Di Matteo: “Recidere i rapporti ‘alti’ della mafia” da: antimafia duemila

di-matteo-musumecidi Lorenzo Baldo – 21 gennaio 2015

La tempistica del rinvio a giudizio di Saverio Masi &c.? “Un fatto del tutto inusuale”
Palermo. L’incontro con il pm condannato a morte dal capo di Cosa Nostra era stato richiesto da alcuni mesi dai componenti della Commissione Antimafia Regionale, Giorgio Ciaccio e Stefano Zito (M5S) “per capire se è possibile fare qualcosa per migliorare la sicurezza del magistrato, alla luce delle ripetute minacce arrivate nei suoi confronti e per esprimergli di persona la piena solidarietà della commissione”. Anche la stessa capogruppo del M5S, Valentina Zafarana, si era fatta promotrice di una simile richiesta attraverso una lettera indirizzata al presidente della Commissione Nello Musumeci e al Presidente dell’Assemblea Regionale Giovanni Ardizzone. Più che della sua sicurezza il pm Nino Di Matteo ha affrontato invece il tema spinoso di mafia e politica, nonché della corruzione quale grimaldello della criminalità organizzata per infiltrarsi nei gangli vitali della pubblica amministrazione.

Sulla questione della cosiddetta guerra tra magistratura e politica il sostituto procuratore ha spiegato l’assurdità di voler accusare la magistratura di avere invaso il campo. Il tema della responsabilità morale è stato successivamente affrontato da Di Matteo che ha evidenziato la volontà di Cosa Nostra di continuare a condizionare l’attività politica in quanto fondamentale per la sua stessa esistenza. Le parole profetiche dell’ex boss di Porta Nuova (deceduto nel 2011), Salvatore Cancemi, sono state ricordate dal magistrato palermitano nel salone austero del Palazzo dei Normanni. Diversi anni fa Cancemi aveva raccontato a Di Matteo una confidenza di Totò Riina: Cosa Nostra era diventata così potente grazie alle collusioni, ai favori e alle amicizia con la politica e con pezzi rilevanti delle istituzioni. Dichiarazioni del tutto esplicite. Che rispecchiano fedelmente la vibrazione di un palazzo governato fino a pochi anni fa da un politico di nome Salvatore Cuffaro attualmente in galera per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Di fronte ai componenti della Commissione il pm ha evidenziato che lo Stato non sempre ha dimostrato di aver capito che recidere questo rapporto tra mafia politica e istituzioni sia indispensabile per sconfiggere la criminalità organizzata. Per Di Matteo il salto di qualità avverrà solamente se verranno recisi i rapporti “alti” dell’organizzazione mafiosa. Parlando del cambio di strategia mafiosa per inquinare la politica sono state citate le intercettazioni ambientali capate nel 2001 nel salotto del medico mafioso Giuseppe Guttadauro. Ma anche la sentenza di assoluzione per il senatore Andreotti, gravida di implicita colpevolezza, è stata richiamata all’attenzione dal magistrato palermitano. Addentrandosi nei meandri del voto di scambio politico mafioso Di Matteo ha evidenziato l’occasione mancata della riforma dell’articolo 416ter. Secondo il pm c’è un problema iniziale tuttora da risolvere: la lotta alla mafia e la lotta alla corruzione vengono separate come se fossero due strade parallele che non si incontrano. Per Di Matteo è del tutto evidente che sempre di più ci si imbatte invece in un intreccio di questo tipo. Di fatto attraverso la corruzione le famiglie mafiose entrano nella pubblica amministrazione e la inquinano. Il sostituto procuratore di Palermo ha quindi sottolineato che il fenomeno della corruzione non è adeguatamente punito. Ad avallo delle sue affermazione ha citato alcune statistiche del Ministero della giustizia: fino all’anno scorso i detenuti per corruzione erano 8 o 9, come se l’Italia fosse un Paese immune dalla corruzione. Tutto ciò, a detta del pm palermitano, è possibile perché le pene sono talmente basse che, anche se individuato il reato, scatta poi la prescrizione. Ed è per questo motivo che lo stesso Di Matteo ha auspicato una legislazione più efficace che preveda, come in altri stati, la possibilità di utilizzare i cosiddetti “agenti provocatori”: professionisti che, operando sotto il controllo della magistratura, si fingono pubblici ufficiali disponibili ad accettare mazzette capaci di provocare un momento in cui si verifica la corruzione per poi intervenire così da arrestare il corruttore o il corrotto. Il passaggio dalla magistratura alla politica è stato uno degli ultimi interventi di Di Matteo che ha sottolineato l’importanza che questo transito sia regolamentato con paletti ben più alti rispetto a quelli che sono oggi previsti.

Il rinvio a giudizio di Masi &c. “giustificato” da “evenienze processuali?”
“La politica non stia più nelle retrovie nel contrasto alla criminalità organizzata e non deleghi questo compito solo alla magistratura”, ha dichiarato Nino Di Matteo, durante la conferenza stampa tenutasi al termine dell’audizione. In merito alle difficoltà che incontra nel proprio lavoro il pm ha evidenziato che “sono sotto gli occhi di tutti, senza entrare nel merito delle questioni”. “Chi ha seguito le nostre indagini e i nostri processi – ha specificato – sa che sono state oggetto di critiche, anche violente, da parte di varie fazioni politiche. Nel corso delle indagini sono emerse anche alcune reticenze ed omertà istituzionali che hanno portato all’incriminazione di esponenti delle istituzioni. Sapete che la Procura di Palermo è stata destinataria di un conflitto di attribuzione sollevato dalla Presidenza della Repubblica, un’iniziativa molto forte e il presupposto era identico a quello che si era verificato in altre circostanze di indagini, eppure rispetto a situazioni identiche, mai era stato sollevato un conflitto di attribuzione.di-matteo-comm-antimafia-reg Non entro nel merito, sono dati di fatto che credo fanno capire a quali difficoltà facessimo riferimento”. In merito alla domanda sul rinvio a giudizio del caposcorta di Di Matteo, Saverio Masi (destinatario del provvedimento insieme al suo collega Salvatore Fiducia, al suo avvocato Giorgio Carta e ad 8 giornalisti, ndr), lo stesso Di Matteo ha ribadito di non conoscere gli atti, ma di ritenere del tutto “inusuale” il fatto che “si concludono le indagini sulla diffamazione prima delle indagini che sono in corso invece a Palermo sul contenuto delle denunce” (fatte da Masi e Fiducia, ndr). “E’ altrettanto inusuale – ha proseguito il pm – che siano incriminati per concorso in diffamazione anche i giornalisti che avevano diffuso la notizia della conferenza stampa (in cui venivano illustrate le denunce di Masi e Fiducia, ndr) e perfino l’avvocato che assisteva uno dei soggetti indicati”. “Ripeto: questi sono fatti inusuali, non so se sono giustificati da qualche evenienza processuale che non conosco. E comunque queste vicende dovrebbero anche essere di interesse per la tutela della libertà del lavoro dei giornalisti”. Alla domanda sulle “intimidazioni” subite in questi mesi Di Matteo ha ribadito l’erroneità di quel termine. Di fatto più che di “intimidazioni” qui si tratta di una vera e propria condanna a morte nei suoi confronti decretata dal capo della mafia Totò Riina con tanto di progetto di attentato svelato dal neo collaboratore di giustizia Vito Galatolo. Ma forse nei palazzi dorati della Regione siciliana è preferibile usare il “politically correct”.

Destra e sinistra contro Syriza Fonte: il manifesto | Autore: Pavlos Nerantzis

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Quanto piú Syriza con­so­lida il suo van­tag­gio elet­to­rale in base a tutti i son­daggi, tanto piú aumen­tano le pres­sioni e le inti­mi­da­zioni nei suoi con­fronti. Le dichia­ra­zioni di lunedi da parte di Jean-Claude Jun­ker, pre­si­dente della ommis­sione euro­pea e di Chri­stine Lagarde, a capo del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale, che dichia­rano che se Syriza va al governe deve comun­que man­te­nere i patti, ovvero l’austerity, sem­brano inge­renze soft di fronte agli attac­chi e alle pole­mi­che sol­le­vate con­tro la sini­stra radi­cale gui­data da Tsi­pras dai suoi avver­sari greci, natu­ral­mente la destra ma, pur­troppo, anche i comu­ni­sti del Kke.

«Tsi­pras vuole fare cose che nem­meno i lea­der nei paesi comu­ni­sti ave­vano mai fatto. Il Paese non sará tra­sfor­mato in soviet, nem­meno accet­terá un regime comu­ni­sta… il voto non riguarda Nea Dimo­kra­tia e Syriza, ma in quale mondo vogliamo che i nostri figli vivano» ha detto ieri sera durante un comi­zio ad Atene il pre­mier uscente Anto­nis Samaras.

Makis Vori­dis, mini­stro della sanitá, giá capo­gruppo par­la­men­tare di Nea Dimo­kra­tia, durante un suo discorso ad Aspro­pyr­gos, vicino alla capi­tale, ha detto che «la nostra gene­ra­zione non con­se­gnerá il Paese alla sini­stra. Non lo con­sen­ti­remo, non importa cosa dovremo fare. Ciò che i nostri nonni dife­sero corag­gio­sa­mente con i fucili, noi lo difen­de­remo con il voto dome­nica. Così che si sap­pia di che cosa stiamo par­lando… La sini­stra non vin­cerà dome­nica» ha affer­mato minac­cioso l’ espo­nente della Nea Dimo­kra­tia, che nel pas­sato é stato lea­der della gio­ventú di Epen, par­tito di estrema destra durante la giunta dei colonnelli.

Sama­ras e Vori­dis non sono gli unici a evo­care frasi del pas­sato. Anzi non sono pochi da ambe­due le parti, destra e sini­stra, che in que­sti giorni nei loro discorsi, in pri­vato tra amici nelle caf­fet­te­rie, rac­con­tano come nel dicem­bre del 1944, poco dopo che l’Elas, l’ Eser­cito di Libe­ra­zione nazio­nale greco, gui­dato da mem­bri del Kke, aveva libe­rato il paese dall’ occu­pa­zione nazi­sta, le truppe brit­ta­ni­che com­plot­ta­rono con l’ aiuto di greci, sim­pa­tiz­zanti dei nazi­sti, per aprire il fuoco con­tro una folla paci­fi­sta che mani­fe­stava ad Atene per con­te­stare la deci­sione del governo di disar­mare i partigiani.

La Gre­cia, secondo i bri­tan­nici della Guerra fredda, non poteva essere con­se­gnata nelle mani dei comu­ni­sti e alli­nearsi con l’Unione sovie­tica. Per­ció chie­sero al governo prov­vi­so­rio di Yor­gos Papan­dreou, padre di Andreas, fon­da­tore del Pasok e nonno dell’ ex pre­mier Yor­gos Papan­dreou, di disar­mare ad ogni costo i greci. Due anni dopo comin­ció una lunga guerra civile. Set­tanta anni dopo molte cose sono cam­biate, ma die­tro le quinte sem­bra quasi che le ferite di quella guerra civile restino ancora sulla pelle della societá greca. E l’incubo di uno scon­tro vio­lento tra destra e sini­stra in certi casi viene espresso pubblicamente.

Pre­oc­cu­pa­zione per quello che Syriza ha inten­zione di fare espri­mono anche rap­pre­sen­tanti diplo­ma­tici ad Atene, che si chie­dono fino che punto Ale­xis Tsi­pras é dispo­sto a scon­trarsi con i part­ner euro­pei. Rico­no­scono che lo stesso lea­der si pre­senta piú mode­rato rispetto al pas­sato, ma sem­pre secondo loro «biso­gna capire cosa ne pen­sano le varie cor­renti all’ interno del par­tito» e come il lea­der della sini­stra radi­cale greca «si com­por­terá nei con­fronti di argo­menti che riguar­dano gli equi­li­bri geo­po­li­tici, la lotta al ter­ro­ri­smo, ecc».

In que­sto ambito va letto anche un ser­vi­zio pub­bli­cato dal quo­ti­diano Ta Nea su ten­ta­tivi di inter­cet­ta­zioni tele­fo­ni­che di cel­lu­lari in pros­si­mitá di sedi dei mag­giori par­titi poli­tici. Dai 193 ten­ta­tivi di inter­cet­ta­zione, otto sareb­bero stati segna­lati a pochi metri dalla sede cen­trale di Nea Dimo­kra­tia, cin­que in pros­si­mitá del quar­tier gene­rale di Syriza e altret­tanti vicino agli uffici del Pasok. La mas­sima regi­stra­zione comun­que si é «regi­strata» al quar­tiere dove ha sede l’ambasciata sta­tu­ni­tense. La pro­cura di Atene sta inda­gando per vio­la­zione della pri­vacy e dan­neg­gia­mento a terzi.

Dura per Syriza, da un diverso punto di vista, é la cri­tica del Par­tito comu­ni­sta di Gre­cia, Kke. Tra­di­zio­nal­mente euro­scet­tico per­ché «l’Ue esprime i mono­poli e il grande capi­tale», il Kke fin dal primo momento ha rifiu­tato ogni col­la­bo­ra­zione. «Si auto­de­fi­ni­sce di sini­stra, ma non lo é affatto. Syriza é a favore del memo­ran­dum, col­la­bora con gli indu­striali, viene soste­nuto dalle grandi imprese e al suo interno ci sono dei cor­rotti», sot­to­li­nea durante i comizi Dimi­tris Kou­tsou­bas, segre­ta­rio gene­rale del Kke. Per i comu­ni­sti una loro par­te­ci­pa­zione o anche un voto di tol­le­ranza ad un governo del Syriza sarebbe «un grosso sba­glio che dan­neg­ge­rebbe i lavo­ra­tori e il popolo» greco. Con l’ uso di un lin­guag­gio che ricorda i tempi e i discorsi della lea­der­ship sovie­tica, il Kke si schiera a favore della can­cel­la­zione uni­la­te­rale del debito pub­blico, del disim­pe­gno dall’Ue e dalla Nato, notando che «i popoli non dovreb­bero intrap­po­larsi e sof­fer­marsi sulla con­cor­renza attorno alla moneta e alla gestione della crisi» del capitalismo.

Di fatto l’ auto-isolamento dei comu­ni­sti e dell’Antarsya, un’ orga­niz­za­zione della sini­stra extra­par­la­men­tare, mette in dif­fi­coltá Syriza, per­ché erano le uni­che forze poli­ti­che alle quali si era rivolto Ale­xis Tsi­pras per chie­dere una col­la­bo­ra­zione post-elettorale. «Non abbiamo paura di niente. Sem­pli­ce­mente tutti coloro che fanno delle pole­mi­che sem­pli­ce­mente cer­cano di inti­mi­dirci», ha sot­to­li­neato ieri da Salo­nicco il lea­der della sini­stra radi­cale greca.

Sanità agli sgoccioli per tagli Fonte: il manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

Insieme alla scuola, la sanità ha finan­ziato l’austerità in Ita­lia dal 2009 a oggi. È quanto emerge dal lungo capi­tolo dedi­cato dalla Corte dei Conti alla sanità nell’ambito della rela­zione sulla gestione finan­zia­ria degli enti ter­ri­to­riali per il 2013. I risparmi otte­nuti dai pesanti tagli impo­sti alla sanità dovreb­bero essere inve­stiti nell’assistenza ter­ri­to­riale e domi­ci­liare e nell’ammodernamento tec­no­lo­gico e infra­strut­tu­rale. In caso con­tra­rio scat­te­rebbe l’allarme rosso per i livelli essen­ziali di assi­stenza (Lea). A lungo andare, emer­ge­reb­bero defi­cit assi­sten­ziali, soprat­tutto al Sud.

I tagli hanno fatto cer­ta­mente fatto sbal­lare i conti ma, dice la magi­stra­tura con­ta­bile, nella sanità si è rispar­miato addi­rit­tura più del pre­ven­ti­vato dai governi dell’austerità Berlusconi-Monti-Letta-Renzi. La spesa per il ser­vi­zio sani­ta­rio nazio­nale, nel trein­nio 2011–2013, “è risul­tata essere, a con­sun­tivo, pari a 111.094, 109.611 e 109.254 milioni, dun­que infe­riore di ben 4 miliardi di euro (per il 2012) e di circa 3 miliardi (per il 2013) rispetto alle stime con­te­nute nella Legge di Sta­bi­lità 2013. È stato regi­strato un decre­mento nomi­nale del 2,8% rispetto al 2010, pari a 3,1 miliardi di euro.

Nel 2013, al netto degli altri tic­ket sulla dia­gno­stica e le pre­sta­zioni spe­cia­li­sti­che, i cit­ta­dini hanno ver­sato 1.436 milioni, pari all’1,3% della spesa sani­ta­ria cor­rente com­ples­siva, con una media di circa 24 euro a testa. Nel qua­drien­nio esa­mi­nato dalla corte, è stato regi­strato un aumento del numero di ricette del 6,3%, e un boom del 66,6% dei tic­ket e com­par­te­ci­pa­zione. L’obiettivo di dimi­nuire la spesa far­ma­ceu­tica ospe­da­liera, e quella per beni e ser­vizi, è stato man­cato. In altre parole, i tagli alla sanità sono stati pagati, in gran parte, dai cit­ta­dini stessi. A que­sto è ser­vito l’aumento dei tic­ket che, insieme al blocco del turn-over del per­so­nale, finan­zia ciò che lo Stato nega. Senza dimen­ti­care l’aumento stel­lare delle addi­zio­nali Irpef e Irap, fon­da­men­tali per far qua­drare i conti alle Asl e agli ospedali.

Lo zelo dei custodi dell’austerità ha mol­ti­pli­cato l’accanimento dei loro col­le­ghi delle Regioni. «L’effetto com­bi­nato delle deci­sioni deli­be­rate dal par­la­mento nazio­nale e delle mano­vre cor­ret­tive attuate dalle Regioni sia in piano di rien­tro che non – spiega la Corte dei Conti — hanno gene­rato ridu­zioni di spesa net­ta­mente supe­riori di finan­zia­mento decise con la spen­ding review». L’ansia di essere più austeri dei loro man­danti ha spinto gli enti locali a ridurre, in quat­tro anni, di circa il 68% la quota di spesa per la sanità pub­blica non coperta dal finan­zia­mento al quale con­corre lo Stato.

Il bilan­cio di un qua­drien­nio ha rive­lato dun­que una delle con­trad­di­zioni dell’austerità. Con­si­de­rando anche la situa­zione delle Regioni in avanzo, il sistema sani­ta­rio a livello nazio­nale «mostra un disa­vanzo di 1.890 milioni» a causa delle mano­vre che hanno pra­ti­cato «tagli lineari» sulle prin­ci­pali voci di spesa, come i con­sumi inter­medi, la spesa far­ma­ceu­tica, le spese per il per­so­nale, l’acquisto di pre­sta­zioni sani­ta­rie da ero­ga­tori pri­vati accreditati.

Que­sto disa­vanzo rischia di non essere rein­ve­stito nella sanità. Nell’ingegneria opaca dell’austerità i fondi pos­sono essere dirot­tati altrove.
Nasce da qui l’allarme sui «Lea» lan­ciato dalla Corte dei conti. La poli­tica dei tagli aumenta, nei fatti, uno dei pro­blemi sto­rici della sanità ita­liana: il diva­rio assi­sten­ziale tra Nord e Sud. Quest’ultimo viene stran­go­lato sia dai piani di rien­tro sia dalla nuova nor­ma­tiva sull’armonizzazione con­ta­bile. L’indicazione dei giu­dici con­ta­bili è di «pere­quare» tale situa­zione attra­verso una pro­gram­ma­zione cen­trale delle nuove risorse all’interno di un nuovo piano nazio­nale degli investimenti.

Il pro­cesso di revi­sione della spesa sani­ta­ria «dovrà essere più selet­tivo e rein­ve­stire risorse nei ser­vizi sani­tari rela­ti­va­mente più carenti». Per la corte que­ste risorse vanno prese dai set­tori come l’acquisto di beni e ser­vizi non effet­tuati attra­verso le cen­trali regio­nali d’appalto o con con­ven­zioni della Con­sip. Si devono invece basare su «pro­cessi mole­co­lari di rior­ga­niz­za­zione» con­dotti dalle sin­gole Asl. Le regioni dovranno effet­tuare una più attenta ripro­gram­ma­zione dei fab­bi­so­gni, men­tre il governo dovrebbe poten­ziare il piano di medi­cina pre­ven­tiva indi­cato dal piano nazio­nale delle riforme pre­sen­tato nel Def 2014

Dino Greco: I comunisti e la Costituzione. Per il 94° anniversario della fondazione del PCI da: controlacrisi.org

Mi sono chiesto cosa potesse essere più utile per fare della ricorrenza dell’anniversario della nascita del Partito comunista italiano, nel lontano 1921, il motivo di una riflessione per nulla reclinata sulla pura retorica d’occasione ma, al contrario, carica di presente e di futuro.

Fra le tante opzioni possibili, la più convincente ( forse perché la meno conosciuta) per parlare ai giovani e per tornare a farlo ai non più giovani, gli uni e gli altri disillusi e sconfortati di fronte alla miseria del tempo presente, mi è parsa quella di raccontare come, all’indomani della vittoriosa rivoluzione democratica e antifascista, nel 1947, il Partito comunista italiano impegnò tutto se stesso, la propria forza e il proprio prestigio – conquistati nella lunga lotta al fascismo e nella guerra di Liberazione – per la costruzione della “Legge delle leggi”, per l’edificazione di quella Carta costituzionale oggi oggetto di una totale manomissione da parte della cultura liberista divenuta tratto costitutivo non soltanto della Destra tradizionale ma, certo non di meno, del Partito democratico.

L’obiettivo tenacemente perseguito dal Pci fu quello di incardinare la sovranità nazionale sul lavoro e creare le condizioni, anche di carattere normativo, perché il compromesso raggiunto fra le forze popolari rappresentasse un terreno sempre più avanzato per la lotta di classe e per uno sviluppo progressivo della democrazia, tale da rendere possibile una trasformazione radicale della società in senso socialista.

Lo scontro che nella prima sottocommissione dell’Assemblea costituente si sviluppò intorno ai principi che dovevano informare i rapporti economico-sociali (che si sarebbero materializzati nei 14 articoli del Titolo III della Carta) fu di grande durezza.

Protagonista di quella memorabile battaglia fu il segretario del partito comunista italiano, Palmiro Togliatti.

Ricapitolarne i tratti salienti farà scoprire (o riscoprire) al lettore la formidabile attualità (e, nello stesso tempo, la siderale distanza) di quell’ingaggio politico e del respiro politico e morale di quel pensiero, rispetto alla supina subordinazione al capitale di tutte le forze che compongono l’attuale arco parlamentare.

Togliatti, in contrasto aperto con l’altro relatore della sottocommissione, Roberto Lucifero, pone subito, in apertura, la questione cruciale.

Il tema è quello della libertà di iniziativa economica privata (la libertà d’impresa) rivendicata da Lucifero …“ nomen omen ”… come la condizione perché ad ognuno sia garantita un’esistenza libera e dignitosa.

Togliatti non ci sta e replica secco, letteralmente, che “ tutto questo suona irrisione ”. Perché in un sistema capitalistico ove regna la pura libertà economica, i rapporti sociali, cioè i rapporti di proprietà che nel suo seno si generano, tendono a concentrare la ricchezza nelle mani di ristretti gruppi privilegiati, mentre dall’altra parte aumentano povertà e diseguaglianza.

Togliatti prende cioè di petto l’intera cultura economica, l’intera impalcatura del dottrinarismo liberale per dire che se si resta alla superficie, se non si va alla radice della contraddizione fra il carattere sociale della produzione e quello privato dell’appropriazione, si riproduce fatalmente l’ordine di cose esistente :

“La proprietà dei mezzi di produzione e quindi la ricchezza – dice Togliatti – si concentrano nelle mani di pochi gruppi di plutocrati, che se ne servono per dominare la vita di tutto il Paese, per dirigerne le sorti nel proprio interesse esclusivo, per sostenere movimenti politici reazionari, per mantenere ed instaurare le tirannidi fasciste, per scatenare guerre imperialistiche di rapina, operando sistematicamente contro l’interesse del popolo, della nazione”.

Merita qui rilevare come per Togliatti gli interessi della classe operaia, a differenza di quelli della borghesia capitalistica, coincidono con gli interessi generali (che non sono mai, dunque, in questa accezione, la media aritmetica, il luogo geometrico, degli interessi di tutte le classi).

Togliatti non usa artifizi o giri di parole. Dice, esplicitamente: “ Bisogna colpire i gruppi privilegiati!”.

Questo è il nesso vitale, teorico e pratico, con quello che diverrà, a fine percorso, l’articolo 1 della Costituzione.

Per fare questo – prosegue Togliatti – occorre “un’ampia e radicale riforma della struttura della società”. Perché soltanto così è possibile difendere le istituzioni democratiche che le classi al potere hanno portato alla rovina.

Insomma, non basta declamare aulicamente gli immarcescibili princìpi: “ Vano sarà avere scritto nella nostra Carta il diritto di tutti i cittadini al lavoro, al riposo e così via, se poi la vita economica continuerà ad essere retta secondo i princìpi del liberalismo”.

A questo punto, Togliatti pone una seconda questione decisiva. E cioè: quale carattere deve avere la Carta? Soltanto quello prescrittivo di una Costituzione o piuttosto quello di un programma fondamentale?

Nella sua argomentazione, Togliatti prende in prestito la costituzione sovietica del ’36, per dire che “quella poteva essere una costituzione in senso proprio perché registrava e sanzionava in formule giuridiche trasformazioni economico-sociali (cioè rapporti di produzione) già avvenute o in atto”. Ma in Italia no, perché quella italiana è stata sì una rivoluzione democratica e antifascista, il fascismo è crollato sotto i colpi di una grande sollevazione popolare, ma non ha gettato le basi di un ordinamento nuovo. La guerra combattuta contro il fascismo è stata sì anche una guerra di classe, combattuta con straordinaria forza dalle classi lavoratrici. Ed è questa fortissima presenza che oggi ci permette di porre la questione del potere a questo livello. Ma “le basi della nuova società devono essere ancora costruite ”: il vecchio edificio, le vecchie strutture devono essere trasformate in qualcosa di profondamente diverso. Solo così sarà possibile coniugare libertà, democrazia, uguaglianza.

Togliatti passa poi ad indicare le linee di questo processo:

Il piano economico (nel senso che lo Stato deve coordinare ed indirizzare a fini sociali l’attività dei singoli;

la compresenza di diverse forme di proprietà (privata, di Stato, pubblica, comunitaria, cooperativa);

la nazionalizzazione delle fondamentali branche industriali e la nazionalizzazione di quelle imprese che per la loro rilevanza devono essere sottratte all’iniziativa privata;

la limitazione del diritto di proprietà, ove questo non si conformi all’interesse sociale.

Si tratta, precisamente, del processo di una trasformazione economica di tipo socialista, da attuarsi attraverso uno sviluppo “progressivo” della democrazia, la cui molla è nella lotta di classe. Un processo, dunque, guidato dai lavoratori che devono potere accedere a forme di controllo diretto della produzione.

In filigrana, si legge qui il tema del partito della classe operaia, come architrave insostituibile di un processo rivoluzionario in divenire, non soltanto teorizzato, ma incarnato in una forza sociale reale, quella che può – gramscianamente – disorganizzare le idee delle classi dominanti e divenire il glutine di un nuovo blocco storico.

Dunque, Togliatti vede la Costituzione non solo come “Legge delle leggi”, dotata, come pure dev’essere, di un valore prescrittivo, ma anche come strumento di lotta per la trasformazione politico-sociale del paese.

E’ triste, in ragione di questo grande passaggio della nostra storia, constatare quale gigantesca rivoluzione concettuale abbia sradicato, anche dal senso comune, la portata progressiva della Costituzione italiana.

Al punto che il capo del governo e segretario del Partito democratico, a conclusione di un devastante processo di demolizione dei diritti del lavoro, ha potuto affermare, senza incontrare che un labile contrasto, che “è inammissibile che un giudice possa intromettersi nel rapporto di lavoro fra dipendente e datore di lavoro per infliggere a quest’ultimo il sopruso di non potersi liberare di un lavoratore che non gli aggrada più”.

Insomma, nel rapporto di lavoro, il lavoratore non deve più entrare come persona, dotata di diritti e prerogative inalienabili, ma come merce che produce altre merci.

D’un sol colpo, Matteo Renzi ha solennemente sancito che l’intero impianto costituzionale, a partire dal suo articolo 1, non esiste più.

Questo è lo stato odierno del nostro paese e dell’Europa colonizzata dalla parte più reazionaria, aggressiva, e violenta del capitale finanziario.

Sembrerebbe un solido motivo per i non rassegnati a rimettersi in cammino. Magari attingendo ad un poco della migliore storia e della migliore cultura politica che la tradizione comunista è stata capace di produrre.

 

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L’associazione Futura Umanità ha organizzato nel 2013 un convegno su Togliatti e la Costituzione (trovate relazioni, audio e video qui )