si allontanava da IU nelle intenzioni di voto e ne accentuava la marginalità, ma sorpassava il PSOE e, in alcuni sondaggi, arrivava a presentarsi come il partito più votato.

In questa situazione, il problema delle alleanze cambiava drasticamente. In senso relativo, IU si collocava rispetto a Podemos come prima era stato con il PSOE, in una situazione chiaramente minoritaria, senza capacità di condizionare possibili patti o neppure di ottenerli con la stella ascendente nel panorama politico spagnolo.
Anche le posizioni nelle altre organizzazioni politiche della sinistra cambiavano secondo l’evoluzione interna e di aspettative elettorali di Podemos. Come indicavamo sopra, Izquierda Anticapitalista è stata uno degli epicentri promotori del progetto di Podemos; si tratta di un’organizzazione di sinistra piccola, di quadri, ma assolutamente marginale elettoralmente; si era scissa da IU quando il suo referente europeo, il Nuovo Partito Anticapitalista francese iniziò a raccogliere successi che poi si dimostrarono effimeri. Aderì alla possibilità di creare Podemos come maniera di connettersi, dalla sua posizione minoritaria, all’impulso proveniente dal 15-M e ci riuscì, ma la sua situazione, all’interno di Podemos, iniziò ad incontrare difficoltà: l’altro epicentro promotore, quello strutturato intorno all’iperleaderismo di Pablo Iglesias, decise di esercitare un controllo ferreo ed esclusivo sull’organizzazione e di emarginare Izquierda Anticapitalista dagli organismi dirigenti attraverso l’espediente di proibire il doppio tesseramento, il che ha obbligato IA a trasformarsi da partito a movimento.

Ora Izquierda Anticapitalista ha alcuni dei suoi leader popolari all’interno di Podemos ed il suo maggior successo, finora, è stato ottenere l’elezione ad eurodeputata di una sua militante, Teresa Rodríguez, che sarà anche testa di lista alle prossime regionali in Andalusia. IA rappresenta, a livello organizzativo, la tendenza a dotare Podemos di tratti d’identità chiaramente di sinistra, sembrava propensa a mantenere i tratti d’identità originari, derivati dal 15-M, come dimostrato nell’assemblea di fondazione di Podemos dell’ottobre 2014, in Piazza Vista Alegre e la sua situazione, pur avendo subito il tentativo di emarginazione all’interno del nuovo partito, è molto migliore rispetto a quella di un anno fa.
La situazione di IU è diventata, invece, ancora più drammatica. Da organizzazione egemone a sinistra del PSOE, da aspettative importanti di crescita che poggiavano sul malessere e sulle mobilitazioni prodotte durante la crisi, è passata ad una situazione a rischio di marginalità elettorale e ha visto come la crescita di aspettative di Podemos abbia attivato tensioni nuove e latenti al suo interno; respinte le sue proposte di alleanza, si vede minacciata da un’OPA da Podemos, che mette a rischio la sua esistenza.

IU ha sempre sofferto di problemi interni che, negli ultimi mesi, si sono acuiti, come nel caso dell’Andalusia con la divisione sull’alleanza di governo con il PSOE o, a Madrid, con lo scandalo delle carte di credito di Caja Madrid ma, pur essendo questi problemi gravi, le tensioni principali provengono dall’esistenza e dall’evoluzione di Podemos. Ridotta di nuovo ad un ruolo marginale, incapace di stabilire alleanze e vedendo come Podemos si trasforma in un partito maggioritario con possibilità di governare a vari livelli e di iniziare un cambiamento in profondità dei rapporti di forza sociali e delle politiche locali, regionali e nazionali, i quadri militanti di IU si trovano di fronte ad un dilemma angosciante.

Con tutti i suoi problemi interni, IU è un’organizzazione stabile, con un progetto politico ed un programma discusso e accettato da tempo dalla sua militanza, con chiari tratti identitari di sinistra, con legami stabiliti con il mondo operaio, con la sua appartenenza al Partito della Sinistra Europea e con le sue connessioni con altre organizzazioni a livello internazionale, è cioè frutto di un lavoro di molti anni, di una militanza preparata e di quadri qualificati e sperimentati in tutti questi anni di attività nell’organizzazione, nella società e nelle istituzioni, ma che per circostanze politiche ed errori propri si troverà emarginata da una possibilità di autentico cambiamento economico, sociale e politico in Spagna.
D’altra parte, il partito che può pilotare questo cambiamento, Podemos, è un’organizzazione molto eterogenea, poco stabile, ambigua nelle sue posizioni, con un’indeterminatezza a volte cercata e a volte imposta dalla voragine degli accadimenti su una molteplicità di temi chiave, con una scarsità di quadri d’esperienza, la cui fragilità potrebbe portarla su vie inattese quando si troverà in importanti posizioni istituzionali e dovrà definirsi rispetto a molti problemi e sfide.

Sembra che la militanza, i quadri e i dirigenti di IU si stiano dibattendo di fronte ad un grave dilemma; la questione sarebbe più semplice se ci fosse la possibilità di un’alleanza con Podemos o quella di entrarvi come partito, cosa consentita da IU in quanto federazione, ma Podemos ha chiuso a queste due possibilità e ha lanciato, dalla sua posizione di forza, un’OPA su Izquierda Unida, vale a dire sul fatto che avvenga un travaso di suoi militanti, quadri e dirigenti, come ha già iniziato a verificarsi.
Se si prescinde dalle semplici posizioni di patriottismo delle sigle, il dilemma posto si riassume in due posizioni: da una parte, mantenere IU e rimanere al suo interno con il duplice rischio di vedere l’organizzazione ridotta ad una presenza testimoniale e che in Podemos finiscano con il consolidarsi le posizioni rigenerazioniste, non necessariamente di sinistra, di fronte alla mancanza al suo interno di un numero sufficiente di militanti di sinistra convinti e capaci, il che significherebbe sprecare un’opportunità storica difficilmente ripetibile. L’esempio storico di questa situazione è quello del Patito Comunista Greco (KKE) che rimane fuori da Syriza e dal cambiamento storico che si sta dando in Grecia e che non offre neppure il suo appoggio per formare un governo.

Dall’altra parte, scegliere il travaso verso Podemos (concludendo l’esperienza di IU e, forse, del PCE) come organizzazione politica, per fornire tratti identitari e pratiche di sinistra irreversibili a Podemos, partecipando direttamente e dalla prima linea al cambiamento di rapporti di forza ed all’aspettativa di trasformazione economica, sociale e politica che si aprono in Spagna; il rischio, in questo caso, è che alla fine Podemos deluda le aspettative della sinistra e che, dopo un lungo periodo, la sinistra debba tornare a ricostituirsi quasi da zero. L’esempio storico, in questo caso, sarebbe il destino del PCI, con la sua dissoluzione che portò al PDS e la situazione penosa dei comunisti e della sinistra n Italia.

trad. it. Gorri

Perché diciamo grazie alla Grecia Autore: Luciana Castellina da: controlacrisi.org

Intervento di Luciana Castellina alla manifestazione di sabato 14 a Roma

Non so se sono i greci che deb­bono rin­gra­ziarci per que­sta mani­fe­sta­zione grande, bella, uni­ta­ria che abbiamo pro­mosso in tutta fretta per­ché a Bru­xel­les capis­sero bene che quanto lì si decide in que­sti giorni non riguarda solo Atene, ma tutti noi, tutti gli euro­pei che vogliono un’Unione in grado di garan­tire più ugua­glianza più demo­cra­zia più pace.

Un’Europa che almeno la smetta di rite­nersi faro della civiltà quando è inca­pace di acco­gliere chi fugge da terre deva­state dalla pesante ere­dità colo­niale e dalle nostre più recenti, dis­sen­nate spe­di­zioni mili­tari. Pro­prio per que­sto sarebbe forse meglio dire che non sono i greci a dover rin­gra­ziare noi, ma noi che rin­gra­ziamo loro per quello che stanno facendo anche per noi. Noi che rin­gra­ziamo Ale­xis e Yan­nis — (li chia­miamo ormai per nome per­ché non sono più solo com­pa­gni ma sono diven­tati amici).

Siamo noi che li rin­gra­ziamo per­ché lì a Bru­xel­les stanno com­bat­tendo anche per noi. Sono lì ed hanno avuto accesso a quelle stanze per­ché hanno avuto la forza e il corag­gio di sfi­dare Golia e la capa­cità di rice­vere dal popolo greco la legit­ti­ma­zione a farlo. Sono lì a farsi ascol­tare anche a nome nostro. (Direi che se la cavano piut­to­sto bene. La prova, lo sap­piamo, è duris­sima, ma già dopo que­sti pochi/ primi giorni sem­brano pro­ce­dere con fer­mezza, con la sicu­rezza di rodati sta­ti­sti.) Ne siamo orgo­gliosi e sod­di­sfatti . (Avete visto le loro imma­gini in tv, sono loro a domi­nare la scena, e tutti si affret­tano ad avvi­ci­narsi a loro per strin­ger­gli la mano).

Per­ché hanno capito che i nostri amici hanno aperto un nuovo capi­tolo della sto­ria dell’Unione euro­pea: per­ché hanno avuto la deter­mi­na­zione — che fino ad oggi era man­cata a tutti — di dire che così non va, che occorre cam­biare pro­prio se si vuole sal­vare il pro­getto d’Europa. Non sono andati a Buxel­les a scu­sarsi per il loro debito e a men­di­care aiuto, ma per dire alla troika che deve chie­dere scusa.

Scusa per i danni che ha pro­dotto con le sue poli­ti­che. Scusa per essersi irre­spon­sa­bil­mente fidata, di un governo cor­rotto e inca­pace. La cata­strofe è oggi sotto gli occhi di tutti Di anno in anno, dal 2008, le medi­cine di Bru­xel­les anzi­ché alle­viare i mali e avviare un nuovo corso hanno peg­gio­rato la situa­zione della Gre­cia. Qual­siasi mena­ger che avesse pro­dotto in quat­tro anni un crollo del Pil pari al 25 % e rite­nesse que­sto il metodo migliore per accu­mu­lare le risorse per ripa­gare un debito, ver­rebbe licen­ziato. Con tanto par­lare di effi­cienza, il cri­te­rio potrebbe esser appli­cato anche ai fun­zio­nari di Bru­xel­les! Se hanno rovi­nato così la Gre­cia vanno messi in con­di­zione di non nuo­cere più. È neces­sa­rio far­glielo capire.

Noi siamo qui per far sen­tire anche la nostra voce. Buon lavoro Ale­xis, buon lavoro Yannis.

Autore: redazione Caso Nisman, appello alla stampa degli argentini in Italia: “Non state lavorando per la verità” da: controlacrisi.org

Appello alla stampa italiana
Il Grupo de argentinos en Italia por la memoria, verdad y justicia vuole esprimere la propria preoccupazione per i tentativi di destabilizzazione che si ripetono in Argentina. Da quando alcuni gruppi di potere hanno capito che attraverso le urne sarebbero stati nuovamente sconfitti, si sono dedicati a creare instabilità economica, caos nelle istituzioni e frammentazione sociale. Chiediamo ai giornalisti e ai media italiani di non fomentare questo clima di delegittimazione.

Ricalcare e fare l’eco ai grandi gruppi monopolistici che controllano l’informazione in Argentina significa anche ostacolare i processi in atto in America Latina e mettere a rischio la democrazia. Le vicende intorno al presunto suicidio del procuratore Alberto Nisman non dovrebbero trasformarsi in un’altra occasione per indebolire le istituzioni democratiche. La superficialità e l’inconsistenza degli argomenti con cui i media riferiscono i fatti non sono solo parole, possono recare un reale danno all’insieme della società argentina. Siamo consapevoli che molti paesi dell’America Latina sono bersagliati perché non seguono i dettami del razionalismo economico neoliberista. Ma siamo anche convinti che il processo di globalizzazione deve contribuire all’accettazione della diversità, più che all’imposizione di un modello unico. Invece, questo “laboratorio latinoamericano”, che rifiuta le imposizioni dei mercati e della finanza internazionale, non è promosso come una nuova prospettiva per la costruzione di una società con più spazio per i diritti umani e sociali.

Di recente il cadavere del procuratore generale Alberto Nisman è stato utilizzato come un arma politica. Da quando domenica 18 gennaio fu ritrovato nella sua abitazione con un colpo alla tempia i più potenti media argentini hanno seminato ombra su ombra per screditare la presidente Cristina Kirchner. Il procuratore, che accusava la presidente di voler insabbiare il processo per la bomba alla mutua israelitica AMIA, avvenuto a Buenos Aires nel lontano 1994, morì un giorno prima della presentazione della denuncia. La discussione sui fatti, cioè sulle accuse e le prove del procuratore sono passate a secondo piano, anzi non se ne parla proprio, anche perché si sono dimostrate confuse e prive di fondamenti.

Destabilizzare. Chi tenta in questo modo di rovesciare il corso della politica argentina non ha il consenso popolare. Tutti i sondaggi indicano che per i comizi nazionali che si terranno ad ottobre l’opposizione sarà nuovamente sconfitta. La Kirchner sarebbe stata riconfermata, ma dopo due mandati non si può presentare. Questi gruppi di potere non hanno il consenso ma dispongono di molti mezzi, la parola d’ordine è allora destabilizzare, seminare il caos per evitare l’inevitabile. Perfino una comitiva di procuratori ha indetto una manifestazione per il 18 febbraio per ricordare Nisman. Anche se la magistratura e tutte le prove della scientifica continuano a confermare che si sarebbe trattato di un suicidio, i procuratori manifestano contro “l’uccisione” di un loro collega. Purtroppo i tentativi di destabilizzazione non sono una novità per l’America Latina, tanto per fare un esempio, quando nel 1973 Salvador Allende è stato deposto dal generale Augusto Pinochet mancavano pochi mesi alle nuove elezioni e tutte le previsione assegnavano una contundente vittoria al presidente socialista.

In ogni modo e al di là dell’accavallarsi delle versioni, in quest’ultima vicenda risulta chiara l’ingerenza di un intreccio tra servizi segreti argentini, israeliani e nordamericani. Da dietro le quinte l’intelligence ha manovrato alcuni soggetti, forse anche lo stesso procuratore Nisman, usandoli come pedine della geopolitica globale. La magistratura argentina è tradizionalmente molto legata ai servizi segreti locali. Su questo legame si cerca di fare luce in questi giorni. Il conflitto sociale non era mai arrivato in questi ultimi anni a disaggregare così tanto la società. È vero che il governo Kirchner è stato colpito da questa vicenda, ma superato il primo impatto la risposta è stata decisa: il giorno dopo la morte di Nisman ha reso pubblica la denuncia che avrebbe presentato, poi ha sciolto i servizi di sicurezza e proposto una loro radicale riforma, che è già in discussione in parlamento.

Golpe. Un duro golpe economico era stato inflitto all’Argentina quando una sentenza della magistratura degli Stati Uniti ha deciso che la rinegoziazione del debito, dopo il default del 2001, non era valida. Questo accordo sovrano era privo di valore perché il parere del giudice Thomas Griesa, secondo le norme finanziarie che guidano la globalizzazione, è più legittimo che la volontà di una nazione. Il golpe economico non è stato ancora risolto, ma l’onda mediatica che cavalcò gli interessi della lobby finanziaria generò panico nella società e sfiducia nei partner dell’Argentina.

A gennaio del 2014 l’Argentina ha subito un altro golpe economico, un attacco speculativo sulla propria moneta. L’operazione voleva provocare la svalutazione del peso incoraggiando l’inflazione. Questa manovra si è aggiunta al boicottaggio dei produttori di cereali che hanno immagazzinato la produzione in attesa di un cambio col dollaro più favorevole. Nell’epoca della realtà virtuale forse non sono più necessari i carri armati per fare un colpo di Stato. Quando alla concentrazione economica si aggiunge quella mediatica l’assedio finisce per avere ragione.

Oggi l’America Latina che non è allineata nel neoliberismo subisce questi attacchi. Non è facile frazionare i monopoli dei media, la scorsa settimana il gruppo Clarin, il più grande di America Latina, è stato beneficiato da nuove misure cautelari che rimandano l’applicazione della Ley de medios. La norma, approvata a larga maggioranza da entrambe le camere nel 2010, vorrebbe democratizzare l’informazione ma è ostacolata da un susseguirsi di sentenze. La morte di Nisman approfondisce una frattura sociale sempre più radicalizzata. O si sta a favore o contro il governo di Cristina Kirchner, come un tempo tra peronisti e antiperonisti, o pro o anti militari. In queste circostanze il ragionamento, quando c’è, è mosso dalla logica di appartenenza. Una logica ottusa che nella storia argentina ha lasciato migliaia di morti ed esuli, quei 30.000
desaparecidos sono il risultato di questa cecità.

Noi del Grupo de argentinos por la memoria, verdad y justicia, in quanto testimoni di questo processo, osserviamo che i media internazionali ed in particolare quelli italiani, scelgono di soffermarsi su aspetti collaterali senza rendere la realtà dei fatti. Questo atteggiamento può recare gravi danni all’Argentina, vogliamo perciò rivolgere un appello alla stampa italiana a lavorare insieme seriamente in difesa della democrazia e delle politiche di allargamento dei diritti umani e sociali che da anni porta avanti l’Argentina.

Grupo de argentinos por la memoria, verdad y justicia.