“Giornata dell’orgoglio terrone” per dire no a Matteo Salvini da: l’ora quotidiano

I suoi promotori hanno realizzato una pagina Facebook per contestare l’arrivo a Palermo del leader leghista, che domenica terrà una manifestazione politica nel capoluogo siciliano

di Redazione

5 febbraio 2015

L’hanno chiamata “Giornata dell’orgoglio terrone” e con questo nome chiamano a raccolta tutti quanti non vogliano che il progetto leghista sbarchi in Sicilia.

E così, hanno dato vita a una pagina su facebook per invitare quante più persone a una contestazione contro il leader della Lega Matteo Salvini, che domenica sarà a Palermo per presentare il proprio progetto politico, del nuovo movimento “Noi con Salvini”. 

Un movimento che, da Nord a Sud, sta riscuotendo un consenso ampio. Con il giovane leader leghista, infatti, non ci sono soltanto i lumbard della prima ora, ma anche tantissimi meridionali, siciliani compresi, che si dicono stanchi della vecchia politica e pronti a salire sul Carroccio.

Ma la presenza di Salvini proprio non va giù ai promotori di questa pagina che preannunciano una manifestazione di protesta contro la Lega e contro il neomovimento “Noi con Salvini”, che in Sicilia e nel Sud è guidato dal deputato Angelo Attaguile, salviniano di ferro ma con un passato nella Dc e nel Mpa di Raffaele Lombardo.

Nella pagina Facebook fa bella mostra una foto di Salvini, accompagnata dalla scritta: “tu scuiddasti quando ricevi ca a valigia di cartone fa rima con terrone?” Un proclama, a cui hanno aderito già quasi mille utenti del social network.

Paolo Maddalena: Il neoliberismo ha ucciso le città Fonte: micromega | Autore: Paolo Maddalena

Pubblichiamo la prefazione di Paolo Maddalena al nuovo saggio dell’urbanista Paolo Berdini, “Le città fallite. I grandi comuni italiani e la crisi del welfare urbano”, in questi giorni in libreria edito da Donzelli.

Il libro di Paolo Berdini, dall’illuminante titolo “Le città fallite”, copre un vuoto nella pur ampia letteratura sugli scempi edilizi: esso enumera con lodevole completezza la serie dei fatti eclatanti che hanno distrutto i territori urbani, ponendo in evidenza come questa distruzione territoriale e ambientale sia andata di pari passo con la cancellazione delle regole dell’urbanistica. Da vero, grande urbanista quale è, l’Autore esprime quasi un grido di dolore, che sembra materialmente emergere da queste accattivanti pagine, e che si trasmette automaticamente al lettore, rendendolo spiritualmente vicino al pensiero di chi scrive.

L’attrattiva di questo libro, in effetti, sta proprio nello svelare le cause e i retroscena dell’immane devastazione delle nostre città, che mantiene il lettore in una specie di suspense, nell’attesa di conoscere chi o cosa c’è dietro questa dannosissima sciagura.
Non è nostro intento far venir meno la «tensione» del lettore e ci asterremo, pertanto, dall’illustrazione dei singoli accadimenti, limitandoci a porre in evidenza soltanto l’importanza delle regole urbanistiche, del loro grande valore di civiltà e della loro importanza giuridico-costituzionale.

Il libro si apre con un’illustrazione della «città pubblica», della città che è «servente» al bisogno umano di incontrarsi e di vivere in comunità. È in fondo la città che ci hanno donato, sulle orme di tessuti urbani pre-esistenti, i governanti liberali dei primi anni dell’unità d’Italia. Dal punto di vista più strettamente giuridico, viene posta in evidenza l’importanza, si direbbe strategica, di aver individuato la categoria degli «standard edilizi», di cui parla il decreto ministeriale 1444 del 1968, secondo il quale ogni cittadino ha il diritto ad avere a disposizione una superficie minima di territorio su cui realizzare i servizi di cittadinanza: l’istruzione, il verde, i servizi alla persona.

Insomma, emerge chiaramente che funzione propria dell’urbanistica è quella di garantire i diritti dell’uomo, e, con questi, il decoro e la bellezza delle nostre città. A tal proposito, si citano gli esempi della famiglia Crespi, che aveva una fabbrica di tessuti e che ebbe cura di creare un ambiente comunitario e sereno per i lavoratori. Ma si cita anche La Pira, sindaco di Firenze, che, negli anni cinquanta, requisì le abitazioni abbandonate per darle ai senzatetto, e infine l’esempio di Adriano Olivetti, che a Ivrea tanto si dedicò per la creazione di un vero modo comunitario di vivere.

Le noti dolenti cominciano con l’avvento del pensiero unico del «neoliberismo economico», divenuto soffocante nell’ultimo ventennio. Questo modo di vedere, così contrario alla scienza urbanistica, uccide la «città pubblica» e la fa diventare un puro «conto economico». La nostra tradizionale città è stretta in una tenaglia: da un lato la pressione della finanza speculativa, spesso in accordo con le istituzioni, dall’altro la mancanza di risorse per garantire il funzionamento della città stessa. Si impone una logica di rapina che distrugge le conquiste sociali, favorisce i grandi centri commerciali, porta al fallimento, specie tramite le cosiddette «liberalizzazioni», le piccole imprese, che sono state sempre il nerbo della nostra economia.

In sostanza, si prepara l’avvento della fase di Tangentopoli. Comincia Craxi con il primo condono edilizio del 1985, cui seguiranno i due condoni del governo Berlusconi, e inizia subito la stagione delle «deroghe urbanistiche», delle quali parla la legge n. 79 del 1992. Ma soprattutto si afferma il principio dell’«urbanistica contrattata», alla quale seguono le ulteriori «deroghe» della legge Tognoli per la costruzione dei parcheggi nei centri storici e l’invenzione dei «Consorzi di imprese», che si dividono gli appalti delle grandi opere pubbliche.

Un grave colpo all’urbanistica è dato da Bassanini, il quale non inserisce nel Codice degli appalti del 2001 un emendamento per mantenere il vincolo, posto dalla legge Bucalossi n. 10 del 1977, di destinazione degli oneri urbanistici per la realizzazione di opere di urbanizzazione primaria e secondaria: da allora essi possono essere utilizzati anche per le spese correnti. In tal modo speculatori e amministratori comunali si trovano sullo stesso piano di interessi. Entrambi convergono sulla convenienza di distruggere il territorio per ottenere danaro. L’accordo fra costruttori e amministratori diventa una regola.

Sempre nello stesso anno un altro duro colpo è inferto con la «Legge obiettivo», che Berlusconi illustra su una lavagna in una famosa apparizione televisiva. Basta dire che questa legge, con uno stanziamento di 110 miliardi in tre anni, prevede il «ponte sullo Stretto di Messina», cioè una vera ecatombe ambientale.

Tuttavia, è la «rendita fondiaria», cioè l’urbanizzazione dei terreni agricoli, che aguzza l’ingegno degli speculatori, e Berlusconi va loro incontro con il «Piano casa», che fa nascere una gara tra le Regioni per concedere ai costruttori il massimo di guadagni possibili, soprattutto in termini di cambio di destinazione d’uso e di aumento delle cubature. Quello della rendita fondiaria è un problema gravissimo del quale si era occupato nel 1962 Fiorentino Sullo, proponendo che i Comuni dovessero prima acquistare i terreni agricoli e poi urbanizzarli, facendo in modo che l’enorme aumento di valore del terreno trasformato da agricolo a edificabile restasse al pubblico e non divenisse un regalo per gli speculatori edilizi. Ma la politica, in accordo con gli speculatori, non ha mai fatto passare questo intelligente progetto.

Si deve aggiungere che questo sistema ha avuto un largo consenso tra la gente, poiché alla rendita fondiaria donata ai costruttori, nella fase ascendente della nostra economia, si è aggiunto l’aumento di valore degli immobili, che giova fortemente ai proprietari di abitazioni. Sicché tre grandi forze, per motivi diversi, si sono aiutate l’un l’altra nella distruzione dei terreni agricoli: gli speculatori edilizi, gli amministratori pubblici e i cittadini.

Sennonché la crisi economica e la conseguente diminuzione di valore degli appartamenti, che nelle periferie ha raggiunto il 40%, ha lasciato il danaro ai costruttori e ai cittadini la «beffa». Chi ha contratto un mutuo per pagare l’acquisto dell’alloggio oggi paga un prezzo di gran lunga superiore al valore del bene acquistato.

Anche per questo motivo si assiste oggi a un cambio delle forze sociali e politiche in campo: da un lato c’è la popolazione che si è schierata fortemente contro la politica, dall’altro ci sono i politici in perfetto accordo con l’alta finanza e i costruttori di case.

Il governo Monti segue in pieno «le prescrizioni» dell’alta finanza che ha occupato le istituzioni economiche europee. Egli ripristina l’imposta sulla casa senza prevedere alcuna esenzione; continua il finanziamento delle «grandi opere» (i 110 miliardi in tre anni sono sempre iscritti in bilancio), riduce gravemente le spese per la sanità, la giustizia, la rete dei servizi pubblici.

Anche Letta, con il suo breve «governo del fare», aiuta la speculazione immobiliare con la «Quadrilatero Spa», che dovrebbe unire, per ora inutilmente, l’Umbria e le Marche. La «trovata» è che la garanzia per i crediti sarebbe venuta dalle «aree di cattura di valore», cioè dall’aumento di valore dei terreni lambiti dalla costruzione dell’autostrada. È stato un fallimento e sono stati posti sulle spalle degli italiani altri 270 milioni di euro. Poco dopo, il ministro Franceschini (governo Renzi) ha accettato l’emendamento dell’onorevole del Pd, Maria Coscia, istituendo i «Comitati di garanzia per la revisione dei pareri paesaggistici». È la fine della tutela paesaggistica.

E, come se tutto questo non bastasse, c’è lo Sblocca Italia di Renzi, che fa prevalere l’interesse alla costruzione delle «grandi opere» sulla tutela del paesaggio, dei beni artistici e storici, della salute e dell’incolumità pubblica. Mentre il ministro Lupi, con la sua proposta di modifica della materia urbanistica, mette sullo stesso piano pubblico e privato e propone l’indennizzo della «conformazione» della proprietà privata e l’abrogazione del citato d.m. n. 1444 del 1968 relativo agli standard edilizi.

L’urbanistica è, dunque, del tutto distrutta.

Dobbiamo ricominciare daccapo. E questa volta l’iniziativa deve venire dal basso, dalle associazioni, dai comitati e dai comitatini, come ironicamente dice il nostro presidente del Consiglio. Si tratta di applicare il principio di «partecipazione popolare», previsto, anche come «diritto di resistenza», dalla nostra Costituzione, e in particolare dall’art. 118, secondo il quale i cittadini, singoli o associati, possono svolgere attività di interesse generale, secondo il principio di sussidiarietà.

In sostanza, occorre ottenere un «capovolgimento» dell’immaginario collettivo, e far capire che la Costituzione protegge soprattutto «l’utilità pubblica» (art. 41) e riconosce e garantisce la «proprietà privata» solo se essa persegue la «funzione sociale» (art. 42). È ora, in altri termini, che la «rivoluzione promessa» di cui parlava Calamandrei sia finalmente attuata.
Molti intellettuali sono all’opera: Antonio Perrotti, Vezio De Lucia, Francesco Erbani, Salvatore Settis, Tomaso Montanari e tanti altri.

La speranza si fonda sull’azione delle associazioni e dei comitati, che di fronte allo spreco del nostro territorio devono agire e unirsi in una lotta senza quartiere, da svolgere sul piano della legalità costituzionale e, specificamente, sotto l’egida di quella che è stata denominata «l’etica costituzionale», e cioè i principi di libertà, eguaglianza e solidarietà

“La Grecia ha aperto un varco, ma in Italia abbiamo il piattume”. Intervista a Tomaselli (Usb) Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

La nuova realtà della Grecia ha aperto un varco anti-austerity, come dovrebbe percorrerlo il movimento sindacale italiano?
Credo che sia innanzitutto importante sottolineare che il varco che sembra essersi aperto è principalmente il frutto dell’opposizione che in Grecia e in gran parte dei paesi europei in questi anni di crisi si è sviluppata a livello sociale prima ancora che politico. In Grecia la situazione esplosiva proprio sul versante sociale ha prodotto un terremoto politico che ha poi portato all’attuale situazione con una forza complessivamente anti-austerity che governa un paese comunque stretto dai vincoli dell’Unione europea, della BCE e del FMI.
C’è anche da dire che le condizioni oggettive in cui si trova ad operare Tsipras, l’alleanza con un partito di centrodestra e soprattutto la volontà dichiarata del nuovo governo di operare comunque nell’ambito dei principali vincoli europei, fa sorgere molte perplessità sulla possibilità di poter realizzare anche solo parte di ciò che si è sostenuto in campagna elettorale.
Si tratta comunque di un varco che si è aperto nel muro dei trattati e dei vincoli europei che sembrava impenetrabile, soprattutto per la forte struttura ideologica su cui si basa: un varco ed una possibile strada che è bene valorizzare appieno ed utilizzare con intelligenza.
Se poi entriamo nel merito del se e del come il benefico cataclisma greco possa produrre effetti positivi anche in Italia, la questione si fa molto più complessa e difficile. Qui non abbiamo una sinistra politica e soprattutto non abbiamo un movimento sindacale complessivo in grado di organizzare l’opposizione sociale.
La Cgil dopo l’inutile sciopero di dicembre che è stato indetto dopo che i peggiori provvedimenti sul lavoro erano ormai stati approvati in parlamento, non vede l’ora di tornare all’unità sindacale con Cisl e Uil e ripercorrere la strada della collaborazione con governo e confindustria.Come Usb stiamo costruendo quell’iniziativa e quel conflitto sociale che sono alla base di una reale alternativa sindacale e le adesioni in fortissima crescita alla nostra organizzazione danno forza a questo progetto. Siamo tanti, siamo combattivi, stiamo crescendo a vista d’occhio …. ma non siamo ancora sufficienti a determinare un cambiamento radicale negli equilibri sindacali esistenti. Il “piattume” politico pesa anche sul piano sociale e sindacale e anche in quelle forze che si rifanno alla sinistra radicale prevale comunque la collateralità alle posizioni della Cgil che bene che vada, sono intrise di concertazione e compatibilità.

La necessaria dimensione europea di questa lotta pone dei grossi problemi organizzativi e anche politici. Si potrebbe arrivare a uno sciopero europeo?
E’ evidente che al governo dell’Europa, dell’economia, della finanza e delle banche europee è necessario contrapporre un fronte ampio a livello sociale e sindacale. Ma anche qui l’assenza della sinistra e di posizioni di radicale contrapposizione alle politiche UE pesano non poco nella possibilità di costruire un’opposizione sindacale.
D’altra parte la CES, la Confederazione Sindacale Europea, alla quale aderiscono Cgil, Cisl e Uil, con alcune eccezioni interne e sfumature diverse, non è altro che la riproposizione delle politiche delle tre sigle sindacali italiane in ambito continentale. Come dire: nessuna reale opposizione, nessun fronte comune, ognuno badi alle esigenze della propria sigla e di lotte e scioperi non se ne parla nemmeno. USB partecipa attivamente da alcuni anni alla vita della FSM (Federazione Sindacale Mondiale) che conta centinaia di milioni di iscritti in tutto il mondo, ma che in Europa non è più la Confederazione internazionale più forte. Obiettivo dell’USB, che lavora in perfetta sintonia con il Pame greco, è proprio quello di rilanciare il lavoro sindacale dell’FSM a livello europeo, non tanto in termini di relazioni istituzionali, che pure servono, ma soprattutto rispetto all’organizzazione delle lotte e delle vertenze del lavoro.

La bandiera dell’anti-austerità pone la necessità di creare un fronte tra sindacato, movimenti sociali e soggetti politici. Come si affronta?
Da anni ci siamo posti l’obiettivo di costruire ambiti di confronto tra soggetti politici, sindacali e sociali. Il 18 e 19 ottobre del 2013 ha rappresentato probabilmente la sintesi migliore di questa sperimentazione. Purtroppo da una parte esistono i limiti e la presunzione dei piccoli e piccolissimi partiti della sinistra di voler rappresentare ciò che purtroppo oggi non sono, cioè una concreta opposizione politica. Dall’altra parte una grossa fetta di quei movimenti che sembravano aver compreso l’importanza di saldare esigenze e pratiche del mondo del lavoro con quelle delle esperienze nel sociale, nei territori e tra gli studenti, dopo il 19 ottobre hanno preferito rinchiudersi in una autoreferenzialità assoluta, da soggetti politici essi stessi. Come si affronta questa situazione? Non lo so, ma sicuramente non come è stato fatto fino ad ora. Per quel che ci riguarda siamo sempre pronti al confronto e continuiamo a partecipare, con le nostre modalità sindacali, anche a scadenze di movimento, ma crediamo che l’intervento sindacale sia altra cosa e stiamo sperimentando forme di confederalità sociale nei territori, tra i migranti, nella lotta per l’abitare e tra i disoccupati, a partire proprio dalle nostre esperienze sindacali e dalle relazioni che si sono create sui territori.

In Italia lo sciopero di dicembre non sembra essere approdato a nulla. E questo mentre il pubblico impiego scoppia.
Come ricordavo prima lo sciopero di dicembre di Cgil, Uil e Ugl, indetto “fuori tempo massimo”, non ha rappresentato l’avvio di una fase di conflitto, come affermava la Camusso in Cgil. Al contrario è stato l’ultimo atto di una farsa che ha concluso miseramente quella finta contrapposizione della Cgil nei confronti del Governo Renzi. In pratica lo sciopero è servito come strumento di lotta interna al PD e da sfogatoio per milioni di lavoratori che, in perfetta buona fede, credevano che con quello sciopero generale potesse riprendere una stagione di lotta. Così non è stato e gli effetti si stanno toccando con mano: la legge delega sul lavoro, il jobs act, i provvedimenti della legge di stabilità, le privatizzazioni e le pesanti novità che si stanno scoprendo giorno dopo giorno. Tutto ciò colpisce chi è stato già pesantemente bastonato dalla crisi: disoccupazione, riduzione del potere d’acquisto di salari e pensioni, gente che non riesce neanche a curarsi e tanti che perdono un tetto sulla testa. In tutto ciò l’ideologica battaglia condotta contro il lavoro pubblico è sistematica ed ha come obiettivo ulteriori privatizzazioni, riduzione del welfare, riduzione di stipendi e pensioni dei pubblici dipendenti.

E’ una situazione esplosiva che soltanto il bromuro diffuso da anni a piene mani da Cgil, Cisl e Uil tra i lavoratori del pubblico impiego è riuscito sino ad ora parzialmente a sopire. Ma ora la situazione si sta avvicinando al punto di rottura, tra i lavoratori pubblici, come tra quelli privati e non bastano più promesse ed enunciazioni.
Si parla di mobilità e licenziamenti, di riduzione reale degli stipendi e ancora di ulteriore blocco dei contratti: la misura è colma e non saranno sufficienti le rassicurazioni di Cgil, Cisl e Uil a fermare la giusta protesta che comincia ad emergere dagli oltre tre milioni di pubblici dipendenti.

A proposito di pubblico impiego, come si prospetta per il sindacato di base la tornata elettorale delle rsu?
Nonostante le macchine pachidermiche di Cgil, Cisl e Uil si siano messe in moto in modo scientifico per tentare di minimizzare il dissenso e la necessità di una reale alternativa sindacale espressa da tantissimi lavoratori e per tentare una rilegittimazione nei confronti del governo Renzi che li ha messi all’angolo, siamo convinti che USB reggerà la botta, aumenterà i consensi ed i voti e riuscirà a far scorgere a tanti la possibilità concreta dell’alternativa.
Un segnale importante viene dai tantissimi dirigenti, delegati e iscritti alla Cgil del pubblico impiego (principalmente ma non solo dalla Cgil) che lasciano questo sindacato e approdano all’USB.
Una significativa affermazione dell’USB nelle elezioni delle RSU del Pubblico Impiego rappresenterebbe anche un segnale importante nella direzione di maggiore democrazia nel lavoro e di una legge che stabilisca regole certe, eque e democratiche sulla rappresentanza sindacale e sul diritto dei lavoratori di scegliere liberamente da chi essere rappresentati.
Serve una legge che riporti la democrazia nei posti di lavoro, che ribalti l’accordo truffa del 10 gennaio 2014 che vorrebbe stabilire il monopolio sindacale di Cgil, Cisl e Uil e non provvedimenti legislativi di sostegno alle porcherie del 10 gennaio.