Matteo Salvini «marcia» su Roma con Casa Pound, no dei movimenti da: il manifesto

Roma. Cresce l’opposizione al raduno di Lega e Cp previsto il 28

Matteo Salvini

L’aula I di Let­tere gio­vedì era gre­mita. Cen­ti­naia di per­sone, arri­vate den­tro la città uni­ver­si­ta­ria per un’assemblea che fin dal suo lan­cio sui social e sui siti di movi­mento, aveva avuto la capa­cità di destare l’attenzione di tutta la varie­gata galas­sia della sinistra.

La mani­fe­sta­zione indetta dalla Lega Nord (con la com­pli­cità poli­tica di Casa­Pound) per il 28 feb­braio ha risve­gliato un uni­ta­rio rifiuto da parte dell’associazionismo e sin­da­cati di base, stu­denti e col­let­tivi, movi­menti per il diritto all’abitare e cen­tri sociali – una miscel­la­nea che si è messa alla prova in un dibat­tito franco, aperto a dif­fe­renza di appun­ta­menti pas­sati, non si è impo­sto come arte­fatta discus­sione, ma ha evi­den­ziato anche le diverse sen­si­bi­lità di chi è intervenuto.

Scon­tata la con­ver­genza su una chia­mata anti­fa­sci­sta, si riba­diva come il pro­blema Sal­vini fosse altro: accre­di­tarsi come lea­der dell’opposizione a Renzi e il ten­ta­tivo di infil­trarsi nelle peri­fe­rie, par­lando al ven­tre molle del paese con una reto­rica xeno­foba che ha dimo­strato di essere un lin­guag­gio cono­sciuto nei quar­tieri romani. Si riba­diva, soprat­tutto, la neces­sità di costruire un fronte col­let­tivo che fosse in grado di sma­sche­rare la Lega di Sal­vini per ciò che effet­ti­va­mente è, ovvero il par­tito che pro­mosse la pre­ca­riz­za­zione del lavoro con l’approvazione (nel 2003, sotto l’egida Ber­lu­sconi) della Legge Biagi; la forza poli­tica che oggi sbraita con­tro l’euro in salsa sovra­ni­sta ma che anni fa, sem­pre eter­na­mente al governo, votò l’integrazione mone­ta­ria pro­mossa dall’Ue; la for­ma­zione delle ronde armate, dei respin­gi­menti e delle legi­sla­zioni omi­cide sulle poli­ti­che di fron­tiera, delle tan­genti di Bel­sito a Sal­vini e degli scan­dali finan­ziari di Formigoni.

Il pas­sag­gio che si è fatto a La Sapienza, tut­ta­via, non può di per sé essere suf­fi­ciente. La volontà dei pro­mo­tori, espressa in un breve comu­ni­cato su quanto emerso ieri, è quella di man­te­nere alta e vigile l’attenzione dell’opinione pub­blica fino al giorno in cui Sal­vini radu­nerà le sue forze a Piazza del Popolo. Sul comu­ni­cato si parla di «un per­corso uni­ta­rio» che mira ad allar­gare la par­te­ci­pa­zione «attra­verso una mobi­li­ta­zione per­ma­nente da oggi al 28, che attra­ver­serà i quar­tieri e che ci augu­riamo vali­cherà i con­fini della nostra città per con­te­stare Sal­vini a Roma e ovun­que, come suc­cesso ieri all’Aquila, oggi a Teramo e come acca­drà nei pros­simi giorni a Palermo».

Lo sforzo più grande, in attesa del pros­simo mee­ting cit­ta­dino pre­vi­sto per mer­co­ledì 18 (sem­pre all’università), sarà quello di par­to­rire una pro­po­sta di mobi­li­ta­zione che si curi delle tante sen­si­bi­lità in campo. Le parole d’ordine della par­te­ci­pa­zione e della deter­mi­na­zione non sono anti­te­ti­che, ma si muo­vono insieme in un ingra­nag­gio oliato dalla legit­ti­mità che un cre­scente con­senso alla cam­pa­gna può con­fe­rire alla mobi­li­ta­zione del 28 feb­braio. C’è biso­gno, insomma, di matu­rità; biso­gna guar­dare la luna e non il dito delle beghe tra addetti ai lavori, resti­tuendo cre­di­bi­lità e forza alle maglie lar­ghe dei movi­menti anche attra­verso la dispo­ni­bi­lità a met­tersi in discus­sione in una dina­mica costi­tuente e collettiva.

Bombe su ospedale a Donetsk, è strage. In Donbass guerra totale da: www.resistenze.org – popoli resistenti – ucraina – 04-02-15 – n. 529


Marco Santopadre | contropiano.org

04/02/2015

Un colpo d’artiglieria sparato dall’esercito governativo che assedia e bombarda la città dalla scorsa primavera è caduto questa mattina su un ospedale di Donetsk, nel quartiere di Testilschiki, uccidendo un numero ancora imprecisato di persone e ferendone altrettante, alcune in modo grave. Le operazioni di salvataggio sono state rese difficili dallo sviluppo dell’incendio nei locali dell’ospedale provocato dal proiettile sparato sull’edificio. “Secondo le nostre informazioni sono morte quattro persone: una era vicino l’ospedale, le altre tre facevano la coda per ricevere gli aiuti umanitari che si stavano distribuendo vicino l’edificio” ha riferito alla stampa Alexei Kostrubitski, capo del dipartimento emergenze dei Donetsk, mentre altre fonti parlano di 15 decessi.
E’ l’ultimo tragico episodio di sangue in un conflitto civile che negli ultimi giorni ha acquisito di nuovo, dopo il fallimento dei negoziati di Minsk, i contorni di una guerra su larga scala, che coinvolge già decine di migliaia di combattenti e colpisce sempre di più la popolazione civile.

Il conteggio delle vittime delle ultime 24 ore riporta altri sei morti e 37 feriti, tra civili e militari del Donbass, e due soldati ucraini uccisi e 18 feriti. Ieri il conteggio era stato ancora più alto, con 30 vittime ammesse da ambo le parti, 17 civili e 13 soldati.
Ma il bilancio reale delle vittime dei combattimenti e dei bombardamenti degli ultimi giorni è assai più consistente. Solo nel mese di gennaio, nel territorio sotto il controllo delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, i civili uccisi dai bombardamenti dei governativi sono stati in totale 242, e circa 600 i feriti.

Nella zona dell’aeroporto di Donetsk, ormai sotto il controllo quasi completo delle milizie degli insorti del Donbass, “oggi come oggi risultano dispersi 28 militari ucraini” e i reparti di soccorso non riescono ad arrivare in quell’area a causa dei bombardamenti ha dovuto ammettere alcune ore fa il portavoce dello stato maggiore delle forze armate di Kiev, Vladislav Selezniov. Smentito invece da Kiev l’abbattimento da parte dei ribelli di un caccia-bombardiere, come rivendicato poco prima da Igor Plotnitsky, leader della Repubblica Popolare di Lugansk che aveva anche parlato della distruzione di un elicottero militare ucraino.

La situazione nell’Ucraina orientale peggiora di giorno in giorno e ormai le denunce sulla catastrofe umanitaria che stanno vivendo le popolazioni del Donbass sono quotidiane e di diversa provenienza.
“Non ho dubbi, la situazione umanitaria è drammatica e se nei prossimi mesi non migliorerà andiamo incontro ad una catastrofe” ha detto ad esempio Andrea Ciocca, capo progetto di Medici Senza Frontiere a Donetsk, la città più martoriata dall’aggressione militare del regime nazionalista di Kiev. “La situazione di conflitto ormai si sta protraendo da molti mesi, la capacità della popolazione di far fronte alle conseguenze sia dirette sia indirette del conflitto sta venendo sempre meno. Consideriamo poi che la stagione invernale che è arrivata, col freddo, rende tutto più complicato. Le infrastrutture economiche sono crollate, c’è poca possibilità di lavorare, le persone che avevano uno stipendio prima del conflitto non ce l’hanno più, la disponibilità di medicinali nelle farmacie e di cibo sta diminuendo”.

Allarmi simili li lancia anche Zeid Raad Al Hussein, l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani: “Fermate di trasporti pubblici, mercati, scuole e asili, ospedali e aree residenziali si sono trasformati in campi di battaglia nelle regioni di Donetsk e Luhansk, il che viola il diritto umanitario internazionale”, si legge in un comunicato dell’organismo. “Il numero di morti accertati è di 5.358 mentre i feriti sono 12.235. Una nuova escalation sarà catastrofica per 5,2 milioni di persone”, aggiunge la nota.

Ma la situazione non accenna a migliorare, anzi.
Il governo degli Stati Uniti ha affermato che non fornirà armi “nel prossimo futuro” ai militari ucraini. Ad assicurarlo è stato Ben Rhodes, vice consigliere per la sicurezza nazionale, intervistato dalla Cnn, aggiungendo che la prossima settimana, dopo la visita a Kiev prevista giovedì di John Kerry, è previsto un incontro tra Obama e Merkel – che però in una dichiarazione ha smentito l’ipotesi di armare Kiev – proprio sulla crisi ucraina. Tuttavia, il vice consigliere non ha smentito direttamente l’articolo del New York Times nel quale si affermava che gli Stati Uniti starebbero valutando l’opportunità di inviare armi e apparati logistici all’esercito ucraino per un valore di centinaia di milioni o addirittura di miliardi di dollari. Rhodes ha affermato che Obama ha chiesto ai suoi consiglieri di valutare “tutte le opzioni”.
A confermare le indiscrezioni del NYT è stato il presidente ucraino Petro Poroshenko affermando, durante una visita nella città orientale di Kharkov, di non aver “alcun dubbio” sul fatto che gli Stati uniti forniranno a Kiev armi letali per combattere contro i “separatisti filorussi”. “Noi – ha aggiunto l’oligarca – dobbiamo avere mezzi per difenderci”.

In realtà è noto che, nonostante Washington dichiari di aver inviato a Kiev solo armi e apparati ‘non letali’, varie sono state già le forniture di armi accordate ai nazionalisti che hanno assunto il potere con il golpe di febbraio. A confermarlo, ieri, nel corso di una conferenza stampa, le autorità della Repubblica di Donetsk che hanno mostrato ai giornalisti alcuni pezzi di proiettile di obice sparati dalle truppe governative contro le milizie popolari. Proiettili di fabbricazione statunitense che ufficialmente non dovrebbero essere in possesso dell’esercito di Kiev.

La richiesta a Washington di inviare armi e aiuti militari sembra pressante. D’altronde la situazione militare dei nazionalisti ucraini non sembra certo proseguire per il verso giusto. Nelle ultime due settimane le milizie della Nuova Russia hanno conquistato una ventina di località e allargato i confini della zona orientale controllata dai ribelli. Ma a preoccupare in particolare i padrini occidentali di Kiev è la situazione a Debaltsevo, cittadina di 30 mila abitanti a metà strada tra Donetsk e Lugansk  dove da una settimana circa 8 mila soldati  governativi e miliziani della Guardia Nazionale sono intrappolati in una sacca circondata quasi interamente dalle milizie popolari insorte, che si sono trasformate da assediati in assedianti. La cittadina e dai dintorni, dalla quale stanno scappando migliaia di civili anche grazie a una breve tregua umanitaria accordata ieri da entrambe le parti, potrebbe trasformarsi in un’ennesima disfatta per le raffazzonate e poco determinate truppe di Kiev.

 

La prossima guerra informativa biologica: gli Usa propongono un database del DNA da: www.resistenze.org – osservatorio – della guerra – 03-02-15 – n. 529


Tony Cartalucci | Global Research
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

01/02/2015

Gli Usa propongono un database del DNA supportato dal governo composto del materiale genetico di oltre un milione di volontari. RT avrebbe riferito nel suo articolo “Got genes: Obama proposes genetic biobank of 1mn Americans’ DNA to fight disease[“Abbiamo i geni: Obama propone una biobanca genetica di 1 milione di americani”] che:

Una nuova proposta del governo Usa da 215 milioni dollari cercherà oltre 1 milione di volontari americani per l’analisi delle loro informazioni genetiche nell’ambito di una iniziativa per combattere la malattia e al tempo stesso sviluppare assistenza sanitaria mirata basata sul proprio DNA.

I funzionari sperano che il progetto di biobanca, ha annunciato venerdì dal presidente Barack Obama, possa fondere studi genetici esistenti con una vasta gamma di nuovi volontari per raggiungere 1 milione di partecipanti.

Mentre questo database iniziale è composto da volontari, campioni di sangue non su base volontaria sono già raccolti dalle forze dell’ordine Usa in tutto il paese e accumulati in una rete esistente e in continua espansione. Inoltre, la nuova proposta intende istituire una “medicina di precisione” come standard nella cura medica, il che implica che alla fine, per fornire un’assistenza sanitaria sempre più statale, sarà richiesto dai medici il DNA di ciascuno.

Tale informazione prelude indubbiamente ad un’estesa iterazione a livello nazionale di questa nuova rete proposta.

Il nuovo giocattolo dei violentatori seriali

Mentre la medicina di precisione è invero un potente strumento nella lotta contro la malattia e la riparazione di lesioni – in realtà, davvero il futuro della medicina – coloro che si sono nominati arbitri negli Usa hanno già dimostrato che non ci si può fidare di una tale responsabilità.

RT nota inoltre nel suo reportage che:

Il modo in cui il governo degli Stati Uniti garantirà che le informazioni genetiche individuali saranno tenute riservate diventerà certamente causa di preoccupazione per molti. Un database gestito dal governo che accumula dati genetici probabilmente affronterà resistenza in questa epoca di regime di spionaggio globale gestito dalla National Security Agency (NSA) e un sistema di brevetti genetici utilizzato da soggetti come la Monsanto per consolidare la proprietà legale del mondo naturale.

In effetti, una banca dati del DNA potrebbe essere per i nostri corpi, quello che Internet è per i nostri computer – con un’entità come la NSA che invade, abusa, sfrutta e manipola non solo i nostri dati personali, ma addirittura il codice genetico che ci rende quello che siamo. I pericoli sono immensi, e l’abuso di informazioni genetiche è già stato avidamente esplorato dai particolarissimi interessi che spingono questa nuova iniziativa.

La prospettiva di utilizzare i geni di qualcuno contro di lui sotto forma di armi genospecifiche è stato menzionato nel rapporto 2000 del neoconservatore Project for a New American Century (PNAC) intitolato: “Rebuilding America’s Defenses” (.pdf), che affermava:

La proliferazione di missili balistici e da crociera e velivoli senza pilota a lungo raggio (UAV) renderà molto più facile proiettare potenza militare in tutto il mondo. Le stesse munizioni diventeranno sempre più precise, mentre nuovi metodi di attacco – elettronici, “non letali”, biologici – saranno più ampiamente disponibili. (pag.71 del pdf)

Anche se possono essere richiesti diversi decenni perché il processo di trasformazione si compia, col tempo l’arte della guerra in cielo, terra e mare sarà molto diverso da quello attuale e il “combattimento” probabilmente avrà luogo in nuove dimensioni: nello spazio, nel “cyberspazio” e forse nel mondo dei microbi. (pag.72 del pdf)

E forme avanzate di guerra biologica che possono “puntare” genotipi specifici possono trasformare la guerra biologica dal regno del terrore in uno strumento politicamente utile. (pag.72 del pdf)

L’attacco a tali obbiettivi richiederà un database di informazioni genetiche – che accoppiato con la già onnipresente sorveglianza della NSA – consentirà al crescente stato di polizia di individuare e puntare le persone con le armi genospecifiche con una precisione inimmaginabile – un vero e proprio “tocco della morte” simile a quello delle divinità mitologiche in grado di abbattere i loro nemici a volontà.

Come avere il meglio dei due mondi

La corsa ad istituire un sistema sanitario top-down basato sulla medicina di precisione guidata geneticamente è fatta con la consapevolezza che la democratizzazione della tecnologia, compresa quella connessa con la biologia e la genetica, sta accelerando verso laboratori locali in grado di riprodurre o anche sopraffare gli sviluppi fatti dai grandi colossi farmaceutici. In questo si segue lo stesso schema seguito dall’IT [Information Technology, ndt], in cui la tecnologia dirompente, le istituzioni, e paradigmi hanno consentito un rapido decentramento e un ridimensionamento [downsizing].

Piccoli gruppi di persone o singoli individui hanno ora online una piattaforma con cui competere contro studi multimilionari. Allo stesso modo, la stampa 3D è alla guida di un’analoga rivoluzione nella produzione.

La “Do-it-Yourself biology” (DIYbio) [“biologia fai da te”] è ora sul punto di distruggere i campi delle biotecnologie, della salute umana, e della medicina.

Con la DIYbio, gli individui e le comunità possono gestire le proprie informazioni genetiche, condividerle come e quando decidono, e lavorare direttamente su applicazioni per modificare, migliorare, o ripararle. Il decentramento di questa potente tecnologia definirà anche un equilibrio di poteri. Quelli con intenzioni malevole rimarranno sotto controllo per il fatto che così tante persone hanno interesse a prevenire l’abuso di questa tecnologia.

Come nel mondo dell’IT di oggi, i backup, i firewall e una conoscenza generale delle “buone pratiche” contribuirà a proteggere la grande maggioranza dall’abuso dell’emergente medicina di precisione guidata geneticamente.

Già c’è un’ampia gamma di informazioni online riguardanti la DIYbio – che come la sua controparte nell’IT – mantiene un ethos open source e collaborativo. Le persone, consapevoli che impedire l’uso di questa tecnologia è impossibile, possono iniziare ad impadronirsene al fine di garantire un equilibrio di poteri e per prevenire gli abusi su vasta scala.

Al tempo stesso, il proposto decentramento di Internet mediante reti a maglia locali servirebbe anche a costruire difese per le informazioni genetiche memorizzate dai singoli su tali reti. Stabilire e promuovere l’idea di allontanarsi da ogni forma di sistemi altamente centralizzati gestiti da violatori seriali della nostra privacy e dei diritti umani, democratizzando proprio la tecnologia che cercano di monopolizzare e utilizzare contro di noi, è il primo passo per vincere questa nuova battaglia prima che inizi.

 

Grecia, sit in sotto le finestre di Bankitalia a Roma. La Fiom aderisce al corteo del 14 febbraio | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Diverse centinaia di persone hann9o partecipato questa sera al sit in sotto la sede di Bankitalia in via XX settembre. Un presidio di solidarietà con la Grecia dopo che l’Ue e la Bce hanno dimostrato la linea dura contro le posizioni anti-austerità del Governo Tsipras. Tante le bandiere di Rifondazione e dell’Altra Europa, e diverse anche le bandiere di Sel. Insomma, una presenza di quella sinistra determinata a non lasciar sola la Grecia e il governo guidato da Syriza e di dar vita, a partire dal risultato politico raggiunto dal popolo greco, a un fronte di lotta  antiausterità. Due le scadenze importanti che sono state programmate nell’immediato: l’11 febbraio sotto lo’ambasciata tedesca e ilo 14 per l’appuntamento nazionale. A questo appuntamento dal titolo “Dalla parte giusta. E’ cambiata la Grecia. Cambiamo l’Europa”, ha aderito nelle ultime ore anche la Fiom. “E’ ora di cambiare per costruire una Europa vera fondata sul lavoro e sulla giustizia sociale”, si legge in un comunicato a firma della segreteria nazionale.  Secondo la Fiom la strada da seguire è il non pagamento degli interessi, la mutualizzazione del debito e il suo allungamento.
All’iniziativa di Roma hanno partecipato, tra gli altri, Paolo Ferrero, segretario del Prc, Raffaella Bolini, Roberto Morea, Roberto Musacchio, Giovanni Russo Spena, e molti partecipanti della Brigata Kalimera, presenti con il vessillo portato ad Atene.

Alfonso Gianni: Troika, un colpo di stato in bianco Fonte: Il Manifesto | Autore: Alfonso Gianni

Se si nutriva ancora qual­che dub­bio che l’Europa fosse più vit­tima delle pro­prie poli­ti­che che della crisi, gli acca­di­menti degli ultimi giorni hanno tolto ogni dub­bio. I mer­cati ave­vano assor­bito quasi con non­cha­lance il cam­bio di governo in Gre­cia; la Borsa di Atene aveva oscil­lato, ma riu­scendo sem­pre a ripren­dersi, fino a rag­giun­gere rialzi da record; il ter­ro­ri­smo psi­co­lo­gico che aveva pro­vo­cato un forte deflusso di capi­tali prima delle ele­zioni sem­brava un’arma spuntata.

Ma appena si è arri­vati al dun­que è scat­tato il ricatto della Bce. Eppure le richie­ste del nuovo governo greco erano più che ragio­ne­voli. Né Tsi­pras né Varou­fa­kis chie­de­vano un taglio netto del debito, ma sola­mente moda­lità e tempi diversi per pagarlo senza con­ti­nuare a distrug­gere l’economia e la società greca, come ave­vano fatto i loro pre­de­ces­sori. Dichia­ra­zioni e docu­menti di eco­no­mi­sti a livello mon­diale, com­presi diversi premi Nobel, si rin­cor­rono per dimo­strare che le solu­zioni pro­po­ste dal governo greco sono per­fet­ta­mente appli­ca­bili, anzi le uni­che effi­caci se si vuole sal­vare l’Europa, che sarebbe tra­sci­nata nella vora­gine di un con­ta­gio dai con­fini impre­ve­di­bili se la Gre­cia dovesse fal­lire e uscire dall’euro. Per­fino il pen­siero main­stream – Finan­cial Times in testa — si dimo­strava più che possibilista.

Può darsi, come anche Varou­fa­kis ha osser­vato, che la mossa di Dra­ghi serva per evi­den­ziare che la solu­zione è poli­tica e non tecnico-economica. Quindi ha but­tato la palla nel campo dell’imminente Euro­gruppo che si riu­nirà l’11 feb­braio. Il guaio è che la poli­tica euro­pea attuale è ancora peg­gio della ragione eco­no­mica. Basti leg­gere le dichia­ra­zioni di un Renzi, sdra­iato sul comu­ni­cato della Bce, o quelle di uno Schulz o di un Gabriel.

Non è la prima volta, d’altro canto, che la social­de­mo­cra­zia tede­sca vota i «cre­diti di guerra». L’analogia non è troppo esa­ge­rata. Che spie­ga­zione tro­vare per un simile acca­ni­mento con­tro un paese il cui Pil non supera il 2% e il cui debito il 3% di quelli com­ples­sivi dell’eurozona?

La ragione è duplice.

Se passa la solu­zione greca appare chiaro che non esi­ste un’unica strada per abbat­tere il debito. Anzi ce n’è una alter­na­tiva con­cre­ta­mente pra­ti­ca­bile rispetto a quella del fiscal com­pact. Più effi­cace e assai meno deva­stante. Tale da pun­tare su un nuovo tipo di svi­luppo che valo­rizzi il lavoro, l’ambiente e la società, come appare dal pro­gramma di Salo­nicco su cui Syriza ha costruito e vinto la sua cam­pa­gna elet­to­rale. Sarebbe una scon­fitta sto­rica per il neo­li­be­ri­smo europeo.

Il secondo motivo riguarda gli assetti poli­tico isti­tu­zio­nali della Ue. Sap­piamo che i greci hanno giu­sta­mente rifiu­tato l’intervento della Troika. Ma è pur vero che per­fino Junc­ker ha dichia­rato che quest’ultima ha fatto il suo tempo. C’è allora qual­cosa di più impor­tante in gioco che la soprav­vi­venza di que­sto o quell’organismo. Finora la Ue attra­verso gli stru­menti della sua gover­nance a-democratica aveva messo il naso nelle poli­ti­che interne di ogni paese, in qual­che caso det­tan­done per filo e per segno le scelte da fare. Così è acca­duto nel caso ita­liano con la famosa let­tera della Bce del 5 ago­sto del 2011. Dove non era arri­vato Ber­lu­sconi ave­vano prov­ve­duto Monti e ora Renzi a finire i com­piti a casa. Ma si trat­tava pur sem­pre di un inter­vento su governi amici, che si fon­da­vano su mag­gio­ranze che ave­vano espli­ci­tato la loro pre­ven­tiva sot­to­mis­sione alla Troika. In Gre­cia siamo di fronte al ten­ta­tivo di impe­dire che la volontà popo­lare espres­sasi nelle ele­zioni in modo abbon­dante e ine­qui­vo­ca­bile possa tro­vare imple­men­ta­zione per­ché con­tra­ria alle attuali scelte della Ue. Qual­cosa che si avvi­cina a un colpo di stato in bianco (per ora). I neo­na­zi­sti di Alba Dorata ave­vano dichia­rato che Syriza avrebbe fal­lito e dopo sarebbe toc­cato a loro governare.

E’ que­sto che le medio­cri classi diri­genti euro­pee vogliono? Non sarebbe la prima volta.

Impe­dia­mo­glielo.

Non solo con gli stru­menti pro­pri delle sedi par­la­men­tari per influire sul ver­tice dei capi di stato, ma soprat­tutto riem­piendo le piazze, come suc­cede ora in Gre­cia e come vogliamo accada anche in Ita­lia e nel resto d’Europa il pros­simo 14 feb­braio. Un San Valen­tino di pas­sione con il popolo greco.

Muore a Parigi Assia Djebar, la scrittrice algerina impegnata nella difesa dei diritti delle donne | Autore: redazione da: controlacrisi.org

E’ morta in un ospedale di Parigi all’eta di 78 anni Assia Djebar, scrittrice, regista, accademica di Francia e storica che si e’ battuta per i diritti delle donne nella sua Algeria. E’ stato uno degli autori del Maghreb piu’ tradotti e noti al mondo. Tra i suoi romanzi “Donne d’Algeri nei loro appartamenti”, “La donna senza sepoltura”, “Le notti di Strasburgo”, “Lontano da Medina”, “L’amore e la guerra” e “Nel cuore della notte algerina”. Assia, il cui vero nome era Fatima Zohra Imalyene, era nata nel 1936 a Cherchell, l’antica citta’ romana di Cesarea, a ovest di Algeri. Prima donna algerina ammessa all’Ecole normale superieure francese, la lascio’ per protesta nei primi giorni della guerra di indipendenza, ma nel 1959 fu Charles De Gaulle a chiederne la reintegrazione per “meriti e talento letterari”. Poi si trasferi’ in Marocco, dove insegno’ a Rabat prima di approdare all’Universita’ di Algeri. Dall’Algeria si allontano’ definitivamente nei primi anni ’80, lamentando che nelle strade non vedeva “piu’ donne, solo uomini”. In un suo libro, “Oran, langue morte”, Assia Djebar raccconto’ la sofferenza delle donne in un’Algeria islamizzata.L’arabo imposto per legge, ha ricordato in molti suoi libri, e’ una lingua per soli uomini che poco ha a che vedere con la grande lingua araba. E’ stata anche un’apprezzata regista: il suo primo film-documentario, “La nouba des Femmes du Mont Chenoua”, sulla guerra vista dalle donne, nel 1979 vinse il premio della critica alla Biennale del cinema di Venezia. Nel 2005 fu eletta all’Academie Francaise. Nel suo discorso di ingresso, Assia Djebar affermo’ che una sola patria ci accomuna: la lingua e, con la lingua, la scrittura.