Processo d’appello Mori-Obinu: il 6 aprile 1993 la vita di Fortunato Imbesi appesa ad un filo da: antimafia duemila

Processo d’appello Mori-Obinu: il 6 aprile 1993 la vita di Fortunato Imbesi appesa ad un filo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo
Lunedì 19 Gennaio 2015 22:21
di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo – 19 gennaio 2015 – Ore 17:34

In un crescendo di “non so” e “non ricordo” l’appuntato scelto dei Carabinieri Francesco Randazzo ha fornito la sua versione dei fatti di quel 6 aprile 1993. Ma sono soprattutto le sue negazioni a tenere banco. Riferendosi al momento della fuga a piedi di Fortunato Imbesi ha specificato di non avere visto la scena in quanto sarebbe rimasto “molto indietro” e quindi di non sapere quante persone hanno sparato. “Non ho visto nessuno che scappava, non ho sentito i colpi”, ha evidenziato il teste. Ad una domanda diretta del Pg Patronaggio Randazzo ha risposto in maniera altrettanto esplicita: “Io non ho fatto nessuna perquisizione, la firma sul verbale non è mia. Pinuccio Calvi lo conosco, ma non so se Calvi ha fatto questa perquisizione”.
“Riconosce la firma di Calvi?”, ha chiesto quindi Patronaggio mostrando il relativo verbale dei Carabinieri. “Non la riconosco”, è stata la risposta laconica dell’appuntato scelto. “Questo inseguimento è durato poco – ha proseguito – perché la macchina andò a sbattere e si fermò vicino ai binari. Quel giorno non avevo indicazioni specifiche. Non ricordo se partivo da Palermo verso Messina o al contrario…”. Alla domanda su quale arma disponesse quel giorno l’appuntato ha riferito di avere avuto la pistola di ordinanza. “Non ho visto nessuno con l’M12”. “Sapeva del sospetto investigativo della presenza di Santapaola a Terme Vigliatore?”, ha chiesto ancora il Pg. “Assolutamente no”, ha concluso Randazzo.
Prossima udienza lunedì 9 febbraio con le audizioni dei carabinieri Mangano, Longo, Calvi, Ragusa e Scibilia.

Processo Mori, il Cc Mauro Olivieri: “A Terme Vigliatore per Santapaola? Non lo so”

di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo – 19 gennaio 2015 – Ore 15:30

Dopo la famiglia Imbesi al processo Mori-Obinu è il turno dei componenti dei carabinieri che presero parte alle operazioni di inseguimento di Fortunato Imbesi il 6 aprile del 1993. A rispondere alle domande del pg Patronaggio è Mauro Olivieri, oggi appuntato dei Carabinieri al Noe di Milano e all’epoca dei fatti membro del Ros. “Ho svolto indagini a Barcellona Pozzo di Gotto e Terme Vigliatore. Il 6 aprile 1993 è stato fermato un soggetto che si pensava fosse un latitante. Mi trovavo nella zona di Palermo, mi viene detto di andare verso Messina che poi sarei stato contattato. Ero da solo. Prima di arrivare a Terme Vigliatore ho fatto controlli via radio per contattare dei colleghi. Poi un collega mi ha detto di rimanere in zona a Barcellona Pozzo di Gotto e resto in attesa. A un certo punto il collega Mangano comunica via radio, non so a chi, che c’era una persona che poteva essere un latitante. Non era la prima volta che mi trovavo lì. Tante volte bisognava fare degli accertamenti”. “Ad un certo punto – prosegue – Mangano mi disse di aspettare lì e diceva di aver visto una persona che somigliava a un latitante. Cerco di arrivare sul posto che mi avevano indicato e vedo dei colleghi che stanno per fermare una macchina, ho visto che hanno tirato fuori la paletta e il tesserino, in un primo momento sembrava che la macchina si era fermata poi ha proseguito”. E’ a quel punto che il Pg Patronaggio ha chiesto con decisione se in quell’azione i loro mezzi vennero speronati o meno. “Speronato, fatto una manovra. Certo non è che fossimo stati presi e buttati chissà dove certo era un’azione per uscire tra le auto che l’avevano fermato”. Il pg ha quindi chiesto se in quei frangenti fossero stati esplosi colpi d’arma da fuoco. “Non lo so se mi chiede quanti proiettili sono stati esplosi non so dirlo” ha detto Olivieri. E Patronaggio: “Non le ho chiesto quanti colpi, ma se sono stati esplosi”. Ancora l’ufficiale dell’arma: “Non lo so, io no…”. Il teste ha confermato che a gestire quell’operazione era il capitano De Caprio, alias Ultimo, mentre ha dichiarato di non aver visto in quei giorni De Donno. “A me nessuno aveva detto quello che dovevamo fare – ha aggiunto – Non so se quel giorno si dovesse catturare Santapaola o Aglieri. Di Aglieri avevamo le foto segnaletiche”. Vedendo sullo schermo la foto del giovane Imbesi ha poi ammesso: “E’ un po’ diverso dal ragazzo che abbiamo fermato”.

Processo Mori, Sebastiana Pettineo: “Il giorno della perquisizione ero spaventata e sbalordita”

di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo – 19 gennaio 2015 – Ore 15:00

Ultimo teste della famiglia Imbesi a salire sul banco dei testimoni è la moglie di Mario Imbesi, Sebastiana Pettineo. Anche lei ha raccontato gli attimi drammatici della perquisizione alla villa avvenuta il 6 aprile 1993. “Mi trovavo a passare vicino ad una finestra – ha detto rispondendo alle domande del Pg – ho visto delle persone sotto, sul lato mare, subito ho chiamato mio marito, ho visto una persona a terra e qualcuno armato che gli inveiva contro. Gli ho detto ‘sta succedendo qualcosa chiamiamo qualcuno’”.  Poi ha aggiunto: “Ho detto a mio marito di non andare fuori. Mentre mio marito andava verso il portone io sono andata al telefono a chiamare i carabinieri. Contemporaneamente mio marito è andato fuori ed è stato messo a terra da un uomo con un’arma che gli intimava qualcosa. C’erano alcuni uomini, avevano dei mitra. Subito dopo sono entrati in casa e uno si è diretto al primo piano, io sono andata dietro a lui perché avevo la bambina che dormiva. Quando ho chiesto cosa stesse succedendo nessuno mi ha risposto. Non hanno controllato le armi perché stavano in una stanza blindata, non sono entrati lì, sono andati direttamente al primo piano”. La moglie dell’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto ha poi riferito in merito all’inseguimento del figlio: “Mio figlio era uscito da casa pochissimo tempo prima. Ero molto confusa, spaventata, sbalordita. Io sono accorsa alla caserma dei carabinieri di Terme Vigliatore quando sono venute delle persone a dirmi che mio figlio stava bene. Quando sono arrivata nessuno mi ha spiegato cosa stava succedendo, nemmeno il magistrato Olindo Canali, mio figlio era in una stanza della caserma non so con chi”.

Processo Mori, Concetto Carmelo Imbesi: “Dopo la perquisizione e l’insegumento in caserma clima teso”

di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo – 19 gennaio 2015
– Ore 14:32

“All’interno della caserma ricordo che c’era un clima molto teso, non capivo e neanche oggi capisco la tensione che c’era. Avevano fatto un errore madornale”. Sul banco dei testimoni al processo Mori-Obinu c’è Concetto Carmelo Imbesi, cugino dell’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto, che il 6 aprile 1993 visse in prima persona la perquisizione nella villa di quest’ultimo a Terme Vigliatore. Il suo è un racconto drammatico: “Andai a casa di mio cugino, scesi dalla macchina e mi avvicinai alla casa, fuori dalla villa, un signore mi buttò a terra e si mise a carponi sopra di me, insultando me, mia moglie, i miei figli, cose vergognose, gridando ‘come ti chiami?’ continuava a darmi colpi sui fianchi con la canna della pistola. Io ero con l’autista Gaetano Bucalo e anche a lui non sono state risparmiate parolacce, insulti, lo hanno buttato per terra. Siamo entrati nella villa, c’eano 5 – 6 persone con le pistole in pugno e qualche mitragliatrice di quelle piccole. Hanno fatto un po’ di tutto, spostavano cose… poi sono arrivate le voci che avevano sparato al figlio di mio cugino”. In merito all’inseguimento ha aggiunto: “Si cominciò a dire che mio cugino era vivo per miracolo. Venne fermato a circa 1km dalla villa. Hanno sparato incuranti di chi colpivano. Poi hanno cominciato a uscire fuori dei telefonini e parlavano tra di loro”. Di quanto avvenuto il teste avrebbe voluto riferire al pm Olindo Canali: “Lo vidi all’interno della caserma di Terme Vigliatore – ha riferito il membro della famiglia Imbesi – avevano cominciato ad interrogare. Appena l’ho visto gli ho detto ‘vorrei denunciare qualcosa che mi è successo’ e lui mi ha detto di preparare un esposto da portare il giorno successivo in procura. All’interno della caserma c’era un clima molto teso, non capivo e neanche oggi capivo la tensione che c’era. Avevano fatto un errore madornale, quel ragazzo non poteva essere Aglieri”.

Processo Mori, Fortunato Imbesi: “Canali mi disse, auguri sei arrivato ad oggi”

di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo – 19 gennaio 2015
– Ore 14:22

“Alla caserma vidi il pm Olindo Canali che mi disse ‘auguri sei arrivato ad oggi’”. A dirlo è Fortunato Imbesi, teste al processo Mori – Obinu, giunto in appello. “Alla caserma dei carabinieri di Terme Vigliatore arrivai da solo ma in quel momento non c’era nessuno in quanto il piantone si era recato alla villa di mio padre dove contemporaneamente c’era una perquisizione” ha raccontato rispondendo alle domande del pg Patronaggio. Durante il controesame dell’avvocato di Mori ed Obinu, Basilio Milio, Imbesi è tornato a parlare dell’inseguimento: “Ricordo che non vennero fatte sgommate particolari. C’erano i lavori in corso lungo la statale e quando vidi le due auto superarmi e le pistole pensai ad una sparatoria tra malviventi. Poi capì che cercavano me. Nei primi 80 metri sentii i primi colpi di arma da fuoco”. Ad una richiesta di specificazione del Pg in merito ad un verbale redatto dal capitano Sergio De Caprio, alias Ultimo, in cui si faceva riferimento ad un urto tra l’auto di Imbesi e quella dei carabinieri del Ros il teste ha aggiunto: “Quella ricostruzione non è vera. Con la macchina non ho urtato nessuno. La mia macchina non presenta ammaccature e la via di fuga era libera”.

Processo Mori, Fortunato Imbesi racconta la fuga: “Nessuno mi mostrò tesserino e paletta”

“Prima di oggi mai sentito dall’autorità giudiziaria”

di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo – 19 gennaio 2015
– Ore 13:17

“E’ la prima volta che vengo sentito dall’autorità giudiziaria e mai sono state fatte perizie balistiche sulle armi usate dai carabinieri o sulla mia auto”. A parlare è Fortunato Imbesi, il figlio dell’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto, Mario Imbesi, ai giudici della corte d’appello di Palermo, che stanno processando Mario Mori e Mauro Obinu per il mancato arresto di Bernardo Provenzano a Mezzojuso nel 1995. Imbesi sta raccontando l’inseguimento avvenuto nel 1993 lungo la statale che collega Messina con Barcellona Pozzo di Gotto quando Sergio De Caprio, alias il capitano Ultimo, disse di averlo scambiato Pietro Aglieri, il boss mafioso latitante. “Mi stavo dirigendo verso Barcellona Pozzo di Gotto ad un certo punto rallento e mi stringo sulla destra vedendo delle vetture che sopraggiungevano ad alta velocità. Da una di queste lo sportello era aperto e sporgeva una pistola – prosegue rivolgendosi alla Corte – Erano frazioni di secondo. Sono stato superato da un’ulteriore macchina con pistola in mano. Sulla destra c’era un rifornimento. Io pensavo che erano dei malviventi e volevo raggiungere la caserma dei carabinieri. Dopo pochi metri cominciai a sentire gli spari”. “La macchina venne colpita già sulla statale – prosegue il figlio dell’imprenditore raccontando quegli attimi drammatici – Ad un certo punto sento anche un signore che conoscevo, oggi morto, che mi gridava ‘scappa scappa’. Presi una strada sferrata per raggiungere la caserma dal retro. Le cinque vetture che mi inseguivano avevano difficoltà. Alcune dopo pochi metri si sono guastate. Una macchina rimase bloccata in prossimità del passaggio a livello. Ad un certo punto dallo specchietto vedo scendere un uomo sulla marciapiede e fa partire un colpo che raggiunge il parabrezza. Era in piedi, dietro la macchina. Io mi butto dall’auto e finisco sui rovi. Dopo un po’ arrivarono le macchine della Polizia di Stato. A quel punto quelli che mi inseguivano dissero ‘fermi fermi, colleghi, siamo carabinieri’. E poi ancora: “Quando andai in caserma mi misero in una stanza e quelli del Ros cercavano di convincermi che mi era stato mostrato distintivo e paletta ma non è stato così. Io non avevo motivi per non fermarmi”.
“Non mi venne data alcuna spiegazione. Mi dissero soltanto c’è stato un errore. Tempo dopo sulla stampa appresi che mi avevano scambiato per il boss Pietro Aglieri”.

Processo Mori, Mario Salvatore Imbesi: “Ci stava per scappare il morto”

di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo – 19 gennaio 2015 – Ore 12:10

“Quel giorno ci stava per scappare il morto perché pensavano che avessi avuto una rapina a seguito della segnalazione di una mia collaboratrice, chiamammo i carabinieri. Arrivò un appuntato armato e davvero per poco non ci scappava il morto. Poi loro si chiarirono. Ho capito che si trattava di persone dello Stato e non ho presentato nessuna denunzia, perché non si doveva mettere il coltello nella piaga”. Prosegue in aula la deposizione di Mario Salvatore Imbesi, l’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto vittima nell’aprile del 1993 di un’irruzione in casa da parte di carabinieri in borghese. “Ricordo che il capitano De Caprio fece una relazione di servizio su quell’inseguimento a mio figlio. Quando ho bussato alla porta mi ha buttato fuori”. Il Pg Patronaggio ha poi chiesto di eventuali pressioni avute dal Ros e il teste ha aggiunto: “Mi dissero che ormai era successo e di non continuare. Io neanche sapevo che quando succedono queste cose si redige un verbale”. Il Pg ha poi mostrato il verbale di perquisizione redatto il 6 aprile del 1993 chiedendo se la descrizione inserita corrisponde o meno all’abitazione dell’imprenditore. “Nello studio c’è una botola che porta sotto dove custodivo le armi e non corrisponde a quello che c’è scritto in riferimento alle armi”. In aula è presente anche Sonia Alfano.

“Entrarono in casa, pensammo ai malviventi ma erano carabinieri in borghese”

Mario Salvatore Imbesi teste al Processo Mori


di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo – 19 gennaio 2015
– Ore 11:36

“Mi stavo cambiando al piano superiore. Ad un certo punto sento mia moglie gridare. Quando scendo vedo mio cugino a terra ed un uomo in borghese sopra di lui che lo colpisce con un’arma e lo insulta”. E’ il racconto drammatico di Mario Salvatore Imbesi, l’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto che il 6 aprile 1993 ha subito una perquisizione nella sua villa a Terme Vigliatore. “C’erano quattro persone, poi mi dissero anche che avevano i mitra che al momento non ricordo – ha aggiunto rispondendo alle domande del Pg Patronaggio – Pensammo che si trattasse di un’aggressione malavitosa perché in precedenza il pm Olindo Canali mi aveva avvisato che la mafia barcellonese aveva deciso di ammazzare me o qualcuno della mia famiglia. Di questo erano stati informati anche i miei familiari. Durante l’irruzione questi carabinieri hanno fatto un giro della casa non approfondito. Ricordo uno alto con la barba che mi disse. Anche noi possiamo sbagliare”. Proseguendo nel proprio racconto l’imprenditore racconta anche della sparatoria che ha coinvolto il figlio. “Gli hanno sparato in un inseguimento. Nella relazione di servizio di De Caprio c’è scritto che partirono solo due colpi ma sulla macchina ce ne erano almeno cinque e poi tanti altri erano stati sparati. Mio figlio non venne fermato da nessuno. Nessuno gli aveva presentato un tesserino”. Durante la deposizione il pg Luigi Patronaggio ha anche mostrato una diapositiva con la strada e l’appartamento in cui avvenne l’irruzione a Terme Vigliatore. Ci sono indicati in un lato la casa di Imbesi e in altro lato, a pochissima distanza, il luogo in cui si trovava il boss Nitto Santapaola, che poi riuscì a scappare dopo la sparatoria.

Mafia: processo Mori, in aula anche il Pg Scarpinato

19 gennaio 2015

C’è anche il Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, oltre al pg Luigi Patronaggio, all’udienza del processo d’appello a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nell’ottobre del 1995. Assenti i due imputati. Nell’udienza di oggi saranno sentiti diversi testi sul mancato arresto del boss Nitto Santapaola, nell’aprile del 1993.

 

Adnkronos

Processo Mori-Obinu, si comincia dal mancato arresto del boss Santapaola

In aula la famiglia Imbesi. La vicenda di Terme di Vigliatore alla riapertura del dibattimento in appello


di Miriam Cuccu – 19 gennaio 2015

Sarà il fallito blitz al boss Santapaola la prima delle “nuove prove” da vagliare al processo Mori-Obinu, tra i “punti oscuri” contenuti nella memoria presentata dai pg Roberto Scarpinato e Luigi Patronaggio a carico degli ex ufficiali del Ros Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di non aver arrestato Bernardo Provenzano nel ’95. Nella carriera di Mori, oltre al mancato arresto del padrino corleonese a Mezzojuso, c’è anche un’altra “macchia”. E risale all’aprile del ’93 quando, a Terme di Vigliatore nel Messinese, il boss Santapaola allora latitante, “fu intercettato – si legge nella memoria dei pg – mentre parla con esponenti della criminalità mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto all’interno di un locale”.
Il maresciallo della sezione anticrimine di Messina Giuseppe Scibilia si appresta ad informare subito Mori, in quel momento a Roma, il quale risponde che ci avrebbe pensato lui. Il giorno successivo – a provarlo è anche la sua agenda – Mori si recò a Catania. Tutto era pronto per arrestare Santapaola quando, il 6 aprile, un imprevisto fece sfumare il blitz: il capitano Sergio De Caprio – alias “Ultimo” – insieme al capitano Giuseppe De Donno e ad altri militari del Ros “si trovava ‘casualmente’ in transito nella zona dove era stato localizzato il giorno prima Santapaola”. Ultimo aveva individuato un uomo, scambiato per il latitante Pietro Aglieri, ma dopo un inseguimento si scoprì che si trattava di un giovane incensurato, Fortunato Giacomo Imbesi, figlio di un imprenditore locale. Tra i due, è scritto nella memoria, “non esisteva alcuna somiglianza fisica”. Altra circostanza “oscura” è l’irruzione armata nella villa della famiglia Imbesi, a 50 metri dal nascondiglio di Santapaola. Per l’operazione vennero impiegati anche militari provenienti da sedi fuori dalla Sicilia. Dell’irruzione, però, non c’è traccia in alcun atto ufficiale, tranne un verbale di perquisizione in cui non è indicato il nome dei militari e dove manca la sottoscrizione delle persone che subirono la perquisizione. Il Ros non ritenne di informare nemmeno la magistratura che aveva intercettato il boss latitante o il maresciallo Scibilia. Unica firma presente quella del carabiniere Pinuccio Calvi, firma che poi il diretto interessato dichiarerà essere un falso. In più, i militari del Ros che quel giorno si trovavano sul luogo del blitz dichiararono “di non avere partecipato all’irruzione armata e di non sapere chi fossero gli uomini che l’avevano eseguita”. Santapaola, manco a dirlo, “non si recò più nel luogo dove era stato intercettato”. Ora il mancato arresto del boss verrà scandagliato dai pubblici ministeri con le testimonianze, previste per l’udienza di oggi, di undici testi appartenenti alla famiglia Imbesi e al Ros: Giacomo Fortunato Imbesi, Salvatore Mario Imbesi, Sebastiana Pettineo, Carmelo Concetto Imbesi, Mauro Olivieri, Francesco Randazzo, Giuseppe Mangano, Roberto Longu, Pinuccio Calvi, Antonino Ragusa e Giuseppe Scibilia, che chiariranno perché venne fornita “una versione falsa degli avvenimenti” per la quale sono state rappresentate “false circostanze, omettendo di riferirne altre determinanti ed arrivando al punto di falsificare dei documenti”.

Moni Ovadia: «Il pugno di Francesco è lungimirante» da: vita.itmondo

di Lorenzo Maria Alvaro

Per lo scrittore la battuta del Pontefice non è casuale né ingenua: «è stato un modo con cui non solo ha chiarito che come Papa difende la Chiesa ma anche che non è indifferente al ridicolizzare le fedi, il tutto però sdrammatizzando. Oggi si tende a commentare tutto in diretta. Dovremmo cominciare a riattivare l’uso del cervello e lasciare da parte le budella»

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Il grande dibattito che l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi ha scatenato in Occidente è in particolare sulla libertà di espressione e sulla satira. Tutto è lecito? Non ci sono limiti? Proprio nel mezzo di queste discussioni è arrivata una battuta del Papa che è deflagrata come una bomba. Il Pontefice dopo aver chiarito che non si può uccidere in nome di Dio e chiarito che l’irrisione della fede è sbagliata ha concluso «se insulti la mia mamma, ti tiro un pugno». Per riflettere su questi temi abbiamo chiamato lo scrittore Moni Ovadia noto, tra le altre cose, in particolare per essere un formidabile raccontatore di barzellette ebraiche.  

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Moni Ovadia

Cosa ne pensa di questo dibattito sulla libertà di espressione?
Il primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti dice che non si può arrestare nessuno prima che abbia parlato. E secondo me è sacrosanto. Quindi le censure non si possono fare a priori. Secondo me poi non si possono fare neanche a posteriori, a meno che non si rintracci una qualche forma di diffamazione o calunnia. Nel qual caso ci sono le leggi.

Secondo lei, al di là della legge, esiste un limite non valicabile?
Il limite da porre alla libertà di espressione è certamente un problema. Ad esempio, se io ridicolizzo una vittima di pedofilia, irridendone le esperienze e la sofferenza, come verrebbe preso? O se facessi satira sulle vittime della Shoah che cosa accadrebbe? È chiaro che ci deve essere un limite, ma deve essere etico, affidato alla coscienza di ognuno. Non può essere stabilito per legge.

C’è poi un’altra faccenda sul tavolo. Qual è l’oggetto della satira?
Certamente. Se io prendo in giro Ruini su, ad esempio, l’eterologa, a mio avviso sto facendo satira. Nel senso che il prelato che vuole intervenire sulle questioni che afferiscono alla sfera politica può essere un tema satirico. Ma se comincio a irridere la Vergine Maria o Gesù Cristo sto irridendo valori sacri. Qualcosa che è al di sopra di un chierico e delle sue azioni. E questo vale anche per l’ebraismo e per l’Islam. Sparare a zero con la satira su certi atteggiamenti dei rabbini in Israele è sacrosanto. Irridere la Torah invece no. Lo stesso vale per l’Islam. Nel caso dei mullah, è giusto poter essere satirici, anche in modo aggressivo. Maometto invece è un’altra cosa. Non per ragioni politiche, di politically correct o riverenza nei confronti del potere, sia chiaro. Si tratta di rispettare la fede autentica.

Insomma la satira colpisce vizi, atteggiamenti e peccati, non persone o simboli?
Esatto. La satira deve irridere i comportamenti non le figure. Io, ad esempio, sono stato personalmente molto contrario alla satira nei confronti di Brunetta, che si concentrava a colpirne le fattezze fisiche. Non è giusto fare satira su un handicap. Anzi, non credo sia proprio satira.

Un argomento che non vale solo per la satira ma per il concetto di libertà in generale. Libertà non può essere fare quello che si vuole…
Uno dei vizi di questo nostro mondo è quello che si pensa di poter fare qualunque cosa, l’importante è non dare fastidio. Invece, anche se non ci sono conseguenze di legge, non tutto è lecito. O la libertà ha contenuto o diventa arbitrio. Su questo ha ragione il mio amico Revelli. E aggiungo che l’attenzione alle sensibilità altrui non è illibertaria ma un esercizio intelligente della propria libertà.

E poi c’è il famoso pugno del Papa. Che ne pensa?
Io credo che abbia pensato a sé da ragazzo. Quando, probabilmente faceva a botte nelle periferie di Buenos Aires come tanti suoi coetanei. Ha fatto riferimento al “vilipendio” della mamma, che in castillano è una cosa estremamente pesante. Per altro dal punto di vista cattolico, guardando al comportamento di Gesù, non è una cosa così strana. La cacciata dei mercanti dal tempio lo fa prendendoli a pedate e bastonate. E il motivo era proprio la mancanza di rispetto per la fede. Gesù non fu tenero e mostrò molto vigore. In ogni caso ritengo che quella battuta sia stato un seme sapiente di lungimiranza.

Lungimiranza? Perché?
Quella battuta dice in una sola volta tre cose a tre mondi diversi. La prima è rivolta ai cristiani e dimostra come il Papa difenda la fede da chi la attacca. La seconda è rivolta al mondo occidentale e cattolico e tende a sdrammatizzare e stemperare la grande tensione. Infine la terza è rivolta ai musulmani comunicandogli che i cristiani non sono indifferenti alle questioni delle offese alla fede, ma chiarendo che non si può uccidere in nome di Dio. C’è poi un messaggio universale che potrebbe essere il quarto aspetto. Tutto il mondo capisce la differenza tra i terroristi che uccidono e il Papa che, pur con fermezza, fa una battuta di spirito.

A me ha ricordato Don Camillo di Guareschi…
Si è molto doncamillesco ma, ribadisco, anche molto lungimirante. Perché questa battuta in sostanza mira ad evitare la contrapposizione tra cristiani e musulmani. Credo sia stato un atteggiamento molto intelligente per stemperare la violenza. Altro che alimentarla. Comunque sono convinto che il problema, nella comprensione di quello che succede è che siamo diventati tutti troppo frettolosi. Arrivano le cose e noi le giudichiamo al volo. Bisognerebbe cercare di ragionare di più, confrontarsi. Riattivare l’uso del cervello e lasciare da parte le budella.

Boko Haram, raid in Camerun: rapite 80 persone di cui 50 bambini Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

I terroristi islamici nigeriani Boko Haram hanno compiuto un nuovo raid in Camerun dove hanno ucciso 3 persone e ne hanno rapite almeno 80. Tra questi 50 sarebbero bambine e bambini tra i 10 ed i 15 anni. Negli ultimi mesi i cosiddetti ‘Talebani d’Africa’ hanno effettuato incursioni in Camerun. “Secondo la nostra prime parziali informazioni, circa 30 adulti, la maggioranza pastori, e 50 tra bambine bambini tra i 10 e i 15 anni sono stati rapiri”, ha riferito un alto ufficiale dell’esercito di Yaounde’ Obiettivi il villaggio di Mabass e molti altri lungo la lunghissima e del tutto permeabile frontiera che corre lungo i due Paese. I soldati sono intervenuti e ci e’ stata una battaglia durata circa 2 ore. L’azione e’ stata confermata anche dal portavoce del governo camerunense Issa Tchiroma, che pero’ non ha voluto quantificare il numero esatto dei sequestrati.

Ormai Boko Haram di fatto ha incendiato tutto il centrafrica: Niger, Camerun, Nigeria e Ciad sono i “campi” di principali di operazione. Proprio in questi giorni nel nord-est della Nigeria c’è stata una visita a sorpresa da parte del presidente Goodluck Jonathan, che ha sfidato i miliziani di Boko Haram presentandosi a Maiduguri, capitale dello Stato federato di Borno, vera e propria ‘tana’ della setta ultra-islamista: stando a fonti giornalistiche presenti all’aeroporto della citta’, Jonathan e’ stato ricevuto dal governatore Kashim Shettima. Insieme al leader del Paese africano anche il capo dello stato maggiore interforze, maresciallo Alex Badeh, i vertici delle Forze Armate e il colonnello a riposo Sambo Dasuki, consigliere per la Sicurezza Nazionale. Nello Stato di Borno si trova Baga, la localita’ sulla sponda del lago Ciad teatro una settimana fa del peggiore eccidio nella storia nigeriana: oltre duemila tra civili e soldati regolari trucidati dalle milizie di Boko Haram. Inoltre, ieri decine di migliaia di persone hanno partecipato a N’Djamena, in Ciad, a una marcia di “sostegno della popolazione all’esercito ciadiano” che si appresta a intervenire in Camerun e in Nigeria contro Boko Haram. I manifestanti, tra cui il premier Kalzeube’ Pahimi Deubet, hanno percorso i cinque chilometri tra la sede della municipalita’ e Place de la Nation, nel centro della capitale, sventolando bandiere e scandendo slogan in arabo e francese, del tipo “espelliamo fuori dal nostro territorio le forze del male”

Cremona, un compagno del Dordoni in gravi condizioni dopo l’assalto dei fascisti. Solidarietà Prc. Sabato il corteo Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Si chiama Emilio ed ha 49 anni il compagno del centro sociale Dordoni, ricoverato in gravi condizioni (emorragia cerebrale) a Cremona dopo essere stato colpito ripetutamente alla testa e al volto con spranghe e calci dai fascisti di Casapound. All’arrivo dell’ambulanza, l’uomo era incosciente e il medico ha dovuto intubarlo. Da una prima ricostruzione si è trattato, come si legge sul sito Infoaut e da varie testimonianze, di “un agguato premeditato da parte di 50 fascisti armati di spranghe, che hanno approfittato del derby allo stadio per raccogliere a chiamata alcuni volti noti di fascisti di altre città, in particolare Parma e Brescia. L’assalto è avvenuto intorno alle 18 di ieri, prima da parte di un gruppo di 10 fascisti, raggiunti poco dopo da altri 40 dalla via vicina al Dordoni. Per sabato 24 gennaio è stata lanciata una manifestazione nazionale antifascista.
“La mia solidarietà e quella di tutto il partito ai compagni del centro sociale Dordoni di Cremona – dichiara il segretario del Prc Paolo Ferrero in una nota – aggrediti ieri dai fascisti. Il nostro pensiero va a Emilio, il compagno in coma, e ai suoi cari: resisti, Emilio! Questo ennesimo episodio di violenza inaudita dimostra ancora una volta solo una cosa: bisogna chiudere casapound. Il ministro degli Interni intervenga contro questi fascisti delinquenti. Ora e sempre antifascisti”.

“Assistiamo ad un ennesimo vergognoso attacco di stampo fascista” – dichiara Riccardo Laterza, Portavoce nazionale della Rete della Conoscenza – “ai danni di attivisti quotidianamente impegnati sul territorio per un necessario cambiamento in nome di chi subisce gli effetti della crisi. Passano i decenni, ma la natura degli attacchi fascisti resta la stessa: brutale squadrismo atto ad intimidire le esperienze politiche e sociali che stanno dalla parte degli oppressi”.

“Esprimiamo la nostra massima solidarietà” – prosegue Alberto Campailla, Portavoce nazionale di Link – Coordinamento Universitario – “ai compagni del Dordoni e ci uniamo a tutte le voci che hanno dimostrato la loro vicinanza ad Enrico, ridotto in pericolo di vita . Serve innanzitutto che sia fatta chiarezza su quanto accaduto, a partire dalla carica di alleggerimento che secondo le ricostruzioni è stata esercitata dalla celere sugli attivisti del centro sociale, consentendo agli aggressori di allontanarsi: il Ministero dell’Interno deve rispondere pubblicamente sui fatti”.

“Come in altre occasioni, non ci facciamo intimorire” – continua Danilo Lampis, Coordinatore nazionale dell’Unione degli Studenti – “e ci impegniamo per una solidarietà attiva che nelle scuole, negli atenei e nelle nostre città si opponga all’avanzata culturale e politica  delle nuove destre xenofobe e neofasciste. Anche le istituzioni devono giocare il proprio ruolo: chiediamo la chiusura immediata delle organizzazioni neofasciste del Paese”.

“La risposta sarà immediata” – concludono nella nota gli studenti della Rete della Conoscenza – “in tante città, da Torino a Bologna, da Brescia a Pisa, si terranno presidi di solidarietà e iniziative antifascista di mobilitazione territoriale. E’ il primo passo verso la manifestazione nazionale antifascista lanciata oggi dall’assemblea al Dordoni per il 24 gennaio a Cremona: ora e sempre antifascisti!”

Il testo dell’appello per la convocazione della manifestazione di sabato 24 gennaio.
L’attacco premeditato e scientificamente organizzato dai fascisti di CasaPound cremonesi, in combutta con altri militanti di estrema destra provenienti da fuori città, ha trovato una risposta determinata da parte dei compagni presenti nel centro sociale, ma purtroppo Emilio è stato colpito alla testa da diverse sprangate.

I fascisti si sono accaniti sopra ad Emilio fino a quando è stato portato in sicurezza all’interno del centro sociale; è stata, tuttavia, immediatamente chiara la gravità del suo stato di salute.

Infame è stato il comportamento della polizia che ha semplicemente identificato gli assaltatori e successivamente, per permettere loro di andarsene indisturbati, ha violentemente caricato il presidio di antifascist* radunatesi sul posto.

Per esprime totale vicinanza e solidarietà con Emilio è stata indetta:

Lunedì 19 gennaio una giornata nazionale di mobilitazione diffusa nei territori

Contro squadristi, polizia e istituzioni conniventi:

Sabato 24 gennaio un corteo nazionale antifascista, determinato, autodifeso e militante con la parola d’ordine: chiudere subito tutte le sedi fasciste!

Pagherete caro! Pagherete tutto!

#Emilioresisti
‪#‎EmilioResisti‬ ‪#‎Antifa‬

Pd, per Cofferati è “un partito alla frutta”. Nuovo soggetto? Civati “Ipotesi concreta a primavera”. Anche Landini nel dibattito Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“E’ un partito alla frutta. Il modello Renzi compra voti”. Va giù duro Sergio Cofferati nella vicenda dei veleni della Liguria. Quei quattromila voti di scarto rispetto alla renziana Paita rischiano di essere la scintilla per una spaccatura pseria dentro al Pd. In una intervista alla Repubblica, Cofferati dopo le sue dimissioni dal Pd, risponde a Renzi. “Va in televisione a darmi dell’ipocrita, e a dire che i vicesegretari bollano come inspiegabile e ingiustificato il mio addio al pd. Solo insulti e offese. Se un partito invece di chiedersi le ragioni delle dimissioni di uno dei suo fondatori reagisce cosi’, siamo alla frutta. Anzi, siamo ormai al digestivo”. E aggiunge: “per un mese e mezzo ho informato la Serracchiani e Guerini, i due vice di Renzi, dello scempio che si stava consumando in Liguria, dei rischi di inquinamento del voto, della partecipazione organizzata del centrodestra con l’Ncd e anche Forza Italia alle nostre consultazioni per votare e far votare la Paita, con la partecipazione attiva di certi fascistoni mai pentiti e la presenza perfino di personaggi in odor di mafia ai gazebo e ai seggi”,continua Cofferati, che lamenta di non solo di non aver ricevuto nessuna risposta ma di essersi trovato di fronte a una vittoria di Paita “pianificata a tavolino”. Per Cofferati, “la segreteria nazionale e’ stata, diciamo, assente, distratta, lontana. Salvo negli ultimi giorni quando e’ piombata il ministro Pinotti a sostenere la Paita e una formula politica per la regione che mai si era discussa qui e che io mai avrei appoggiato: le larghe intese con il centrodestra, l’esportazione anche in Liguria del modello nazionale renziano. Per imporre, realizzare questo modello politico si e’ fatto ricorso in modo spregiudicato al sostegno del centrodestra nelle primarie del nostro partito. E anche all’inquinamento con voti comprati. Sta tutta qui la ragione delle mie dimissioni – spiega ancora Cofferati – la ferita politica che si e’ aperta con il Pd e non solo in Liguria. Sono stati cancellati i valori stessi su cui e’ nato il Partito Democratico”.

Intanto, l’ipotesi della costruzione di un altro partito a sinistra si fa sempre meno remota. Secondo Civati, intervistato da Qn, il partito di sinistra si farà e “sarà grande”. Lo strappo dal Pd avverrà, “diciamo a primavera”. A seguirlo saranno all’inizio “pochi, pochissimi. Siamo al governo…”. Ma anche “Fassina, Cuperlo, Boccia, Bindi, Bersani di fronte a un governo che procede un giorno con un salva bilancio e un altro con un salva Berlusconi alla fine si stancheranno”.
Che ne sarà del Pd? “Ormai è un partito di centrodestra”, dice il dissidente. Che, intervistato anche da il Messaggero, a questo proposito aggiunge: “Davvero vogliamo andare avanti a colpi di Jobs Act e Ncd? Io lo chiamo voto di scambio: una destra in cambio di una sinistra. E, visto che leggo già di richieste di espulsione, lo dico in anticipo: se la prospettiva è di ridurre il dibattito a una questione disciplinare, vi consegno il mio cadavere. L’ipotesi di un nuovo partito a sinistra è pi— concreta”.

Sull’ipotesi di un nuovo partito a sinistra interviene anche il segretario della Fiom Maurizio Landini. “Io non penso a un nuovo partito, io penso invece a nuove forme di aggregazione, penso a tante persone che possono finalmente tornare a partecipare, organizzandosi nella forme che più ritengono opportune”. Come ha fatto Tsipras? “Non so se è un modello esportabile, però – dice il leader della Fiom, intervistato dal Corriere della Sera – “un personaggio del carisma di Cofferati, con le sue grandi qualità etiche e morali, può certamente contribuire ad accelerare un percorso simile anche qui. Dove pure è necessario andare oltre l’idea di sinistra classica”. “Qui il punto – spiega – non è se adesso nascerà o meno una forza a sinistra del Partito democratico. Qui la scena è più grave”, il fatto è che “la sinistra non c’è più in Italia. Il dato, purtroppo, è ufficiale e definitivo”. Le primarie? Invece che “uno strumento capace di determinare novità e partecipazione”, a suo giudizio sono diventate “uno strumento che allontana i giovani e porta alle dimissioni persone come Sergio”. Questo perché‚ “anche nelle primarie del Pd prevalgono lobby e logiche di potere, perché‚ pur di vincere è lecito portare a votare i fascisti”.

Tornando sul caso Liguria, in un’intervista a La Stampa, il presidente del Pd, Matteo Orfini, ammette che le primarie “hanno bisogno di manutenzione. Che a primarie del centrosinistra partecipino politici di centrodestra non è normale”. E’ quello che lamenta Cofferati, “infatti credo si debbano dare risposte politiche alle questioni che pone – aggiunge -. Sul tema della coalizione, le primarie non hanno deciso nulla. Io penso che il Pd debba presentarsi alle Regionali con una coalizione di centrosinistra”. A chi chiede all’ex segretario Cgil di dimettersi dall’Europarlamento, Orfini risponde che è assurdo: “Un argomento da grillini, noi siamo quelli che sanno che si agisce senza vincolo di mandato. Il tema è dare risposte politiche ai temi che Cofferati ha posto”. Il Pd è di centrodestra come dice Civati? “Una totale cretinata”, la bolla il presidente del partito: “Solo chi ha necessità di mantenere un briciolo di spazio nel sistema politico può raccontare il Pd così. Stupisce che possa farlo qualcuno da dentro il partito”.

Verso il forum delle associazioni degli italiani nel mondo Fonte: statigeneraliassociazionismo.wordpress.com | Autore: redazione

Si è svolto nei gironi scorsi a Roma presso la “Sala delle Regioni” di via dei Frentani, il Seminario del Comitato Organizzatore degli “Stati Generali dell’associazionismo degli italiani nel mondo”.Il dibattito si è sviluppato a partire dal documento predisposto dal Comitato promotore , “Verso il Forum delle associazioni degli italiani nel mondo” (che ha approfondito le tematiche del “Manifesto”, a suo tempo reso noto), recependone i contenuti e avvalendosi anche dei contributi fatti pervenire da associazioni aderenti al Comitato Organizzatore (che saranno pubblicati nei prossimi giorni sul sito).

Per il Comitato promotore, nella discussione che si è avvalsa dei contributivi introduttivi di due sociologi e studiosi delle migrazioni, Massimo Campedelli e Francesco Calvanese, Luigi Papais ha svolto l’introduzione, Rino Giuliani ha moderato e concluso il dibattito e sono intervenuti Franco Dotolo, Rodolfo Ricci e Roberto Volpini.

Il confronto in aula, a cui hanno preso parte numerosi esponenti del mondo associativo italiano, si è esteso ad altre associazioni dall’estero collegate in teleconferenza, secondo un metodo che sarà intensificato nelle prossime settimane per consentire una partecipazione più estesa possibile.

In particolare, tre sono stati i punti del documento oggetto dei numerosi interventi in aula e dall’estero:

Il primo riguardante la valutazione della condizione attuale delle associazioni, il secondo afferente al ruolo delle associazioni nell’inedito contesto globale dei nuovi processi migratori e della dimensione multiculturale in cui vivono ed agiscono, il terzo, infine, su come proseguire nel rinnovamento dell’associazionismo ridisegnando forme nuove della solidarietà e della promozione umana e sociale attraverso la pratica dei valori della cittadinanza, della partecipazione e della rappresentanza sociale.

Dal punto di vista delle tematiche, gli interventi in collegamento telematico con l’estero hanno offerto numerosi spunti e suggerimenti sul rinnovamento associativo, sulla nuova emigrazione, su intercultura e interreligiosità e sul servizio civile volontario all’estero.

Sono intervenuti: dalla Francia, Luigi Coluccino portavoce nazionale del servizio civile all’estero (che vede impegnati oltre 500 giovani ); dal Belgio, Pietro Lunetto de La Comune del Belgio e Carlo Caldarini direttore dell’Osservatorio delle politiche sociali europeo di Bruxelles; da Stoccolma, Antonella Dolci e Manlio Palocci della Fais, la federazione delle associazioni italiane in Svezia; dall’Inghilterra, Don Andrea Fulco, di Migrantes, dalla Missione Cattolica di Londra; dalla Germania Giuseppe Bartolotta dell’ associazione Mondo Aperto di Colonia; dal Canada la giornalista Maria Polichena e Padre Vitaliano Papais, accompagnatore pastorale della comunità italiana di Toronto, dalla redazione del Corriere Canadese .

Nel dibattito sono intervenuti: Giuseppe Mangolini dell’Aitef, Gianni Garbati presidente dell’associazione sarda Ichnusa di Madrid aderente all’Istituto Fernando Santi, Franco Narducci, presidente dell’Unaie, Ilaria Del Bianco (Lucchesi nel Mondo), Massimo Angrisano, Tonino D’Orazio, Maria Pupilli, Mimmo Guaragna, (Filef – Campania, Abruzzo, Toscana e Basilicata), Giangi Cretti (presidente della Fusie), per le Colonie Libere della Svizzera. Per il Coordinamento delle Consulte regionali dell’Emigrazione è intervenuta Silvia Bartolini, presidente della Consulta degli emiliano romagnoli nel mondo. Hanno preso parte al seminario anche Antonio Cicalò (Istituto Fernando Santi Sardegna), Gianni Lattanzio (Abruzzesi nel mondo), Antonio Sanfrancesco (Filef Basilicata), Giulio Lucarini (Filef Marche), Tiziana Grassi (Aitef). Il coordinamento delle Regioni ha presentato un documento a sostegno dell’iniziativa degli “Stati Generali” esprimendo altresì una valutazione positiva sulla costituzione del Forum delle associazioni degli italiani nel mondo.

I contributi specifici emersi in una intensa discussione hanno riguardato sia le attività che le associazioni possono svolgere in Italia ed all’estero per sostenere percorsi migratori sempre più numerosi di singoli e di famiglie, sia per mettere insieme e dare continuità ai connessi strumenti organizzativi a sostegno della emigrazione italiana della quale le istituzioni seguitano a non occuparsi.

Nel mese di gennaio proseguirà il confronto fra le associazioni sia in teleconferenza che con riunioni organizzate direttamente in diversi paesi, di cui verrà dato conto nei prossimi comunicati.