Kobane libera. Intervista a Ozlem Tanrikulu da: ndnoidonne

Intervista a Ozlem Tanrikulu, presidente di UIKI-Onlus, l’Ufficio di informazione sul Kurdistan in Italia.

inserito da Marta Facchini

Il 26 gennaio, dopo 134 giorni di resistenza agli attacchi di ISIS, Kobane è stata liberata dalle forze di difesa del popolo YPG e YPJ. Dopo quattro mesi di combattimenti, le donne e gli uomini dell’Unità di protezione popolare sono riusciti a prendere il controllo di Kobane, ricacciando i miliziani jihadisti nei sobborghi est della città. Una vittoria importante e simbolica non solo per la sconfitta di IS ma anche, e forse soprattutto, per la riconquista di quella libertà da sempre rappresentata dal sistema del Rojava.

Contro l’avanzata dello Stato Islamico, Kobane ha combattuto potendo contare solo sulle sue forze. Perché la Turchia ha impedito non solo ai profughi di varcare la frontiera ma anche il passaggio di armi e aiuti per chi continuava a resistere. E perché i raid della coalizione, anche se interessavano le aree intorno alla città, non raggiungevano una precisione tale da poter fermare l’avanzata di ISIS. Oltre alla solidarietà di movimenti internazionali, solo il Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, è intervenuto inviando armi e combattenti contro l’avanzata islamista.

Con la bandiera che sventola sulla collina di Mistenur, e prende così il posto di quella dello Stato Islamico, Kobane liberata è il segno della possibilità di sconfiggere l’ISIS. Non solo; è il simbolo della difesa dell’uguaglianza, della giustizia e dell’autodifesa del proprio territorio, il Rojava, e in questo costituisce un’alternativa politica radicale.

Ozlem Tanrikulu è la presidente di UIKIonlus, l’Ufficio di informazione sul Kurdistan in Italia, impegnato a denunciare la repressione e la violazione dei diritti cui è sottoposto il popolo kurdo, a promuovere la pace e la solidarietà tra i popoli attraverso attività di sensibilizzazione e informazione. A Roma per discutere della resistenza kurda nel Rojava, Ozlem ci parla del significato della liberazione di Kobane e del ruolo, centrale, che le guerrigliere kurde hanno ricoperto nella lotta contro l’ISIS.

Le guerrigliere kurde sono state in primo piano nella lotta contro l’IS. Puoi parlarci del ruolo che le donne ricoprono nella cultura kurda e nella lotta armata?

Nel movimento curdo, le donne stanno prendendo parte alla lotta per l’autodeterminazione in tutti i settori della società. Le forze di difesa sono solo uno dei vari ambiti. Il lavoro di controinformazione e di denuncia, il lavoro di cura e di sostegno insieme al lavoro per la pace – come quello svolto dalle organizzazioni sociali delle donne, dalle cooperative, dalle “madri per la pace” ad esempio -, seppure possa essere visto come l’esercizio di un ruolo più tradizionalmente femminile, mostra la strada verso nuovi rapporti di genere basati sulla libertà e liberi dall’oppressione. Ne fa parte anche la scelta della co-presidenza, ossia la doppia rappresentanza di genere per ciascun incarico di responsabilità, dal punto di vista militare così come per le cariche elettive. Nelle sue analisi, il nostro presidente Öcalan ha chiarito come la donna sia sottoposta a una doppia oppressione, come curda e come donna, un’oppressione trasversale, ma come nell’antichità non fosse così, poiché le donne godevano di molta libertà e autonomia. A livello pratico, nell’attività politica rivoluzionaria all’interno del movimento kurdo, le donne hanno trovato uno spazio di libertà che ha permesso loro di conquistare rispetto e dignità e di affrancarsi dai ruoli subordinati tradizionali. Le donne hanno saputo dimostrare di valere quanto e anche più dei loro compagni maschi. C’è ancora molto da fare ovviamente, perché la mentalità feudale saldata alla modernità capitalistica è molto pervasiva, nessuna e nessuno ne è totalmente immune.

A tuo parere, che conseguenze comporta la liberazione di Kobane?

La liberazione di Kobane è un bellissimo risultato al quale siamo arrivati grazie alla determinazione e all’eroica resistenza della popolazione, della città e dei tanti che sono accorsi in suo sostegno, nonostante le difficoltà poste al confine dalla Turchia. Ma non è finita qui. I villaggi intorno alla città sono ancora in mano a ISIS così come proseguono i combattimenti per liberare la regione di Şengal in Iraq, il monte sacro agli Ezidi, e le altre zone in mano ai terroristi. Dunque, sono ancora valide e urgenti le richieste di un corridoio umanitario per portare aiuti alla popolazione civile e per ricostruire oggi la città di Kobane. Riconoscere i cantoni del Rojava e ciò che a livello sociale stanno praticando, e isolare quei paesi che ancora sostengono e supportano le bande di ISIS, paesi che non hanno a cuore la pace e i diritti dei popoli, ma che perseguono i propri interessi. Serve, dopo la liberazione di Kobane, un cambiamento nella politica della regione senza il quale non si potrà arrivare alla pace e alla stabilità.

L’intervista integrale a Ozlem Tanrikulu sarà pubblicata sul numero cartaceo di marzo.

| 09 Febbraio 2015

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Kate Chopin: “Una donna rispettabile” – 165 anni fa nasceva Kate Chopin. Romanziera americana trascurata dalle antologie, Kate viene considerata, negli States, una delle madri del femminismo del Novecento…. (Continua)

Kobane libera. Intervista a Ozlem Tanrikulu – Intervista a Ozlem Tanrikulu, presidente di UIKI-Onlus, l’Ufficio di informazione sul Kurdistan in Italia…. (Continua)

E’ nato il Gender Jihad – Presentato alla Casa internazionale delle donne (Roma): “Femminismi musulmani. Un incontro sul Gender Jihad” (Fernandel editore), libro curato da Ada Assirelli, Marisa Iannucci, Marina Mannucci, Maria Paola Patuelli… (Continua)

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Kate Chopin: “Una donna rispettabile” da: ndnoidonne

Dalla rete: Arti, Musica e Cultura

165 anni fa nasceva Kate Chopin. Romanziera americana trascurata dalle antologie, Kate viene considerata, negli States, una delle madri del femminismo del Novecento.

inserito da Marta Mariani

L’8 febbraio del 1850, nel Midwest, nasceva l’autrice americana Katherine O’ Flaherty, meglio conosciuta come Kate Chopin – perché sposa, appunto, dell’imprenditore cotoniero Oscar Chopin.

Originaria dell’Irlanda da parte di padre, e discendente dei primi coloni franco-canadesi dell’Alabama per parte di madre, Kate nacque a St. Louis, l’attuale Missouri, dove morì nel 1904.

Intrigante scrittrice di novelle, la Chopin viene elogiata e ricordata principalmente per il suo romanzo del 1899: “Il Risveglio” (The Awakening), un’opera americana sopraffina – almeno quanto la “Madame Bovary” di Flaubert. Anche “Il Risveglio”, infatti, racconta il tragico adulterio di Edna Pontellier. Edna è ancora una donna avvenente, purtroppo già moglie di un ricco uomo d’affari e ormai madre di due figli. Quando si innamora follemente di Robert, non sa scegliere fra passione e dovere. Dilaniata, Edna cerca invano di risolvere un dilemma sentito come lacerante (fatto di apprensioni sulla reputazione, preoccupazioni d’orgoglio e promesse sociali), in cui, tuttavia, ad avere la meglio sarà una cieca disperazione.

Disperazioni e depressioni, appunto (registrate e descritte dalla Chopin con una minuziosa attenzione che non trascura dettagli e sfumature), quando anche possono dirsi fioriture romanzate, hanno qualcosa di autobiografico.

Oscar Chopin morì nel 1882. In quell’anno Kate rimase vedova, e per di più, fu sommersa dai debiti del defunto marito. Già abbattuta per la recente perdita della madre, Kate, poco più che trentenne, conobbe una terribile depressione. Se da quest’ultima non si lasciò sopraffare fu solamente per una geniale intuizione dell’ostetrico di famiglia Frederick Kolbenheyer. Egli, riscontrando in lei delle insolite capacità letterarie, e ravvisando in queste stesse delle potenzialità sia economiche, sia terapeutiche, Kolbenheyer disse alla Chopin di mettere nero su bianco i suoi moti interiori. Le consigliò di dare sfogo ai suoi accessi malinconici per fiumi e fiumi di inchiostro. E Kate Chopin scrisse. Scrisse con costanza e pazienza.

Ecco perché la penna di Kate Chopin – abituata a sondare emozioni e sentimenti – anche nei racconti più brevi, ha la precisione di un bisturi e la tenacia del diamante. Si legga, a conferma, un frammento della short story intitolata: “Una donna rispettabile”.

«L’animo di lei [Mrs Baroda] afferrava appena e vagamente quanto lui diceva. Sentiva predominare in lei, per il momento, il corpo. Non stava pensando a quelle parole, si stava come abbeverando al suono di quella voce. Voleva riuscire, nel buio, a contattarlo – sfiorandolo lievemente con le estremità dei polpastrelli – forse sul volto o sulle labbra. Voleva avvicinarsi a lui, bisbigliare sulla sua guancia qualcosa – non importava cosa – così come certamente avrebbe fatto, se non fosse stata una donna rispettabile. Fortissimo, quell’impulso che la conduceva irresistibilmente a lui, in realtà, la portò ad andarsene…».

Il nome di Kate Chopin, lo si vede, dovrebbe suonare forte quanto i cognomi di Chateaubriand, Flaubert o Balzac; dovrebbe riecheggiare sugli oceani e riconquistare quel vantaggio sul silenzio che è l’inconfondibile e necessario distintivo dei più grandi.

| 09 Febbraio 2015

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Kate Chopin: “Una donna rispettabile” – 165 anni fa nasceva Kate Chopin. Romanziera americana trascurata dalle antologie, Kate viene considerata, negli States, una delle madri del femminismo del Novecento…. (Continua)

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La giornata del ricordo: una misura del potere sovrastrutturale corrente da: www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – antifascismo – 10-02-15 – n. 530


Lorenzo Soli | senzatregua.it

10/02/2015

«In Italia nessuno potrà essere antifascista, perché l’antifascista non può essere italiano.» Roberto Farinacci, segretario PNF (1925-1926)

Introduzione

Con il crollo del blocco sovietico alla fine del secolo scorso e l’ampliamento incontrollato dell’egemonia capitalistica nel contesto globale, si è potuto vedere un portentoso incremento della propaganda anticomunista in ogni ramo dell’educazione e della vita pubblica, tesa essenzialmente a consolidare i rapporti di forza e le divisioni di classe esistenti. Essa ha avuto conseguenze notevoli, riuscendo efficacemente in una complessiva operazione di rimodellamento dei valori e della mentalità individuale e collettiva delle diverse società (soprattutto quelle occidentali), sfruttando al contempo l’assenza di una controparte che fosse in grado di tenerle testa sul piano ideologico e intellettuale, ma anche solo sul semplice piano dell’analisi e della contestualizzazione di determinati fatti o di determinate dinamiche.  L’Italia, naturalmente, non è stata da meno a questo processo. A causa poi della passata presenza del partito comunista più forte del mondo capitalistico avanzato e alla sua successiva liquidazione interna, si è venuta a generare una situazione di assoluta confusione e di assoluta incomprensione dei fatti storici che si stavano, e che tutt’ora si stanno, evolvendo.

Il Fronte della Gioventù Comunista, in questo senso, parte dalla concezione di Antonio Gramsci secondo cui la lotta a livello pratico, che si manifesta tramite l’azione organizzata e cosciente della classe operaia e delle masse popolari, non si può dissociare da una intensa attività intellettuale tesa a sovvertire l’egemonia culturale del sistema vigente, perché se è vero che la struttura capitalistica si regge su precise logiche che tutti avrebbero la possibilità di analizzare e di criticare, di fatto questa stessa è cementificata da tutta una serie di concezioni e condizioni culturali, confacenti a mantenerla in piedi in nome di determinati interessi, che sviano da ogni approccio metodologico e scientifico teso ad indagare la realtà materiale che si presenta quotidianamente ai nostri occhi.

Basta porsi questo elementare ma importante quesito: quanti dei valori e delle conoscenze che ci attribuiamo e che dominano il nostro stile di vita e il nostro modo di pensare possono essere considerati genuinamente autoctoni e indipendenti e quanti invece una naturale conseguenza di una impostazione esterna, di una sovrastruttura culturale fondamentalmente irrazionale ma con delle precise finalità riscontrabili nel mondo reale?

Uno dei campi più colpiti da questo revisionismo e debellamento di ogni corrente opposta al totalitarismo corrente del Capitale è stato certamente lo studio della storia. La filosofia marxiana si fonda come scienza fondamentalmente storica, di analisi della storia come corpo in evoluzione determinato dalle condizioni materiali esistenti, dunque dall’interazione delle forze socio-economiche derivanti dal grado di sviluppo delle forze produttive.

Ricordare perciò il passato partendo da adeguate contestualizzazioni e analisi dei dati, della statistica e dei fatti reali comprovati da attente documentazioni, è operazione quanto mai necessaria affinché la memoria degli eventi non sia annebbiata, ma sia la premessa per una presa di coscienza illuminante.

Oggi è il momento di analizzare il caso delle “foibe” e dell’esodo italiano dalle frontiere orientali dell’Istria e della Dalmazia, commemorate da una festa nazionale (istituita soltanto nel 2004 dal secondo governo Berlusconi) chiamata la “Giornata del Ricordo”, che ci riporta alla mente in maniera assai confusa e assolutamente fuori luogo un’altra “Giornata della Memoria” ben più importante e che di fatto, se compresa nella giusta maniera, basterebbe per scardinare già da subito questa artificiosa ricorrenza. Ma così sarebbe troppo riduttivo.

Su questo argomento è dunque necessaria, in quanto comunisti, una presa di posizione chiara e senza alcun tipo di fraintendimento, che ristabilisca delle fondamentali verità e che offra ai lettori di questo scritto una visione più ampia dei fatti e della reale portata di questa commemorazione.

La politica fascista nelle terre “irredente”

Innanzitutto partiamo dalla definizione di “foibe”, termine alquanto evocativo che ha perso totalmente la sua connotazione originaria: esse non sono altro che insenature e gole tipiche del territorio carsico della regione al confine tra l’Italia e le attuali Slovenia e Croazia.

Vediamo dunque ciò che la retorica oramai consolidatasi esplica: durante la Seconda Guerra Mondiale nei territori della Venezia Giulia, venne perpetrata dall’esercito partigiano jugoslavo e comunista di Tito una sistematica politica di pulizia etnica della comunità italiana residente che avrà come conseguenza l’uccisione di migliaia di civili e di soldati molti dei quali nei pressi delle foibe, dove venivano massacrati cadendo dai dirupi o con precedenti fucilazioni di massa, e la successiva espulsione da questi territori della comunità stessa.

Andiamo ad analizzare i fatti, partendo da uno studio su quella che fu la politica del fascismo nelle zone coinvolte durante l’arco del Ventennio.

Il fascismo, molto semplicemente, fece propria la concezione che esaltava il primato storico ed ideale della nazione come entità forte ed omogenea, il che comportava l’esclusione di tutto ciò che nella storia e nella società veniva considerato un corpo estraneo. Facendo questo, il fascismo identificò volutamente se stesso come unico rappresentante dell’Italia e degli italiani. La frase all’inizio dell’articolo di Roberto Farinacci, famoso “ras” di Cremona e poi gerarca del regime, lo esplicita in maniera inequivocabile.

L’antifascista era dunque non solo l’oppositore politico, ma chiunque non si conformasse all’idea di società imposta dal regime, creando le premesse per una persecuzione crudele e sistematica di tutta una serie di categorie sociali, quali le minoranze religiose, i sudditi coloniali, gli omosessuali e i celibi, le minoranze linguistiche ed etniche.

Sulle minoranze linguistiche ed etniche noi sappiamo che queste divennero assai consistenti dopo la fine della Grande Guerra con l’annessione al Regno delle regioni del Trentino Alto Adige e della Venezia Giulia.

Tra il 1919 e il 1939 circa il 2% della popolazione era formata da queste minoranze, che vennero poste dal regime sotto una fortissima pressione affinché si italianizzassero e abbandonassero la loro identità e la loro cultura d’origine.

Nel dopoguerra, tra il ’18 e il ’22, i governi liberali che si susseguirono non impostarono una linea precisa per trattare la questione ed erano incerti sul da farsi. L’amministrazione militare e civile di questo periodo si impegnò soprattutto nel sostituire i quadri dei funzionari del vecchio Impero Asburgico con quelli italiani, dichiarando tra l’altro l’italiano come lingua ufficiale, ma non ci fu una vera politica persecutoria o discriminatoria legalizzata.

Nel caso della Venezia Giulia, tuttavia, ci fu fin da subito uno squadrismo fascista violento profondamente antislavo, inseritosi nella regione sulla via maestra dell’irredentismo. Venivano assaltate e bruciate associazioni culturali, politiche, sedi di sindacati e di giornali, abitazioni private.

La salita al potere di Mussolini nell’ottobre del 1922 rappresenterà una svolta permanente.

La politica del fascismo nella regione sarà dunque caratterizzata da un acceso interventismo volto a modificare il tessuto economico, la composizione demografica, la composizione linguistica, gli aspetti culturali e persino l’architettura dei centri urbani. Ciò provocherà naturalmente una alterazione di determinati equilibri e una profonda instabilità che genereranno, in un contesto comunque europeo o perfino euroasiatico, uno scontro civile senza quartieri tra vari gruppi etnici, linguistici, religiosi.

Nella regione della Venezia Giulia e in particolare in Istria convissero per secoli varie comunità: nell’entroterra era la componente slava quella maggioritaria; sulle coste invece furono perlopiù i veneti ad insediarsi che, facendo capo alla Serenissima Repubblica di Venezia, avevano il monopolio dei commerci marittimi.

Il fascismo, entrando con i suoi intenti destabilizzanti, aveva intenzione di fare della città di Trieste uno “Roma d’Oriente”, un avamposto della civiltà “italica” per un futuro espansionismo nell’area balcanica, snaturandone il suo ruolo storico di frontiera e di città cosmopolita.

Il regime dunque ridefinì il suo ruolo soltanto in maniera formale e non sostanziale, generando tutti i presupposti per i conflitti futuri, anche perché la città era già in aperto declino economico e il regime non seppe adempiere ai compiti che si era prefisso se non con la coercizione, la repressione (lo squadrismo durò praticamente per tutta la durata del regime), e una miope politica economica caratterizzata da tutta una serie di clientele e favoritismi (del resto tipici di tutta l’Italia durante il Ventennio).

La politica persecutoria nei confronti degli slavi si muoveva fondamentalmente su due linee: l’italianizzazione forzata e lo sradicamento della lingua e della cultura nella regione; la messa in crisi del sistema economico locale con una operazione di colonizzazione e di espansione delle proprietà terriere e delle imprese a capitale italiano, spesso privato.

Per la questione dell’italianizzazione un primo approccio del regime fu quello di chiudere e sciogliere istituti scolastici, giornali e associazioni di varia natura in tutto il territorio interessato. La lingua italiana era la sola lingua ufficiale e progressivamente con una serie di decreti legislativi si limitò fortemente l’utilizzo della lingua slava, non solo a livello amministrativo, ma anche nella vita di tutti i giorni (per andare al mercato, nei negozi ecc). Se gli squadristi sentivano delle persone parlare in sloveno o croato era la norma percuoterli con pugni e manganelli. Inoltre si italianizzarono i cognomi e la toponomastica.

Come già ricordato, la violenza squadrista nella regione (soprattutto in Istria) durò per tutto il ventennio. Ci fu una prima fase in cui ci si concentrò soprattutto nei centri urbani. Dal 1926, sotto il comando di Emilio Grazioli (poi tra l’altro commissario politico di Lubiana dal ’41 al ’43 e prefetto della RSI dal ’43 al ’45), venne condotta dalla Milizia fascista una repressione militare nelle campagne volta a snazionalizzare gli slavi e a impedire loro qualsiasi forma di associazionismo. Questa campagna durò fino al 1936. Da quell’anno, alla vigilia delle leggi razziali, la repressione si spostò nuovamente nelle città.

Sulle politiche economiche invece, profondamente connesse alle politiche demografiche di “sostituzione di razza a razza”, si intervenne impiantando nuove imprese italiane ed espropriando le terre migliori per darle ai coloni che sarebbero arrivati da tutta Italia. L’obiettivo era quello di avere il monopolio di tutte le attività economiche, di modificare profondamente il tessuto sociale e demografico di una area vastissima mettendo in crisi l’economia locale che si basava fondamentalmente sulla produzione e sul commercio locale, sull’autoconsumo, su una rete associativa di piccole comunità slovene e croate che lavoravano in cooperative o su piccoli appezzamenti famigliari.

Il fisico e comunista martire della Resistenza Eugenio Curiel, scriveva nel 1944: «Nel primo dopoguerra l’Istria e la Carsia erano divenute le regioni sulle quali – proporzionalmente al reddito – gravava un debito ipotecario più forte che in ogni altra parte d’Italia. I beni comunali, così necessari a un’economia in buona parte zootecnica, venivano distribuiti arricchendo i beni che i “signori” italiani avevano usurpato al contadino istriano».

In questa situazione drammatica di ridisegnamento del territorio, si verrà a creare una situazione cronica di impoverimento generale. Molti dei contadini senza più terra o spostati verso terreni improduttivi raggiunsero la soglia della proletarizzazione. Gli slavi divennero dunque braccianti o lavoratori giornalieri salariati per i padroni locali, soggetti allo sfruttamento e agli abusi dei proprietari (visto che le associazioni di lavoratori a carattere mutualistico e i sindacati vennero soppressi così come in tutta Italia), oppure si recavano nei centri costieri per trovare lavoro come operai nei cantieri navali.

Tuttavia l’intera regione, e specialmente la città di Trieste, ebbe per tutta la durata del regime un tragico primato di disoccupazione, dovuto al declino (già menzionato) e alla stagnazione produttiva dell’epoca asburgica, oltre che ad una crisi di riconversione nell’immediato dopoguerra, agli effetti della crisi del ’29, alle sanzioni economiche e più in generale alle politiche autarchiche del regime, che misero definitivamente in ginocchio l’industria locale.

Alla repressione antislava s’accompagnò dunque una fortissima repressione antioperaia. Per il regime la classe operaia fu sempre motivo di preoccupazione e visto l’alto tasso di disoccupazione e inoccupati nella regione, i lavoratori (soprattutto quelli dei cantieri portuali) venivano tenuti sotto stretta sorveglianza in un’atmosfera di intimidazione generalizzata.

Tutto questo ebbe una giustificazione aggiuntiva quando, nel 1936 e sulla scia della stagione dei “Fronti Popolari”, i comunisti della Venezia Giulia stipularono un patto di unità d’azione con il movimento nazionale rivoluzionario sloveno e croato, che implicava fra le altre cose il riconoscimento all’autodeterminazione delle popolazioni di origine slava nella regione, anche se avesse voluto dire separazione dallo Stato italiano.

I ceti borghesi della zona, oltre che i funzionari, i ceti impiegatizi e i nuovi coloni che continuavano ad arrivare, si sentirono costantemente minacciati da questa situazione potenzialmente esplosiva.

Tralasciando dunque le formazioni della MVSN, dell’OVRA e delle forze dell’ordine che avevano il compito di reprimere e di rendere esecutive le barbare ordinanze del regime, molti italiani ignorarono o tollerarono le politiche discriminatorie, chi per fede politica, chi per interesse personale o per non compromettere la sua situazione (spesso una situazione privilegiata nei confronti dei poveri, quasi tutti slavi).

Tra il 1938 e il 1939, con la promulgazione della legislazione razziale, aumentarono vertiginosamente le persecuzioni e la vigilanza nei confronti dei croati e degli sloveni. In questo periodo il Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato approvò varie condanne contro “sovversivi” o potenziali oppositori; alcuni di loro vennero fucilati.

Dal 1940 si procedette alle misure di internamento di massa di numerose persone, specialmente i giovani che erano i più attivi nelle attività clandestine e che spesso venivano torturati e liquidati fisicamente.

Trieste, inoltre, era il territorio ideale per inaugurare le politiche razziali anti-semite, data la presenza radicata di una comunità ebraica molto influente dal punto di vista economico.

Anche in questo caso, come del resto in tutta Italia, la popolazione tacque. Un silenzio tanto grave quanto le leggi stesse. La discriminazione fu totale, creando un altro popolo “ombra” che tra il ’42 e il ’43 dovette subire nella città anche una ondata di violenza che aveva come obiettivi la distruzione delle sinagoghe, dei negozi e di molte abitazioni. Una piccola “soluzione finale” che culminerà tragicamente nella costruzione del lager di Risiera di San Sabba, l’unico in Italia con le camere a gas, nel quale vennero uccisi migliaia di ebrei, sloveni, croati e partigiani della Resistenza.

Per tutte queste ragioni, la lotta armata incominciò quasi due anni prima che nel resto del paese, in una regione di confine che doveva servire al predominio italiano e alla sudditanza degli slavi, cercando di rendere permanente tale schema con lo sradicamento di queste popolazioni dai loro territori d’origine, dalla loro lingua, dalla loro cultura, italianizzandoli perché se non erano italiani non erano fascisti e se non erano fascisti non erano italiani.

Ricordare dunque queste parole di Mussolini del 1920: «Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini d’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani.»

La guerra mondiale

Mussolini lanciò la campagna di Grecia, nella speranza di condurre una “guerra parallela” a Hitler, nell’autunno del 1940, arenandosi sulle montagne albanesi in breve tempo. La primavera successiva, per finire lo stallo che si era creato, Hitler intervenne a fianco di Mussolini nella conquista della Grecia e di tutto il Regno di Jugoslavia. Anche l’Ungheria partecipò all’operazione.

Presto l’intero territorio balcanico verrà conquistato e spartito tra i vari vincitori. La Slovenia, per esempio, venne annessa completamente al Regno d’Italia, diventando la provincia di Lubiana. La Croazia divenne invece uno stato fantoccio sotto il controllo degli Ustascia, fascisti e fanatici cattolici che intrapresero fin da subito una opera di pulizia etnica nei confronti dei serbi e dei cristiani ortodossi.

L’occupazione della Jugoslavia da parte delle truppe italiane durò per 29 mesi, prima della firma dell’armistizio nel 1943, e sarà contrassegnata per sempre dalla sua brutalità, insieme ovviamente a quella nazista che si prolungò sino al 1945.

Gli italiani si macchieranno di crimini incredibili con fucilazioni di massa e azioni repressive volte a combattere la resistenza armata guidata dai partigiani comunisti. Gli italiani bruciarono e rasero al suolo interi villaggi, posero sotto tortura indiscriminatamente uomini e donne di tutte le età, vennero saccheggiate le abitazioni, requisiti i raccolti e le scorte alimentari, le donne stuprate. Alla contro-guerriglia, alla repressione dei comuni cittadini, si operò anche una politica di cambiamento del tessuto demografico delle zone di occupazioni, con le deportazioni di intere comunità nei campi di concentramento. Mussolini arrivò persino a predisporre le misure atte a far sgomberare dall’intera provincia di Lubiana gli sloveni. Una Slovenia senza gli sloveni, così come qualche anno prima aveva immaginato una Etiopia senza gli etiopi. Molti italiani non lo sanno, ma durante la guerra il regime fascista costruì un vero e proprio universo concentrazionale tra Italia e Jugoslavia. Il lager di Risiera di San Sabba è stato già citato, ma ce ne furono decine di altri. Solo in Italia e solo per la reclusione degli slavi ne vennero creati 19.

Furono imprigionati dalle 100.000 alle 150.000 unità; in più di 11.000 periranno di fame e di malattie.

L’occupazione sotto il controllo italiano, in un periodo di soli due anni (1941-1943), provocherà più di 250.000 vittime. Dal 1941 al 1945 la Jugoslavia perderà in tutto più di un 1.000.000 di persone (stime indicano anche 1.700.000, il 10% della popolazione totale).

Le foibe

Per andare un po’ a ritroso ci sono testimonianze del loro utilizzo fin dalla Grande Guerra, ed è certo che per intimidire le comunità slave gli squadristi usavano spesso la minaccia del “venire gettati” nelle foibe.

Successivamente sappiamo che vennero ampiamente utilizzate dalle forze dell’Asse, sia come depositi di armi e munizioni, sia per nascondere e liquidare rapidamente i corpi morti delle vittime dovute a fucilazioni, azioni repressive nei villaggi circostanti o a bombardamenti aerei.

Dal 1942 al 1943, per esempio, saranno utilizzate dalla cosiddetta Banda Collotti, una squadra politica locale creata dall’Ispettorato Speciale per la Venezia Giulia che getterà in varie spaccature cadaveri di persone torturate a morte. Gli Ustascia le utilizzarono per liquidare i corpi della loro pulizia etnica sin dal 1941.

Anche i partigiani jugoslavi con il procedere del conflitto armato utilizzeranno questa tattica, essenzialmente per sbarazzarsi di prigionieri che non potevano essere portati via e che dunque venivano fucilati, in quanto i combattenti operavano in unità fortemente mobili e ridotte numericamente. Ma non si utilizzavano soltanto per questa ragione. Le spaccature del territorio carsico ebbero un ruolo chiave nel determinare le strategie belliche della lotta partigiana, così come lo erano (anche se in maniera minore) per le truppe dell’Asse. La speciale conformazione di queste gole facilitavano lo spostamento di truppe guerrigliere, il loro addestramento, e l’occultamento di persone o di materiale per condurre la guerra.

Anche i civili, però, per scongiurare epidemie si sbarazzarono dei corpi delle vittime degli eccidi o dei bombardamenti nelle foibe. Infine è noto anche qualche caso in cui infiltrati tra le file partigiane appartenenti alla X Mas o ad altre formazioni, oppure fascisti che si spacciavano semplicemente per partigiani, commisero alcune “infoibature”.

È evidente che dunque c’è una impossibilità materiale nell’identificare ogni salma e ogni situazione in cui siano state utilizzate le foibe a causa del loro sfruttamento da più parti, nello stesso periodo e a più riprese. Le utilizzarono le camicie nere, i militari italiani, le SS e i soldati tedeschi, i fascisti croati e sloveni, i civili e infine i guerriglieri partigiani. Solo una minima parte è dunque ricollegabile a esecuzioni sommarie da parte di partigiani, esecuzioni che riguardavano soprattutto collaborazionisti, soldati caduti prigionieri, responsabili di azioni contro la popolazione civile, spie. Non c’è da sorprendersi però: questa fu una pratica di eliminazione del nemico attuata in ogni zona d’Europa sotto l’occupazione tedesca e che si conformava pienamente e legittimamente alla logica della guerra di liberazione.

Detto ciò non ci fu una sola ordinanza da parte dei comandi partigiani jugoslavi di compiere rastrellamenti o opere di pulizia etnica. Ci furono anche casi di omicidi arbitrari o a scopo vendicativo contro persone non identificabili, alcuni potevano essere civili, ma furono casi non dettati da alcun ordine superiore e spesso puniti dalle stesse autorità partigiane jugoslave. Significativo è il fatto che i presunti corpi gettati nelle foibe dai partigiani, riesumati successivamente, erano praticamente tutti di sesso maschile: non ci furono donne (se non qualche caso isolato) e nessun bambino; una ulteriore argomentazione che smonta l’accusa di pulizia etnica. Inoltre non si riscontrò alcun caso di persone legate assieme che vennero gettate vive dai dirupi; ciò è smentito da testimonianze oculari.

Ciò che più è paradossale in tutta questa storia è che coloro che possono maggiormente associare il loro nome a quello delle foibe sono proprio le vittime provocate dagli italiani e dai tedeschi. Nella sola Slovenia si sono contate 100 foibe differenti da cui sono stati riesumati svariati corpi, per lo più civili innocenti di origine slovena o croata.

Foibe istriane

L’Istria divenne territorio di scontro armato già dal ’41/’42. Dopo l’annuncio della resa italiana l’8 settembre 1943 il potere fascista si sfaldò rapidamente e le milizie della Resistenza jugoslava formarono dei comitati di governo locali. In questa fase vennero arrestati diversi esponenti del passato regime e diversi collaborazionisti, che diventarono prigionieri dei comitati. Queste formazioni partigiane riuscirono ad assicurarsi il controllo del territorio per circa un mese, quando le truppe tedesche tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre rioccuparono la zona. I tedeschi fecero dunque innumerevoli rastrellamenti e bombardamenti nei villaggi, deportando centinaia se non migliaia di persone, portando il totale dei morti dovuti ai combattimenti e alla repressione a più di 5.000 (alcune stime parlano di più di 10.000). In questa situazione, i partigiani in ritirata fucilarono i loro prigionieri politici e i collaborazionisti, gettandoli nelle locali foibe. Ci fu inoltre qualche caso di vendetta personale. In tutto il conto delle vittime provocate fu di 250/300. Questo conteggio viene confermato dal rapporto dei vigili del fuoco di Pola, incaricati di recuperare i corpi e di redigere un rapporto, poi nel ’45 consegnato agli angloamericani, nel quale venne scritto che si recuperarono 200 corpi, più alcune altre decine morte in circostanze non altrettanto chiare.

L’operazione era confacente all’ordinanza da parte di Kardelj, a capo del Partito Comunista Sloveno, di “epurare non sulla base della nazionalità, ma del fascismo”. Entro i limiti si rispettò a pieno questo parametro, quindi le foibe istriane rientrano pienamente nella legalità della guerra di liberazione.

Foibe triestine

La versione oramai ufficializzata dallo stato italiano porta il numero di morti durante l’amministrazione jugoslava della Venezia Giulia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale a cifre assolutamente esagerate, arrivando a più di 10.000 morti. Tra la sola foiba di Basovizza e quella di Monrupino si pone la cifra a 3.500 in totale. Per quanto riguarda quella di Basovizza, che tra l’altro non è una vera e propria foiba ma una miniera abbandonata, la lapide commemorativa oggi presente dice che vi erano 500 metri cubi di cadaveri ammucchiati. A parte la strana unità di misura per quantificare i cadaveri i fatti storici dicono qualche cosa di differente. Nell’estate del 1945, con il passaggio all’Allied Military Government della Venezia Giulia, gli inglesi procedettero ai recuperi della foiba. Tuttavia trovarono soltanto poche decine di cadaveri, molto probabilmente soldati tedeschi caduti in battaglia e gettati all’interno. Le operazioni sono state minuziosamente documentate, così come i rapporti alle autorità centrali, che ora si trovano negli archivi di Londra e di Washington DC. Nel febbraio 1946 arrivò dunque agli inglesi l’ordine di sospendere le ricerche, ed essi successivamente informarono le autorità triestine che le operazioni non sarebbero potute continuate per mancanza di “mezzi adeguati”: una motivazione che doveva servire naturalmente a non dare la possibilità di dire agli jugoslavi che la foiba di Basovizza era stata una montatura contro di loro.

Quella di Monrupino venne invece utilizzata da alcuni soldati tedeschi in ritirata che nei giorni successivi al primo di maggio 1945 subirono varie imboscate e un bombardamento aereo che provocarono alcune vittime. I corpi vennero spostati temporaneamente nella foiba, per poi essere dislocati altrove. Ancora oggi sulla lapide c’è scritto che furono infoibati dei dalmati e degli istriani.

Detto questo e parlando invece in termini più generali su ciò che accadde sul finire della guerra e immediatamente dopo, possiamo notare delle divergenze di vedute tra il movimento di liberazione italiano e quello jugoslavo. Il CLN triestino, staccato e indipendente dal CLNAI, aveva già in mente prima che i tedeschi si arrendessero di attuare delle misure di contenimento per controbilanciare il potere che avrebbero assunto i partigiani jugoslavi se avessero conquistato Trieste e la Venezia Giulia (anche gli alleati e il governo monarchico co-belligerante del sud avevano piani in proposito). Si voleva evitare a tutti i costi una situazione nella quale disordini sociali avrebbero potuto portare ad un cambiamento nei rapporti di forza della regione in favore dei partigiani di Tito. I comunisti italiani dunque fuoriuscirono dal CLN triestino, egemonizzato dalle correnti clericali, per unirsi alla formazione armata “Delavska Enotnost” (Unità Operaia), facente capo all’Osvobodilna Fronta” (Fronte di Liberazione del Popolo Sloveno, la formazione comunista slovena). Queste formazioni liberarono la città in un insurrezione generale alla fine di aprile del 1945, arrivando poi ai confini della Venezia Giulia vicino alla provincia di Udine. In questa situazione, o per meglio dire fase di consolidamento del potere che si stava verificando non solo nelle zone liberate interessate ma in tutto il territorio jugoslavo (è importante sottolinearlo), vennero catturati molti collaborazionisti o ex-collaborazionisti, funzionari di regime, camice nere, soldati, ufficiali e funzionari tedeschi che stavano cercando di mettersi in salvo tagliando la corda. In questo contesto vennero condotte delle fucilazioni sommarie. Questo era ovviamente confacente alla strategia di guerra, anche se vi furono arbitrii isolati sotto forma di vendette personali. Gli stessi comandi partigiani avevano rilevato già dal 6 maggio che nel territorio la situazione era andata fuori certi limiti e che dunque bisognava ristabilire il controllo. Alcuni partigiani vennero dunque processati per gli atti considerati illeciti.

Tuttavia da quello che è stato documentato meno di 500 furono gli scomparsi a Trieste e meno di mille a Gorizia, una parte fucilati, altri deportati in Jugoslavia nei campi di prigionia, spesso morendo lì a causa delle malattie. In questo caso, dunque, i morti italiani per mano partigiana e “infoibati” possono essere contati sull’ordine di qualche decina come hanno potuto riscontrare storiche quali Claudia Cernigoi e Alessandra Kersevan, spesso ricollegabili alle truppe di occupazione o ai funzionari del regime. Altri vennero fucilati in altri luoghi, comprendendo però anche i fascisti sloveni e croati.

In ogni caso tra le foibe istriane e quelle triestine i numeri di corpi rinvenuti e accertati come italiani, tra funzionari del regime, soldati e camice nere, collaborazionisti o ex-collaborazionisti, vittime di vendette personali, più qualche sporadico arbitrio nei confronti di comuni cittadini, ammontano a non più di qualche centinaio.

Altre repressioni vennero condotte in Dalmazia, con anche in questo caso alcune fucilazioni o deportazioni nei campi di concentramento; tuttavia questo è un capitolo non ascrivibile al tema delle foibe, così come la maggior parte degli italiani uccisi per mano partigiana durante la guerra di liberazione.

Il dopoguerra e l’esodo italiano

Alcuni potrebbero chiedersi: ma visto che quello era territorio italiano, che diritto avevano i partigiani jugoslavi ad agire in tale maniera per consolidare il loro potere e annettersi una buona parte della Venezia Giulia nell’area, compresa l’intera Istria?

Premesso il fatto che l’Italia rappresentava uno stato aggressore e dunque, secondo la legislazione di guerra, questo problema non si pone affatto; ma in ogni caso fin dal 1943 il destino dell’intero Friuli Venezia Giulia era segnato, così come del resto quello del Trentino Alto Adige. Con la firma dell’armistizio nel settembre ’43 e l’occupazione tedesca del centro e nord Italia quelle regioni vennero annesse direttamente al Terzo Reich, dunque se fossero state le forze dell’Asse a vincere la guerra oggi quelle regioni sarebbero ancora tedesche. Anche qui la Germania era comunque uno stato aggressore quindi il problema non si pone.

Dopo la guerra alcuni esponenti democristiani che percepirono come ingiuste le disposizioni del trattato di pace nei confronti della Venezia Giulia, e in particolare la perdita dell’Istria, si dimenticarono che l’Italia era un paese sconfitto anche se aveva fatto la Resistenza.

Una questione potrebbe essere posta sul modo in cui è stata applicata l’epurazione dalla regione di ogni persona che fosse stata coinvolta con il passato regime o che si fosse macchiata direttamente di crimini contro la Resistenza e i civili. A dire il vero i partigiani di Tito fecero quello che in maniera più completa avremmo dovuto fare noi in casa nostra e quello che avrebbero dovuto fare molti altri paesi, cioè una epurazione dagli organi dello Stato, dalla burocrazia, dalle forze dell’ordine, di tutti coloro che erano compromessi con il passato regime.

I partigiani comunisti agirono, come già detto, in maniera coerente con le logiche della guerra di liberazione. Inoltre c’era la volontà di liberare una regione che più di tutte aveva sofferto nei vent’anni precedenti per le vergognose politiche di persecuzione e discriminazione nei confronti degli sloveni e dei croati, ricordando che molti degli italiani erano coloni arrivati per rubare le terre più fertili e le attività produttive della popolazione locale.

La questione può essere vista però anche sotto l’aspetto della pura e semplice lotta di classe, testimoniata dal fatto che i comunisti italiani della Venezia Giulia combatterono fianco a fianco degli jugoslavi nel tentativo di cacciare l’invasore e far crollare il regime. Inoltre non solo in Venezia Giulia combatterono gli italiani, ma in tutti i Balcani. Con la firma dell’armistizio nel settembre del 1943 le truppe italiane sbandate, a decine di migliaia (un numero altissimo), si unirono al movimento di Resistenza partigiano sia in Jugoslavia, ma anche in Grecia e Albania. Un altro argomento che perciò discredita completamente la volontà di compiere una pulizia etnica: tesi che nessuno storico serio ostenterebbe.

Se in alcuni casi vi fu da parte dei partigiani l’identificazione di ogni italiano con il fascista questo fu solo la diretta conseguenza della politica stessa adottata dal regime fascista.

In ogni caso con la ristabilizzazione dei confini nel dopoguerra e la fine dei 40 giorni dell’occupazione jugoslava a Trieste (che rispettò pienamente le disposizioni delle autorità alleate) si creò, tra il ’46 e il ’47, una situazione di acute tensioni fra il governo jugoslavo appena insediatosi e quello italiano.

Questo perché, nonostante il governo jugoslavo avesse stilato una lista di centinaia di nomi di italiani colpevoli di aver commesso efferati crimini durante la guerra, chiedendo tra l’altro la loro estradizione per poterli processare sul suo territorio, quello italiano sotto tutela alleata rifiutò, proteggendo anzi i criminali fascisti e perfino amnistiandoli (amnistia Togliatti, 1947).

Di conseguenza ci furono frizioni anche tra la comunità slava e quella italiana tra Istria e Dalmazia. A causa dell’alto numero di armi ancora in circolazione e all’impossibilità da parte delle autorità competenti di avere il completo controllo della situazione su tutte le bande armate o anche solo i civili armati presi individualmente, ci furono alcuni omicidi isolati. È certo dunque che in alcune aree si crearono situazioni di particolare tensione, e questa fu una delle molte cause che concorsero all’esodo degli italiani da quelle regioni, ma non fu di certo la sola.

Quello che è importante capire fin da subito è che non ci fu nessun progetto di espulsione della comunità italiana da parte del governo di Tito, ma furono gli stessi abitanti a scegliere di andarsene. La Costituzione jugoslava del 1946 garantiva a tutte le comunità i diritti inalienabili all’utilizzo della lingua che avrebbero preferito e al rispetto della loro identità. La Jugoslavia, in questo senso, fu un importante progetto di costruzione di uno stato multinazionale dove convissero in maniera assai pacifica e per diversi anni popoli dalle tradizioni, culture e religioni diverse.

La migrazione degli italiani, che durerà fino al 1960 in diverse ondate, fu soprattutto dovuto a motivazioni di insicurezza economica. Molti proprietari si videro tolte le terre che erano state a loro volta in precedenza rubate agli slavi, s’impose il controllo sulle principali industrie, si impose una tassazione a carattere fortemente progressivo, il tutto in una condizione di generale povertà per via dei lunghi anni di conflitto e di sofferenze.

La migrazione si può contare nell’ordine di circa 250 mila individui; molti italiani comunque rimasero e tutt’oggi ci sono numerose comunità tra l’Istria e la Dalmazia.

Questo evento, specialmente nei due anni successivi alla fine del conflitto, non era singolare nell’Europa centro orientale: tra il ’46 e il ’47 un numero incredibile di persone e intere comunità tornarono nei loro paesi d’origine dopo aver subito deportazioni di ogni sorta e, per esempio, i coloni tedeschi in Polonia e Cecoslovacchia dovettero andarsene nell’ordine delle centinaia di migliaia dopo il ridisegnamento dei confini ad opera degli Alleati. Si potrebbe mettere in luce anche il fatto che tra gli anni ’50 e ’60 il fenomeno migratorio (Sud-Nord) all’interno dei confini nazionali aumentò esponenzialmente. L’obiettivo era andare a lavorare nelle fabbriche del Settentrione; alcuni istriani o dalmati potrebbero avere avuto le stesse motivazioni, nell’impossibilità di adattarsi alle nuove condizioni locali.

Un bilancio finale

Ciò che risalta subito agli occhi di un qualunque osservatore serio è l’incredibile sproporzione tra i morti sloveni, croati, e jugoslavi in generale, vittime di una vera e propria politica di terrore e di sterminio implementate dalle truppe di occupazione italiane e tedesche, e quelli attribuibili ai partigiani comunisti, e nello specifico per ciò che concerne l’epurazione politica nei territori interessati e le violenze arbitrarie annesse a tale processo.

Inoltre, per il solo fatto che la maggioranza dei partigiani era inquadrata in formazioni comuniste si attacca necessariamente il comunismo. A queste accuse noi possiamo solo dire che i comunisti sono stati quelli che, durante la Seconda Guerra Mondiale e non solo, combatterono sempre in prima linea per la libertà e l’indipendenza dei popoli, il gruppo politico che ha subito più sofferenze nel Novecento, con massacri, espulsioni dalla vita civile, repressioni sistematiche, guerre imperialiste (Corea, Vietnam, Russia, Cina, Cile, Sud Africa, Cuba, Indonesia ecc). I comunisti furono quelli mandati nei campi di concentramento tedeschi fin dai primi mesi del 1933, coloro che non smisero mai di sperare nella fine della guerra e che combatterono maggiormente affinché questo diventasse realtà. Durante la guerra e nella sola Francia vennero fucilati più di 70.000 comunisti e i morti sovietici nel conflitto ammontano a 25 milioni, il più alto prezzo di sangue dell’intera storia della guerra. Dunque ci guardiamo bene dal piangere alcune centinaia di spioni che denunciavano ebrei e partigiani, collaborazionisti di ogni risma, funzionari di regime e soldati tedeschi, pur riconoscendo l’esistenza di vittime cadute per arbitrii isolati (una conseguenza che tutte le popolazioni europee e asiatiche dovettero subire in un conflitto che fece 50 milioni di morti). A coloro che ricordano le vittime per mano partigiana jugoslava, gonfiando cifre e distorcendo fatti, noi ricordiamo invece i soldati mandati in Russia da Mussolini senza coperture e approvvigionamenti e scomparsi nel freddo polare della regione del Don; i soldati mandati nel deserto di El Alamein senza acqua e benzina; le vittime civili dei centri urbani che vennero uccise dai bombardamenti alleati. Nella sola Foggia a causa dei bombardamenti americani morirono più di 20.000 persone (la logica però è «Sono americani, dunque lo facevano per il nostro bene, ci stavano liberando!»). Ecco dunque che cosa s’intende quando si parla della forza dell’egemonia culturale e in questo caso di un nazionalismo distorto, che è (adesso ma sempre è stato così) solo uno strumento per acquietare le masse popolari e per mettere lavoratori contro lavoratori, in un periodo dove in ogni caso la nostra sovranità politica, militare, economica, è oramai un lontano ricordo. Noi crediamo molto semplicemente che gli uomini si suddividono in sfruttati e sfruttatori, che una bandiera non conta nulla se la si infanga con la razza e pretese di superiorità verso gli altri popoli.

La stessa natura di questa commemorazione non ha ragion d’essere e diventa altresì ancor più patetica in quanto fummo noi lo stato aggressore nei confronti della Jugoslavia e non il contrario, dunque in ogni caso responsabili diretti o indiretti di tutte le tragedie belliche che colpirono la popolazione civile, sia di origine slava che italiana.

Per la verità non ci sorprende che negli ultimi anni questo tema è stato ripreso in maniera da portare al pubblico una versione dei fatti differente da quella reale (pubblico che spesso non ha la possibilità di informarsi in maniera dettagliata ma utilizza i canali mainstream della comunicazione di massa).

In primo luogo per le ragioni citate dall’introduzione: si vuole operare un rimodellamento delle coscienze in merito alla critica del presente e del passato; rimodellamento che deve servire a rafforzare i rapporti di forza e la morale corrente nell’attuale struttura sociale ed economica. Un processo in cui le forze neofasciste, clericali e conservatrici alla ribalta giocano un ruolo decisivo, nel contesto comunque di un consenso unanime che si è sviluppato indistintamente in tutte le maggiori forze politiche, sia di centrodestra che di centrosinistra.

Coloro che commemorano la Giornata del Ricordo sono gli stessi che hanno favorito la disintegrazione dello stesso Stato jugoslavo, intervenendo militarmente in Bosnia e Kosovo e fomentando dall’inizio della guerra civile gli odi etnici e religiosi della regione, in un piano nordamericano molto ben congeniato.

Sono gli stessi che hanno dato l’assenso per intervenire in Iraq e in Afghanistan, due guerre che hanno provocato in tutto 2 milioni di morti, in gran parte civili innocenti; gli stessi che armano Israele nella loro opera di pulizia etnica del territorio palestinese; gli stessi che hanno reso possibile il colpo di stato in Ucraina del febbraio scorso e sostenuto il regime nazista che tutt’ora sta massacrando la popolazione nel Donbass perché di lingua russa (ricordare che l’elemento scatenante del conflitto, oltre al golpe, fu l’ufficializzazione da parte delle autorità centrali della lingua ucraina come unica lingua riconosciuta – motivo anche per il quale i cittadini della Crimea hanno approvato all’unanimità l’annessione alla Federazione Russa).

In secondo luogo, da una constatazione triste a dirsi eppure così vera: purtroppo in Italia non c’è mai stata una presa di coscienza a livello generale per i crimini perpetrati dal regime fascista. Di come agiva il regime soprattutto all’estero, in Albania, in Etiopia, in Libia, in Grecia, in Jugoslavia, molto poco viene ricordato e a quanto pare niente è stato capito.

Se deve esistere una tal giornata allora dovrebbe essere fatta per commemorare tutte le vittime e le sofferenze provocate dall’Italia nelle sue colonie e durante la Seconda Guerra Mondiale.

Noi dunque, come sempre, ribadiamo la nostra ferma opposizione a tutto questo schierandoci fermamente dalla parte dei popoli in lotta contro ogni sorta di violenza imperialistica, contro ogni sorta di odio etnico e religioso, contro il fascismo cane da guardia dei padroni, per il socialismo e l’unità dei lavoratori nel mondo. Ribadiamo anche il nostro fermo sostegno alla memoria della Resistenza, quella italiana così come quella jugoslava. Viva dunque la Resistenza! Ora e per sempre!

Bibliografia e fonti:

Il fascismo degli italiani. Una storia sociale – P. Dogliani
Operazione “foibe” tra storia e mito – C. Cernigoi
Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugolsavi 1941-1942 – A. Kersevan
Foibe. Revisionismo di Stato e amnesie della Repubblica (atti del convegno “Foibe: la verità. Contro il revisionismo storico”) – Interventi di: Matteo Dominioni, Alessandra Kersevan, Luka Bogdani, Sandi Volk, Claudia Cernigoi, Paolo Consolaro
I campi del Duce – C.S. Capogreco

L’occupazione italiana nei Balcani – D. Conti
Military uses of caves (in “The Encyclopedia of Caves and Karst Science) – M.J. Day, J.A Kueny
Italiani senza onore, i crimini in Jugoslavia e i processi negati – C. Di Sante
La guerra dell’ombra – H. Michel
Trieste 1941-1954 – B. Novak

Foibe. Una storia italiana – C. Pirjevec
Italian fascism: history, memory and representation – R.J.B Bosworth, P. Dogliani
Caves as mass-graveyards in Slovenia – A.Mihevc
Absent from public memory. Hidden grave sites in Slovenia 60 years after the end of World War Two (in “1945 – A break with the past” Institute for Contemorary History Ljubljana) – M. Ferenc
Dal regime alla Resistenza. Venezia Giulia 1922-43 – E. Apih

Operacija Julijska Krajina – G. Bajc

 

L’accostamento tra i genocidi operati dal nazifascismo e le cosiddette “foibe” è un abominio storiografico da: www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 06-02-15 – n. 530

Accostamento aberrante

diecifebbraio | diecifebbraio.info

Gennaio 2015

Il parallelo che viene talvolta tracciato, in alcuni ambienti e circostanze, tra “Auschwitz” – o altri luoghi ed episodi della violenza genocidaria nazifascista – e le cosiddette “foibe”, è un abominio storiografico che va rigettato con sdegno.

Simili accostamenti sono fuorvianti dal punto di vista storico e sono profondamente diseducativi dal punto di vista didattico, quando vengono usati come espediente per inculcare negli studenti certe interpretazioni “semplificate” dei fatti accaduti nel corso della II Guerra Mondiale. Sono accostamenti insostenibili sotto il profilo morale, innanzitutto, in base ad elementari considerazioni: di carattere numerico (il “conteggio dei morti” ha una sua importanza nella storiografia, ed è ipocrita affermare il contrario); di carattere logico (non avrebbe avuto senso per il movimento partigiano e lo Stato jugoslavo nascente pianificare operazioni di “pulizia etnica” contro chicchessia, visto che quello Stato si fondava sul suo carattere multi-nazionale e internazionalista e gli italiani furono una componente importante dello stesso Esercito Popolare di Liberazione, con ben quattro Divisioni di combattenti inquadrate al suo interno); di opportunità politica (equiparare la violenza strutturale e programmatica del nazifascismo a qualsivoglia episodio criminale avvenuto ad opera delle altre parti in conflitto era e dovrebbe rimanere esclusiva dei reduci ed eredi del nazifascismo stesso).

Già negli anni Settanta, il professor Giovanni Miccoli ebbe occasione di intervenire con parole cristalline su questo tema, scrivendo un articolo che rimane -purtroppo- attualissimo. Diciamo “purtroppo” perché l’aria è cambiata, dagli anni Settanta ad oggi, al punto che persino l’A-B-C della Storia e della storiografia va riaffermato. Così, in troppi casi registriamo che proprio quell’accostamento aberrante (così lo definì Miccoli) viene proposto in tutte le sue più incredibili varianti, come dimostrano gli esempi – solo alcuni dei tanti possibili – che riportiamo di seguito, in ordine cronologico inverso:

[Vedi www.diecifebbraio.info]

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In altra parte di questo sito abbiamo citato un intervento del professor Giovanni Miccoli, uscito sul Bollettino dell’Istituto Regionale per la storia del Movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, n. 1/aprile 1976. Stante la sua chiarezza ed attualità, lo ripubblichiamo in questa sede.

Risiera e foibe: un accostamento aberrante.

Il processo sui crimini della Risiera ed il dibattito e le iniziative svoltisi intorno ad esso si configurano già, ancor prima della sua conclusione, come un fatto di grande rilievo nella vita della città. Nonostante i gravissimi limiti dell’istruttoria e del rinvio a giudizio, è emersa con prepotenza dalle testimonianze e dai problemi posti via via in margine alle udienze la realtà profonda di quella mentalità e di quella pratica di “antislavismo” e di “anticomunismo” che costituiscono un presupposto fondamentale per capire il fascismo di queste terre e le motivazioni reali del collaborazionismo filonazista maturatosi durante il periodo dell’Adriatisches Küstenland” e quindi per capire anche il perché della Risiera a Trieste, campo di concentramento e di smistamento verso i Lager tedeschi ma anche e soprattutto campo di sterminio strettamente collegato alla lotta e alla repressione antipartigiana.

Sono fatti emersi con grande chiarezza e che rinviano a precise responsabilità politiche, chiamando sul banco degli imputati atteggiamenti, mentalità, azioni, modi di essere che operarono allora, e largamente continuarono ad operare nella nostra regione anche negli anni del dopoguerra. Il fatto stesso che un tale processo si sia celebrato con tre decenni di ritardo, che omertà, silenzi, colpevoli mancanze di iniziativa delle autorità e delle forze politiche maggioritarie abbiano a lungo cercato di cancellare o far dimenticare le tracce della Risiera, attesta esemplarmente quanto l’eredità del passato e il contesto generale grazie al quale la Risiera era potuta nascere abbiano continuato a pesare nelle vicende e negli atteggiamenti della società locale, e negli scontri, nelle lotte, nelle tensioni e contrapposizioni che l’hanno caratterizzata.

Esplicitare tutto questo è necessario, per superare veramente quel passato, per porre basi solide e di massa – nella cultura, nei valori, nella consapevolezza degli uomini e delle donne di queste terre – alle prospettive di un futuro diverso, diversamente costruito ed orientato. Anche per questo, mi pare, bisogna fare di più di quello che si è fatto finora per allargare il dibattito e l’informazione, per portarlo nelle scuole e nei quartieri, seriamente, come un problema che investe e riguarda ancora, da qesto punto di vista, le responsablità di tutti, come un problema che allora ha coinvolto, per consenso, per colpevole silenzio, per supina accettazione, per distorta concezione e pratica di valori e miti più o meno autentici, le responsabilità di tutti. Non si tratta di fare del moralismo astratto e di proporre perciò un discorso del tipo “tutti peccatori”, che nella sua indifferenziata genericità annullerebbe le sempre necessarie distinzioni di responsabilità, di iniziativa, di azioni. Ma di affermare e sottolineare con la forza dei fatti e delle vicende reali che, come il fascismo in queste terre non fu episodio di pochi, ma trovò consensi, appoggi, alleanze in un terreno profondamente disposto ad accoglierlo, così il nazismo – e l’antislavismo, l’anticomunismo, lo stesso antisemitismo che alla esperienza fascista strettamente si riallacciano – poterono operare qui e tradursi negli stermini della Risiera perché larghi strati della nostra società erano già stati orientati ed individuare in certe direzioni l’alleato ed in altre il nemico da combattere.

Ma proprio per questo anche un altro discorso va fatto, con estrema precisione e chiarezza, riguardo al sistematico accostamento tra la Risiera e le foibe, portato avanti con numerosi interventi dal “Piccolo” e dai gruppi della destra locale. Ed è un discorso di netto e radicale rifiuto di tale accostamento, perché Risiera e foibe sono due fatti sostanzialmente e qualitativamente diversi, e perciò assolutamente incomparabili fra loro. La premessa di un tale giudizio non sta nel distinguere le responsabilità di chi è morto – come pure si deve e si dovrà, in un’analisi complessiva di quelle vicende – ma nell’individuare e quindi nel distinguere gli ambienti e le ideologie e le circostanze grazie ai quali quei determinati fatti hanno potuto prodursi. La Risiera è il frutto razionale e scientificamente impostato dall’ideologia nazista, che come ha prodotto Belsec e Treblinka, e Auschwitz e Mauthausen, e Sobibor e Dachau, così ha prodotto la Risiera, e l’ha prodotta qui, ha potuto produrla qui perché, per i fini ai quali doveva rispondere, ha trovato compiacenti servizi in ambienti largamente predisposti dal fascismo. Le foibe (quando non si tratti, come spesso si è trattato, di un modo di “seppellire” dei morti altrui: vi ricorsero i partigiani, vi ricorsero tedeschi e fascisti: e anche questa è una pagina in gran parte ancora da indagare, per evitare facili e troppo frequenti generalizzazioni e amplificazioni) sono la risposta che può essere sbagliata, irrazionale e crudele, ma pure sempre risposta alla persecuzione e alla repressione violenta e sistematica cui per più di vent’anni lo Stato italiano (il fascismo, si dirà, ma il fascismo aveva il volto dello Stato italiano) aveva sottoposto le popolazioni slovene e croate di queste zone. È assurdo parlare, riferendosi ad esse, di genocidio o di programmazione sistematica di streminio, ma sì di scoppio improvviso di odii e rancori collettivi a lungo repressi.

Le foibe istriane del settembre 1943, connesse allo sfasciarsi di ogni struttura politica e militare dello Stato italiano (varie centinaia gli infoibati secondo un rapporto abbastanza preciso proveniente dai Vigili del fuoco di Pola), corrispondono ad una vera e propria sollevazione contadina, improvvisa e violenta come tutte le sollevazioni contadine: colpisce i “padroni” – classe contro classe – perché padroni, padroni che sono anche italiani, italiani che per essere tali sono “padroni”, gli oppressori storici di sempre. Le foibe dell’aprile-maggio 1945, dove finirono quanti vennero presi e giustiziati sommariamente in quella furia di vendetta che sempre accompagna i trapassi violenti di potere, si inquadrano ancora, almeno in parte, in questo contesto: non vi furono giustiziati solo fascisti e nazisti per i crimini che avevano commesso e per l’odio che avevano suscitato (i calcoli del sindaco G. Bartoli, che sembrano peccare eventualmente per eccesso, elencano quattromila scomparsi, ma tra costoro sono compresi anche i caduti nelle azioni belliche locali tra il ’43 e il ’45); vi furono certamente coinvolte anche persone che con il fascismo poco o nulla avevano a che fare: è ragionevole pensare che furono coinvolte perché si trattava di italiani. Ma anche qui non si può dimenticare che un tale odio e una tale reazione trovano la loro ragione di fondo e la loro motivazione oggettiva in ciò che fu il fascismo di queste terre, nelle violenze squadristiche, nelle vessazioni, nei villaggi sloveni e croati incendiati, in quell’odio antislavo insomma che è componente anche degli stermini della Risiera e che fu truce prerogativa del fascismo e del collaborazionismo nostrano. Non si possono insomma confondere, né moralmente né storicamente, oppressori ed oppressi, nemmeno quando questi prendono il sopravvento e si vendicano talvolta anche selvaggiamente. E se un collegamento tra i due momenti si vuole stabilire esso sta semmai nella perversione dei rapporti, nell’imbestialimento dei costumi, nello stravolgimento dei valori, prodotto dal fascismo e dal nazismo, che non lasciarono indenni, non potevano lasciare indenni, nemmeno coloro che essi opprimevano (così come, ben più in generale, si può affermare che è una ben stolta illusione pensare che l’Italia fascista non sia riuscita anche a intaccare, coinvolgere, in qualche modo corrompere quell’Italia che pur fascista non era né voleva diventarlo: non si parla, sia chiaro, dei singoli, ma del costume, dei raporti sociali, dell’insieme della collettività.

Solo avendo ben chiare queste premesse si può parlare delle foibe: e se ne parli e se ne discuta, finalmente, e si indaghi con serietà sulla realtà dei fatti e delle circostanze, anche per mettere fine alle sporche strumentalizzazioni di chi di quegli odii, da cui anche le foibe sono nate, è primo responsabile: per inquadrarle anch’esse, così come vanno inquadrate, tra gli esiti del fascismo ed il conseguente scatenarsi degli odii nazionali. Ma è aberrante e grave l’ipotesi di un processo oggi (auspicato più volte sul “Piccolo” e annunciato come certo in un recente numero del “Meridiano”) dopo tutti i processi degli anni cinquanta (comodamente dimenticati da chi si fa promotore di una tale iniziativa: è la Risiera che non aveva mai avuto un processo, non le foibe, che di processi ne hanno avuti decine, e spesso forzati e immediatamente strumentali alle lotte e alle manovre politiche di allora), che si vorrebbe affiancare al processo della Risiera: perché è un processo che nascerebbe appunto, di fatto e nelle volontà dei suoi promotori, come contraltare dell’altro, in un accostamento storicamente e moralmente infondato se non, ancora una volta, da un punto di vista nazionalista e fascista: un processo non ad un’ideologia e a un sistema, e quindi occasione di crescita e di consapevolezza civile, ma un processo ad una reazione irrazionale e violenta che trovava rispondenza in tensioni e lacerazioni di interi gruppi sociali, e perciò inevitabilmente aperto, per gli equivoci gravi da cui nascerebbe, alla strumentalizzazione fascista e nazionalista. È una prospettiva questa, cogliamo crederlo, che nessuna delle forze democratiche vorrà permettere, a rischio di produure ancora una volta quelle spaccature, quelle lacerazioni e quelle contrapposizioni grazie alle quali in queste terre il neofascismo ha potuto rirprendere a prosperare anche nel dopoguerra.

(pubblicato 7 maggio 2013)

 

Diritto allo studio: senza province chi si occupa degli assistenti alla comunicazione? da. controlacrisi.org

La legge 7 aprile 2014, n. 56 – pur nell’intento di perseguire principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza – ha soppresso le Province e ne ha redistribuito le principali competenze istituzionali.

L’intervento normativo tuttavia sta causando non pochi problemi applicativi relativamente alle competenze, precedentemente attribuite alle Provincie, relative al diritto allo studio per le persone con disabilità.

Il decreto legislativo 112/1998 (art. 139, comma 1 c) attribuiva alle Province il compito di garantire assistenti educativi e della comunicazione (AEC). Il loro supporto è essenziale soprattutto nel caso di alunni sordi, non vedenti o ipovedenti o con pluriminorazioni. Il loro ruolo è espressamente previsto dalla legge quadro 104/1992. Inoltre le stesse Province dovevano assicurare (gratuitamente) il trasporto scolastico alle persone con disabilità nelle scuole superiori.

“Queste competenze al momento sembrano scomparse. Non è ben chiaro se siano di competenza delle Regioni, dei Comuni o delle Città metropolitane. Questa incertezza sta già generando non pochi problemi di garanzia di un diritto costituzionale e causando una forte preoccupazione e disagio nelle famiglie.”

Questo l’appunto di Vincenzo Falabella, presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap che ha chiesto e ottenuto ieri un incontro con Gianclaudio Bressa, Sottosegretario di Stato agli Affari regionali. Oltre all’avvocato Salvatore Nocera, esperto FISH sui temi dell’inclusione scolastica, erano presenti al confronto anche l’onorevole Elena Carnevali, Micaela Campana (Responsabile PD per welfare e terzo settore) e Raffaele Ciambrone (MIUR – Direzione generale per lo studente, l’integrazione, la partecipazione e la comunicazione – Ufficio Disabilità).

La FISH ha evidenziato la preoccupazione e il disappunto delle famiglie delle persone con minorazioni della vista e dell’udito che in precedenza contavano sull’assistenza dalle Province nelle scuole di ogni ordine e grado e di alunni con altre disabilità che fruivano di tali supporti e del trasporto scolastico nelle scuole superiori.

La mancata previsione nelle leggi regionali che avrebbero dovuto esplicitare a chi riassegnare tali competenze, ed erogare i corrispondenti finanziamenti, sta comprimendo in molte parti d’Italia il diritto allo studio di tantissime migliaia di alunni con disabilità che rischiano di rimanere – o in alcuni casi rimangono – a casa.

La FISH ritiene siano stati violati dei livelli essenziali del diritto allo studio degli alunni con disabilità, costituzionalmente protetto. La richiesta netta è che il Governo intervenga in sostituzione delle Regioni inadempienti. In mancanza di un intervento normativo, la FISH intende depositare presso le Procure della Repubblica delle Regioni inadempienti altrettante denunce per interruzione di un pubblico servizio. Ciò in forza anche di una ampia e consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale, del Consiglio di Stato e della Corte dei Conti.

La situazione è ancora più urgente , perché anche le Regioni che hanno provveduto, hanno ridotto i finanziamenti con il devastante effetto che dal 1° marzo sono limitati anche in esse i servizi di trasporto gratuito e di assistenza alla comunicazione.

Il Sottosegretario Bressa ha assicurato che riferirà al Sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio la drammatica situazione e riferirà alle associazioni possibilmente entro fine febbraio.

“Ci rassicura l’espressione di volontà del Governo e dei parlamentari di porre in sicurezza il tema della disabilità, nella fase di adempimento degli obblighi previsti dopo l’approvazione della legge 56/2014. Ma nell’attesa di una risposta, che ci si augura positiva, stiamo perfezionando gli strumenti per le eventuali azioni legali che si rendano comunque necessarie.”

Foibe, a Bologna il rettore dell’Alma mater nega lo spazio per la controinformazione. Intervista di LiberaTv Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Nel giorno del Ricordo l’Università di Bologna tenta di negare l’aula per tenere una conferenza sul tema delle Foibe ma gli studenti occupano lo spazio per consentire l’iniziativa. Claudia Cernigoi, giornalista e ricercatrice di Resistenza Storica, in questa intervista telefonica a LiberaTv fornisce una valutazione sulle operazioni politiche in corso intorno alla ricostruzione revisionista della memoria e della storia del confine orientale. Il presidente della Scuola di Economia dell’Alma Mater, Renzo Orsi, ha giustificato il diniego perché l’iniziativa aveva lo “scopo di presentare le foibe come un falso storico e frutto della propaganda”. Il collettivo “Noi Restiamo”, ha stigmatizzato il rettore Orsi, “invece di aprirsi a un confronto, ospitando anche altri punti di vista, per proporre un dibattito equilibrato e democratico sulla vicenda, ha preferito occupare l’aula e dare corso a questa loro iniziativa”.