Dove per essere almeno schiavo devi avere un’amica da: l’espresso

Dove per essere almeno schiavo devi avere un’amica

Un articolo da pelle d’oca di Fabrizio Gatti:

pomodo schiavi-2Il padrone ha la camicia bianca, i pantaloni neri e le scarpe impolverate. È pugliese, ma parla pochissimo italiano. Per farsi capire chiede aiuto al suo guardaspalle, un maghrebino che gli garantisce l’ordine e la sicurezza nei campi. “Senti un po’ cosa vuole questo: se cerca lavoro, digli che oggi siamo a posto”, lo avverte in dialetto e se ne va su un fuoristrada. Il maghrebino parla un ottimo italiano. Non ha gradi sulla maglietta sudata. Ma si sente subito che lui qui è il caporale: “Sei rumeno?”. Un mezzo sorriso lo convince. “Ti posso prendere, ma domani”, promette, “ce l’hai un’amica?”. “Un’amica?”. “Mi devi portare una tua amica. Per il padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito. Basta una ragazza qualunque”. Il caporale indica una ventenne e il suo compagno, indaffarati alla cremagliera di un grosso trattore per la raccolta meccanizzata dei pomodori: “Quei due sono rumeni come te. Lei col padrone c’è stata”. “Ma io sono solo”. “Allora niente lavoro”.

Non c’è limite alla vergogna nel triangolo degli schiavi. Il caporale vuole una ragazza da far violentare dal padrone. Questo è il prezzo della manodopera nel cuore della Puglia. Un triangolo senza legge che copre quasi tutta la provincia di Foggia. Da Cerignola a Candela e su, più a Nord, fin oltre San Severo. Nella regione progressista di Nichi Vendola. A mezz’ora dalle spiagge del Gargano. Nella terra di Giuseppe Di Vittorio, eroe delle lotte sindacali e storico segretario della Cgil. Lungo la via che porta i pellegrini al megasantuario di San Giovanni Rotondo. Una settimana da infiltrato tra gli schiavi è un viaggio al di là di ogni disumana previsione. Ma non ci sono alternative per guardare da vicino l’orrore che gli immigrati devono sopportare.

Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un censimento preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni con e senza permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Alcuni sono sbarcati da pochi giorni. Sono partiti dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano che qui d’estate si trova lavoro. Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori se ne infischiano delle norme. Ma da queste parti se ne infischiano anche della Costituzione: articoli uno, due e tre. E della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei dell’Est. Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani randagi vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né igiene. Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li pagano, quando pagano, quindici, venti euro al giorno. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga. Qualcuno si è rivolto alla questura di Foggia. E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco Fini: è stato arrestato o espulso perché non in regola con i permessi di lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno cercati tutta notte. Come nella caccia all’uomo raccontata da Alan Parker nel film ’Mississippi burning’. Qualcuno alla fine è stato raggiunto. Qualcun altro l’hanno ucciso.

Adesso è la stagione dell’oro rosso: la raccolta dei pomodori. La provincia di Foggia è il serbatoio di quasi tutte le industrie della trasformazione di Salerno, Napoli e Caserta. I perini cresciuti qui diventano pelati in scatola. Diventano passata. E, i meno maturi, pomodori da insalata. Partono dal triangolo degli schiavi e finiscono nei piatti di tutta Italia e di mezza Europa. Poi ci sono i pomodori a grappolo per la pizza. Gli altri ortaggi, come melanzane e peperoni. Tra poco la vendemmia. Gli imprenditori fanno finta di non sapere. E a fine raccolto si mettono in coda per incassare le sovvenzioni da Bruxelles. ’L’espresso’ ha controllato decine di campi. Non ce n’è uno in regola con la manodopera stagionale. Ma questa non è soltanto concorrenza sleale all’Unione europea. Dentro questi orizzonti di ulivi e campagne vengono tollerati i peggiori crimini contro i diritti.

Non ci vuole molto per entrare nel mercato più sporco dell’Europa agricola. Qualche nome inventato da usare di volta in volta. Una fotocopia del decreto di respingimento rilasciato un anno fa a Lampedusa dal centro di detenzione per immigrati. E la bicicletta, per scappare il più lontano possibile in caso di pericolo. Il caporale che pretende una ragazza in sacrificio controlla la raccolta dei perini a Stornara. Uno dei primi campi a sinistra appena fuori paese, lungo il rettilineo di afa che porta a Stornarella. Meglio lasciar perdere. Per arrivare fin qui bisogna pedalare sulla statale 16 e poi infilarsi per dieci chilometri negli uliveti. Il borgo è una piccola isola di case nell’agro. Alla stazione di Foggia, Mahmoud, 35 anni, della Costa d’Avorio, aveva detto che quaggiù la raccolta, forse, è già cominciata. Lui, che dorme in una buca dalle parti di Lucera, è senza lavoro: lì a Nord i pomodori devono ancora maturare. Così Mahmoud campa vendendo informazioni agli ultimi arrivati in treno. In cambio di qualche moneta.

Oggi dev’essere la giornata più torrida dell’estate. Quarantadue gradi, annunciavano i titoli all’edicola della stazione. Sperduta nei campi appare nell’aria bollente una stalla abbandonata. È abitata. Sono africani. Stanno riposando su un vecchio divano sotto un albero. Qualcuno parla tamashek, sono tuareg. Un saluto nella loro lingua aiuta con le presentazioni. La segregazione razziale è rigorosa in provincia di Foggia. I rumeni dormono con i rumeni. I bulgari con i bulgari. Gli africani con gli africani. È così anche nel reclutamento. I caporali non tollerano eccezioni. Un bianco non ha scelta se vuole vedere come sono trattati i neri. Bisogna prendere un nome in prestito. Donald Woods, sudafricano. Come il leggendario giornalista che ha denunciato al mondo gli orrori dell’apartheid. “Se sei sudafricano resta pure”, dice Asserid, 28 anni. È partito da Tahoua in Niger nel settembre 2005. È sbarcato a Lampedusa nel giugno 2006. Racconta che è in Puglia da cinque giorni. Dopo essere stato rinchiuso quaranta giorni nel centro di detenzione di Caltanissetta e alla fine rilasciato con un decreto di respingimento. Asserid ha attraversato il Sahara a piedi e su vecchi fuoristrada. Fino ad Al Zuwara, la città libica dei trafficanti e delle barche che salpano verso l’Italia. “In Libia tutti gli immigrati sanno che gli italiani reclutano stranieri per la raccolta dei pomodori. Ecco perché sono qui. Questa è solo una tappa. Non avevo alternative”, ammette Asserid: “Ma spero di risparmiare presto qualche soldo e di arrivare a Parigi”. Adama, 40 anni, tuareg nigerino di Agadez, ha fatto il percorso inverso. A Parigi è atterrato in aereo, con un visto da turista. Poi gli è andata male. Dalla Francia l’hanno espulso come lavoratore clandestino. Ed è sceso in Puglia, richiamato dalla stagione dell’oro rosso. “Questo è l’accampamento tuareg più a Nord della storia”, ride Adama. Ma c’è poco da ridere. L’acqua che tirano su dal pozzo con taniche riciclate non la possono bere. È inquinata da liquami e diserbanti. Il gabinetto è uno sciame di mosche sopra una buca. Per dormire in due su materassi luridi buttati a terra, devono pagare al caporale cinquanta euro al mese a testa. Ed è già una tariffa scontata. Perché in altri tuguri i caporali trattengono dalla paga fino a cinque euro a notte. Da aggiungere a cinquanta centesimi o un euro per ogni ora lavorata. Più i cinque euro al giorno per il trasporto nei campi. Lo si vede subito quanto è facile il guadagno per il caporale. Alle due e mezzo del pomeriggio arriva con la sua Golf. E la carica all’inverosimile. “Davvero questo è africano?”, chiede agli altri davanti all’unico bianco. Nessuno sa dare risposte sicure. “Io pago tre euro l’ora. Ti vanno bene? Se è così, sali”, offre l’uomo, calzoncini, canottiera e sul bicipite il tatuaggio di una donna in bikini ritratta di schiena.

Si parte. In nove sulla Golf. Tre davanti. Cinque sul sedile dietro. E un ragazzo raggomitolato come un peluche sul pianale posteriore. Solo per questo trasporto di dieci minuti il caporale incasserà quaranta euro. I ragazzi lo chiamano Giovanni. Loro hanno già lavorato dalle 6 alle 12.30. La pausa di due ore non è una cortesia. Oggi faceva troppo caldo anche per i padroni perché rinunciassero a una siesta. Giovanni si presenta subito dopo, guardando attraverso lo specchietto retrovisore: “Io John e tu?”. Poi avverte: “John è bravo se tu bravo. Ma se tu cattivo…”. Non capisce l’inglese né il francese. E questo basta a far cadere il discorso. Ma il pugnale da sub che tiene bene in vista sul cruscotto parla per lui. Amadou, 29 anni, nigerino di Filingue, rivela lo stato d’animo dei ragazzi: “Giovanni, oggi è venerdì e non ci paghi da tre settimane. Ormai stiamo finendo le scorte di pasta. Da quindici giorni mangiamo solo pasta e pomodoro. I ragazzi sono sfiniti. Hanno bisogno di carne per lavorare”. I tre euro l’ora promessi erano solo una bugia. Ma Giovanni promette ancora. Quando risponde dice sempre: “Noi turchi”. Anche se la targa della macchina è bulgara. E per il suo accento potrebbe essere russo oppure ucraino. “Ti giuro su Dio”, continua il caporale, “oggi arrivano i soldi e vi paghiamo. Tu mi devi credere. Io lavoro come te a Stornara. Non prendo in giro i miei colleghi”. Giovanni abita alla periferia. Un villino di mattoni sulla destra, a metà del rettilineo per Stornarella. Quasi di fronte a un’altra stalla pericolante senz’acqua, riempita di materassi e schiavi.

Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un censimento preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni con e senza permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Alcuni sono sbarcati da pochi giorni. Sono partiti dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano che qui d’estate si trova lavoro. Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori se ne infischiano delle norme. Ma da queste parti se ne infischiano anche della Costituzione: articoli uno, due e tre. E della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei dell’Est. Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani randagi vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né igiene. Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li pagano, quando pagano, quindici, venti euro al giorno. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga. Qualcuno si è rivolto alla questura di Foggia. E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco Fini: è stato arrestato o espulso perché non in regola con i permessi di lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno cercati tutta notte. Come nella caccia all’uomo raccontata da Alan Parker nel film ’Mississippi burning’. Qualcuno alla fine è stato raggiunto. Qualcun altro l’hanno ucciso.

Padroni senza legge
Dietro il triangolo degli schiavi ci sono gli imprenditori dell’agricoltura foggiana e molte industrie alimentari. Piccole o grandi aziende non fanno differenza. Quando devono assumere personale stagionale per la raccolta nei campi, quasi tutte scelgono la scorciatoia del caporalato. Il compenso per gli stranieri varia da 2,50 a 3 euro l’ora (ai quali però vanno tolti tutti i ’servizi’ per il caporale). Anche per questo gli italiani sono scomparsi da questo tipo di lavoro. Solo una piccola minoranza degli agricoltori interpellati da ’L’espresso’ dice di pagare i braccianti da 4 a 4,50 euro l’ora. Ma sempre in nero e rivolgendosi a caporali. In Veneto e in Friuli un raccoglitore guadagna in media 5,80 euro l’ora più i contributi, se in regola. Oppure da 6,20 a 7 euro l’ora se ingaggiato in nero.

La legge prevede una retribuzione ordinaria di 35 euro al giorno. Per favorire le assunzioni regolari, il governo ha abbassato i contributi che gli imprenditori devono versare di circa il 75 per cento. Mentre il contributo dell’8,54% che il bracciante deve dare all’Inps è rimasto inalterato. I controlli sono inefficaci o inesistenti. Nell’ultimo anno in provincia di Foggia soltanto un imprenditore, a Orta Nova, è stato arrestato per sfruttamento dell’immigrazione clandestina.

I medici accusano: arrivano sani e si ammalano qui
Vivono in condizioni disumane. Proprio in questi giorni decine di abitanti del Ghetto, tra Foggia e Rignano, si sono ammalati di gastroenterite per le pessime condizioni dell’acqua. Ma anche quest’anno, l’Asl Foggia 3 ha rifiutato di mettere a disposizione strutture e ricettari per assistere gli stranieri sfruttati come schiavi nei campi. La denuncia è dell’associazione francese Medici senza frontiere che invece ha ottenuto la collaborazione dell’Asl Foggia 2 per l’assistenza sanitaria e umanitaria nel Sud della provincia. Da tre anni un ambulatorio mobile di Msf visita le campagne tra Cerignola e San Severo. Come se la provincia di Foggia fosse un fronte di guerra. Ci sono un medico, un’assistente sociale e un coordinatore: quest’anno Viviana Prussiani, Carla Manduca e Teo Di Piazza. “Per il terzo anno consecutivo siamo stati costretti a continuare questo progetto”, spiega Andrea Accardi, responsabile delle missioni italiane di Msf: “E ancora una volta nell’estate 2006 ci troviamo di fronte alla stessa situazione: gli stranieri arrivano sani e si ammalano a causa delle indecenti condizioni che trovano nelle campagne. Manca qualsiasi forma di accoglienza. Il sistema economico è totalmente ipocrita e vede la connivenza e il coinvolgimento di tutti gli attori. A partire dal governo e dalle istituzioni locali, ovvero Comuni e prefetture, fino ad arrivare alle Asl, alle organizzazioni di produttori e ai sindacati”.

Nel 2005 Msf ha pubblicato il rapporto “I frutti dell’ipocrisia” sulle drammatiche condizioni degli immigrati sfruttati come schiavi non solo in Puglia. Perché, secondo il tipo di raccolto, situazioni simili si ripetono in Calabria, Campania, Basilicata e Sicilia. Le malattie più gravi sono state diagnosticate negli stranieri che vivono in Italia da più tempo, tra 18 e 24 mesi. Il 40 per cento dei lavoratori nell’agricoltura vive in edifici abbandonati. Oltre il 50 non dispone di acqua corrente. Il 30 non ha elettricità. Il 43,2 per cento non ha servizi igienici. Il 30 ha subito qualche forma di abuso, violenza o maltrattamento

(fonte: L’ESPRESSO)

29 Comments

  1. Proporrei per la prossima raccolta, i nostri parlamentari (finalmente lavorerebbero un po’), buona parte dei consiglieri regionali soprattutto della Lombardia!.. e tanti,tanti altri in modo particolare tutti coloro i quali vivono di politica e null’altro. Parassiti vergognatevi.

Un ”suicidio” di Stato-mafia per proteggere Binnu da: l’ora quotidiano

Chi o cosa metteva a rischio il testimone Attilio Manca? Chi o cosa bisognava proteggere? Provenzano ovviamente, la cui latitanza andava protetta dalla cattura e dalle malattie perché il boss era, sul versante mafioso, il garante della trattativa che lui stesso aveva stipulato scalzando Riina, dimostratosi troppo irriducibile

di Antonio Ingroia

11 febbraio 2015

 Attilio Manca era un medico siciliano e lavorava all’ospedale Belcolle di Viterbo. Era un urologo molto bravo, uno dei primi ad utilizzare la tecnica chirurgica della laparoscopia per operare il cancro alla prostata. Quando fu trovato morto nella sua casa di Viterbo, il 12 febbraio del 2004, non aveva ancora compiuto 35 anni. Li avrebbe compiuti otto giorni dopo, se non fosse stato ucciso, perché io sono certo che omicidio fu. Un omicidio di mafia e di Stato. Un omicidio legato a doppio filo alla latitanza di Bernardo Provenzano e in particolare all’intervento chirurgico per un cancro alla prostrata a cui l’allora capo dei capi di cosa nostra si sottopose a Marsiglia nell’autunno 2003. Un omicidio da inquadrare nell’ambito di quella vicenda torbida ed oscura che fu la trattativa Stato-mafia e che chiama in causa tutte le alte sfere del tempo, vertici della sicurezza nazionale e vertici politico-istituzionali. Che in linea di continuità, a tutela della somma “Ragion di Stato”, ancora oggi vengono difesi nel circuito politico-istituzionale, ove si ammette a stento e a denti stretti che una trattativa vi fu, ma che – per carità – fu una trattativa “a fin di bene”, una trattativa per salvare vite umane,  a cui lo Stato fu costretto per salvare l’Italia. Ma la realtà che si va svelando, pezzo dopo pezzo, a dispetto degli ostacoli sempre più alti frapposti in nome della Ragion di Stato, contiene un’altra verità. Una verità terribile. Sempre più terribile. Che quella trattativa, invece, non salvò l’Italia, e salvò semmai la pelle a pochi uomini politici, condannati a morte dalla mafia perché ritenuti “traditori”. E che, al contrario, quella trattativa finì per barattare quelle “vite di casta” salvate con tante altre vite oneste sacrificate. Una lunga scia di sangue, che uccise servitori dello Stato come Paolo Borsellino e la sua scorta, ma anche comuni cittadini come le vittime delle stragi del 1993 di Roma, Firenze e Milano. E Attilio Manca. Sì, perché Attilio Manca fu anche lui vittima di quella trattativa. Ecco perché è un delitto da rinnegare, un omicidio da dissimulare, simulando le tracce di una morte accidentale.

Quando il corpo di Attilio Manca fu rinvenuto aveva due buchi nel braccio sinistro, mentre due siringhe da insulina furono trovate in casa. La procura di Viterbo non ebbe dubbi e con una fretta immotivata, senza nemmeno considerare alcune evidenze clamorose, decise trattarsi di morte per overdose, se non di suicidio. Insomma, Attilio sarebbe stato un tossicodipendente che, forse per farla finita, si sarebbe iniettato in vena un mix letale di eroina, tranquillanti ed alcol. Il problema è, come subito segnalarono i suoi familiari, inascoltati, che lui era mancino, per cui, se mai si fosse iniettato qualcosa in vena, i buchi si sarebbero dovuti trovare sul braccio destro e non certo su quello sinistro. E poi ci sono le foto, inequivocabili e inguardabili tanto sono impressionanti, del suo corpo senza vita, trovato a letto con il volto tumefatto e il setto nasale deviato propri di chi è stato aggredito e colpito ripetutamente, e con i segni ai polsi e alle caviglie, come di chi è stato trattenuto con violenza mentre viene picchiato ed ucciso.

Ma le anomalie sono tante, in una vicenda giudiziaria paradossale, caratterizzata da prove dimenticate e falsificate, depistaggi, tentativi di insabbiamento, omissioni investigative, contraddizioni e tutto il peggio già visto in tanti altri misteri di Stato. Anomalie simili a quelle emerse in tutti i procedimenti collegati alle indagini sulla trattativa Stato-mafia. Quel dubbio che avevo da pm che indagava sulla trattativa, oggi che sono uno dei legali della famiglia Manca, ora che meglio conosco l’incartamento processuale, è diventato certezza, la certezza di un’ingiustizia di Stato,  una certezza che si è trasformata in indignazione.

Nella mia esperienza non breve da pm ho incontrato a volte timidezza, altre volte sciatteria, altre volte ancora pigrizia professionale e talvolta vera e propria mediocrità sul lavoro. Ma in questo caso si è passato ogni limite. Non c’è bisogno di essere Sherlock Holmes per capire che quelle foto non sono le foto né di un suicidio né di un’overdose accidentale, come invece cerca ancora di sostenere la procura di Viterbo. Sono piuttosto foto che raccontano un omicidio a seguito di un violento pestaggio. E il processo che si sta celebrando a Viterbo, contro la donna che avrebbe ceduto a Manca la dose letale di droga, è una farsa che si basa su una consulenza tecnica ove si scrive solo che Attilio Manca avrebbe assunto sostanze stupefacenti. Fatto incontestabile, ma la perizia non dice come sarebbero state iniettate e da chi. Imbrogliando carte e parole, la procura ha sostenuto su questa base che la perizia dimostrerebbe come Attilio fosse un assuntore abituale, cosa che invece la perizia non dice affatto. Su questa “non-prova” è stato costruito tutto il castello di congetture che ha portato alla conclusione che fu morte per overdose.

Ma perché tutta questa fretta di chiudere il caso senza i veri colpevoli? Perché tanti depistaggi e tentativi di insabbiamento? Ebbene, per capire la vicenda Manca bisogna inquadrarla in un contesto molto più grande e molto più complesso in cui solo il depistaggio, altrimenti immotivato, può trovare un movente. È la storia che ce lo insegna, basta ricordare quanto accaduto nel clamoroso depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, ove si arrivò a fabbricare a tavolino un falso pentito. I riferimenti e i collegamenti a Provenzano non sono solo suggestioni: il ruolo del boss nella morte di Attilio va inserito nell’ottica sempre più plausibile, anzi probabile, di eliminare un testimone scomodo e attendibile. Non è infatti per nulla azzardato supporre che Attilio, uno dei più bravi specialisti italiani, originario di Barcellona Pozzo di Gotto – dove si ritiene abbia trascorso parte della sua latitanza Provenzano – sia stato contattato per visitare e curare, se non operare, il boss per il cancro alla prostrata, senza sapere chi fosse, per poi essere eliminato in quanto pericoloso testimone. Tesi avvalorata da vari elementi indiziari e concreti riscontri oggettivi.

Ma chi o cosa metteva a rischio il testimone Attilio Manca? Chi o cosa bisognava proteggere? Provenzano ovviamente, la cui latitanza andava protetta dalla cattura e dalle malattie perché il boss era, sul versante mafioso, il garante della trattativa che lui stesso aveva stipulato scalzando Riina, dimostratosi troppo irriducibile. Ma le verità di Attilio Manca mettevano a repentaglio anche quel pezzo di Stato che proteggeva il capo di cosa nostra. Ecco dove sta l’ennesima convergenza di interessi tra mafia e Stato, una convergenza di interessi frutto di un patto scellerato di cui Attilio è stato vittima inconsapevole. È questa la verità che non si deve scoprire, è questa la ragione che porta al depistaggio e ai tentativi di insabbiamento. Ma la battaglia per scoprire cosa c’è dietro la morte assurda di questo giovane e valoroso medico va avanti. In altri casi che sembravano disperati e senza uscita, come nel caso del delitto di Mauro Rostagno, non tutta la verità, ma almeno un pezzo importante di verità è venuta fuori. Per questo non bisogna arrendersi. Nonostante gli attacchi, l’isolamento e le intimidazioni, compresa l’incriminazione per calunnia elevata nei miei confronti per le denunce dei depistaggi fatte nel corso dell’udienza preliminare del processo di Viterbo, caso inaudito e senza precedenti nei confronti di un difensore di parte civile, e cioè della parte danneggiata del reato. Malgrado tutto ciò, non bisogna rinunciare, bisogna continuare a battersi in ogni sede perché tutta la verità venga fuori, sulla trattativa Stato-mafia, sul delitto Manca e sul legame fra la trattativa e il delitto Manca. Lo dobbiamo ad Attilio ed alla sua famiglia. Perché giustizia sia fatta.

La solidarietà verso il Sindaco di Ramacca da: sudpress

La solidarietà verso il Sindaco di Ramacca

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato da parte del sindacato Autonomia di Polizia con il quale si intende mostrare vicinanza nei confronti del Sindaco di Ramacca, Francesco Zappalà

Il sindacato Autonomi di polizia con il presente comunicato stampa vuole esprimere solidarietà e vicinanza al sindaco di Ramacca Zappalà per le sue ultime dichiarazioni afferente il Cara di Mineo.

Il Sindacato stigmatizza l’attacco degli altri sindaci del “consorzio del calatino terra di accoglienza” che invece di spiegare su quali basi avvengono le assunzioni si limitano ad attaccare il sindaco di Ramacca minacciando addirittura querele, cosi come riportato da un vostro articolo. 

Sarebbe opportuno che i Sindaci spiegassero come avvengono le assunzioni da parte delle cooperative. Sulle basi di un semplice curriculum o su chiamata del politico di turno? Questa risposta è gradita non solo dal sindacato ma da tutti quei ragazzi disoccupati che hanno fatto pervenire semplicemente un curriculum.

ANPI NEWS n.150

 

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

 

Legge elettorale e riforma del Senato: era (ed è) una questione democratica“: sabato 21 febbraio a Torino, iniziativa pubblica promossa dall’ANPI Nazionale. Interverranno Gustavo Zagrebelsky, Carlo Smuraglia e Antonio Caputo coordinati da Sandra Bonsanti. Aderiscono ARCI Nazionale e Libertà e Giustizia 

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Si torna a parlare, avvicinandosi il 20 febbraio, del decreto fiscale e, come spesso accade, se ne sentono di tutti i colori (…)

 

La settimana scorsa ho potuto inserire solo una breve postilla,  nella News 149, sul discorso di insediamento, appena pronunciato dal Presidente della Repubblica Mattarella. Non c’è molto da aggiungere, penso. Tuttavia desidero sottolineare il fatto che nel discorso, che – successivamente – ho potuto leggere con calma, il richiamo alla Costituzione è ripetuto in modo costante e tutt’altro che formale (…)

 

Ci troviamo, quasi senza rendercene conto, nella situazione più difficile e più pericolosa tra tutte quelle che si sono verificate dalla fine della guerra mondiale ad oggi. La questione dell’Ucraina ci mette sull’orlo di una guerra, come assai di rado era accaduto in precedenza. L’incontro a Mosca tra la Merkel, Hollande e Putin non ha prodotto quasi nulla(...)

 

La notizia della morte di Massimo Rendina ci ha profondamente addolorati. Da parecchio tempo non riusciva più a frequentare le nostre riunioni, alle quali – finché gli era stato possibile – non era mai mancato. Ma lo sentivamo ancora presente fra noi, tanto vivido era il ricordo della sua voce, dei suoi interventi, dei suoi sprazzi ironici, talvolta duri e talvolta addirittura affettuosi(…)ANPINEWS N.150

Renzi a Melfi, si prepara la contestazione dei Cobas. Landini: “Sciopero contro il Jobs act” Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Un presidio davanti ai cancelli della Fiat Chrysler di Melfi (Potenza), per il 13 febbraio, in occasione della visita di Matteo Renzi, è stato annunciato dai cinque ex operai della fabbrica automobilistica campana, licenziati dall’azienda lo scorso giugno a seguito di una protesta ritenuta offensiva dall’azienda, e dai Cobas di Napoli e Caserta. Gli ex lavoratori annunciano analoghi presidi anche in occasione del rinnovo delle rsa nello stabilimento Fca di Pomigliano, in programma dal 18 al 20 febbraio prossimo.

I manifestanti la scorsa settimana hanno messo in scena anche una crocifissione davanti alla fabbrica di Pomigliano, per poi andare a Roma, dove hanno consegnato una lettera al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ed ora partiranno per Melfi dove installeranno anche una tenda già dalla sera del 12 per protestare contro il jobs act. ”Con il Jobs act il governo Renzi non ha fatto altro che trasferire il modello Marchionne all’intera società e a tutti i lavoratori – spiegano – per questo opporsi a Renzi oggi significa opporsi a Marchionne e riprendere la battaglia per il reintegro di tutti i cassintegrati e licenziati a salario pieno e il ripristino di tutti i diritti che in questi anni ci hanno rapinato”. Gli ex operai, inoltre, sostengono che le prossime elezioni in fabbrica non sono altro che ”una truffa clamorosa”. ”Gli operai – concludono – saranno chiamati ad eleggere le rsa dando obbligatoriamente il voto a Fim, Uilm, Fismic e Ugl, escludendo la Fiom e tutte le altre organizzazioni. E questa è dittatura. Dopo essere stati svenduti, gli operai ora dovranno votare quegli stessi sindacati che li ha condannati”.

Contro il Jobs act, il segretario della Fiom Maurizio Landini ha annunciato che chiederà alla Cgil di indire azioni di sciopero.

I neo-nazisti ucraini addestrati dagli Usa Fonte: il manifesto | Autore: Manlio Dinucci

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In Ucraina gli Usa ini­zie­ranno in pri­ma­vera l’addestramento e l’armamento della Guar­dia nazio­nale: lo con­ferma uffi­cial­mente il Comando euro­peo degli Stati uniti, pre­ci­sando che il pro­gramma rien­tra nell’iniziativa del Dipar­ti­mento di stato per assi­stere l’Ucraina ad attuare «la difesa interna».

Il finan­zia­mento, già auto­riz­zato dal Con­gresso, viene for­nito da uno spe­ciale Fondo costi­tuito dal Pen­ta­gono e dal Dipar­ti­mento di stato per «for­nire adde­stra­mento ed equi­pag­gia­mento a forze di sicu­rezza stra­niere», così che «i paesi part­ner pos­sano affron­tare sfide impor­tanti per la sicu­rezza nazio­nale degli Usa». La mis­sione di adde­stra­mento in Ucraina serve a «dimo­strare l’impegno Usa per la sicu­rezza del Mar Nero e il valore delle forze Usa schie­rate in posi­zioni avanzate».

Le unità della Guar­dia nazio­nale ucraina, com­pren­denti secondo stime appros­si­ma­tive 45-50mila volon­tari, saranno adde­strate da istrut­tori Usa nel campo mili­tare Yavo­riv presso Lviv (Leo­poli, ndr ) a circa 50 km dal con­fine polacco. La Guar­dia nazio­nale, costi­tuita dal governo di Kiev nel marzo 2014 con un primo finan­zia­mento Usa di 19 milioni di dol­lari, ha incor­po­rato le for­ma­zioni neo­na­zi­ste , già adde­strate da istrut­tori Nato per il «putsch» di Kiev (come mostra una docu­men­ta­zione foto­gra­fica su mili­tanti neo­na­zi­sti adde­strati nel 2006 in Estonia).

I bat­ta­glioni Don­bass, Azov , Aidar, Dnepr-1, Dnepr-2 e altri, che costi­tui­scono la forza d’urto della Guar­dia nazio­nale, sono costi­tuiti da neo­na­zi­sti sia ucraini che di altri paesi euro­pei. Le atro­cità da loro com­messe con­tro i civili di nazio­na­lità russa nell’Ucraina orien­tale sono ampia­mente docu­men­tate da video e testi­mo­nianze (basta digi­tare su Goo­gle «atro­cità dei neo-nazi in Ucraina»). Ma, nono­stante che Amne­sty Inter­na­tio­nal abbia accu­sato il governo di Kiev di essere respon­sa­bile dei cri­mini di guerra com­messi da que­sti bat­ta­glioni, gli Usa hanno con­ti­nuato a soste­nerli, for­nendo loro anche mezzi blin­dati. E ora li poten­ziano con il pro­gramma di adde­stra­mento e arma­mento. Esso rien­tra nell’«Operazione fer­mezza atlan­tica», lan­ciata dal Comando euro­peo degli Stati uniti per «rias­si­cu­rare i nostri alleati, di fronte all’intervento russo in Ucraina, e quale deter­rente per impe­dire che la Rus­sia acqui­sti l’egemonia regionale».

Nel qua­dro del cre­scente dispie­ga­mento di forze Usa nell’Europa orien­tale, il Pen­ta­gono ha inviato «esperti mili­tari per accre­scere la capa­cità difen­siva dell’Ucraina» e stan­ziato altri 46 milioni di dol­lari per for­nirle «equi­pag­gia­menti mili­tari, tra cui vei­coli e visori not­turni». Washing­ton sta quindi già armando le forze di Kiev che, anche senza rice­vere armi pesanti dagli Usa, pos­sono pro­cu­rar­sele con i milioni di dol­lari messi a loro disposizione.

Men­tre Ger­ma­nia, Fran­cia e Ita­lia si dicono favo­re­voli a una solu­zione diplo­ma­tica e quindi con­tra­rie alla for­ni­tura di armi a Kiev. Ma allo stesso tempo, al ver­tice di Bru­xel­les, si impe­gnano, insieme a Gran Bre­ta­gna, Spa­gna e Polo­nia, ad assu­mersi i com­piti mag­giori nella for­ma­zione della «Forza di punta» della Nato, nel qua­dro della «Forza di rispo­sta», por­tata da 13mila a 30mila uomini e dotata di sei cen­tri di comando e con­trollo in Esto­nia, Let­to­nia, Litua­nia, Polo­nia, Roma­nia e Bulgaria.

Men­tre gli Usa, in pre­pa­ra­zione del ver­tice di Minsk sull’Ucraina (cui volu­ta­mente non par­te­ci­pano), assi­cu­rano per bocca del segre­ta­rio di Stato che tra gli alleati «non ci sono divi­sioni, siamo tutti d’accordo che non possa esserci una solu­zione mili­tare». Ma allo stesso tempo, adde­strando e armando i neo­na­zi­sti ucraini, gli Usa ali­men­tano le fiamme della guerra nel cuore dell’Europa.