Per non dimenticare

0315I campi di sterminio furono la tomba di circa 6 milioni di ebrei, praticamente una nazione, ma anche di 3 milioni di prigionieri sovietici, 4,5 milioni di slavi, 1,5 milioni di dissidenti politici, 500 mila zingari, 250 mila disabili e pentecostali, 200 mila massoni, 15 mila omosessuali, 5 mila Testimoni di Geova, per un totale di più di 17 milioni di vittime, una vera e propria tragedia per l’umanità che speriamo non sia ripeta mai più.

Nero uniforme da: il manifesto

Nero uniforme

Nero uniforme

di Saverio Ferrari

Storie. Dalla «Legione Brenno» ad «Aquila Nera» fino ai contractor di guerra, il fenomeno delle pericolose organizzazioni neofasciste costituite da ex carabinieri ed ex appartenenti alle forze dell’ordine

Sem­bre­reb­bero essersi subito spenti i riflet­tori sull’operazione «Aquila Nera», avviata dalla Pro­cura dell’Aquila che con quat­tor­dici arre­sti, a fine dicem­bre, ha por­tato allo sman­tel­la­mento di una pre­sunta orga­niz­za­zione ter­ro­ri­stica di stampo neo­fa­sci­sta deno­mi­nata «Avan­guar­dia ordi­no­vi­sta». Ciò che al momento appare certo è che alla guida di que­sta for­ma­zione ever­siva figu­rasse tale Ste­fano Manni, per oltre un decen­nio in ser­vi­zio nell’Arma dei Cara­bi­nieri.
Solo qual­che mese fa, a metà set­tem­bre, era stata pro­gram­mata in con­tem­po­ra­nea a Milano e a Roma, in alcune piazze cen­trali, la prima uscita della cosid­detta «Fra­tel­lanza nazio­nale dei lupi neri».

Ambe­due i pre­sidi «nazio­nal­pa­triot­tici» erano stati indetti «pro forze dell’ordine ed eser­cito». A Roma, la mani­fe­sta­zione pro­mossa senza alcuna richie­sta di auto­riz­za­zione era stata sciolta dalla poli­zia dopo l’identificazione dei pre­senti. A Milano, dove si pun­tava a una forte visi­bi­lità, dodici erano stati invece i denun­ciati per apo­lo­gia di fasci­smo dovuta a saluti romani e allo sven­to­la­mento di ban­diere della Repub­blica sociale. La Fra­tel­lanza, sul pro­prio blog, nei giorni pre­ce­denti, aveva pro­pa­gan­dato, tra foto di pistole e mitra d’assalto, l’organizzazione di «campi legio­nari» svol­tisi in diverse loca­lità della Lom­bar­dia. Anche in que­sto caso ai ver­tici com­pa­ri­vano ex cara­bi­nieri, ex poli­ziotti ed ex para­ca­du­ti­sti. Si stanno dun­que mol­ti­pli­cando feno­meni di que­sto tipo, ani­mati da ex ade­renti alle forze armate e ai corpi di poli­zia. Una sto­ria più lunga di quanto si creda.

Destra nazio­nale story

Nel 2005 fu la volta del Dssa (il cosid­detto Dipar­ti­mento Studi Stra­te­gici Anti­ter­ro­ri­smo) venuto alla luce inse­guendo, negli ambienti dei mer­ce­nari e dei body guard, la pista che aveva por­tato Fabri­zio Quat­troc­chi in Iraq, seque­strato e ucciso a Bagh­dad il 14 aprile del 2004.

Nato con «fina­lità di moni­to­rag­gio e con­tra­sto del ter­ro­ri­smo» il Dssa si era rive­lato in realtà una non tra­scu­ra­bile con­grega di neo­fa­sci­sti, poli­ziotti, ed ex pre­sunti appar­te­nenti a Gla­dio, già attivo da qual­che anno anche sotto la deno­mi­na­zione di Destra nazio­nale. L’organizzazione, a sen­tire i pro­mo­tori, venne fon­data al fine di far rivi­vere il Movi­mento Sociale-Destra nazio­nale di Gior­gio Almi­rante, dopo il «tra­di­mento» di Gian­franco Fini. Il sito inter­net fu oggetto di inter­ro­ga­zioni par­la­men­tari già nel 2003 per i suoi espli­citi con­te­nuti raz­zi­sti. L’allarme nac­que in seguito all’annuncio della costi­tu­zione di fan­to­ma­tici «Reparti di Pro­te­zione Nazio­nale», con tanto di divisa (basco, cami­cia e giub­botti grigi, con cin­tu­rone nero), pronti a entrare in azione, in caso di peri­colo, a sup­porto delle forze armate. Inu­tile dire che il peri­colo veniva rav­vi­sato nell’invasione in massa dei «nuovi bar­bari isla­mici». Ciò che però aveva susci­tato mag­gior inquie­tu­dine era che Destra nazio­nale anno­ve­rasse fra i suoi mas­simi diri­genti ex-poliziotti e poli­ziotti in ser­vi­zio presso impor­tanti que­sture, come a Milano, dove lo stesso coor­di­na­tore nazio­nale risul­tava essere un ispet­tore. Al gruppo, non a caso, si affian­cava anche un pic­colo sin­da­cato auto­de­no­mi­na­tosi Unione nazio­nale Forze di Polizia.

A onor del vero, nello stesso arci­pe­lago neo­fa­sci­sta, pur ricco di par­ti­co­la­rità, eccessi e stram­be­rie, Destra nazio­nale non aveva mai goduto di molto cre­dito. Il fatto stesso di assu­mere come sim­bolo lo stemma della Cia leg­ger­mente modi­fi­cato, di qua­li­fi­care i pro­pri ade­renti come ex agenti segreti, con un pas­sato da «gla­dia­tori», in rap­porti di col­la­bo­ra­zione con la Nato e il Mos­sad israe­liano, ave­vano fatto nascere più di un sospetto. Il van­tare anche da parte del pre­si­dente di Dn, Gae­tano Saya, l’appartenenza alla mas­so­ne­ria con l’altisonante titolo di «Mae­stro vene­ra­bile della Log­gia Divul­ga­zione 1», non aveva cer­ta­mente con­tri­buito a dis­si­pare i dubbi.

Mito­mani deli­ranti? Forse. Eppure risul­ta­rono veri­tieri l’accesso alla banca dati del Vimi­nale, non­ché alcuni rap­porti con gli appa­rati di sicu­rezza, il Sismi in primo luogo, emersi nell’inchiesta giu­di­zia­ria. Qual­cosa di più di un’innocua «banda di patac­cari» come li definì l’allora mini­stro degli Interni Giu­seppe Pisanu, quasi a ridi­men­sio­nare l’intera fac­cenda. Solo qual­che anno dopo, nel giu­gno del 2009, tor­na­rono alla ribalta a Milano con la cosid­detta Guar­dia nazio­nale ita­liana, per «pat­tu­gliare il ter­ri­to­rio» con tanto di divisa d’ordinanza: cami­cia gri­gia con cin­tu­rone e spal­lac­cio neri, cra­vatta nera, pan­ta­loni grigi con banda late­rale nera, basco gri­gio con il sim­bolo dell’aquila impe­riale romana. Al brac­cio una fascia nera con la «ruota solare» di ispi­ra­zione nazi­sta. Tra loro il colon­nello dei cara­bi­nieri in con­gedo Augu­sto Cal­zetta di Massa Car­rara. Furono imme­dia­ta­mente messi in con­di­zione di non agire su ordine della Pro­cura della Repubblica.

Gli ante­si­gnani

Tor­nando a ritroso nel tempo altre vicende simili ave­vano ancor prima avuto l’onore della cro­naca, dal Pro­getto Arianna, nel 2000, un’organizzazione anti­droga clan­de­stina costi­tuita a Latina da appar­te­nenti alle forze dell’ordine, per finire agli Elmetti bian­chi, una fon­da­zione a carat­tere inter­na­zio­nale ali­men­tata soprat­tutto da ex poli­ziotti, spun­tata a lato del caso Telekom-Serbia, ani­mata in Ita­lia da un neo­fa­sci­sta assai cono­sciuto per i suoi tra­scorsi in orga­niz­za­zioni ever­sive e nella massoneria.

Molti si saranno cer­ta­mente anche dimen­ti­cati della cosid­detta Legione Brenno, nata in coin­ci­denza con lo scop­pio della guerra serbo-croata per difen­dere la «nuova fron­tiera dell’occidente minac­ciata», venuta alla luce solo nel 1998, seguendo le orme di un san­gui­noso con­flitto a fuoco con agenti di poli­zia tre anni prima a Mar­ghera. La Legione Brenno, ispi­rata ai cava­lieri di anti­chi ordini religioso-militari come i Tem­plari, si sco­prì pre­sto essere stata fon­data da alcuni ex cara­bi­nieri inte­res­sati al busi­ness della sicu­rezza e dell’assoldamento di mili­zie pri­vate nelle guerre in corso.

In tutti que­sti casi la costante risulta la mede­sima. A costi­tuire que­ste orga­niz­za­zioni sono fasci­sti ed ex appar­te­nenti alle forze dell’ordine. Un dato sui cui riflettere.

fonte: il manifesto

Solidarietà a Francesco Caruso oggetto di una campagna intimidatoria da parte del Coisp da: rifondazione comunista

Solidarietà a Francesco Caruso oggetto di una campagna intimidatoria da parte del Coisp

Solidarietà a Francesco Caruso oggetto di una campagna intimidatoria da parte del Coisp

di Paolo Ferrero e Maurizio Acerbo –

«Desideriamo esprimere la nostra solidarietà a Francesco Caruso oggetto di una campagna intimidatoria da parte del COISP,  il sindacato di polizia già tristemente noto per le sue inquietanti prese di posizione e iniziative che spesso hanno suscitato lo sconcerto dell’opinione pubblica democratica.

Mentre a Parigi milioni di persone manifestano per la difesa della libertà d’espressione il COISP contesta l’affidamento di un incarico di insegnamento in una università e lo fa con argomenti che danno l’idea di quanto i suoi dirigenti ignorino i principi della nostra Costituzione.

L’impegno di Francesco Caruso nei movimenti sociali, di recente tra l’altro incoraggiati persino dal Papa, viene stigmatizzato richiedendo sostanzialmente la messa al bando di un ricercatore sulla base della sua biografia politica. Secondo il dirigente del Coisp, in quanto “sovversivo” a Francesco Caruso vanno chiuse le porte dell’insegnamento universitario.

Ricordiamo che Francesco Caruso ha già subito un’inchiesta giudiziaria che lo portò in carcere insieme ad altri compagni del movimento che si basava sulla folle imputazione di voler stravolgere l’ordinamento economico. Caruso ha già vinto nelle aule giudiziarie e semmai avrebbe diritto a un risarcimento per quello che ha dovuto passare.

Troviamo tra l’altro assai grave anche il tono con cui questi esponenti della polizia, pagati dai cittadini e dipendenti dello Stato, definiscono un ex parlamentare della Repubblica.

E’ ancor più grave che si annuncino manifestazioni di poliziotti presso i locali della facoltà interessata.

Ci auguriamo che il Questore, il capo della polizia, il ministro degli Interni e il governo assumano una posizione netta di condanna di queste intimidazioni e venga garantita l’autonomia e la libertà di insegnamento dentro l’università».

12 gennaio 2015

 

un assaggio del COISP: http://www.catanzaroinforma.it/pgn/newslettura.php?id=75396

Sono nigeriani da: rifondazione comunista

Sono nigeriani

Sono nigeriani

Stefano Galieni –

Sono nigeriani, possono anche morire a migliaia, poche voci per indignarsi. Commenti sulla orrenda nuova strategia, imbottire bambine di tritolo e farle esplodere nei mercati, sono bambine e per di più femmine, il sentirne parlare fa inorridire ma lo si accetta come “inevitabile”. Il colonialismo becero di cui gran parte della cultura occidentale è ancora intriso, il razzismo ipocrita e fondato su una ignoranza che parte dai programmi scolastici delle scuole, si trascina negli stereotipi più o meno soft porta a non voler vedere, a non voler capire. Eppure la Nigeria è un Paese fondamentale per gli scambi economici con l’Europa, le estrazioni petrolifere hanno distrutto il delta del Niger, le foreste sono state frantumate, le città da Lagos, immenso territorio in cui, fra grattacieli e baracche vivono 15 milioni di persone a Benin City ad Abuja, la capitale federale, sono metropoli, non i villaggi che fanno parte di un miserrimo immaginario diffuso. Metropoli circondate da bidonvilles, quartieri per i bianchi e per l’alta borghesia nera, protetti da immensi apparati di sicurezza e poi la quotidiana fatica di vivere. La Nigeria per l’immaginario maschile italiano è rappresentata ancora dalle ragazze messe in vendita nelle strade, spesso minorenni, dalle nuove e vecchie paure dell’ “uomo nero”. Chi sa cosa è Nollywood come ormai chiamano l’industria cinematografica nigeriana, una delle più prolifiche del pianeta? E chi ha mai letto una riga di Ken Saro Wiwa, Wole Soynka, Chinua Achebe, solo per fare alcuni nomi? Chi ricorda la musica dell’immenso Fela Kuti? Niente di tutto questo trapela nella nostra percezione del più popoloso paese africano, repubblica federale divisa in 36 stati e un distretto, in cui si parlano oltre 250 dialetti, dove il pidgin l’inglese reso creolo dalla mescolanza, è elemento comunicativo unificante, come lo è purtroppo l’esercito, come lo sono le voraci grandi compagnie petrolifere fra cui la nostrana Eni. Un pianeta troppo complicato evidentemente per le semplificazioni nostrane, meglio immaginare un mondo rimasto selvaggio e feroce, bestiale, come fa comodo, ha sempre fatto comodo pensare a vecchi e nuovi colonizzatori. Ed in un contesto simile, fatto anche di corruzione endemica (può l’Italia scagliare la prima pietra?), di guerre civili e di golpe continui, ha cominciato a espandersi già nel 2001 un gruppo che lentamente si sta impadronendo del nord est del Paese. Boko Haram, la traduzione letterale del termine è “l’istruzione occidentale è impura”. Lentamente hanno conquistato villaggi e sono arrivati a prendere intere città, causando migliaia di morti. La sharia come legge le donne, soprattutto le donne come oggetti. Lo stupro come arma di guerra e la guerra come stupro di una regione. Il sogno è quello di un altro califfato, capace di espandersi verso i confini di altri Stati, dal Camerun al Niger al Mali, quegli stessi Stati disegnati con le righe dagli antichi padroni occidentali. E ci saranno uomini e donne in fuga da respingere che i nostri “democratici governi” chiameranno, “clandestini” e ci saranno barriere e frontiere di filo spinato magari anche nel mare e quelli che si salveranno dal fondamentalismo jihadista rischieranno di crepare per mano del fondamentalismo dei mercati e dei privilegi da riservare solo ai ceti alti dell’Occidente. Ma si potrebbe fare qualcosa per impedire l’avverarsi di facili profezie? Certo non ripetendo le fruttuose, per chi le finanzia, “missioni di pace” che importano la democrazia attraverso tonnellate di tritolo, ma neanche rimuovendo da ciò che resta della coscienza di un continente votato al declino, la capacità di indignarsi e di mobilitarsi. E allora perché la splendida piazza di Parigi – splendida se privata dei volti dei potenti criminali venuti ad appropriarsi anche del dolore popolare – non torna a riempirsi ancora una volta. A riempirsi issando i ritratti delle ragazze rapite da Boko Haram e delle bambine dilaniate, delle combattenti kurde, palestinesi, congolesi, centrafricane e dei tanti angoli dimenticati del pianeta. Un’Europa diversa, quella di cui ci sarebbe bisogno, sarebbe capace di dire “noi siamo loro”, sarebbe capace di rompere un muro apparentemente invalicabile, fatto di esclusioni e discriminazioni, in cui le vite hanno un valore diverso in base alla religione professata, al colore della pelle, al passaporto. Non sarebbe sufficiente a fermare lo scorrere del sangue ma chissà quanti e quante si sentirebbero per una volta nella vita meno soli e abbandonati, meno oggetti, merce da sfruttare e gettare. Mai come oggi ci sarebbe bisogno di un vero e radicato movimento contro le guerre, ogni guerra, quelle ipertecnogiche che mandano avanti l’industria bellica, quelle sotterranee, combattute con ogni mezzo, da chi trova nel martirio una propria identità. Un movimento radicale nella sua proposta e insieme globale nella determinazione a coinvolgere tutti gli uomini e le donne animati dal sogno di farla finita con le guerre e lo sfruttamento. Uno spazio di ricostruzione di relazioni in cui non possano pesare i politicismi di misere mediazioni di potere ma che ridia la possibilità di sognare a quei bambini e a quelle bambine che potrebbero svegliarsi senza il terrore e con la gioia dell’infanzia.

Syriza come il Brasile da: il manifesto

di Teodoro Andreadis Synghellakis – da il manifesto

L’anticipazione. «Governare non significa avere il potere. Siamo all’inizio di un processo di lotta. Come in Brasile col Pt, dobbiamo cercare di mantenere la coesione sociale». Tsipras tratteggia le caratteristiche di un potenziale governo di sinistra: «Ci saranno grandi trasformazioni e la priorità, in questo momento, è la fine dell’austerità». Il 25 gennaio la Grecia vota.

Teo­doro Andrea­dis Syn­ghel­la­kis, greco ma quasi dalla nascita resi­dente in Ita­lia dove i suoi geni­tori si erano rifu­giati durante la dit­ta­tura, ha scritto un libro – «Ale­xis Tsi­pras. La mia sini­stra» – che con­tiene una assai inte­res­sante inter­vi­sta con il lea­der di Siryza che qui si sof­ferma soprat­tutto sulla natura del nuovo par­tito che la sini­stra greca ha saputo darsi.

La pre­fa­zione al volume – che sarà nelle libre­rie da gio­vedì 15 — è di Ste­fano Rodotà e con­tiene anche i giu­dizi di un certo numero di pro­ta­go­ni­sti della poli­tica ita­liana. Ve ne diamo, in ante­prima, alcuni stralci.

Il raf­for­za­mento della sini­stra è ancora un pro­cesso in divenire?
Dovremo sem­pre tenere a mente che abbiamo l’obbligo di susci­tare tra i nostri soste­ni­tori una presa di coscienza sem­pre più demo­cra­tica, radi­cale, pro­gres­si­sta. Non pos­siamo per­met­terci il lusso di igno­rare il fatto che gran parte della società greca, e anche una per­cen­tuale di nostri soste­ni­tori, abbiano assor­bito idee con­ser­va­trici; che c’è stato un tipo di pro­gresso il quale aveva come punto di rife­ri­mento la conservazione.
Dob­biamo, inol­tre, sepa­rare il signi­fi­cato che ha un governo della Sini­stra, da un rischio di abuso di potere da parte della Sini­stra. Il potere è una cosa più com­plessa, che non viene eser­ci­tata solo da chi governa. È qual­cosa che ha a che fare anche con le strut­ture sociali, con chi con­trolla i mezzi di pro­du­zione. Noi riven­di­che­remo il governo del paese, così da poter dare avvio – da una posi­zione di forza – a quella grande bat­ta­glia ideo­lo­gica e anche sociale che por­terà a cam­bia­menti e tra­sfor­ma­zioni i quali daranno il potere alla mag­gio­ranza dei cit­ta­dini, sot­traen­dolo alla minoranza.
Ma la gente deve com­pren­dere bene che il fatto che Syriza andrà al governo non signi­fica auto­ma­ti­ca­mente che il potere pas­serà al popolo. Signi­fica, invece, che ini­zierà un pro­cesso di lotta, un lungo cam­mino che por­terà anche a delle con­trap­po­si­zioni – un cam­mino non sem­pre lineare – ma che verrà sicu­ra­mente carat­te­riz­zato dal con­ti­nuo sforzo di Syriza per riu­scire a con­vin­cere delle forze ancora più vaste, per accre­scere la sua dina­mica mag­gio­ri­ta­ria ed il con­senso verso il suo pro­gramma, con l’appoggio di forze sociali sem­pre più ampie.
Tutto que­sto, per riu­scire a com­piere passi in avanti asso­lu­ta­mente neces­sari. Sto descri­vendo un cam­mino che in que­sto periodo, seguono molti par­titi e governi di sini­stra in Ame­rica Latina, anche se mi rendo conto che, in parte, si tratta di una realtà che può risul­tare estra­nea alla quo­ti­dia­nità europea.
So bene che la grande domanda che pro­voca un inte­resse cosi forte nei nostri con­fronti, è come tutto ciò potrà diven­tare realtà nel con­te­sto della glo­ba­liz­za­zione e all’interno dell’Unione Euro­pea, visto che la Gre­cia non è un gio­ca­tore solitario.

Si tratta di una realtà che negli ultimi anni pone anche delle forti limi­ta­zioni, dal punto di vista economico…
Asso­lu­ta­mente. Ed è per que­sto, tut­ta­via, che io credo che la con­di­tio sine qua non per­ché Syriza possa con­ti­nuare a seguire un cam­mino frut­tuoso, è che rie­sca a con­qui­stare, da una parte il con­senso della mag­gio­ranza della società greca e dall’altra, a garan­tirsi un appog­gio mag­gio­ri­ta­rio anche in tutta Europa.
È chiaro che la prio­rità, in que­sto momento, non è il socia­li­smo, ma è pro­prio la fine dell’austerità (…)

Il fatto che gli elet­tori di Syriza pro­ven­gano sia dall’area comu­ni­sta che da quella del cen­tro pro­gres­si­sta è una risorsa o un problema?
Credo che Syriza sia riu­scito ad arri­vare dal 4% al 27% per­ché abbiamo avuto la capa­cità poli­tica di indi­vi­duare in modo molto veloce i cam­bia­menti poli­tici e sociali che hanno pro­vo­cato la crisi.
Intendo lo sbri­cio­la­mento, la distru­zione dei sog­getti sociali cau­sata dalla poli­tica dei memorandum.
Allo stesso tempo, abbiamo offerto una via di uscita poli­tica a tutti i cit­ta­dini che ave­vano l’esigenza di potersi espri­mere per fer­mare que­sto pro­cesso di distru­zione. Ci siamo tro­vati, quindi, in modo quasi “vio­lento”, repen­tino, dal 4% al 27%, e que­sta “vio­lenza” ci mette ancora alla prova, per­ché ci costringe, comun­que, a cam­biare orien­ta­mento. Abbiamo avuto l’istinto di com­pren­dere, espri­mere e rap­pre­sen­tare gli inte­ressi dei gruppi sociali che erano rima­sti senza alcuna rap­pre­sen­tanza poli­tica, senza una casa, ma devo con­fes­sare che non ave­vamo la cul­tura pro­pria di un par­tito che riven­dica il potere.
C’eravamo schie­rati, ritro­vati tutti a Sini­stra – anche io, ovvia­mente – ave­vamo accet­tato e soste­nuto un modo di vita, che aveva a che fare, prin­ci­pal­mente, con la resi­stenza, con la denun­cia ed un approc­cio teo­rico ten­dente ad una società “altra”.
Non c’eravamo con­fron­tati, però, con il biso­gno pra­tico di aggiun­gere ogni giorno un pic­colo mat­tone per poter costruire que­sta società di cui par­la­vamo, spe­cie in un momento dif­fi­cile come quello che stiamo vivendo.
Se domani Syriza sarà chia­mata a gover­nare, sarà obbli­gata ad affron­tare una situa­zione sociale, una realtà dram­ma­tica: la disoc­cu­pa­zione reale al 30%, una povertà dif­fusa, una base pro­dut­tiva pra­ti­ca­mente distrutta. E si trat­terà – fuor di dub­bio – di una scom­messa enorme, anche que­sta di por­tata storica.
Si potrebbe dire che sarà una scom­messa simile a quella del Bra­sile di Lula, quando venne eletto presidente.
Noi, intendo la Sini­stra nel suo com­plesso, dob­biamo cer­care (senza tro­varci nella dif­fi­ci­lis­sima posi­zione e nel ruolo del capro espia­to­rio), di riu­scire a man­te­nere la coe­sione dei gruppi sociali, all’interno di un pro­getto di rico­stru­zione pro­dut­tiva, di demo­cra­tiz­za­zione e di uscita dalla crisi. Ed è un’impresa molto difficile.

Guar­dando tutto ciò anche da fuori, si può guar­dare in que­sto momento a Syriza quasi come ad un caso unico, dal momento che non appar­tiene alla fami­glia della social­de­mo­cra­zia, non si iden­ti­fica nelle posi­zioni dei par­titi tra­di­zio­nal­mente comu­ni­sti e sta cer­cando di trac­ciare una strada nuova, creando un spa­zio nuovo tra que­ste due grandi fami­glie. Si potrebbe par­lare di un espe­ri­mento che cerca di rifor­mare le posi­zioni della Sini­stra, tenendo insieme, appunto, i suoi “punti forti” e il biso­gno di modernità?
Pos­siamo dire che è cosi, ma si tratta di un pro­cesso che è ini­ziato da metà degli anni Novanta, quando in Gre­cia è stata creata la Coa­li­zione della Sini­stra e del Pro­gresso, Syna­spi­smòs. Par­liamo del periodo in cui, in Europa, una serie di par­titi post comu­ni­sti – dopo la caduta del Muro di Ber­lino – cer­ca­vano di apporre il loro tratto ideo­lo­gico e poli­tico, andando oltre i con­fini della social­de­mo­cra­zia e della strada seguita sino ad allora dai par­titi di area comu­ni­sta. È in quel periodo che si è for­mato anche il Par­tito della Sini­stra Euro­pea che com­pren­deva e con­ti­nua a com­pren­dere anche alcuni par­titi comu­ni­sti. Sono dei par­titi, tut­ta­via, che hanno com­piuto una seria auto­cri­tica riguardo al periodo sta­li­ni­sta ed hanno rin­no­vato il loro modo di inter­pre­tare ed ela­bo­rare la realtà. Tra i mem­bri del Par­tito della Sini­stra Euro­pea, ovvia­mente, ci sono anche forze come Syriza, la coa­li­zione in cui si è tra­sfor­mato Synaspismòs.
Ana­liz­zando la cosa, qual­cuno potrebbe dire che que­sto tratto ideo­lo­gico è riu­scito a rag­grup­pare delle forze appar­te­nenti a una Sini­stra inde­bo­lita ed in disfa­ci­mento, che non riu­sciva a supe­rare il 6 o 7%. Ora, però, Syriza sta riven­di­cando la guida della Gre­cia, il governo del paese. Io vedo come una cosa estre­ma­mente posi­tiva il fatto che il nostro sia un par­tito gio­vane ma con alle spalle, tut­ta­via, una lunga tra­di­zione. Le sue radici affon­dano nel secolo pas­sato, ma quello che abbiamo, appunto, è un par­tito giovane.
Altret­tanto posi­tivo è il fatto che non appar­tenga al blocco di forze le quali con­ti­nuano a seguire l’ortodossia comu­ni­sta, e che non fac­cia parte della fami­glia socialdemocratica.
Stiamo par­lando, ovvia­mente, di una social­de­mo­cra­zia che oggi è parte inte­grante della crisi in atto e che ha una grande respon­sa­bi­lità per lo stato in cui si è venuta a tro­vare l’Europa.
È una social­de­mo­cra­zia “gene­ti­ca­mente modi­fi­cata”, che ha adot­tato quasi tutti i credo neo­li­be­ri­sti. In que­sto senso, quindi, potremmo dire che tanto Syriza quanto gli altri par­titi della nuova Sini­stra dell’Europa non por­tano sulle spalle il peso dei “pec­cati ori­gi­nali” di alcune forze che appar­ten­gono alla nostra tra­di­zione. Con­tem­po­ra­nea­mente, non sono nean­che respon­sa­bili dei grandi delitti per­pe­trati dalla social­de­mo­cra­zia nel periodo che stiamo vivendo.
Siamo in grado, cioè, di offrire una pro­spet­tiva più ampia, di cata­liz­zare ed unire forze ancora mag­giori, rispetto a quelle rag­grup­pate, tra­di­zio­nal­mente, dalle forze del blocco socialista.
A chi è solito sot­to­li­neare che siamo un par­tito filoeu­ro­peo – il quale com­prende la situa­zione che si è venuta a creare con la realtà data della glo­ba­liz­za­zione – ma non appar­te­niamo a nes­suna grande fami­glia poli­tica dell’Europa, vor­rei ricor­dare que­sto: nel 1981, anche il Par­tito Socia­li­sta del Pasok, di Andreas Papan­dreou, si tro­vava esat­ta­mente nella nostra stessa situa­zione: non appar­te­neva, in realtà, né all’Internazionale Socia­li­sta, né ai par­titi social­de­mo­cra­tici e nean­che alla sini­stra socialista.

TEODORO ANDREADIS SYNGHELLAKIS

da il manifesto

Il malaffare tra il fango delle Cinque Terre da: rifondazione comunista

Il malaffare tra il fango delle Cinque Terre

Il malaffare tra il fango delle Cinque Terre

Ancora una volta il malaffare emerge dalla gestione amministrativa e politica delle 5 Terre. Dovremmo dire che apprendiamo con sconcerto ciò che viene trasmesso dagli organi di stampa in relazione ai 4 arresti per tangenti per i lavori relativi ai lavori di ripristino dell’alluvione del 2011 eseguiti nel Comune di Monterosso. Ma non è così. Da anni alcuni militanti, una o due associazioni ambientaliste e qualche cittadinoche non si sono arresi al neofeudalesimo di chi amministra certi territori hanno portato a galla denunce su quanto accadeva. Oggi prendiamo atto che quei pochi che hanno lottato in questi anni non erano deivisionari.

Ma da questa vicenda emergono alcuni dati politici di enorme rilievo. Il primo è che mesi or sono noi denunciammo, e grazie all’intervento del consigliere regionale Giacomo Conti impedimmo, l’ennesima zampata cementificatoria su quel territorio, attraverso una variante al PRG che prevedeva la costruzione di una quarantina di villette “sospette”, e per questo venimmo attaccati dall’allora sindaco Betta. La seconda è che nei giorni successivi alla tragica alluvione del 2011 c’era chi, come noi, spalava fango con una fascia rossa al braccio, al fianco della gente, portando un messaggio chiaro: basta speculazione del suolo, difendiamo e salvaguardiamo il territorio. Intanto continuavano a fare affari quelli che vorrebbero mercificarlo, come conferma questo intervento della Guardia di Finanza.

Pertanto auspichiamo che la vicenda contribuisca a fare luce su tutti gli aspetti oscuri della gestione del nostro territorio, (intanto rilanciamo un appello accorato, affinché i comuni spezzini deliberino da subito lo stop al consumo di territorio e mettano in atto misure concrete per la sua salvaguardia).

MASSIMO LOMBARDI
Segretario Provinciale Prc La Spezia

JACOPO RICCIARDI
Segreteria Regionale Prc Liguria

14 gennaio 2015

ANPI news n.147

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

L’ANPI si unisce al cordoglio, allo sdegno, alla protesta e all’impegno per la libertà di tante nazioni europee ed extraeuropee dopo i tragici fatti di Parigi. C’è troppa violenza nel mondo e dobbiamo essere pronti a reagire con forza e tempestività a tutti gli attentati alla vita e alla convivenza civile.

 

 

APPUNTAMENTI

 

 

Il contributo del Mezzogiorno alla Liberazione d’Italia – 1943/1945“: il 22 e 23 gennaio a Napoli convegno nazionale promosso dall’ANPI 

ANPINEWS N.147