Venezia, ex direttore del Male: quando il potere ipocrita urla ”Je suis Charlie” da: l’urlo quotidiano

Il catanese che ha guidato la redazione dello storico settimanale satirico: ”Il fatto che Luttazzi non si sia più visto in Tv la dice lunga sulle imposizioni da parte di chi governava allora, e di chi ancora condiziona la vita pubblica italiana”. E aggiunge: ”D’altra parte la catena dei capi di Stato alla marcia di Parigi contro il terrorismo, fa comprendere il livello di ipocrisia quando di parla di libertà di espressione”

di Luciano Mirone

17 gennaio 2015

E’ stato il direttore del ”Male”, il ”Charlie Hebdo” italiano ai tempi degli anni di piombo. Il catanese Lillo Venezia è stato il secondo giornalista del dopoguerra, dopo Giovannino Guareschi, a finire nel carcere romano di Regina Coeli, sia pure per pochi giorni, con l’accusa di vilipendio alla religione cattolica e a un Capo di uno Stato estero (in questo caso il Papa). Con il settimanale satirico che ha diretto,  (fondato da Pino Zac, Vincino e Vauro Senesi) Venezia ha ha accumulato oltre duecento querele, con le accuse più svariate, dalla diffamazione all’oscenità. “Il Male” nacque fra gli anni Settanta e Ottanta, in un periodo drammatico per il nostro Paese, un periodo in cui le parole più usate dai giornali erano terrorismo, scontro ideologico, compromesso storico, Dc, Pci, Andreotti, Cossiga, Papa Wojtyla, Aldo Moro, Brigate rosse. Quel giornale irriverente, irriguardoso e beffardo, sia nei confronti del potere, sia nei confronti delle Br, rivoluzionò il modo di fare satira e in poco tempo diventò il punto di riferimento di migliaia di giovani “contro”, dagli studenti che occupavano le scuole e le Università, agli “indiani metropolitani”. Nato nel 1977, “Il Male” cessò le pubblicazioni nell’82. Aveva una tiratura media di 100 mila copie, che in certi periodi arrivavano a 160 mila. Costava 500 lire. Era il “Charlie Hebdo” del Belpaese ai tempi degli “anni di piombo”. Dopo la chiusura, Lillo tornò a Catania e assieme a Giuseppe Fava (ucciso dalla mafia il 5 gennaio 1984) fondò “I Siciliani”, ma questa è un’altra storia.

Lillo, cosa pensi del massacro di Parigi?

“Una condanna totale ma per un gesto criminale ed efferato contro le libertà di espressione, ma anche contro qualcosa che non ci è stato raccontato per intero. Penso che dietro questo attentato solo apparentemente c’è una motivazione religiosa causata dalle vignette blasfeme sull’Islam e su Maometto, ma sostanzialmente qualcosa di più: quello che si sta verificando in Medio Oriente tra l’Iraq, la Siria, la Turchia, e il fatto che si stia componendo uno Stato islamico di natura integralista rispetto alla religione dell’Islam, mi fa pensare che ci sono in ballo parecchi interessi economici. Uno Stato islamico nato da poco, che può disporre di due miliardi di dollari, mi porta a ritenere che abbia alle spalle qualcuno che lo finanzia per creare panico, soprattutto in Occidente. Non dimentichiamo che in quella zona c’è un interesse particolare per un grande giacimento di petrolio e di gas che va dal mare di Gaza alle coste di Cipro, e lì molti hanno puntato i loro interessi, compresi Putin e Israele. Le guerre in Iraq e in Afghanistan hanno fatto da detonatori rispetto a queste cose”.

Qual è secondo te la situazione della satira italiana, considerate le censure televisive a comici come Sabina Guzzanti e a Daniele Luttazzi che hanno fatto della satira politica la loro principale modalità di espressione?

“Sono degli episodi gravissimi. Il fatto che Luttazzi non si sia più visto in Tv la dice lunga sulle imposizioni da parte di chi governava allora, e di chi ancora condiziona la vita pubblica italiana. D’altra parte la catena dei capi di Stato alla marcia di Parigi contro il terrorismo, fa comprendere il livello di ipocrisia quando di parla di libertà di espressione e di satira. C’era il premier ungherese, il rappresentante del governo ucraino, lo stesso Benjamin Netanyahu, il presidente del Gabon. Non mi pare che in questi Paesi ci sia una grande libertà di espressione e di satira. In mezzo a tutti questi, il nostro Renzi non sfigurava affatto”.

Cosa ricorda dell’esperienza del ”Male”, che era un po’ il nostro Charlie Hbedo?

“Mi ero appena trasferito da Catania per lavorare nella redazione romana del quotidiano ‘Lotta continua’. Avevo 27 anni, mi occupavo di argomenti impegnati. Da qualche mese, nella stessa tipografia, si stampava ‘Il Male’, che in quel momento aveva bisogno di un giornalista iscritto all’Albo. Conobbi lì Vincino, Pino Zac (reduce dall’esperienza nel giornale parigino ‘Le Canard enchaîné’) e Vauro: ‘Faresti il direttore responsabile?’. Risposi subito di sì”.

Come fu l’impatto con questo giornale?

“Scioccante. La sede era nel quartiere romano di Monteverde. Quando arrivai, Pino Zac stava inscenando la benedizione ‘Urbi ed Orbi’ del Papa dal balcone della redazione, con una piccola ressa di curiosi riunitisi al piano terra. Arrivarono giornalisti, telecamere, fotografi, perfino la Digos. Poco tempo prima a Villa Borghese avevano inaugurato il mezzobusto di Andreotti assieme a Roberto Benigni. In redazione ebbi l’emozione di conoscere lo staff di vignettisti e scrittori, fra cui Sergio Saviane, Vincenzo Sparagna, Angese, Andrea Pazienza, Riccardo Mannelli, Jacopo Fo, Alain Denis, Jiga Melik”.

Chi prendevate in giro?

“Soprattutto il potere democristiano. Che non querelò mai. Il giorno del rapimento Moro facemmo la copertina con l’immagine dello statista democristiano e la frase: ‘Scusate, ma vesto Marzotto’. Un modo per sdrammatizzare e per prendere in giro le Br, fatto molto frequente allora”.

“Il Male” fece clamore anche per i famosi falsi.

“Un’iniziativa senza precedenti. Riproducevamo perfettamente le testate dei più importanti quotidiani italiani e facevamo dei falsi scoop attraverso delle edizioni speciali. La gente ci cascava. Nel ’78 la Nazionale di calcio fu eliminata dall’Olanda ai mondiali in Argentina. Si disse che i nostri avversari erano dopati. Uscimmo con un falso ‘Corriere dello sport’. Prima pagina a caratteri cubitali: ‘Annullati i mondiali’. Successe il finimondo, la gente scese in piazza a festeggiare, le redazioni impazzirono, Tosatti (direttore del ‘Corriere dello sport’) si incazzò. Qualche tempo dopo confezionammo un’altra notizia pazzesca: ‘Ugo Tognazzi nuovo capo delle Br’. L’attore, che era d’accordo con noi, il giorno dopo dichiarò alla stampa: ‘Rivendico il diritto alla cazzata”.

Usciste anche con dei falsi del “Giornale di Sicilia” e de “La Sicilia”.

“Sul ‘Giornale di Sicilia’ mettemmo la notizia dell’arresto di Vito Ciancimino (una cosa impossibile per quei tempi). Su ‘La Sicilia’ facemmo un titolo a nove colonne: ‘Gheddafi si compra Catania per 240mila miliardi’. Prima della pubblicazione intervistammo i catanesi: ‘Che ne pensate?’. ‘Se porta i soldi, viva Gheddafi”.

E il numero con la bustina di “dieci grammi di droga gratis”?

“Un’altra bufala. Era una bustina di pepe”.

La querela più clamorosa?

“Il sequestro del giornale prima che arrivasse in edicola. C’erano gruppi di integralisti cattolici, soprattutto del Veneto, che prima dell’uscita del giornale, si presentavano nelle varie Procure o caserme dei Carabinieri, chiedendo il sequestro preventivo. Davano per scontato che in copertina ci fosse il Papa o qualche frase blasfema contro il Vaticano. L’Ordine del Lazio propose la mia espulsione, me la cavai con un richiamo dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia. Devo ringraziare l’avvocato Nino Marazzita che ci aiutò gratis”.

Qual era il clima all’interno della redazione?

“Nei primi cinque giorni della settimana c’era un bailamme incredibile, discussioni, riunioni, come-facciamo-la-copertina? Il venerdì pomeriggio, come per magia, si faceva il giornale. Il lunedì, immancabilmente, si andava in edicola”.

Perché chiuse “Il Male”?

“Molti vignettisti cominciarono ad essere ingaggiati dalle grandi testate come ‘Repubblica’, l’’Espresso’, il Corriere della Sera’, venne meno l’entusiasmo che era il motore di quella iniziativa. Nel 2013 Vauro e Vincino hanno rifatto il giornale, con me direttore. Si vendeva abbastanza bene. Una copia costava 3 Euro. Poi gli editori hanno ritenuto di non investire più e abbiamo chiuso”.

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