O partigiano da: il manifesto.it

Massimo Rendina. Dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 l’appassionata storia e la vivida memoria nel racconto del comandante partigiano Massimo Rendina, uno dei veri protagonisti della Resistenza e dell’Italia democratica, raccolto da Alessandro Portelli in una intervista (parte di una lunga narrazione che va dall’infanzia veneziana all’antifascismo dei nostri giorni) presso la Casa della memoria e della Storia di Roma, di cui Rendina era stato un fondatore

Massimo Rendina

Dall’8 set­tem­bre 1943 al 25 aprile 1945 l’appassionata sto­ria e la vivida memo­ria nel rac­conto del coman­dante par­ti­giano Mas­simo Ren­dina.

«Ero tor­nato a Bolo­gna dalla Rus­sia indi­gnato con­tro il fasci­smo per­ché i miei sol­dati li aveva man­dati a morire, senza armi, senza niente, e ripresi a lavo­rare al Resto del Car­lino. L’8 set­tem­bre andai a tro­vare i miei geni­tori a Torino, ma quel giorno i tede­schi entra­rono a Torino. Li vidi entrare, erano molto belli negli imper­mea­bili verdi, mi impres­sionò la dif­fe­renza con il nostro eser­cito scal­ci­nato. E c’erano delle donne che urla­vano, uno di loro sparò e credo che abbia col­pito qual­cuno. Non sono sicuro ma fu deter­mi­nante per me, fu come una ribel­lione inte­riore: gliela fac­cio pagare. Credo che sia suc­cesso a tanti che furono presi da sen­ti­menti diversi, ricordi della prima guerra mon­diale, i giu­ra­menti alla patria, io avevo giu­rato da uffi­ciale… Per cui non ci fu una base comune ma tante sto­rie indi­vi­duali che entra­rono nella Resistenza.

«Pos­siamo farlo insieme»

Entrai in un bar vicino alla sta­zione e c’era gente che diceva biso­gna fare qual­cosa, basta coi tede­schi, e c’era Cor­rado Bon­fan­tini, che disse: chi vuole fare qual­cosa, pos­siamo farlo insieme. Mi diede appun­ta­mento il giorno dopo e for­mammo le squa­dre, divise fra Par­tito d’Azione e socia­li­sti. Il nostro com­pito era infor­ma­tivo, di sabo­tag­gio e anche di eli­mi­na­zione, simile ai Gap. Io non sapevo che esi­stes­sero i Gap se non per sen­tito dire. Face­vamo le stesse cose, ma senza la stessa capa­cità orga­niz­za­tiva e senza le azioni glo­riose fatte dai Gap di Torino che erano coman­dati da Gio­vanni Pesce e da Ilio Baron­tini, che erano stati in Spa­gna. La prima cosa era pro­cu­rare le armi per for­mare squa­dre che potes­sero com­bat­tere seria­mente, e ali­men­tare la guer­ri­glia che si veniva for­mando in mon­ta­gna. Comun­que abbiamo com­piuto varie azioni, abbiamo fatto sal­tare gli impianti fer­ro­viari, varie cose che si dove­vano fare in quei tempi. Io ero abba­stanza esperto di esplo­sivi per­ché avevo fatto il corso gua­sta­tori nell’esercito. Anche eli­mi­na­zioni: c’era un reparto di poli­zia addetto con­tro i par­ti­giani, e io mi ero fatto amico, fin­gendo di esser fasci­sta, con uno di que­sti agenti che mi diceva come rice­ve­vano le infor­ma­zioni – le dela­zioni sono state mol­tis­sime per­ché erano ben pagate. E io ho par­te­ci­pato a que­ste azioni di eliminazione.

I fasci­sti sco­pri­rono il comando mili­tare, col quale ero in con­tatto tra­mite i cat­to­lici. Fu preso in una chiesa, dove avrei dovuto tro­varmi anch’io, tutto il comando mili­tare del Cln e furono fuci­lati al Mar­ti­netto. Per­ché non andai a quell’incontro? Mi aveva man­dato Bon­fan­tini; lui disse a me di andare per­ché si sen­tiva seguito; ci vedemmo a distanza in piazza Cari­gnano e luI mi fece cenno di stare attento; appena fatto que­sto cenno gli sal­ta­rono addosso due, mi ricordo con imper­mea­bili chiari, gli sal­ta­rono addosso. Bon­fan­tini si divin­co­lava e gli spa­ra­rono alla schiena. Io mi allon­ta­nai, ero disar­mato, non andai a quell’appuntamento ma capii che la mia vita sarebbe stata in peri­colo. Mi dis­s­sero di rag­giun­gere un reparto di Giu­sti­zia e Libertà nel Mon­fer­rato. Però avrei dovuto por­tarmi die­tro dei ragazzi della Barca, una zona vicino a Torino, gio­va­nis­simi, ave­vano costi­tuito un distac­ca­mento e fatto delle azioni, quindi li cono­scevo bene. Nel frat­tempo venni a sapere che un ragazzo che si chia­mava Folco Por­ti­nari, che poi sarebbe diven­tato fun­zio­na­rio della Rai e docente, era stato preso dai tede­schi e gli ave­vano detto, a lui e altri, che se si arruo­la­vano nelle SS ita­liane avreb­bero avuto un trat­ta­mento par­ti­co­lare; se no, dove­vano andare ai lavori for­zati in Germania.

A punta di pistola

A punta di pistola mi feci con­se­gnare un camion dell’azienda del gas, e andai all’appuntamento con que­sti qua­ranta in divisa da SS. Salimmo sul camion e andammo a Superga. Deci­demmo di dor­mire lì nel campo, però i ragazzi della Barca sospet­ta­rono che que­ste SS erano vere, e discu­te­vano se ucci­dermi – poi deci­sero di aspet­tare e io ebbi salva la vita, ma per mira­colo. Fatto sta che con que­sto camion che tra l’altro non andava, uno sopra l’altro, rag­giun­gemmo la 19brigata, e lì mi dis­sero che avrei dovuto coman­dare que­sto reparto, che era piut­to­sto con­si­stente, poi però mi nomi­na­rono capo di stato mag­giore e pas­sammo nella val di Lanzo.

Lì avemmo delle avven­ture piut­to­sto pesanti, dei rastrel­la­menti feroci. Uno di que­sti ci portò a disper­derci. La nostra tec­nica era di pre­ve­dere di doverci disper­dere e di avere dei punti di rac­colta. Il mio punto di rac­colta era una con­ce­ria, vicino al parco della Man­dria, e men­tre era­vamo lì che ci sta­vamo rior­ga­niz­zando arrivò uno che sem­brava un con­ta­dino a dire che c’era un car­rar­mato che ave­vano rimesso a posto, pro­prio den­tro la Man­dria, e lui ci avrebbe aperto una certa por­ti­cina e avremmo potuto recu­pe­rarlo. Andammo, presi una decina di uomini, c’era anche Adolfo, il com­mis­sa­rio poli­tico. Io per primo mi pre­sen­tai davanti a que­sta porta, e lui ebbe un’intuizione: mi mise il suo mitra sotto il brac­cio destro, e io avevo la pistola in mano e gli uomini die­tro. Aprimmo que­sta porta — e ci spa­ra­rono. Io non fui preso dai primi colpi per­ché quello che mi doveva ucci­dere fu col­pito da que­sto mitra di Adolfo, ma cadde per terra e sparò una raf­fica e fui ferito, fui ferito gra­ve­mente. Quelli che erano die­tro a me mi tira­rono indie­tro e mi sal­va­rono, men­tre que­sto Adolfo rimase in mano loro e fu preso e lo impiccarono.

Mi nasco­sero nei sot­ter­ra­nei della con­ce­ria dove c’erano delle grandi cal­daie, faceva un caldo ter­ri­bile. La ferita mi faceva molto male, sbat­tevo la testa pen­sando di ammaz­zarmi, la pistola non ce l’avevo più, mi inton­tivo sol­tanto, fin­ché mi tira­rono fuori e mi sal­va­rono, pro­prio. Poi i nostri reparti si riu­ni­rono e ritor­nammo nel Mon­fer­rato, e io mi tro­vai in una cascina nel Mon­fer­rato dove vera­mente mi sal­va­rono la vita per­ché ci furono dei rastrel­la­menti feroci e que­sti con­ta­dini, non sapevo nean­che chi fos­sero, rischia­rono la pelle per nascon­dermi, face­vano delle buche col letame per­ché i tede­schi ave­vano dei cani che fiu­ta­vano, e mi sal­va­rono. Con­ti­nuai fino alla libe­ra­zione a zoppicare.

Noi ave­vamo dei rap­porti straor­di­nari con la gente. Era­vamo, se si può dire, molto ric­chi, nel senso che una parte della cassa della quarta armata era stata redi­stri­buita alle for­ma­zioni par­ti­giane, soldi ci arri­va­vano anche dalla Fiat, poi anche gli alleati ci man­da­vano non armi ma soldi. Per cui il rap­porto con con­ta­dini era buono per­ché noi paga­vamo, non davamo i buoni. Molte volte erano gene­rosi, non vole­vano essere pagati a volte; noi abbiamo pas­sato un periodo molto buono dal punto di vista dell’alimentazione. Certo le con­di­zioni erano duris­sime ma l’accoglienza da parte della popo­la­zione fu una cosa straordinaria.

Scen­demmo dalle montagne

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Quando scen­demmo dalle mon­ta­gne ci ponemmo il pro­blema di che tipo di guer­ri­glia fare. In pia­nura dove­vamo inven­tare, e io, per carità non pre­tendo di essere uno stra­tega, fui uno dei fau­tori della guerra delle volanti – cioè pren­demmo dei camion grossi, li facemmo coraz­zare, il padre di Ser­gio Pinin Farina ci fece coraz­zare dei camion con delle lastre di metallo, e quat­tro cin­que di quei camion diven­ta­vano una volante, si face­vano della azioni molto veloci soprat­tutto con­tro i posti di blocco, e ci si riti­rava. Durante i rastrel­la­menti si nascon­de­vano que­sti camion, li ave­vamo anche inter­rati con delle fati­che spa­ven­tose per fare delle buche enormi per que­sti camion. Facemmo delle azioni, pren­demmo anche una pic­cola città, Chieri, neu­tra­liz­zando con le volanti i pre­sidi vicini. Per sba­glio nelle prime luci dell’alba io spa­rai un colpo di bazooka con­tro il cam­pa­nile. La presa di Chieri, che pre­lude a Torino, fu inte­res­sante per­ché que­ste bri­gate nere erano gente feroce per cui tro­vammo nei sot­ter­ra­nei gente mori­bonda per­ché ave­vano messo fra le dita dei piedi del cotone imbe­vuto di qual­cosa che bru­ciava e gli ave­vano bru­ciato i piedi, erano in can­crena… E deci­demmo di fuci­larli in piazza, e li fuci­lammo dopo un pro­cesso in cui il pre­si­dente della corte era un uffi­ciale dei cara­bi­nieri che poi diventò il coman­dante dei cara­bi­nieri a Roma.

I ricordi, anche dolorosi

I ricordi si affa­stel­lano, sono anche dolo­rosi per­ché ci sono tanti morti. Di quei ragazzi della Barca una metà sono morti. Erano ragazzi di sedici, dicias­sette anni, e ave­vano molta fidu­cia in me. Il rap­porto di fidu­cia col coman­dante era impor­tante, non per­ché fosse più valo­roso o corag­gioso ma per­ché ti dava un minimo di sicu­rezza in una guerra così insi­cura come quella della guer­ri­glia. Io avevo l’esperienza della guerra di Rus­sia ma ho avuto delle paure ter­ri­bili. Tu non puoi avere paura: devi reci­tare, di fronte agli altri, per­ché se no li fai morire; la paura del coman­dante è la morte dei sot­to­po­sti. Tu devi reci­tare di sapere quello che vuoi, non avere incer­tezze; se mandi uno in un certo posto è per­ché sai che dev’essere così, que­sto l’avevo impa­rato in guerra in Russia.

E così arri­vammo agli ultimi giorni tor­men­tati della presa di Torino. Noi ci atte­stammo sul Po, arrivò l’ordine dal comando di Torino di entrare in città, però di atte­starci prima sul Po per divi­dere le zone d’attacco. E men­tre era­vamo lì rice­vemmo l’ordine di non entrare a Torino. Il colon­nello Ste­vens della radio inglese aveva avuto infor­ma­zioni dal comando gene­rale dell’esercito inglese che c’era un rag­grup­pa­mento di divi­sioni tede­sche che stava pun­tando su Torino. Ste­vens diceva che se noi entra­vamo in Torino, Torino sarebbe stata distrutta, il san­gue sarebbe corso in un modo spa­ven­toso. Noi ci fer­mammo per qual­che ora, medi­tammo – ma la città era insorta, già nelle fab­bri­che si com­bat­teva. Allora Cola­ianni, che si chia­mava Bar­bato come nome di bat­ta­glia, che era il coman­dante della zona atte­stata sul Po, disse: biso­gna entrare. E io fui uno dei primi a entrare, coi miei della Barca che pas­sa­rono il Po. Il coman­dante si inca­volò come una bestia per­ché lasciai il posto per andare con loro, però rien­trai, e entrammo in Torino, mi ricordo con la moto, il side­car. E furono giorni di com­bat­ti­menti feroci.

Torino è l’unica città dove si è vera­mente com­bat­tuto tanto, e ci sono degli epi­sodi che non sono stati forse rac­con­tati. La cosa ter­ri­bile di Torino è che c’erano i fran­chi tira­tori, i quali non spa­ra­vano con­tro i par­ti­giani: spa­ra­vano con­tro chiun­que, era un’azione ter­ro­ri­stica. E chi li orga­niz­zava era que­sto Solaro che fu poi impic­cato allo stesso albero di Igna­zio Vian che era un eroico par­ti­giano nostro impic­cato dai fasci­sti. Solaro fu preso non so come, e comin­ciò a dire che era un uomo di sini­stra, che aveva ade­rito al par­tito fasci­sta per­ché voleva che diven­tasse comu­ni­sta… Il tri­bu­nale mili­tare ne ordinò la m+orte. Mi ordinò di farlo impic­care. Fu inca­ri­cato un gruppo della 19ma, però andai anch’io. Ed è una cosa spa­ven­tosa, que­sto uomo distrutto che sa di essere ammaz­zato; per quanto tu possa essere preso dal livore e dall’amore di giu­sti­zia, ti fa sem­pre male vedere un uomo morire in quelle con­di­zioni. Io ero con­tra­rio alle impic­ca­gioni, tanto è vero che ho chie­sto se pote­vamo fuci­larlo, mi dis­sero no; qual­cuno tirò fuori il codice inglese, ma la verità è che vole­vano resti­tuire alla popo­la­zione que­sta visione del col­pe­vole, l’ orga­niz­za­tore dei fran­chi tira­tori. E si ruppe la corda, lui cascò, io andai per sal­varlo, mi sem­brava che fosse il mio dovere, e a quel punto la popo­la­zione sopraf­fece lo schie­ra­mento di que­sti uomini della 19ma, lo impic­ca­rono e impic­cato lo por­ta­rono in giro per Torino fin quando lo but­ta­rono nel fiume».

Comunicato stampa dei legali No Muos

Con la sentenza n. 461 del 2015 il TAR di Palermo ha accolto i ricorsi proposti contro l’installazione del MUOS a Niscemi. Il Tribunale Amministrativo ha, infatti, ha dichiarato che le “revoche” delle autorizzazioni operate dalla Regione Siciliana nel marzo 2013, erano da qualificare come annullamenti in autotutela con effetto definitivo. Inefficace, quindi, la successiva revoca delle revoche del 24 luglio. Il TAR, ha poi rigettato i ricorsi proposti dal Ministero della Difesa contro i suddetti annullamenti, ritenendo che la regione avesse ben operato nell’annullare le autorizzazioni stante che tutte le perizie esperite in corso di causa dimostrano come l’impianto sia rischioso per la salute e per il traffico aereo degli aeroporti di Comiso, Sigonella e Catania. Poiché l’annullamento opera con effetto “ex tunc” come se le autorizzazioni non siano mai venute in essere, i lavori compiuti dalla Marina Statunitense sono da considerare integralmente abusivi in quanto iniziati e proseguiti in assenza di autorizzazioni. Anche l’ultrattività delle autorizzazioni paesaggistiche prevista dal “Decreto del Fare” non ha efficacia nel caso in questione posto che i lavori erano stati interrotti prima dell’entrata in vigore della norma e, comunque, erano privi di valida autorizzazione. Ora le amministrazioni coinvolte dovranno dare esecuzione alla sentenza del TAR e i Comitati NO MUOS sono pronti a diffidare tutti gli Enti interessati affinché non vi siano defezioni. Grande soddisfazione esprime il Coordinamento Regionale dei Comitati No MUOS che ha creduto sin dal primo momento in questa battaglia e che evidenzia come questa sentenza dia ragione a tutti quegli attivisti che in questi anni si sono battuti per evitare che i lavori abusivi andassero avanti. Gli attivisti e i comitati, pagando il prezzo di denunce e sanzioni, hanno tenacemente portato avanti una lotta dal basso per difendere il territorio e la salute della popolazione messi in pericolo da un impianto di guerra, del quale è stata più volte denunciata anche l’incostituzionalità. La sentenza di oggi riaccende le speranze di tutti coloro che credono nella Sicilia come ponte di pace e non come avamposto di guerra.

Della Sanità restano solo macerie Lucia Borsellino pronta a dimettersi da: livesicilia

Della Sanità restano solo macerie
Lucia Borsellino pronta a dimettersi

Venerdì 13 Febbraio 2015 – 19:17 di

La decisione dopo le parole del ministro Lorenzin rispetto a un possibile “commissariamento”.  Da Crocetta e dalla maggioranza un coro unanime: ci ripensi. E’ l’ultima battaglia persa dopo tante amarezze. E ora senza lo scudo della sua faccia perbene, per la Sanità siciliana si può aprire l’ennesima partita di potere

 

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PALERMO – La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la dichiarazione al vetriolo del ministro Beatrice Lorenzin. Parole pesanti come pietre, troppo per Lucia Borsellino. L’ennesima amarezza per la donna gentile, dal viso pulito e dal cognome ammantato da un dovuto sacro rispetto, che Rosario Crocetta volle accanto in campagna elettorale. E che ora annuncia le sue dimissioni. Il velo del suo buon nome e della sua faccia pulita cade e restano le macerie di quel disastro a cielo aperto che è la Sanità siciliana, eterno oggetto di appetiti famelici. Quella sanità siciliana a cui la figlia di Paolo Borsellino ha dedicato impegno e fatica, con una serietà che le è universalmente riconosciuta, ma che le è costata anche amarissimi bocconi.

L’ultimo in queste ore, dopo la tragedia di Catania, dopo l’inaccettabile morte di una neonata mentre era su un’ambulanza, dopo che a Catania non erano stati trovati posti in Unità di terapia intensiva prenatale. Un dramma che l’ha certamente scossa dal punto di vista umano e che l’ha travolta dal punto di vista politico. E ad assestare il colpo del ko è stato il governo “amico” di Matteo Renzi. Per bocca del ministro Lorenzin, che ha ventilato l’ipotesi del “commissariamento” a seguito del caso Catania.

È stata l’agenzia stampa Adnkronos a dare notizia della scelta di Borsellino di dare le dimissioni. “Le parole del ministro Lorenzin sono state particolarmente dure e io ritengo che non ci siano più gli elementi minimi perché io possa proseguire il mio mandato, ecco perché annuncio le mie dimissioni”, ha detto all’agenzia la Borsellino. “Ho già fatto presente questa mia posizione al Presidente Crocetta – dice – Nei prossimi giorni rassegnerò le mie dimissioni. Contribuirò anche da dipendente dell’assessorato Sanità all’accertamento della verità sul caso della piccola Nicole. Non voglio aggiungere altro”.

Subito l’assessore è stata invitata da governatore e Pd a un ripensamento. Crocetta ha definito “improvvide e ingenerose” le dichiarazioni del ministro invitando l’assessore a ripensarci. “Le sue dimissioni sarebbero un grave danno per la Sicilia e per la Sanità della regione”, ha detto il governatore. Analoghi inviti giungono in rapida sequenza dal segretario e capogruppo del Pd Fausto Raciti e Baldo Gucciardi, dal presidente della commissione Sanità Pippo Di Giacomo, dal segretario dell’Udc Giovanni Pistorio e ancora Antonello Cracolici e via dicendo. Ci ripensi, chiedono i politici. Anche se è difficile immaginare che Lucia cambi idea. La tragedia di Catania, un colpo pesantissimo, è stata solo l’ultimo di una serie di grandi e dolorosi imbarazzi che l’hanno vista suo malgrado protagonista. Dal pasticcio dei posti letto dell’Humanitas, che provocò all’assessore giorni di sofferenza, al tira e molla farsesco sulle nomine dei manager, che richiesero una teoria infinita di annunci e rinvii, di quelli da perderci la faccia. E la faccia perbene di Lucia Borsellino sembrava patrimonio troppo prezioso da consumare per gli eterni e arcinoti giochi di potere che da sempre affondano le fauci nelle carni della sanità siciliana, questa terra di conquista in cui si incrociano lame in scontri all’ultimo sangue per una nomina. Lucia ci ha provato ad affrontare il mostro con la sua cifra, sobria e gentile, forse troppo. Con lei la sanità ha continuato a far progressi sul fronte dei conti, ma non è arrivato quel cambio di passo nella qualità, che dipende da troppe variabili, disseminate anche assai lontano da Piazza Ottavio Ziino. La Borsellino si è mossa in una giungla insidiosissima, ritrovandosi sola un mese fa sulla controversa vicenda delle nomine “catanesi” dei due manager Cantaro e Pellicanò.

Una guerra impari, in un assessorato che piace a molti. E che fa gola tanto più se si scommette su venti di campagne elettorali vicine. Dentro e fuori il cerchio magico del governatore, a quell’avamposto di potere si guarderebbe con attenzione. E se fin qui si è preteso di parare tutti i colpi e contraccolpi confidando su Lucia, prezioso parabordo, ora la musica potrebbe cambiare. Salvo che il coro di inviti a ripensarci non sortisca effetto facendo rientrare, o magari solo posticipare, le dimissioni dell’assessore Borsellino.

L’Expo dà alla testa. Di Renzi… da: www.resistenze.org –


Claudio Conti | contropiano.org

08/02/2015

Un politico mentitore seriale prima o poi arriva al dunque. Quando la frequenza delle sue menzogne supera una determinata soglia, il divario tra quel che dice e la realtà empirica percepita da tutti diventa solare, palpabile, senso generale.

È lì che il mentitore seriale deborda in fascismo, ansioso di colmare con una overdose di autorità il vuoto di autorevolezza che collassa nelle sue parole.

Il discorso di Renzi a Milano, nell’Hangar Bicocca, in un incontro in preparazione dell’Expo, ha avvicinato pericolosamente ma chiaramente questo momento. Lo scarto si è potuto registrare su due livelli apparentemente lontani ma coincidenti: situazione internazionale e conflitto sindacale.

Andiamo con ordine. Mentre si cantano le grandiose sorti di un’esposizione universale che dovrebbe contribuire – con il sostanzioso aiuto del quantitative easing della Bce – a stimolare un singulto di crescita (lo 0,6%, nelle previsioni), è assolutamente normale che si esageri in ottimismo. Non è dunque strano che Renzi si sia sbracciato nell’assicurare che per l’Italia il 2015 “è un anno felix, che non vuol dire semplicemente felice, ma fertile”; un anno in cui “ci sono tutte le condizioni per tornare a correre”. “Dall’Europa – ha detto – qualcosa si muove: la comunicazione sulla flessibilità, il piano degli investimenti, le misure della Bce”. Anche per questo “sforzo pressante il rapporto fra euro e dollaro è tornato nei canoni della normalità che aiuta le nostre imprese. Se a questo si somma la crisi del petrolio le condizione economiche internazionali ci lasciano un anno di opportunità”.

Naturalmente, visto che parlava davanti a una platea di 500 esperti, industriali, nove ministri (Poletti, Galletti, Guidi, Martina, Orlando, Franceschini, Boschi, Giannini e Lupi), i rappresentanti degli oltre 140 Paesi partecipanti all’esposizione universale, era altrettanto logico che lodasse in primo luogo se stesso: i provvedimenti del governo, come aver tolto il costo del lavoro dall’Irap, “non lasciano più alibi a nessuno”. Insomma: industriali, vi ho spianato la strada, abbassato le tasse, precarizzato completamente il lavoro, eliminato l’art. 18 e quindi riaperto la ghigliottina sul conflitto sindacale, ora datevi da fare…

Nelle stesse ore, i leader europei davvero importanti – Merkel e Hollande – tornavano da Mosca pronunciando parole di tutt’altro tenore: “Era l’ultimo tentativo – ha riassunto Hollande – se non riusciamo a trovare un accordo sappiamo che c’è un solo scenario all’orizzonte… E si chiama guerra”. Scettica anche la cancelliera tedesca Angela Merkel: “Dopo i colloqui di ieri posso dire che è incerto che questi abbiano avuto successo, ma ha certamente avuto valore il tentativo”.

L’Europa si trova dunque sull’orlo di una guerra, contro un avversario dotato di un buon potenziale bellico convenzionale, di un ottimo sistema missilistico (la “nostra Samantha” e tutti gli altri astronauti possono partecipare alle missioni ed essere riforniti solo grazie ai vettori russi, mentre l’americano sistema Atlas è rovinosamente fallito) e soprattutto di un efficiente armamento nucleare. Una situazione fuori controllo, originata dall’ansia statunitense di trasformare la crisi ucraina in un regolamento dei conti globale, che “sta uscendo fuori dal nostro controllo” (come ha ammesso il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier).

Siamo insomma sull’orlo di una guerra simmetrica, stavolta. Non contro un piccolo satrapo mediorientale, non contro “terroristi” in grado al massimo di entrare in una redazione o in un supermercato. Stiamo sull’orlo del baratro delle civiltà e il presidente del consiglio ne prescinde totalmente? Si gode la sua platea di committenti (è stato Sergio Marchionne a dire “ce l’abbiamo messo noi, lì”) e disegna sulla sabbia le meravigliose opportunità del fututo breve? Ma cosa ha nella testa?

Non molto, temiamo. L’attuale classe politica italiana è fatta di piccoli uomini e donne, con interessi e orizzonti tragicamente ristretti, impegnatissimi giorno e notte nella concorrenza reciproca per emergere o non affondare. Piccole teste abili quasi soltanto nel tessere trame con pochi complici (se diventano tanti “si perde il controllo”); consapevoli di esser lì conto terzi e per un tempo breve, piccoli Goebbels armati da un ristretto elenco di frasi mandate e memoria e ripetute sempre uguali, sia che si parli di eleggere il presidente della repubblica o di sistemare un amico alla guida di una partecipata.

Per loro le nubi di guerra sono un fenomeno fuori portata, cui penserà qualcun altro più dotato. Se necessario, diranno che bisogna fare ciò che l’Unione Europea e la Nato decideranno, senza eccepire nulla.

Quel che è alla loro portata è soltanto il conflitto sociale interno, le regole del mercato del lavoro, i tagli alla spesa pubblica, la distruzione del welfare e dell’architettura costituzionale. Qui, con buona pace dei vendoliani speranzosi, Renzi ha fatto capire meglio di che pasta sarà fatto il suo regime, prima di crollare.

“Dobbiamo recuperare non dico un po’ di amor proprio, ma di amore per la realtà dei fatti – ha buttato lì -. E il passo successivo è che ciascuno di noi si senta chiamato in campo”. Vecchia retorica del “siamo tutti nella stessa barca”, riadattata però in “fare squadra nazionale”. Una squadra dove gli imprenditori prendono e i lavoratori devono mettere, in totale silenzio. In questo senso, va letta l’annuncio che il governo “è pronto a tutto” perché il primo maggio, giorno dei lavoratori, alla Scala vada in scena come in programma la Turandot. Pronto anche a “misure normative”.

Pronto dunque a cambiare la legge, vietare lo sciopero, precettare i lavoratori, mandare la polizia. Il tutto con la regia giustificazione di “evitare una figuraccia internazionale”.

Deve essere per questa ansia di “belle figure internazionali” che ha messo alla guida una figura come Francesco Micheli

Si annuncia una bella primavera, in bilico tra il tragico e il ridicolo (la cifra tipica del fascismo italiano), tra la guerra globale e la casareccia guerra al lavoro. Potremmo scoprire che quando diceva “felix” intendeva il gatto…

 

PAME: Le rivendicazioni immediate della classe operaia in Grecia www.resistenze.org – popoli resistenti – grecia – 09-02-15 – n. 530


Fronte Militante di Tutti i Lavoratori (PAME) | wftucentral.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

04/02/2015

Il PAME, Fronte Militante di Tutti i Lavoratori della Grecia, nel suo ultimo discorso rivolto alla classe operaia greca dice: “Nel corso degli ultimi anni il PAME, movimento di classe, è stato in prima linea nella lotta contro l’attacco del capitale ai diritti dei lavoratori e ai diritti popolari. Il suo impegno proseguirà in questa direzione perché non sono cessati i problemi e i fattori che hanno portato la stragrande maggioranza delle persone alla povertà, alla disperazione, alla perdita dei diritti e delle conquiste raggiunte in passato.

Il nostro nemico è qui! I gruppi affaristici, gli industriali e gli armatori, i proprietari delle catene alberghiere e commerciali, tutti questi con i loro governi e l’UE scaricano il peso, le conseguenze della crisi e il debito sulle spalle del popolo, mentre continuano ad arricchirsi lucrando sulla sofferenza e la miseria della stragrande maggioranza del popolo.

Il nostro avversario non ha mollato la presa con il cambio di governo, anzi sfrutta l’avvicendamento politico per restare saldo e attrezzato. Le dichiarazioni di congratulazioni e i complimenti da parte dei rappresentanti del grande capitale al nuovo governo trovano ragione nell’impegno di quest’ultimo verso una diversa formula di gestione che aiuterà il capitale a uscire dalla crisi e a ottenere nuovi vantaggi. Intendono consolidare l’intero arsenale antisindacale già messo a punto, per neutralizzare in una fase di recupero economico, qualsiasi rivendicazione militante dei lavoratori. Un pilastro fondamentale della nuova gestione è quello di insegnare a vivere con meno, accontentandosi delle briciole, come ha spiegato il nuovo ministro delle Finanze nella sua dichiarazione sulla “vita austera”.

Le dichiarazioni dei nuovi ministri a sostegno di una “forte imprenditorialità “e del graduale ripristino delle perdite in conformità con “la crescita economica e sociale” rivelano la sostanza delle loro posizioni, accuratamente nascoste dietro trucchi comunicativi.

In tutti i settori prosegue e si intensifica l’offensiva dei datori di lavoro. I licenziamenti, la disoccupazione, la prevalenza dei rapporti di lavoro flessibili, gli inaccettabili “programmi per l’impiego”, i tagli dei salari imperversano con un unico scopo: ridurre continuamente il “costo del lavoro “in modo da ampliare e moltiplicare i profitti dei grandi gruppi imprenditoriali.

Finché i monopoli e grandi gruppi aziendali terranno l’economia e il potere nelle loro mani, il movimento operaio-popolare deve stare permanente in allerta, pronto a combattere. Combattere per recuperare le perdite subite e soddisfare pienamente i bisogni contemporanei della classe operaia.

Coloro che sostengono nelle loro parole e nelle posizioni che ci sono interessi comuni tra capitale e lavoro e invocano la coesione di classe, mentono. E’ una beffa, un inganno asserire che per i lavoratori possa esserci un qualsiasi sollievo e miglioramento delle loro condizioni di vita mentre gli industriali, i grandi proprietari, i banchieri e gli armatori mantengano intatti i loro profitti e i loro interessi.

La classe operaia e il suo movimento hanno avanzato negli anni passati le loro rivendicazioni attraverso lotte di massa vigorose, militanti e collettive, nelle fabbriche e sui posti di lavoro.

Tali rivendicazioni possono essere racchiuse in poche parole: “Recupero di tutte le perdite – Non vivremo di briciole”.

Avanziamo l’obiettivo di aumenti salariali ovunque! Firma del contratto collettivo nazionale con ripristino dei 751 € come salario minimo per tutti i datori di lavoro. Nessun lavoratore sotto i 751 €. Abolizione dei salari da fame oltraggiosi da 511 e 586 €. Ripristino dei salari settoriali al livello prima del 2009.

Nessun dipendente senza contratto collettivo. Fine alla moderna ghigliottina dei contratti individuali. Abolire immediatamente tutte le leggi antisindacali che distruggono i contratti collettivi. Piena e obbligatoria applicazione dei contratti collettivi. Cancellazione del diritto dei singoli datori di lavoro di firmare contratti con salari al di sotto dei contratti collettivi di categoria.

Ripristino del contratto collettivo per i lavoratori degli enti locali. Contratti collettivi in tutti i rami del pubblico impiego, ritorno dei salari a livelli pre-crisi e ripristino della 13° e 14° mensilità.

Ritorno a rapporti stabili di lavoro. Abolizione delle leggi che promuovono i rapporti di lavoro flessibili. “No” alla liberalizzazione degli orari di lavoro. “No” all’abolizione della domenica come giorno di riposo. Giornata lavorativa di 7 ore, 5 giorni alla settimana per 35 ore di lavoro.

Tirocini per studenti con stipendio pieno, con pieni diritti sindacali, assicurativi e pensionistici .

Difendere ed estendere i diritti assicurativi e pensionistici. Recupero integrale delle perdite pensionistiche. Abolizione di tutte le leggi che riducono i diritti assicurativi e di tutte le norme che hanno distrutto la sicurezza sociale e le pensioni, fine ai meccanismi che tagliano le pensioni entro il 2015.

Copertura immediata delle perdite, ripristino di 13° e 14° anche nelle pensioni. Lo Stato garantisca il trattamento pensionistico e le indennità. Siano lo Stato e il grande capitale a coprire il fabbisogno immediato di tutti i fondi di assicurazione. Aumento della pensione minima di 486 euro a 600 euro. Nessun lavoratore non assicurato. Reintegrazione delle prestazioni familiari e delle altre prestazioni dell’Agenzia per l’occupazione (OAED) che sono stati tagliati.

Misure di protezione immediata e sostanziale per i disoccupati e le loro famiglie. Indennità immediate per tutti i disoccupati per tutto il periodo di disoccupazione. Aumento dell’indennità di disoccupazione a 600 euro. Il periodo di disoccupazione deve essere riconosciuto come pensionabile senza spese per i disoccupati, gravato sullo Stato e i datori di lavoro.

Assistenza medica completa e gratuita per se stessi e la famiglia senza condizioni. Sussidi per l’affitto, al sostegno alimentare, per l’abbigliamento, al materiale scolastico, le spese idriche e di riscaldamento attraverso aziende di stato per i lavoratori disoccupati e a basso reddito. Mobilità a costo zero per tutti i disoccupati su tutti i trasporti pubblici. Divieto di disconnessione dalla rete elettrica, potabile, telefonica per tutti i lavoratori disoccupati e non pagati.

Sospensione di tutti gli obblighi finanziari verso banche e Stato. Cancellazione degli interessi sul debito.

Fine dei di programmi per l’impiego improntati allo sfruttamento. Fine al vile regime dell’esternalizzazione. Chiudere ora il commercio schiavistico moderno delle agenzie di lavoro temporaneo. Creare occupazione nel settore pubblico pubblico e ampliare il raggio di intervento dello stato impiegando tutti i dipendenti sospesi, senza cambiamenti lesivi dei diritti sindacali e salariali.

Eliminazione di tutte le leggi che permettono licenziamenti di massa e riduzione degli stipendi.

Sollievo alle famiglie della classe operaia dalla tassazione eccessiva. No alle privatizzazioni, nessun trasferimento dei servizi sociali e pubblici al privato. Mettere fine alla tassazione estrema. Abolire la tassa sulla casa (ENFIA) e la cosiddetta “tassa di solidarietà”. Tassazione del grande capitale al 45%.

Congelamento immediato dei prezzi su tutti i prodotti e servizi e abolizione dell’IVA con una corrispondente riduzione del prezzo di tutti i prodotti di base e di largo consumo popolare. Rimozione dei pedaggi, riduzione del 50% delle tariffe di energia elettrica, telecomunicazioni, acqua.

Abolizione dell’interesse composto su tutti i prestiti, divieto delle aste su prima e seconda casa. Eliminazione immediata di tutte le tasse gravate sulle bollette elettriche. Fermare il sequestro e la vendita all’asta delle case dei lavoratori. Abolire le imposte sul petrolio e il gas.

Ricostituzione dell’Organizzazione per i programmi abitativi dei lavoratori con tutta la sua autorità. Riavviare progetti di edilizia popolare.

Salute e istruzione esclusivamente pubbliche e gratuite. Sistema sanitario unico, pubblico, gratuito e moderno. Prevenzione, tutela ed emergenza sanitaria per tutti, finanziate esclusivamente dallo Stato.

Abolizione di qualsiasi tariffa per i servizi sanitari. Cancellazione del ticket di 5 euro all’ingresso dell’ospedale e di 1 € per ogni prescrizione medica.

Misure di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, con infrastrutture adeguate, personale medico, tecnico e infermieristico statale.

“No” al macello dei Centri di Valutazione e Certificazione della disabilità. Copertura totale per i disabili, indipendentemente dal grado di invalidità, dei farmaci, delle cure, degli ausili tecnici; indennità per tutti i disoccupati disabili.

Cura prenatale gratuita per tutte le coppie. Misure sostanziali e immediate per la tutela della maternità. Sistema di istruzione pubblica in esclusiva, gratuita, eliminando qualsiasi interesse affaristico. Ampliare la rete degli asili pubblici gratuiti per tutti i bambini. Pasti gratuiti e alloggi per tutti gli studenti delle università, con dormitori nuovi e sicuri.

Il PAME sostiene anche le rivendicazioni dei lavoratori autonomi. Congelamento dei debiti a favore dell’Organizzazione assicurativa dei lavoratori autonomi (OAEE), dello stato, delle banche e dei privati. Capitalizzazione dei debiti, senza supplementi e tasse aggiuntive. Rateizzazione con pagamenti non superiori complessivamente al 10% del reddito disponibile. Depenalizzazione dei crediti di OAEE, abolizione delle leggi corrispondenti. Nessun sequestro dell’abitazione principale. Sospensione dei pignoramenti di immobili commerciali, attrezzature, veicoli e conti bancari per i lavoratori autonomi che mantengono la loro attività.

Il PAME evidenzia che chi identifica gli interessi dei lavoratori con i profitti delle imprese, chi pone gli impegni verso l’Unione europea davanti alla sopravvivenza e alla dignità delle persone che lavorano è passato sull’altra sponda. La continua ricerca del profitto richiede un movimento operaio disarmato, lavoratori senza diritti, non organizzati.

Nessun governo, non importa sotto quale profilo si presenti, può essere più forte del potere della classe operaia quando richiede il soddisfacimento dei suoi diritti. Non bisogna concedere terreno alle illusioni disarmanti che il capitale, avvezzo a derubare la classe operaia sia in in tempi di crisi che in tempi di crescita, sarebbe ora dalla parte dei nostri diritti. L’inazione e il ritardo danno spazio a nuove concessioni: si propagherà altra povertà, altra miseria, nuove perdite.

Il sistema di sfruttamento non cambia. Non diventa più umano attraverso gli avvicendamenti di governo. Dalle nostre azioni, dalle nostre lotte e rivendicazioni dipende la nostra salvezza, la nostra vita dignitosa, posti di lavoro permanenti e stabili con pieni diritti.

C’è un solo modo perché i lavoratori fronteggino la povertà, riconquistino ciò che hanno perso, abbiano piena soddisfazione dei loro bisogni contemporanei. L’unità di classe e l’aggregazione comune e la lotta decisiva contro il capitale e i partiti politici che lo servono.

In primo luogo la priorità deve essere la ricostruzione del movimento operaio-popolare, una robusta pratica sindacale collettiva e l’adozione di rivendicazioni contro i profitti dei monopoli.

Tutti i lavoratori devono avere come priorità la necessità della lotta, il reclutamento nei sindacati, l’organizzazione nei luoghi di lavoro, nelle categorie e nei quartieri: priorità urgenti per tutti i dipendenti.

La nostra forza sta nell’unità della classe operaia, nella sua alleanza con i lavoratori autonomi, i contadini poveri, i giovani e le donne.

La Segreteria esecutiva del PAME
Gennaio 2015
Fonte: pamehellas.gr

 

Pazzie dell’Impero da:www.resistenze.org – popoli resistenti – corea del nord – 10-02-15 – n. 530


Zoltan Zigedy | mltoday.comTraduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

30/01/2015

Ricordate Saddam Hussein? Mohammar Gheddafi? Furono, come altri prima di loro, etichettati quali canaglie internazionali, grazie alla demonizzazione messa in atto dai burocrati dell’occidente e ad una spietata campagna mediatica che li ha dipinti come il male incarnato. Un osservatore attento può aver notato come il cambio di opinioni nelle elites su questi personaggi sia coincidente con gli interessi di USA ed Europa. Quando Saddam assassinava i Comunisti Iracheni egli semplicemente indossava un cappello bianco, quando Gheddafi cooperava con gli interessi petroliferi occidentali, come quelli dell’italiana ENI, non era poi così un cattivo ragazzo.

Prima ancora di comparire ai vertici della classifica dei ricercati USA e NATO, entrambi furono oggetto di un’esecuzione sommaria, il primo con un tentativo di parvenza legale, il secondo letteralmente macellato da banditi definiti “combattenti per la libertà”

La cosa curiosa sulla deposizione di questi tiranni, asseritamente odiati dal loro stesso popolo, è che i loro rispettivi paesi sono collassati nella guerra tra sette, nella morte e nella disperazione: questo il risultato delle campagne occidentali. Quelle che un tempo furono tra le nazioni più laiche e socialmente ed economicamente avanzate del Medio Oriente e dell’Africa sono oggi state economicamente distrutte, dilaniate dalla violenza, con servizi sanitari e sociali insufficienti e condizioni di vita in via di costante deterioramento per ogni loro cittadino. Naturalmente nessuna democrazia occidentale si assumerà la responsabilità di queste catastrofi. E’ un peccato che non possano incolpare Saddam o Gheddafi.

Oggi, la posizione numero uno della classifica dei ricercati è occupata da Kim Jong-un, l’attuale leader della Repubblica Democratica Popolare di Corea (RPDC). Kim, nipote di Kim Il Sung, fondatore della RPDC e riverita figura di combattente nella resistenza contro gli occupanti giapponesi, rappresenta la terza generazione dei suoi familiari che occupa il posto di comando. Gli opinionisti occidentali invariabilmente ridicolizzano questo fenomeno bollandolo come successione ereditaria, mentre convenientemente fanno finta di non accorgersi di oltre 80 anni di successione ereditaria del potere nel fedele alleato saudito. Gli altri Hussein, la famiglia reale al potere in Giordania fin dall’indipendenza del paese, non sono mai allo stesso modo svillaneggiati dalla stampa occidentale. Anche loro sono fedeli amici degli Stati Uniti e dei leaders europei.

La Repubblica Democratica Popolare di Corea ha seguito a lungo una solitaria via di autosufficienza ed autodeterminazione che i loro leader chiamano JUCHE.

Durante l’epoca sovietica, la RPDC mantenne formali ma distanti relazioni con la comunità socialista, insisitendo nel percorrere la propria via. Molti osservatori d’area videro questo approccio al Marxismo-Leninismo come eccessivamente volontaristico, cioè, eccessivamente basato sulla capacità di uomini e donne di fronteggiare le condizioni oggettive e gli impedimenti materiali.

Si è detto che la politica estera della RPDC è stata una notevole messa in pratica della filosofia JUCHE.

Nello stesso tempo, l’atteggiamento della RPDC nei confronti delle altre nazioni è stata profondamente influenzata dalle esperienze della guerra di Corea a metà del secolo passato. La quasi totale distruzione della parte settentrionale della penisola coreana dall’areonautica degli Stati Uniti e la loro politica della terra bruciata lasciarono la Nord Corea determinata a trovare un deterrente affinchè non potesse ripetersi una tale catastrofe. Trovarono questo deterrente nello sviluppo delle armi atomiche. A fronte del tentativo di Stati Uniti e Nato di riordinare il mondo ad immagine e somiglianza dell’occidente sin dalla caduta del potere sovietico, questa decisione, col senno di poi, appare esser stata saggia ed efficiente.

Nonostante la RPDC sia rimasta in pace per oltre sessant’anni, il governo degli Stati Uniti e i suoi media servili e smidollati hanno continuato la loro spietata campagna di aggressione e calunnia.

Non diversamente dalle campagne del terrore e delle fandonie ordite contro Cuba socialista, la Repubblica Popolare di Corea è stata dipinta come una terra di prigioni e deprivazione. Molto dell’immaginario isterico viene dai fuoriusciti, in particolare Shing Dong-hyuk. La storia di Shin è stata arrangiata in un libro da un giornalista del Washington Post, Blaine Harden con il sinistro titolo: “Fuga dal campo 14: la notevole odissea di un uomo, dalla Corea del Nord alla libertà in occidente” Il libro fu positivamente recensito da ogni maggiore testata amica dell’occidente. Un membro della prima commissione di inchiesta delle Nazioni Unite sugli abusi contro i diritti umani in Nord Corea per quanto riferito ha citato Shin come l’ “unica e più forte voce” sulle atrocità all’interno dei campi nordcoreani.

La Corea del Nord ha ufficialmente risposto diffondendo un video del padre e dei familiari di Shin che lo denunciano come bugiardo in fuga da un’accusa di stupro.

Naturalmente, NESSUNO nei media capitalisti di oggi ha riconosciuto credibilità alcuna a questa protesta. Allo stesso modo nessuno dei giornalisti occidentali ha seriamente ascoltato altri fuoriusciti che hanno contestato i dettagli descritti da Shin. La sua storia è troppo buona, troppo spettacolare per metterla in dubbio.

Sfortunatamente non lo è. E sfortunatamente nessuna sorta di confessione potrebbe convincere i gretti media occidentali, le Nazioni Unite o le prevenute associazioni per i diritti umani. Essi hanno avuto tale confessione il 16 di gennaio, quando Shin ha ammesso che parte della sua straziante storia era inventata. Con molto imbarazzo, ha evitato ogni ulteriore dichiarazione pubblica, anticipando che avrebbe fornito ulteriori spegazioni

Il britannico Independent riporta: “Gli attivisti per i diritti umani hanno riferito che ciò può significativamente rallentare la campagna per accusare Kim di crimini contro l’umanità” E si spera! Si spera che il fatto che la principale fonte per la demonizzazione di Kim abbia ammesso di aver mentito possa spingere i gruppi per la tutela dei diritti umani a riconsderare la propria campagna. Può essere che alcuni movimenti per i diritti umani siano tanto corrotti quanto i media occidentali che hanno propinato al pubblico la farsa di Shin.

Pur con scarsezza di  prove, gli opinionisti americani ed europei costantemente ci ricordano che la Nord Corea è un cupo e depresso paesaggio popolato da gente che muore di fame ed è affamata di libertà. Un fotografo commerciale di Singapore, Aram Pan ha letto ed ascoltato questi crudi giudizi. Come riportato dalla testata conservatrice britannica Daily Mail lo scorso maggio:

“Quando un uomo di Singapore vede soddisfatto il desiderio di visitare la Corea del Nord, cerca di farsi coraggio per affrontare le scene di terre aride e gente veramente molto triste che ha visto in un documentario di “Panorama” sulla BBC”

Ma quello che ha trovato lo ha mandato fuori di testa per tutte le più giuste ragioni.

All’interno dell’enclave comunista nel 2013, il fotografo Aram Pam ha visto con i propri occhi mercati brulicanti di gente, uomini e donne che si divertono all’interno di un parco acquatico di foggia occidentale ed ettari su ettari di campi pronti per il raccolto, frantumando tutte le sue illusioni su cosa potesse riservare una vacanza in Nord Corea.

Sebbene si aspettasse difficoltà per  comunicare con uno stato che supponeva riservato e segreto, Il Sig. Pan ha spiegato: “Ho inviato diverse mail a molti contatti nordcoreani, tutti erano facilmente reperibili online con una facile ricerca. Un giorno uno di loro mi ha risposto ed ho incontrato una loro rappresentanza. E’ stato molto più facile di quanto mi aspettassi”

Dopo due visite, l’incongruenza delle descrizioni date dai media ufficiali con quello che effetivamente aveva avuto modo di vedere, imbarazzò Pam: “Tornando per il mio secondo viaggio, ho potuto comprendere molte cose. Ho viaggiato da Pyongyang ad Hyangsan, da Wonsan a Kumgangsan, a Kaesong e ritorno. Le cose che ho visto e fotografato mi hanno convinto che la situazione non è poi così male come mi ero aspettato”

La gente sembra condurre la propria vita quotidiana in modo semplice e tutto sembra incredibilmente normale. Qualcuno dei miei amici mi ha detto che tutto quello che ho visto deve essere falso e che quello che ho fotografato non era altro che una messinscena di massa.

Ma più riflettevo su questa prevenzione, più mi convincevo che non aveva senso… come si può fabbricare e mettere in scena miglia e miglia di campi solo perchè i miei occhi potessero vederli, come si può far fingere migliaia di persone che sembrano condurre una vita normale?

Le foto di Pan possono essere viste in questo sito: http://www.dailymail.co.uk/news/article-2638213/Tourist-took-camera-inside-North-Korea-expected-really-really-sad-people-shocked-seemingly-ordinary-lives-citizens.html.

In un altro fulgido esempio di come un alleato degli Stati Uniti sia saldamente onorato al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, la Repubblica della Corea (la Corea del Sud n.d.t.), il vicino meridionale capitalista della Corea del Nord, ha espulso l’americana-coreana Shin Eun-Mi per aver “lodato” la Corea del Nord in alcune conferenze a Seoul. Secondo un articolo della scorsa settimana del  Deutsche Welle La Signora Shin, nativa della California e con nessun legame di parentela con Shin Dong hyuk “ha fatto arrabbiare le autorità della Corea del Sud quando ha detto che un certo numero di nordcoreani che vivono nella Corea del Sud sarebbero ritornati volentieri nella loro patria, causa della difficoltà di vivere nel Sud. La Signora Shin ha anche detto che molti nordcoreani sono fiduciosi che il nuovo giovane leader della nazione comunista possa migliorare la qualità della vita del “regno eremita”.

La scrittrice ha inoltre tessuto le lodi della birra nordcoreana che ha detto essere molto meglio delle insipide birre del sud.
Sembra proprio che preferire la birra nordcoreana possa portarti in galera per più di dieci anni.

Precedentemente, in Dicembre, la Signora Shin ha subito un attentato alla propria vita ad opera  di un liceale, il quale gli ha tirato addosso un ordigno esplosivo autocostruito per protestare contro un suo discorso. (Potete vedere l’attentato a questo link ) Un giornalista conservatore ha subito raccolto 17.000 dollari per la difesa del terrorista. La polizia del luogo ha fermato e tratenuto la Signora Shin per muoverle contestazioni con riferimento ai discorsi tenuti dalla medesima, come racconta il Wall Street Journal. Suppongo sia questo il modo in cui gli alleati degli Stati Uniti onorino il rispetto dei diritti umani.

Non sorprende che questo tipo di controinformazione, considerata in conflitto con quella ufficiale, sia assente oppure seppellita nelle ultime pagine nei media occidentali. Ma in prima pagina spiccherà l’intrusione informatica nei dati della Sony, gigante dell’intrattenimento. Dopo che i media che si nutrono dell’altrui disgrazia hanno spremuto ogni goccia di scandalo e pettegolezzo sui contenuti riservati, ormai divenuti pubblici, un’onda di indignazione è montata in tutti gli Stati Uniti. Legando in modo inconsistente il tentativo di pirateria all’altro stupido e volgare film che la Sony stava per far uscire, l’informazione ufficiale e gli opinionisti hanno puntato un minaccioso indice contro la Nord Corea. Hanno piratato la Sony, ha proclamato il Presidente Obama, e il governo ha le prove.

Le società che si occupano di sicurezza in internet, di regola sotto osservazione da parte di un cliente importante come il Governo degli Stati Uniti, hanno invece insistito che lo stesso Governo era in errore. Hanno evidenziato diverse incongruenze che non solo hanno posto in dubbio che la Nord Corea fosse coinvolta ma che era impossibile che potesse portare a termine un’operazione simile. E’ stato invece ipotizzata l’azione di un soggetto che ha agito dall’interno della compagnia.

Con l’usuale insolenza, il governo ha replicato che le cose stavano in modo differente, ma non potevano rivelarne le ragioni per non mettere a rischio la sicurezza nazionale.

Più tardi, fonti ufficiali del governo hanno asserito di aver fatto intrusione nella rete internet controllata dalla Nord Corea qualche tempo prima e per tale motivo hanno avuto prove lampanti del loro coinvolgimento. Stranamente, tale intrusione non è però servita a mettere sull’avviso la Sony di questo pericolo.

Nei panni degni di un bulletto di scuola, il Governo degli Stati uniti ha oscurato internet per la Nord Corea per un giorno o due. Nello stesso tempo rifiutava di ammettere la propria trasgressione. E fecero seguire altre sanzioni.

Per converso, fonti ufficiali nordcoreane, spesso accusate di irrazionale aggressività, suggerirono con calma che le due nazioni stabilissero una commissione d’inchiesta paritetica per indagare l’asserito ruolo della Nord Corea nel pirataggio ai danni della Sony. Il suggerimento fu ignorato.

Un film idiota della Sony, “L’intervista” fu messo al centro della scena in questo polverone. La Sony furbescamente produsse il film che dipingeva il crudele assassinio di Kim Jong-un probabilmente senza timore che la Corea del Nord potesse reagire. I manager della Sony, usi a viaggiare nello stesso mondo di finzione filmica come l’ex presidente Ronald Reagan, tentarono di fomentare la pazzia isterica e xenofobica dei primi film Holliwoodiani sul terrore rosso: “L’invasione degli Ultracorpi, Tramonto rosso 1 e Tramonto Rosso 2”. In effetti basterebbe solamente rifarsi a Tramonto Rosso 2 per allontanare anche la più remota ipotesi di una improbabile reazione nordcoreana. Senza dubbio i capi della Sony previdero che fanatici paracadutisti sarebbero calati su loro studios per punirli di quell’assassinio “virtuale”

Gli esperti dei media abboccarono all’esca della Sony. Fu costruita una vera e propria campagna per diffondere quella volgare e stupida pellicola e sollecitarne la visione come atto di sfida verso la Nordcorea. Era come se ci venisse chiesto di raccontare barzellette sulle scorregge per dimostrare la nostra devozione alla libertà di parola.

Tutti coloro che sono stati coinvolti in questa farsa dovrebbero sentirsi in imbarazzo.

Svillaneggiare la Corea del Nord è un’ossessione diplomatica. Tuttavia, sebbene la Repubblica Popolare e Democratica di Corea non prenda alla leggera insulti ed offese, essi nel passato si sono offerti di rimpatriare senza condizioni i cittadini statunitensi accusati od incarcerati per atti illeciti (I predicatori evangelici sono adusi a violare le leggi, determinati come sono a portare la Cristianità ai pagani. Come i missionari degli antichi imperi, essi servono entrambi i loro signori – Dio e l’Imperialismo –  per domare i miscredenti). Si sono solo limitati a chiedere in passato che gli Stati Uniti mandassero alti funzionari per facilitare il rimpatrio. Per chiunque in sintonia con sottigliezze diplomatiche, questa è una prassi volta a mantenere le due parti su un piano di parità, senza che una delle due debba apparire sottomessa. Chiaramente la Corea del Nord ha tentato di aprire tale negoziazione. Ad ogni buon conto, gli Stati Uniti non si sono fatti sfuggire l’occasione per ignorare e rimbalzare l’offerta. Qualche volta inviarono una figura pubblica senza poteri ad osservare il rimpatrio, Qualche altra volta inviarono una funzionario governativo di bassa caratura.

Nel novembre dello scorso anno, la Corea del Nord ha tentato di rilasciare gli ultimi due cittadini statunitensi – un provocatore ed un fanatico religioso. Chiesero nuovamente un’addetto ufficiale di gabinetto che prendesse in consegna i prigionieri. Gli Stati Uniti inviarono invece James Clapper, direttore dell’intelligence nazionale. In un’intervista con il Wall Street Journal, Clapper disse senza mezzi termini che i funzionari della Repubblica Democratica e Popolare di Corea volevano discutere di argomenti seri: “I nordcoreani sembrarono delusi quando arrivai senza avere in mano proposte più ampie di pacificazione – ha detto. Allo stesso tempo non chiesero nulla di specifico in cambio del rilascio dei prigionieri.” Ma Clapper non aveva nulla da offrire. Nelle sue parole: “Si aspettavano qualche nostro grosso passo in avanti, che offrissi una grossa trattavita, che so, un riconoscimento, un trattato di pace o quant’altro. Naturalmente non ero lì per farlo, e così rimasero delusi, mettiamola così.”

Dopo una cena di tre ore che ha seguito il suo arrivo, Clapper ha presentato ai funzionari una laconica lettera del Presidente degli Stati Uniti  scritta solo in Inglese in cui si salutava il rilascio dei prigionieri come “gesto positivo”. “Il Generale Kim Young Chol sembrò esser stato preso alla sprovvista quando gli fu consegnata la lettera” ha detto Clapper.

C’è da stupirsi che i funzionari nordcoreani fatichino a capire le ragioni degli USA? I funzionari americani sono semplici arruffoni o pervicacemente determinati a rovesciare il governo della Repubblica Democratica Popolare di Corea? Decenni di ostilità suggerirebbero la seconda ipotesi.

Zoltan Zigedy – zzs-blg.blogspot.it/

Per leggere tre articoli molto buoni sulla Repubblica Popolare Democratica di Corea, vedere:
(su “L’Intervista”) http://www.huffingtonpost.com/dan-kovalik/the-problem-with-the-inte_b_6456322.html
Framing the DPRK: the US Still Cannot be Rational, forthcoming in Marxism-Leninism Today
(sull’economia della RPDC) http://mltoday.com/western-media-get-north-korean-economy-wrong

 

Africa: Gli agro-imperialisti fanno man bassa di terreni agricoli da: www.resistenze.org – osservatorio – mondo – politica e società – 08-02-15 – n. 530

Lyès Menacer | michelcollon.infoTraduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

27/01/2015

Il continente africano, che possiede da solo un quarto delle terre fertili mondiali, concentra il 41% delle transazioni fondiarie, su un numero totale di 1.515 transazioni nel mondo, secondo una recente relazione dell’ONG ActionAid International datata fine maggio 2014. “Dal 2000, più di 1.600 transazioni su larga scala sono state documentate, su una superficie totale di 60 milioni di ettari”, ha dichiarato l’ONG che ha precisato che “è probabile anche che un buono numero di acquisizioni di media o grande portata rimangano ad oggi non documentate, né quantificate”. Questa relazione di una ventina di pagine intitolata “La Rapina delle terre: come il mondo apre la via agli accaparramenti delle terre da parte delle imprese” ci rivela infatti l’ampiezza di questo fenomeno che minaccia non soltanto la sopravvivenza di milioni di persone nel mondo, ma anche gli ecosistemi, le foreste e le specie animali in pericolo di estinzione.

L’ONG si è enormemente interessata all’Africa, poiché questo continente è diventato la nuova attrazione delle multinazionali, dei fondi pensione e dei grandi gruppi agroalimentari che hanno acquisito, con le complicità dei governi locali, milioni di ettari di terre coltivabili.

Anche gli Stati si sono messi a comperare le terre fertili, per soddisfare i loro fabbisogni alimentari e produrre biocarburanti. L’Arabia Saudita, il Qatar, l’India sono spesso citati nelle relazioni di queste ONG, che tirano in ballo anche le grandi potenze come gli Stati Uniti, alcuni Stati membri dell’Unione europea (Francia, Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi) e, da qualche anno, la Cina, che vuole avere la sua parte in Africa per soddisfare la sua domanda interna. Nell’Africa subsahariana, regione insicura e a forte instabilità politica, l’accaparramento delle poche terre fertili è stato realizzato dalle autorità che hanno privato migliaia di contadini della loro principale risorsa di sopravvivenza.

Il sequestro delle terre è stato facilitato dall’assenza degli atti di possesso che questi contadini non hanno mai potuto far valere, in una regione in cui i beni sono gestiti dai capi tribù.

Stati in guerra, paese da vendere?

Nell’Africa subsahariana, il 10% di queste terre coltivabili è registrato nei registri ufficiali. Sotto la copertura del rilancio dell’agricoltura per sradicare la carestia che sconvolge regolarmente la vita di milioni di persone in questa zona arida, i governi locali hanno ceduto quasi ad un prezzo simbolico centinaia di migliaia di ettari ai produttori di biocarburante. Questo fatto è stato denunciato da numerose ONG, tra le quali Grain che è costantemente oggetto di attacchi da parte di alcuni paesi acquirenti di queste terre.

È facile constatare che i paesi indicati come quelli che si fanno passare per investitori sono gli stessi che attualmente sono scossi dai conflitti politici e dalle guerre etniche e religiose. Si può citare il Sudan del Sud, la Repubblica Democratica del Congo (RDC o Congo-Kinshasa), il Sudan, la Sierra Leone, il Mozambico, la Liberia, la Tanzania, il Kenia, lo Zimbabwe, la Nigeria e la Repubblica Congolese (Congo-Brazzaville). L’Isola Rossa (il Madagascar) che ha vissuto una crisi politica nel 2009, dopo una protesta contro la vendita di 300.000 ettari di terre all’impresa sudcoreana Daewoo, resta un obiettivo dei predatori di terre fertili.

In altre parole, oltre alla guerra per il controllo dei giacimenti petroliferi e minerari in questi paesi, un’altra guerra si svolge lontano dagli sguardi e dalle curiosità dei media, che spesso vedono nella rivolta dei poveri in Africa soltanto delle violenze tribali per lo sfruttamento delle fonti d’acqua e delle zone di pascolo. Tuttavia, decine di persone, tra agricoltori ed allevatori, subiscono la repressione dei propri governi, che li cacciano a colpi colpi di polvere da sparo e di bulldozer dai territori che occupano da secoli. Territori che non sono soltanto spazi di vita economica, ma di culture ancestrali. Le sommosse della fame che hanno scosso Maputo nel 2010 non hanno impedito dal governo di cedere 6,6 milioni di ettari agli Stati Uniti ed a società straniere. Il Mozambico dispone di 36 milioni di ettari di terre coltivabili, cioè il 46% del suo territorio, di cui soltanto il 10% è sfruttato.

Anziché approntare una politica agrario-alimentare che garantisca la sicurezza alimentare, il governo Maputo preferisce cedere le sue terre all’industria distruttiva dei biocarburanti. Nel frattempo, secondo le cifre ufficiali delle ONG dell’ONU, il 40% dei mozambicani soffre di malnutrizione.

La Repubblica Democratica del Congo (RDC) non ha fatto eccezione, poiché il 50% delle sue terre fertili è passato sotto il controllo di paesi stranieri e delle imprese internazionali che sono più interessate dallo sfruttamento il sottosuolo che all’agricoltura, senza pagare tasse o diritti.

E quando devono pagare, le somme sono irrisorie e vanno per lo più a vantaggio dei membri del clan al potere. È il caso anche della vicina Repubblica congolese, che ha ceduto il 46% delle sue terre fertili agli stessi predatori che sono alla ricerca di ogni porzione di terreno coltivabile, che sia per l’industria agroalimentare o per nutrire la popolazione del paese acquirente, come nel caso dell’Arabia Saudita e del Qatar, due paesi desertici che importano tutti i loro prodotti alimentari. Questi due paesi hanno acquisito, al prezzo della repressione condotta dal governo di Addis-Abeba contro i contadini e gli allevatori, decine di migliaia di ettari per soddisfare la loro domanda interna di frutta e verdura. Le denunce dei massacri orchestrati dall’esercito etiopico per dissodare il terreno “agli investitori” sono rimaste lettera morta.

Chi sono gli acquirenti?

“Gli Stati Uniti sono all’origine della maggior parte degli investimenti portati a termine (7,09 milioni di ettari), seguiti dalla Malesia (3,35), dagli Emirati Arabi Uniti (2,82), dal Regno Unito (2,96), dall’India (1,99), Singapore (1,88), Paesi Bassi (1,68), Arabia Saudita (1,57), Brasile (1,37) e Cina (1,34)”. Tutti questi paesi sono presenti nel documento reso pubblico da ActionAid International, che cita Land Matrix, un organismo indipendente che dispone di un ricco archivio delle transazioni fondiarie registrate in tutto il mondo.

Oltre agli Stati acquirenti, gli organismi finanziari, i fondi investimento e i gruppi industriali che sono stati molto toccati dalla crisi economica del 2008, hanno orientato il loro interesse verso questo mercato.

“Uno studio condotto dalla Deutsche Bank Research mette in luce l’esistenza di tre grandi gruppi di attori economici implicati nel settore dei terreni agricoli: i governi, che cercano di acquistare terreni all’estero per assicurare le loro riserve in prodotti alimentari ed energia, le imprese agricole che cercano sia di aumentare la loro produzione, sia di integrare la catena d’approvvigionamento, e gli investitori finanziari” aggiunge sempre lo stesso testo. Gli attori influenti delle industrie minerarie, delle imprese del turismo e delle concessioni forestali non sono restati lontani da questa battaglia che causerà, a lungo termine, una grande esplosione sociale nel continente. “Lo studio mostra che questi attori non agiscono in modo isolato. Viene aggiunto nella relazione di ActionAid International che, facendo pressione sulla terra, gli interessi di uno dei gruppi di attori motiveranno le azioni degli altri gruppi”.

I contadini dei paesi africani provano ad organizzarsi, aiutati dalle ONG che tentano alla meno peggio di dare l’allarme all’opinione pubblica internazionale e alle alte istanze dell’ONU. Una battaglia che, per il momento, è in molti casi compromessa, con le varie dittature locali che reprimono ed imprigionano tutti coloro che osano mettersi contro ciò che è chiamato progetto d’investimento, sviluppo sostenibile, rilancio economico, ecc.

 

Expo, e se alla Scala avessero ragione i «ribelli»? Fonte: il manifesto | Autore: Luciano Muhlbauer

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Chissà se alla fine il Turan­dot andrà in scena il Primo Mag­gio. Il Sovrain­ten­dente Pereira ne sem­bra con­vinto e, infatti, non sarà facile per i dele­gati e lavo­ra­tori «ribelli» resi­stere. Con­tro di loro si è sca­gliata un vera e pro­pria armata isti­tu­zio­nale, dai ver­tici nazio­nali del loro sin­da­cato, cioè la Cgil, fino allo stesso Renzi, che alla maniera dei bulli ha annun­ciato in diretta tv prov­ve­di­menti con­tro i «boi­cot­ta­tori». E poi, non c’è sol­tanto il bastone delle minacce, ma anche la carota del «lavo­rate e in cam­bio dedi­chiamo la serata alle morti sul lavoro». Argo­mento potente, sem­pre tirato in ballo quando serve una foglia di fico, ma soli­ta­mente dimen­ti­cato quando si tratta di pren­dere deci­sioni concrete.

Nella vicenda sca­li­gera c’è qual­cosa di ter­ri­bil­mente sim­bo­lico, qual­cosa che rispec­chia lo sta­tus e il valore che il discorso domi­nante asse­gna oggi al lavoro e a chi lavora. E non mi rife­ri­sco al que­sito se sia ammis­si­bile che si possa lavo­rare il primo mag­gio, per­ché da sem­pre, anche in tempi ben migliori per i lavo­ra­tori, c’è sem­pre stato chi ha dovuto lavo­rare per assi­cu­rare alcuni ser­vizi, così come c’è chi da sem­pre lavora a natale, a pasqua o a fer­ra­go­sto. No, il punto vero è un altro, cioè che a nes­suna isti­tu­zione sia venuto in mente che magari non era il caso di far coin­ci­dere l’inaugurazione di Expo con il Primo Maggio.

Una svi­sta che la dice lunga, ma che fa il paio con l’approccio gene­rale di Expo in mate­ria di lavoro, assunto sem­pre e sol­tanto come costo da com­pri­mere e fat­tore da ren­dere fles­si­bile e docile. E così, que­stioni come i diritti o la dignità delle per­sone fini­scono in fondo alla lista delle cose impor­tanti, un po’ come suc­cede nella Welt­an­schauung di Mar­chionne o nello Jobs Act di Renzi. Già, per­ché se è ovvio che i posti di lavoro legati a un evento che dura sei mesi siano a tempo deter­mi­nato, un po’ meno ovvio è che si fac­cia dum­ping sullo stesso con­tratto pre­ca­rio, inven­tan­dosi forme con­trat­tuali crea­tive come quella di «appren­di­sta di Ope­ra­tore di Grande Evento» oppure spon­so­riz­zando inde­cenze come l’«apprendistato in som­mi­ni­stra­zione». Poi c’è ovvia­mente anche tutto il resto, dagli stage alla for­ma­zione on the job, per finire con quel famoso lavoro gra­tuito, che oltre­passa peri­co­lo­sa­mente il con­fine tra volon­ta­riato e lavoro non retribuito.

Ebbene sì, Expo è anche una grande fiera della pre­ca­rietà, che peral­tro estende i suoi effetti nello spa­zio e nel tempo, gra­zie a accordi e dero­ghe come quelli pro­mossi da Regione Lom­bar­dia. È col­pi­sce quanto in tutta que­sta vicenda siano state fle­bili o iso­late le voci cri­ti­che e che pra­ti­ca­mente tutti que­sti accordi, avvisi comuni e pro­to­colli, a livello mila­nese e regio­nale, por­tino la firma dei sin­da­cati con­fe­de­rali, i quali oscil­lano tra la subal­ter­nità più com­pleta e il ten­ta­tivo di limi­tare i danni.

Ecco, il qua­dro gene­rale è que­sto e la vicenda sca­li­gera, al di là delle sue ovvie e legit­time spe­ci­fi­cità, andrebbe letta in quest’ottica. Peral­tro, non c’è solo la Scala, ma c’è maretta anche tra i lavo­ra­tori dell’Atm e di altri ser­vizi pub­blici, poi­ché Expo chiede di lavo­rare di più, ma poi non si capi­sce se ci siano i soldi per con­tratti e straordinari.

Insomma, quei ribelli della Scala che oggi ven­gono sot­to­po­sti a un igno­bile lin­ciag­gio media­tico forse non hanno tutti i torti, anzi, hanno ragioni da ven­dere. Comun­que vada a finire con il Turan­dot, Milano dovrebbe rin­gra­ziarli, per­ché hanno ricor­dato a tutti che lavoro deve fare rima con dignità e diritti, anche in tempi di crisi e Expo.

“Lo scontro aperto da Tsipras toglie giustificazioni a chiunque. Niente spazio per le ambiguità”. Intervista a Raffaella Bolini Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

L’iniziativa del 14 febbraio ha un valore straordinario da un punto di vista storico, mette insieme forze molto eterogenee tra loro. Insomma, un piccolo miracolo. 
Mette insieme le forze che in modo diverso in questi anni non hanno perso la capacità di pensare che un’altra Europa è davvero possibile. C’è il sindacato che ha resistito nelle piazze soprattutto nell’ultimo periodo, ci sono i movimenti sociali, ci sono i soggetti politici e le associaizioni. Alla manifestazione hanno aderito tutti. E’ stata una manifestazione convocata in una settimana. Succede in pochi rari momenti. Momenti in cui hai la sensazione che la storia sta cambiando e in cui fare la propria parte ha un senso. Sappiamo benissimo che siamo stati tutti inadeguati in questi anni. Non ce l’abbiamo fatta a essere all’altezza della sfida che l’Europa della Troiika ha posto a tutti, ma questa vicenda della Grecia ovviamente apre una breccia. Se non fossimo stati capaci di metterci insieme e di metterci al fianco di Tsipras nella sua lotta contro la Troika, che ha dell’eroico, non avremmo avuto nemmeno il coraggio di guardarci in faccia. E’ il tempo questo. E’ il tempo in cui noi e i popoli d’Europa siamo la vera arma di Tsipras per essere più forte di fronte ai poteri forti. Tsipras è una possibilità per noi. E dimostra come si può provare, bisogna provare ad essere all’altezza. Chi viene in piazza sabato starà dentro questa storia e contribuirà a farla. L’Europa sta davvero di fronte a un bivio e si può aprire una strada nuova rispetto alla strada che abbiamo seguito finora, che invece ha distrutto diritti, democrazia e dignità. Ma, non dimentichiamolo, è una storia che si può chiudere anche brutalmente. Siamo piccoli, siamo insufficienti ma sappiamo pure che, come abbiamo visto in Grecia quando i piccoli si mettono insieme, e si mettono non solo ad avere le idee giuste ma a fare le cose giuste, possono cambiare la storia. Adesso è il turno nostro. Stiamo con la Grecia e stiamo con la nostra gente che ha bisogno di una speranza.

Ad Atene il colpo d’occhio della piazza la sera dei festeggiamenti era molto bello, con tanti giovani. Tsipras è riuscito a mettere insieme le lotte sociali e il bisogno di un ricambio della classe dirigente, quello che noi chiamiamo rottamazione.
Per quello che ho visto in questi anni, perché in Grecia sono stata diverse volte anche nei momenti duri, le categorie che loro hanno usato non c’entrano niente con la nostra politica. In quella piazza c’erano i giovanissimi abbracciati con gli anziani, c’erano i lavoratori e gli studenti. La ricetta che loro hanno usato non è quella della rottamazione. Loro hanno usato una formula molto semplice, nel momento in cui le persone perdevano tutto si sono messi pancia a terra tutti a lavorare nei quartieri per offrire una solidarietà e stare vicino a chi provava l’orrore e la frustrazione di verder sparrire la propria vita. E si sono inventati un modo per stare nei quartieri che non è stato quello dell’asistenza ma quello di ridare dignità alle persone attraverso la solidarietà. Hanno costruito emancipazione popolare. In piazza non c’erano i militanti antichi ma i militanti nuovi, quelli che attraverso la sofferenza hanno trovato non solo aiuto ma si sono messi a disposizione degli altri. Non hanno vinto attraverso il consenso televisivo e con un leader di bella presenza. Il consenso è quello che hanno costruito stando giorno per giorno nei quartieri e praticando l’emancipazione popolare. Penso che sia questa la lezione che ci danno.

Il quadro europeo delle mobilitazioni, come ti sembra?

In Europa la vittoria di Tsipras sta creando uno spartiacque perché niente sarà più come prima. I sindacati tedeschi si sono schierati dalla parte di Tsirpas, la Ces ha fatto una dichiarazione di pieno appoggio a un governo, quello greco, cosa che un sindacato normalmente non fa. Cambia lo scneraio europeo. Loro hanno aperto la strada alla speranza, stanno facendo una lotta difficile. E questo è un momento drammatico in cui questa speranza può dare la forza e il coraggio per riuscire a fare in modo che si allarghi. C’è una condizione però, quella di riuscire a stare insieme. Non si può pensare di riuscire ad intercettare una frustrazione popolare come quella che c’è pensando che ognuno va a piantare la propria bandierina. Ognuno di noi sa che da solo non può farcela. Insieme si può aprire una pagina nuova. Lo scontro aperto da Tsipras toglie giustificazioni a chiunque. Non c’è più spazio per le ambiguità. Sono contenta che il 14 febbraio forse tutta la parte democratica di questo paaese ha scelto di stare dalla parte di Tsipras.

Per ora siamo nell’agenda dello scontro tra Grecia e Troika, c’è però l’esigenza di costuire una agenda italiana…
E’ anche vero che ci sono dei momenti topici. E se si riesce a fare vedere che la Grecia non è sola si può affermare dentro quell’Eurogruppo il fatto che un paese considerato periferico riesce a spostare i poteri forti europei. Questo cambia anche l’agenda nostra. Dopo di che sono d’accordo con te, noi abbiamo il dovere di fare la nostra agenda. E non è che non c’è niente in campo, a cominciare dalla racolta firme per la legge di iniziativa popolare per l’abrogazione del pareggio di bilancio e perché vengano riconosciuti i diritti costituzionali sui bisogni essenziali e poi l’economia, la lotta contro il Ttip, la lotta del sindacato. Il punto però è che se continuiamo a stare frammentati senza riuscire a costruire quel campo di forze che riesce a sfondare perché sta unito è difficile vincere.