Sarà trasferito a Firenze il Memoriale ai deportati caduti nei Lager di Auschwitz da: ANED | deportati.it

www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – antifascismo – 31-01-15 – n. 529
Il Memoriale ai deportati caduti nei Campi di sterminio nazisti, ancora collocato nel Blocco 21 di Auschwitz, sarà trasferito nei prossimi mesi a Firenze. Lo ha annunciato l’ANED, proprietaria dell’opera, in una lettera al direttore del Museo statale di Asuschwitz, Piotr Cywiński.


Il 30 novembre è scaduto l’ultimatum lanciato dalla direzione del Museo Statale di Auschwitz all’ANED e al Governo italiano per lo smontaggio del Memoriale. Quello stesso giorno l’ANED ha scritto al direttore del Museo per annunciare di avere accettato la proposta del Comune di Firenze e della Regione Toscana di trasferire lì il Memoriale, nello spazio EX3 nel quartiere dei Gavinana.

L’allestimento italiano era l’unica opera d’arte tra le esposizioni nazionali all’interno del Museo. All’indomani della caduta del regime comunista in Polonia i governi polacchi hanno a più riprese criticato il Memoriale, sostenendo che non è coerente con le nuove linee guida dettate dal Museo (peraltro parecchi anni dopo la realizzazione dell’opera). Il padiglione italiano infine è stato  chiuso ai visitatori fin dal luglio 2011.

Il Memoriale porta le firme di testimoni-autori del peso di Primo Levi, Lodovico Belgiojoso, Teo Ducci, Gianfranco Maris, che lavorarono a questo progetto insieme a Nelo Risi, Luigi Nono, Pupino Samonà e altri. Eppure in tutti questi anni nessuno dei governi che si sono alternati da quello di Romano Prodi in avanti ha difeso l’opera d’arte da una igerenza politica di un paese che pure dovrebbe essere alleato dell’Italia, in quanto membro della UE. E l’ANED è rimasta sola a difendere il diritto dell’opera di restare là dove i suoi illustri progettisti l’avevano immaginata.

Di fronte al rischio di una distruzione, però, è stata doverosa una presa di responsabilità. Per oltre cinque anni l’associazione ha cercato una soluzione in Italia, invano. Uno dopo l’altro Comuni grandi e piccoli hanno rifiutato di prendersi in carico il Memoriale.

Alcune amministrazioni, tra le quali, in tempi recenti, quelle di Torino, di Bergamo e – a tempo ormai scaduto – anche Prato, hanno al contrario provato a trovare una soluzione nel loro territorio.

L’ANED ringrazia di cuore quanti si sono operati per salvare questa testimonianza della cultura italiana del Novecento. Rispondendo a un preciso mandato del proprio Consiglio Nazionale ha infine scelto la soluzione prospettata da Firenze nei termini esaminati nella riunione di Firenze con il Comune e la Regione Toscana dell’11 novembre scorso, sia per quanto riguarda il posizionamento del Memoriale all’interno dell’edificio presentato dall’ANED e dall’arch. Alberico Belgiojoso, sia per l’inserimento accanto al Memoriale della Biblioteca di quartiere.

Il Governo italiano ha affidato lo smontaggio e il trasporto in Italia all’Istituto Centrale del Restauro e all’Opificio delle Pietre Dure, due tra le massime autorità mondiali in fatto di tutela delle opere d’arte. Per parte sua l’ANED ha chiesto all’esecutivo di assicurare una quota congrua dei 900mila euro accantonati fin dal 2007 per il “restauro del Blocco 21” per consentire il migliore allestimento in Italia. Su questo punto il governo non ha ancora fornito adeguate assicurazioni, ed è per questo che l’Associazione torna a sollecitare un impegno preciso.

L’ANED afferma infine il proprio inalienabile diritto a partecipare, con altri, alla progettazione e alla realizzazione del nuovo allestimento italiano nel Block 21.

 

La crisi organica e la sfiducia nella UE. Avanzata delle forze reazionarie e neofasciste e ruolo dei comunisti da:www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – antifascismo – 30-01-15 – n. 529


Fronte della Gioventù Comunista | gioventucomunista.it

Documento approvato all’unanimità dal CC del FGC del 25 gennaio a Livorno.

(I) Lo scenario di crisi che il nostro paese sta attraversando è quello di una vera e propria crisi organica del sistema economico-politico. Una crisi che affonda le sue radici nella situazione economica: la distruzione di forze produttive e posti di lavoro, l’aumento della disoccupazione, l’impoverimento generale delle masse popolari e degli strati della piccola borghesia del nostro paese. A questo si aggiunge una sempre maggiore sfiducia generale nella politica e nei partiti che hanno rappresentato in questi anni il sistema di potere politico nel nostro paese. All’origine di questo scollamento sta principalmente il bilancio della scelta politica più importante di questi anni: la creazione dell’Unione Europea e l’ingresso dell’Italia nell’euro. Questa scelta politica si è rivelata nel tempo una vera e propria manna dal cielo per il grande capitale monopolistico, ma una disgrazia per la classe operaia, le masse popolari e una parte rilevante dei settori della piccola e media borghesia che sono stati spinti verso il basso.

L’impatto di questo processo nella storia italiana e del continente europeo è paragonabile per importanza a quello di una vera e propria guerra. Da qui proviene lo scollamento generale che si produce nella società: le classi dominanti non riescono ad esercitare più con la stesa forza e la stessa autorevolezza la loro capacità di direzione, tra esse e i loro partiti di riferimento si producono variazioni di consenso ed appoggio repentino; quegli stessi partiti, fino ad oggi cinghia di trasmissione degli interessi del grande capitale nel sistema politico, perdono terreno e consenso di fronte alle masse. L’aumento dell’astensionismo in questi anni è un chiaro segnale di questa tendenza.

La mancanza di un partito comunista in grado di assumere compiutamente su di sé la prospettiva dell’alternativa a questo modello di sistema, di porre in essere un serio lavoro a livello di massa pone una serie di problemi ulteriori. Viene di fatto a mancare quell’elemento necessario affinché la critica della situazione attuale si concentri sugli aspetti essenziali e assuma, indicando con precisione i colpevoli dell’attuale condizione e gli obiettivi di cambiamento, la direzione corretta: quella della trasformazione in senso socialista della società. L’elemento popolare sente ma non comprende, avrebbe detto Gramsci. Il partito comunista è lo strumento che consentirebbe il passaggio dal sapere al comprendere al sentire e viceversa dal sentire al comprendere al sapere, ossia quello scambio reciproco di conoscenze e sentimento immediato che consente un’aderenza alla situazione reale e allo stesso tempo propone lo strumento per il suo superamento. In mancanza di questo rapporto organico oggi le masse sono lasciate sole a sé stesse e alla mercé di gruppi di carattere reazionario che stanno tornando in modo preponderante sul continente europeo.

(II) Il dato primario da analizzare in relazione alla condizione continentale è appunto l’Unione Europea e la situazione dei rapporti di classe che i processi economici che ruotano attorno al quadro europeo stanno concretizzando. L’UE è strumento essenziale per il capitale monopolistico in quanto costituisce le premesse per promuovere ulteriormente i processi di centralizzazione e concentrazione del capitale. L’abbattimento delle barriere doganali, la libera circolazione di merci, capitali e persone crea un mondo ad immagine e somiglianza del paradiso voluto dal grande capitale. Dietro l’idea della liberalizzazione e della concorrenza sta infatti il processo dialettico che genera la concentrazione e la centralizzazione del capitale nelle mani di pochi gruppi monopolistici. Così nei diversi strati della borghesia si innesca una vera e propria lotta tra chi, nell’ambito delle leggi economiche capitalistiche, riesce a utilizzare questo processo a proprio favore e chi ne viene schiacciato. L’adesione iniziale della borghesia al processo europeo, legata alla speranza di maggiori guadagni, speranza condivisa anche dalle masse popolari negli anni ’90, si scontra oggi con la situazione reale di ciò che il processo di integrazione europea ha realizzato. La parte della borghesia che si è vista ridurre il proprio peso, in termini economici e politici, guarda oggi con diffidenza al processo di integrazione europeo.

Il capitalismo italiano si fonda storicamente su due componenti: una grande borghesia e un sistema di piccole e medie imprese, quest’ultimo molto diffuso ed oggi in grande crisi. Entrambi questi sistemi si sono fondati, per molti anni, sul contributo dello Stato attraverso il finanziamento diretto e indiretto, e sul cambio monetario della lira, che consentiva di mantenere relativamente basso il costo del lavoro in Italia rispetto al prezzo finale della merce venduta, che di questo cambio beneficiava. L’introduzione dell’euro e dei vincoli sui finanziamenti statali ha messo in crisi questo meccanismo, con la conseguente distruzione di una parte consistente delle forze produttive (in pochi anni la produzione industriale è diminuita del 25%). Dove la concentrazione monopolistica era in partenza maggiore (Germania) questo processo ha portato risultati immediati più favorevoli al capitale che in altri paesi europei. E’ in questo ragionamento che va ricercata la ragione principale della situazione di crisi dei paesi del Sud Europa. Non un trasferimento di carattere nazionale, dunque, con i popoli come blocchi omogenei, ma un processo che si genera a partire dalla condizione economica dei singoli paesi e dal grado dello sviluppo capitalistico in essi.

(III) Poiché la creazione della UE è un processo di natura transnazionale che si fonda a livello politico sulla cessione di sovranità ad enti sovrannazionali a scapito degli stati nazionali, evidentemente il primo ed immediato sentimento che viene a generarsi in opposizione ad esso è di natura nazionalista, accompagnato dalle idee di “ritorno”, “riconquista” che assumono caratteri vari. Questo sentimento si origina proprio a partire da questo meccanismo, come elemento di reazione istintiva degli strati della piccola e media borghesia che da questo processo hanno tratto solo svantaggi. La mancanza di una capacità autonoma della classe operaia e delle masse popolari di comprendere i meccanismi da cui si genera la crisi, in assenza, come detto prima, dello strumento necessario, ossia del partito comunista, porta le masse alla condizione di porsi alla coda delle rivendicazioni della borghesia in questo ambito. È così che si spiega anche la sempre maggiore influenza delle forze reazionarie in ambito di massa, della penetrazione di organizzazioni di destra nella classe operaia e negli strati popolari.

Dietro il nazionalismo che sta tornando in modo preponderante nei paesi europei si uniscono ovviamente questioni proprie di ciascun paese, della sua cultura, storia e tradizione, che articolano il fenomeno in una complessità generale prodotta dai diversi particolarismi. Ma al netto di queste considerazioni, importanti e non trascurabili, la matrice comune è data proprio da questo elemento economico di fondo.

(IV) In Francia il partito della Le Pen è oggi il partito più conseguentemente antieuropeista. È contrario all’euro e alla UE, ha una posizione netta sulle politiche dell’immigrazione, trasmette l’idea del ritorno della centralità politica della Francia anche in ambito imperialista. La Le Pen paradossalmente è una versione radicale di un certo atteggiamento gaullista, è una forza perfettamente inserita nell’ambito del sistema imperialista ma che rivendica una certa indipendenza dagli Usa e dal resto dei paesi europei, per gli interessi della Francia, ossia della borghesia francese. Il suo radicamento sociale è lo specchio della situazione: piccola e media borghesia, proletariato deluso dall’atteggiamento della sinistra. La Le Pen espugna i feudi del PCF e del Partito Socialista perché entrambi a vario titolo perseguono una politica di stampo europeista. Il sentimento della grande Francia rivoluzionaria, statalista, con un ruolo di potenza (che non è più) costituisce il collante che, insieme all’attenzione per elementi di politiche sociali immediate e alla critica del buonismo di una certa sinistra, garantisce al FN enormi consensi. Altre esperienze come quelle di Farage in Gran Bretagna hanno caratteri di fondo simili, pur nella diversità della provenienza politica.

(V) In Italia la situazione non è del tutto differente. Il sistema di potere oggi incardinato dal governo Renzi realizza un blocco unitario della grande borghesia monopolistica di matrice europeista, cui si associano anche elementi dell’opposizione di centro-destra, di fatto inseriti nella compagine governativa, non ufficialmente ma nella comunanza di rivendicazioni politiche. La sinistra assume posizioni di matrice europeista e al momento non ha credibilità nel paese tale da poter assumere a forza politica rilevante, pagando le proprie contraddizioni e i propri limiti. L’alternativa che si è espressa nelle forme iniziali e embrionali dell’antipolitica ha visto una formazione dal carattere eterogeneo, come il Movimento Cinque Stelle, conquistare un numero molto elevato di consenso dal carattere di classe trasversalmente distribuito tra piccola e media borghesia, proletariato e masse popolari. L’inconsistenza politica del progetto alla base del movimento cinque stelle, solamente in parte colmata dalla figura del suo fondatore, e alcuni scandali recenti, stanno compromettendo il suo consenso, come largamente preventivato.

La Lega Nord ha completato la sua trasformazione iniziata nei primi anni del secolo. Da partito della secessione, a partito del federalismo, a partito della nazione. Oggi la Lega si mette alla testa del sentimento antieuropeista e nazionalista nel paese, ergendosi a collante di una serie di altri gruppi dal carattere eterogeneo e di matrice nazionalista, tra i quali anche organizzazioni neofasciste. La Lega incarna l’asse dominante del progetto di creazione di un FN all’italiana, ponendo un problema rilevante nella possibilità di portare in Parlamento elementi di formazioni di estrema destra a sostegno del proprio disegno nazionalista. CasaPound ha già annunciato e manifestato in varie occasioni la sua convergenza in questo progetto, appoggiando settori ed elementi interni alla Lega (Borghezio) e il disegno di Salvini.

E’ in questo contesto che vanno letti alcuni dei recenti avvenimenti che hanno visto l’azione squadrista di gruppi neofascisti. Il caso dell’Ardita, l’aggressione a Cremona e altri episodi minori. Questa attività si inquadra per l’appunto nell’ambito della copertura che il disegno della Lega Nazionale garantisce a formazioni di carattere minoritario, che tenderanno ad acquisire una forza maggiore in questi mesi.

In questo contesto è necessario analizzare anche l’influenza avuta nelle proteste delle periferie di Roma e il tentativo dell’estrema destra di mettersi a capo, dirigere e indirizzare la protesta. Il tema dell’immigrazione costituisce un elemento essenziale nelle rivendicazioni della destra, su cui va misurato tutto il fallimento della sinistra e delle organizzazioni sindacali. I dati sulla percezione del fenomeno dell’immigrazione in Italia, rispetto al suo carattere reale dimostrano quanto sia ampia la campagna ideologica su questo tema. Al contempo l’inconsistenza dell’analisi della sinistra anche radicale, nel cogliere nei fenomeni dell’immigrazione un elemento funzionale all’abbassamento del costo del lavoro e dei diritti della classe operaia e delle masse popolari è evidente. Il radicamento nelle periferie è lo strumento necessario per combattere questa situazione. In questo senso sarà necessario sviluppare una maggiore analisi sulla questione delle abitazioni, sui paini e gli assetti urbanistici delle grandi città che oggi sono funzionali agli interessi dei grandi gruppi di costruttori e che trasformano le periferie delle città in luoghi di vero e sentito disagio sociale. Compito dei comunisti è indirizzare quella rabbia nei confronti dei reali responsabili, sviluppare un forte legame di classe che spazzi via le apparenze ideologiche che portano alla lotta tra poveri e alla salvezza del sistema di interessi reali che produce lo sfruttamento e gli squilibri sociali ma resta agente invisibile agli occhi delle masse.

(VI) Il carattere reale del fascismo è oggi visibile in Ucraina in tutta la sua forza, come strumento nelle mani del capitale europeo. Su questo la posizione della nostra organizzazione è stata fin da subito chiara, mettendo allo stesso tempo in evidenza come la lotta antifascista in Ucraina abbia un carattere di per sé separato dall’influenza della Russia e dalla difesa degli interessi russi di natura capitalistica nella regione. Chi ha fatto di Putin un bastione dell’antifascismo rimarrà deluso dal prestito realizzato alla Le Pen e dalle dichiarazioni di Salvini in relazione al possibile sostegno economico russo. Riprova della complessità della fase attuale che va letta con il riferimento principale al concetto di imperialismo. Le azioni condotte in Ucraina dalle forze fasciste devono essere denunciate senza appello. Così come è necessario prepararsi anche a possibili escalation a livello continentale, prima fra tutte la situazione greca, dove Alba Dorata seppure ridimensionata è presente ed utilizzabile al momento opportuno dal capitale per i suoi disegni.

(VII) La questione dell’antifascismo oggi non può essere disunita da questo contesto generale e dalla considerazione del ruolo che le organizzazioni neofasciste hanno oggi in Italia e in Europa.  Non va dunque ridotta a carattere immediato di risposta e guerra tra bande ma valutata sulla base di una seria riflessione che impegna la nostra organizzazione ad una più accurata e costante analisi e ad alcuni punti di azione le cui caratteristiche essenziali sono:

1)    Rigettare le forme di antifascismo “democratico” ed “istituzionale” insieme alla retorica dominante sulla Resistenza che pone in essere il definitivo tradimento degli ideali politici di profondo rinnovamento che animarono quella lotta. In questo senso in considerazione del 70° anniversario della Liberazione acquista ancora maggiore importanza la previsione di momenti di dibattito, iniziative dell’organizzazione e nelle scuole e nelle università sulla storia ed il carattere della Resistenza antifascista e del ruolo dei comunisti.

2)    Non compromettere in nome di un presunto antifascismo l’autonomia politica dei comunisti dai partiti borghesi e da tutte le forze politiche, quale ne sia il carattere e la forma organizzativa, che nelle loro rivendicazioni appoggiano espressamente o implicitamente l’attuale modello di sistema e il processo comune europeo. Spesso l’esperienza storica dell’unità antifascista della Resistenza, giusta in quel determinato contesto e periodo, viene meccanicamente trasmessa nella situazione attuale generando confusione e disastri. Il fascismo oggi non è al potere, i nazifascisti non occupano militarmente l’Italia, non c’è un contesto di guerra mondiale condotta dalla politica fascista. Questo non giustifica nessuna forma di unità con le forze al potere oggi che sono responsabili delle politiche di attacco ai diritti dei lavoratori e ai diritti sociali, della compromissione dell’Italia nel sistema imperialistico, nelle guerre della Nato. Qualsiasi forma di antifascismo di questo tipo, in assenza di fascismo, ossia senza il fascismo al potere, finisce per risolversi nella compromissione dei comunisti con le forze politiche responsabili del disastro attuale e, in definitiva, costituisce il modo migliore per far avanzare le forze fasciste.

3)    Denunciare la natura di classe del fascismo e degli interessi che protegge. Rilevare gli inganni che sono dietro ai fenomeni di carattere nazionalistico, rispondere al cosmopolitismo delle classi dominanti, non con il ritorno al nazionalismo borghese ma con la forma più elevata di internazionalismo proletario, che riconosce il valore e il legame dei popoli con la propria terra, ma che unisce nella fratellanza e nella lotta le rivendicazioni dei proletari di tutti i paesi.

4)    Attuare un piano di radicamento di massa dei comunisti nei settori della classe operaia e delle masse popolari, a partire dai luoghi di lavoro, dalle scuole, dalle università, dai quartieri periferici delle nostre città. Il modo migliore per togliere terreno alle forze reazionarie non è fare alleanze o accordi con chi è compromesso dalla gestione del potere borghese, ma sviluppare una politica di massa che crei il radicamento necessario all’avanzata dei comunisti. Solo in questo modo l’antifascismo diventa pratica reale e quotidiana nella direzione dell’avanzamento verso il socialismo. Per quanto riguarda il nostro compito primario, ossia la gioventù, tenere a mente che questo processo deve realizzarsi nelle forme che riguardano le giovani generazioni: le attività ricreative, sportive, culturali, musicali, sono uno strumento essenziale da unire all’attività propagandistica e di agitazione, rendendola a tutti gli effetti parte rilevante della nostra attività politica. Togliere la base sociale di radicamento alle organizzazioni neofasciste vuol dire impedire la saldatura tra essi e le masse popolari e dunque impedire che nazionalismo, razzismo, e tutte le rivendicazioni di stampo fascista divengano la copertura della forma di sottomissione delle masse popolari agli interessi delle borghesie nazionali.

5)    Sviluppare forme di tutela dell’attività politica che tendano nell’immediato a ridurre l’impatto delle aggressioni neofasciste sull’azione politica dell’organizzazione. In questo sviluppare forme di tutela – anche comuni – con organizzazioni, collettivi vicini e che condividano la connotazione essenziale dell’antifascismo di classe e militante.

6)    Comprendere che in questa fase l’attività dei gruppi neofascisti costituisce anche attività di provocazione. Che la logica degli opposti estremismi va rifiutata e che va fatto di tutto affinché essa non sia praticata, evitando di dare qualsiasi presupposto al sistema politico per promuovere leggi, attività di natura giudiziaria, atte a ridurre l’attività delle forze di classe e rendere più difficile la loro azione politica in questa fase di oggettiva debolezza. Attuare un giusto equilibrio nella denuncia politica delle aggressioni fasciste, specialmente quando esse sono rivolte a situazioni concrete di lotta (es contro occupazioni delle scuole, dei posti di lavoro, di fenomeni legati allo sport popolare), evitando, però, denunce a mezzo stampa fini a sé stesse, che ottengono l’effetto di aumentare la popolarità delle organizzazioni neofasciste. La strategia di cercare risalto mediatico attraverso azioni di stampo squadrista è ormai nota, pertanto bisogna ogni volta valutare anche questo fattore per evitare di cadere nelle trappole.

7)    Lavorare nella direzione di aprire contraddizioni tra le forze istituzionali e quelle neofasciste tentando di evitare o ritardare la saldatura tra neofascisti e apparati dello Stato. Non siamo ingenui e sappiamo che questo processo è dettato dalla situazione che si crea nelle fasi politiche, e pertanto non dipende da noi e, soprattutto, a determinate condizioni non è contrastabile. Ma acquisire tempo prezioso in una fase di organizzazione embrionale delle forze di classe potrebbe rivelarsi fondamentale.

8)    Evitare di rincorrere sul loro terreno le forze neofasciste, non accettare di farsi dettare l’agenda politica da esse. In questo senso non siamo “professionisti dell’antifascismo” come alcune strutture che hanno fatto di esso l’unica ragione della propria esistenza. Siamo comunisti e dunque antifascisti. Sappiamo che il miglior modo per essere antifascisti è seguire i nostri obiettivi a breve, medio e lungo periodo, che la mancanza di base politica nell’antifascismo riduce il tutto a forme di lotta tra bande in cui i comunisti hanno tutto da perdere. Il lavoro materiale dei militanti comunisti per l’elevazione di questa consapevolezza anche all’interno dei movimenti antifascisti è fondamentale. L’antifascismo ha assunto in questi anni carattere di collante anche politico-organizzativo in mancanza di altro. Trasformare l’idea dell’anti, che è inizio spesso necessario e naturale come presa di distanza dall’immediato, in elemento di cultura superiore autonoma che dia la propria direzione e compiuta giustificazione della negazione iniziale, indicando una strada anche ai soggetti con minore coscienza politica, è un compito fondamentale. In questo senso i comunisti non si astengono aprioristicamente dalla presenza in strutture antifasciste con natura e provenienza popolare, ma anche in esse svolgono appieno la propria funzione di avanguardia.

 

Fiat, per gli Rls può presentare liste anche la Fiom Autore: redazione da: controlacrisi.org

“Grazie alla Fiom, ai lavoratori della Fiat è restituita la possibilità di eleggere liberamente e democraticamente i propri Rappresentanti per la salute e sicurezza (Rls).” Così Michele De Palma, Coordinatore nazionale per la Fiom-Cgil del gruppo Fiat, dopo che nella tarda serata di ieri è stata raggiunta un’intesa tra tutti i sindacati presenti in Fca e Cnh sulle elezioni degli Rls, senza nessuna esclusione di alcuna organizzazione sindacale. “Finalmente, la battaglia della Fiom per tenere elezioni a cui tutti possano partecipare, almeno per gli Rls, è stata vinta”, aggiunge De Palma.
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale che puntava a ripristinare le libertà sindacali nel gruppo Fiat ed eliminare le discriminazioni, i metalmeccanici Cgil avevano presentato una “carta rivendicativa” per chiedere subito elezioni delle Rappresentanze sindacali aziendali (Rsa), secondo le procedure del Testo Unico firmato da tutte le Confederazioni. Fim, Uilm, Uglm, Fismic e Associazione quadri Fiat avevano risposto che ciò sarebbe stato possibile solo firmando un accordo per accettare il sistema di relazioni sindacali e di sanzioni già previsto dal “Contratto Fiat”.

“La Fiom e i suoi delegati hanno pagato un prezzo alto per garantire la libertà negoziale dei lavoratori in questi anni: il nostro obiettivo era e rimane quello di riportare la piena democrazia in Fca e Cnh”, sottolinea De Palma. E quindi avverte: “Se per le Rsa ogni organizzazione procederà autonomamente alla loro nomina – la Fiom farà votare i suoi rappresentanti non contestualmente alle altre organizzazioni -, le elezioni degli Rls saranno le prime vere elezioni in Fca e Cnh in cui i lavoratori saranno liberi di poter scegliere quale sindacato e quale delegato votare.”

Un risultato che si deve anche alla legge che regola le elezioni degli Rls. “Proprio per questo, come Fiom torniamo a chiedere al Parlamento di arrivare ad una legge sulla rappresentanza – conclude De Palma – che ripristini in Fiat, ma non solo, la libertà dei lavoratori di scegliere i propri rappresentanti, così da evitare che un accordo sindacale possa portare alla discriminazione del dissenso.”

Treni, da sabato a domenica lo sciopero indetto da Usb Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

I ferrovieri tornano a scioperare, dalle 21.00 di sabato 7 alle 21.00 di domenica 8 febbraio. Al settore Cargo, dalle 21.00 di mercoledì 4 alle 21.00 di giovedì 5 febbraio.Lo sciopero è indetto da Usb contro “orari di lavoro sempre più micidiali e turni massacranti; contro la preannunciata privatizzazione del gruppo FS e la messa a gara del Trasporto Regionale, che avranno effetti disastrosi per l’utenza e i diritti dei lavoratori; contro il crescente autoritarismo aziendale, la negazione di diritti fondamentali, il ricatto dei trasferimenti forzati; contro le oligarchie di Confindustria e di Cgil Cisl Uil, che con l’accordo del 10 gennaio negano la democrazia sui posti di lavoro; contro un sistema pensionistico barbaro, che costringe al lavoro fino a 67 anni; la finanziaria che arricchisce banche e speculatori, svuota i nostri portafogli, sottrae risorse al trasporto pendolare e al servizio universale a favore dell’Alta Velocità; la desertificazione delle stazioni; il jobs act che rende tutti precari e ricattabili”.

“Per ridurre l’orario di lavoro e umanizzare i turni – silegge ancora nel comunicato Usb -; per risorse economiche adeguate per un trasporto ferroviario bene comune, rispondente a quanto deciso dal popolo italiano col Referendum del 2011; per una ferrovia sicura ed efficiente, anche in termini di presidio del territorio, treni non affollati, puliti e puntuali, in difesa dei diritti dell’utenza e del trasporto pendolare e di massa. Per il reintegro dei ferrovieri licenziati per aver difeso salute e sicurezza dell’esercizio ferroviario; per la tutela delle inidoneità causate da un lavoro sempre più usurante”.

“Urgente rompere da sinistra l’austerità con la lotta, altrimenti accadrà da destra”. Intervista a Sergio Bellavita Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

La vittoria di Syriza in Grecia e il duro confronto sull’austerità aperto da Tsipras pongono dei precisi interrogati al movimento sindacale europeo. Secondo te in che termini e con quali tempi…
L’affermazione di Syriza rappresenta un elemento di straordinario valore sulla scena Europea. Per la prima volta nella storia della costruzione dell’Unione Europea un paese sceglie di rompere con le politiche imposte dai trattati rimettendo al centro i diritti del lavoro, i bisogni sociali. I primi provvedimenti annunciati dal governo Tsipras sono uno schiaffo sonoro al dogma del libero mercato e delle politiche monetarie che stanno distruggendo il modello sociale europeo. Il popolo greco ha dimostrato una tenacia ed una determinazione tutt’altro che scontata. Le pesanti mortificazioni e umiliazioni imposte dalla Troika con il memorandum non era scontato producessero una poderosa spinta politica nel segno della giustizia sociale, della solidarietà. Segno che le lotte sociali di questi anni sebbene sconfitte hanno contribuito a costruire una critica di massa all’austerità che oggi si è imposta su e contro ogni deriva puramente nazionalista, autoritaria e xenofoba di gestione della crisi. Tuttavia il popolo Greco ha dovuto fare tutto da solo. L’assenza di una qualsivoglia risposta del movimento sindacale e della sinistra a livello europeo è stata ed è tuttora vergognosa. Non solo perché ciò testimonia il ripiegamento nazionalistico del sindacalismo dei singoli paesi, l’abbandono di ogni riferimento di classe nella propria iniziativa e la scomparsa, se mai fosse esistito, del movimento sindacale europeo, ma anche perché la partita è solo all’inizio. O la vittoria di Syriza e l’avanzata di Podemos impongono davvero la rottura delle politiche d’austerità da sinistra o le stesse cadranno da destra sotto la spinta dei movimenti xenofobi e nazionalisti aprendo così ad una nuova barbarie. Lo scontro è durissimo, non siamo davanti ad una semplice battaglie delle idee ma a interessi concreti che non hanno nessuna intenzione di farsi indietro. Per queste ragioni è più che mai urgente che in ogni singolo paese della Ue riparta il conflitto sociale, così come è urgente uno sciopero generale europeo contro le politiche d’austerità. Non si può ancora lasciare da solo il popolo greco a combattere una guerra che è negli interessi di tutti i popoli europei. Non basta essere solidali e vicini alla loro lotta, bisogna lottare anche da noi. Di fronte alla pochezza ed alla complicità delle centrali sindacali nella gestione delle politiche d’austerità andrebbe ripreso quel terreno di costruzione dal basso del conflitto nella dimensione europea come era stato efficacemente sperimentato nella seconda metà degli anni novanta del secolo scorso con la rete delle marce europee. Un percorso che presuppone tempo, quel tempo che non abbiamo più. Siamo in estremo ritardo.In Cgil, dopo la mobilitazione di dicembre sembra palesarsi un immobilismo pericoloso. Lo spostamento dell’accento sul livello aziendale non fa che depotenziare il movimento sindacale nel suo complesso.
L’elezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica segna, a mio avviso, un cambio di fase nella vita politica del paese. L’ovazione che il palazzo, dentro e fuori il parlamento, ha tributato al neo presidente della repubblica ne è la rappresentazione plastica. La parte più impopolare dell’azione del governo Renzi è alle spalle. Ora le classi dominanti lavoreranno, sempre se il quadro internazionale ed il contesto economico lo consentiranno, a ricucire i pesanti strappi di questo primo anno dell’era Renzi. Il lavoro più cruento è stato fatto, il modello sociale è destrutturato. Si tratta ora di formalizzare il nuovo assetto modificando la costituzione e restituendo una parvenza di dignità, almeno l’onore delle armi, a organizzazioni profondamente sconfitte e logore come la Cgil, ma non solo. Sergio Mattarella serve esattamente a questo. Tutti coloro che da sinistra inspiegabilmente gli hanno reso sperticate lodi non colgono la natura di questo passaggio. Non è un caso che la breve parabola di conflitto della Cgil si sia fermata proprio nel momento di maggior tensione con il Pd. Il rischio molto concreto, come peraltro già accaduto dopo la criminale opera di governo di Monti Fornero, è che la Cgil accetti passivamente il nuovo quadro riposizionando la sua iniziativa, nelle compatibilità date, al solo scopo della semplice sopravvivenza d’organizzazione. Renzi ha vinto una partita importante e la Cgil ne esce a pezzi. Se Renzi ha potuto cancellare lo Statuto dei lavoratori con il suo Jobs Act è perché la Cgil e la Fiom non hanno affrontato la sconfitta del 2012 e ricostruito una linea contrattuale adeguata. Avevamo visto lungo quando abbiamo criticato lo sciopero prenatalizio del 12 dicembre a cui, peraltro, abbiamo lavorato tenacemente.

La Cgil rischia un cruciale passaggio di trasformazione interno?
Oggi la Cgil è in un pesante stato confusionale. Le roboanti dichiarazioni di guerra all’applicazione del Jobs Act sul terreno aziendale testimoniano esattamente la fine della fase di conflitto su scala generale. Non c’è alcuna strategia su come affrontare questa fase inedita, non c’è nessuna seria volontà di definire politiche contrattuali nuove. Come si riconquistano i diritti cancellati? Come si difende il lavoro nel quadro della totale ricattabilità definito dal Jobs Act? Interrogativi tanto ineludibili quanto semplicemente ignorati. Renzi esce vincitore dalla prova di forza con la Cgil, approva il suo Jobs Act e si ripulisce l’immagine con Mattarella presidente, riuscendo persino a dare un colpetto a Berlusconi per la gioia di tutti gli orfani dei bei tempi in cui si poteva addebitare tutto al caimano. Il rischio è che alla Cgil ciò sia sufficiente per abbellire la resa. Questo non vuol dire che non si riapriranno tensioni con il governo, ne che la Cgil starà ferma nei prossimi mesi. Tuttavia qualunque iniziativa, anche di lotta, che non sia preceduta da una riflessione profonda e rigorosa sulla sconfitta e su come ripartire con scelte nette e radicali serve solo a parare la mesta ritirata. Se non si rimette al centro la ricostruzione dell’opposizione sociale, se non si riafferma l’identità anticapitalista del sindacato in un nuovo rapporto di reti, di mutualismo, di riappropriazione dei bisogni negati il sindacato è destinato a accettare, più o meno passivamente, la sua lenta estinzione, la sua progressiva perdita di senso e ruolo nella vita di chi vuole rappresentare. Il doppio regime sociale che Renzi ha imposto con il Jobs Act, tra vecchi dipendenti e neoassunti senza più diritti rende bene l’idea della residualità di un sindacato, non solo la Cgil evidentemente, chiuso in un fortino con i suoi, sempre meno, vecchi iscritti.

Landini sembra proporre una formula mista nel tentativo di uscire dall’angolo, ovvero un’alleanza con la società civile. Cosa ne pensi?
Ho colto nelle dichiarazioni di Landini sul partito sociale il tentativo di una riflessione importante. Siamo nel pieno della conclamata crisi della rappresentanza sociale e politica del lavoro da cui non se ne esce con la pur necessaria radicalità formale. Pratiche, ricostruzione di senso, efficacia e rispondere ai bisogni sociali al tempo della ricattabilità del lavoro dovrebbero essere i temi di fondo su cui impegnarsi davvero. Occorre ridefinire una strategia di medio lungo periodo per riaffermare la contrattazione come uno degli strumenti dell’emancipazione progressiva dal lavoro subordinato. Ragionare di rappresentanza dentro e fuori i luoghi di lavoro in tempi in cui sarà sempre più complicato anche solo essere iscritti al sindacato visto che si può essere licenziati su due piedi. Così come il tema della riunificazione degli interessi di classe destrutturati dalla durezza della restaurazione capitalistica non è più rinviabile.
Quello che non mi convince del ragionamento di Landini è quello che manca. In primo luogo la necessaria rottura con il modello dell’accordo del 10 gennaio, quello cioè che consente la spoliazione di diritti e salario dei lavoratori. In secondo luogo servono le lotte. Senza il conflitto su larga scala, senza la ricostruzione molecolare di nuovi rapporti di forza non c’è alcun partito sociale. Non è la sommatoria di soggetti che rende l’efficacia ma la radicalità di un percorso che deve essere unificante e volano dell’iniziativa. Lo dimostra l’esperienza della Grecia. Le innumerevoli lotte dei lavoratori greci hanno sedimentato coscienza, critica di massa, rabbia e hanno permesso di provare a rappresentare sul piano politico quei bisogni. Se in Italia non c’è sinistra politica è perché non c’è stato alcun conflitto e la sinistra politica e sociale è percepita, a torto o a ragione, come parte di chi governa l’austerità non di chi si oppone ad essa. In questo senso davvero non comprendo la dichiarazione di Landini a favore dell’elezione di Mattarella. Senza una rottura con il palazzo, di cui Mattarella è parte, non c’è ricostruzione.
Mi chiedo e chiedo a Maurizio Landini se non sia giunta l’ora di rompere ogni ritrosia e indugio a lanciare una grande manifestazione contro l’austerità e in solidarietà al popolo greco. E’ stato un errore affidarsi alla presunta svolta della Camusso, ora bisogna tornare alla Fiom che promuove l’incontro di un vasto fronte sociale, a prescindere dalle scelte della Cgil. Bisogna tornare alla Fiom che lotta sul serio.

Il percorso dello sciopero sociale riprende proprio in questi giorni. Che possibilità ci sono lì?
L’originalità positiva del percorso che ha portato al 14 novembre va mantenuta, arricchita e rilanciata. Certo l’approvazione del Jobs Act pone un problema a tutte le soggettività che vogliono davvero contrastarlo e insieme ricostruire una cornice di diritti del lavoro in tutte le sue forme. Bisogna riflettere sul come dare gambe concretamente alla lotta in una fase di pesante passività sociale e di immobilismo delle grandi organizzazioni. Le mobilitazioni contro l’Expò 2015 devono divenire parte importante di questo percorso proprio nella città che diverrà simbolo del capitalismo usa e getta, del lavoro a salario zero. Siamo parte di questa bella e importante esperienza e continueremo a sostenerla insieme al resto del sindacalismo conflittuale.