Il futuro è vostro. Prendetevelo! da: ndnoidonne

Una possibile lettura dell’adolescenza, come età di mezzo densa di potenzialità e groviglio di paure. Il nichilismo e la via d’uscita secondo il filosofo Umberto Galimberti in ‘Giovane, hai paura?’

Tiziana Bartolini

“Dovete prendervelo questo futuro. In che modo non lo so e non lo so indicare perché non ho fatto questa esperienza. Per me essere giovane e passare nel mondo del lavoro è stata una cosa facilissima, era quasi naturale. Non so quali possono essere le strategie, però non dimenticatevi che il futuro è vostro. Questa forza la dovete interiorizzare psicologicamente…”. Umberto Galimberti, filosofo e saggista, conclude con un appello quasi accorato ‘Giovane, hai paura?’, volumetto in cui Marcianum Press ha fissato in stampa la conferenza che il Prof. Galimberti ha tenuto lo scorso 11 Febbraio 2014 a Venezia, per il Ciclo “Comunicare il Verbo: lezioni veneziane oggi”. Al suo pensiero abbiamo fatto ricorso per orientarci nella dimensione dell’adolescenza, che è sempre stata una fase dell’esistenza complessa e contraddittoria, una ‘terra di mezzo’ un po’ misteriosa per l’intreccio esplosivo tra potenza e inconsapevolezza, tra energia e paura. I giovani sono oggi numeri e percentuali, categorie e problemi, in una rappresentazione algida che smarrisce, insieme al loro sentire profondo, l’adolescenza come affascinante ed eterna promessa di rigenerazione. Ma questo ripetersi non è uguale nei tempi e nei luoghi e il suo potenziale eversivo assume caratteri diversi che vanno letti e interpretati. La filosofia può aiutarci a trovare una chiave narrativa che scavi la superficie, che restituisca il senso smarrito dell’adolescenza all’adolescenza stessa.

La parola chiave per Galimberti è conoscenza. “La conoscenza è la condizione per scegliere, i più colti sono anche i più liberi”. Non è semplice tradurre in azioni questa analisi, perché la crisi in cui siamo immersi è anche frutto di ignoranza e di non conoscenza, ma non solo. La finanza e la globalizzazione determinano situazioni che annullano o depotenziano le possibilità di scelta del singolo o delle comunità. “Una volta gli insegnamenti che si davano in famiglia coincidevano con gli insegnamenti che provenivano dalla società.… i valori erano sostanzialmente quelli della sobrietà, dell’impegno, del darsi da fare, del costruire un futuro: non c’era una grande differenza tra quanto la famiglia insegnava e quanto la società indicava…quando la società è diventata un po’ più opulenta, è cominciata una divaricazione radicale tra quanto nella famiglia veniva insegnato e quanto invece la società offriva di allettante al mondo giovanile… e le stesse famiglie sono diventate più difficili, più distratte, ma soprattutto la società è diventata invasiva: se un ragazzino non ha lo smartphone, mentre tutti gli altri ce l’hanno, i genitori glielo comprano, per non escluderlo. La società comincia ad essere la struttura trainante delle condotte giovanili”.

In sostanza, osserva il filosofo, sarebbe “…ingenuo pensare che, per salvare la nostra generazione, e probabilmente anche quella a venire, dal baratro in cui si trova, bastino processi educativi, consigli, argini da parte dei genitori, della scuola, o delle istituzioni”. C’è in gioco un nuovo sistema di valori che, però, stenta a definirsi. “I valori si svalutano perché non sono entità metafisiche che piovono dal cielo… sono dei coefficienti sociali che, condivisi, consentono a una comunità di vivere con la minor conflittualità possibile. Prima della Rivoluzione francese la società era fondata su valori gerarchici, poi si sono organizzate società sui valori della cittadinanza e dell’uguaglianza, c’è stata una trasmutazione di valori; niente di male, anzi la storia va avanti grazie a questo collasso di valori che hanno ordinato la società per un certo periodo e l’inaugurazione di valori nuovi. Se la storia non procedesse così, saremmo ancora all’età dei Babilonesi! Ma la svalutazione e il collasso dei valori non è l’elemento decisivo per capire che cosa sia il nichilismo che invece accade quando, dopo il collasso di un sistema di valori…. non ne nascono di nuovi. A questo punto resta il niente, a cui fa riferimento la parola: ecco qui il nulla e il nichilismo… la definizione che dà Nietzsche di nichilismo è ‘manca lo scopo, manca la risposta al perché, tutti i valori si svalutano’…”. Il vuoto in cui siamo immersi è la mancanza del futuro. “Il futuro, facendo balenare degli obiettivi da raggiungere, muove… Quando manca uno scopo, quando il futuro non è prevedibile o non promette niente, allora abbiamo il collasso….. se infatti non c’è uno scopo da raggiungere, la domanda successiva è: perché sono al mondo? Che senso ha la mia vita? Che cosa sto facendo? Ci siamo mai chiesti perché i giovani vivano più di notte che di giorno? Il motivo è che, di giorno, nessuno li convoca, nessuno li chiama più per nome; se dunque, di giorno, non sono interessante per nessuno, mi prendo la notte: quando questo mondo non c’è, quando scompare questo mondo che non mi chiama e non mi convoca, che mi fa percepire fino in fondo la mia assoluta insignificanza sociale, comincio a vivere io. Come? Ubriacandomi, drogandomi. I giovani si anestetizzano da un mondo che non li ospita, che non li coinvolge, che non prospetta loro alcunché, ed ecco che la vita diventa insignificante”. La fotografia di Galimberti è impietosa. Chi o cosa può porre rimedio a questa gigantesca “demotivazione”? Non i genitori, che possono “educare un figlio al massimo fino all’età di 10-11 anni: le parole del genitore sono efficaci fino a quell’età, dopodiché i ‘buoni consigli’ sono sistematicamente disattesi”.

Ed entra in gioco il sistema dei valori e soprattutto il sistema economico con i suoi meccanismi. “I giovani tra i 15 e i 30 anni hanno il massimo della forza biologica. Il mercato, che li conosce meglio di professori e genitori, li utilizza proprio per quella forza che hanno da vendere e cioè i loro corpi, e, quando i ragazzi vogliono fare i calciatori, hanno percepito che è il loro corpo quello che conta. È l’unico valore che hanno ed è quello che il mercato gli chiede. Non mi meraviglia vedere chilometri di ragazze che vanno a fare le prove per un posto da velina. Chi gli ha detto che l’unica cosa che conta è il corpo? Il mercato, non hanno torto. Poi a Miss Italia gli fanno anche delle domande culturali e loro si attrezzano per dare qualche risposta generica, ma non è per questo che vincono Miss Italia!”. La dissipazione delle migliori energie è gravissima perché “quello che pensi tra i 20 e i 30 anni costituisce la base di quello che penserai per tutta la vita. Anch’io, quello che ho prodotto, lo ho scritto tra i 20 e i 30 anni, poi sono stato più bravo a mettere insieme, a organizzare il materiale, ma la base è quello che ho intuito allora. Einstein ha ideato la sua formula a 24 anni. Che fa la nostra società se prescinde, a proposito dei giovani, dal massimo della loro e quindi della “sua” (della società) forza biologica? Che può fare se il massimo della forza sessuale rimane non riproduttiva e il massimo della forza intellettuale non viene utilizzata?”. Non è alla speranza che guarda Galimberti “spero, mi auguro, auspico: le considero parole della passività…. spero, auspico e intanto non faccio niente”. La sua è una sollecitazione rivolta direttamente ai giovani. “Non dimenticate che il futuro è vostro, è nelle vostre mani – e ribadisce – . Non dovete chiedere ai noi grandi cosa fare”. Una dichiarazione di impotenza e, insieme, uno slancio di fiducia verso il futuro.

| 13 Gennaio 2015

Prima Pagina Donne ( 5 -11 gennaio 2014) da: ndnoidonne

Il femminile che si evidenzia nella strage di Charlie Hebdo e nell’orrore di Boko Haram

inserito da Paola Ortensi

Prima Pagina Donne 2 (5 -11 gennaio 2014)

In una settimana tradita nel suo festoso inizio “dedicato“ alla Befana ed evoluta nella tragedia dell’attacco del terrorismo islamico, incarnato per l’occasione dai fratelli Kouachi, a Parigi, al giornale satirico Charlie Hebdo con tutti i morti che questo ha significato, come oramai tutti sanno. Per la grandezza dell’attacco portato simbolicamente ai vignettisti satirici del giornale accusati di un uso blasfemo della satira, ma con ben altri e ampi risvolti che esaltano la volontà di terroristi affiliati all’ISIS di fare gli interessi del Califfato contro l’Occidente, avevo pensato di saltare il mio commento di PPD, ritenendolo inadeguato ad inserirsi nella situazione, per la complessità di valutazioni che comporta sull’Islam, sul rapporto storicizzato fra occidente e questa orrenda guerra. Poi col passare delle ore e dei giorni vissuti con il fiato sospeso ho pensato che non potevo seppur brevemente non sottolineare come in questa tragedia della democrazia, e sconfitta della politica, per cui non a caso nella giornata di domenica abbiamo assistito ad una manifestazione imponente dove si è calcolata la presenza di forse due milioni di persone. Una marcia senza precedenti in difesa della libertà che si è svolta a Parigi, aperta da un inedito gruppo di 40 forse 50 Capi di Stato non solo europei, ovviamente con Hollande in testa, i ruoli e i protagonismi femminili fossero almeno da evidenziare. In verità ancor più pressante per indurmi a scrivere è stata l’emozione, la rabbia e il dolore di quanto contemporaneamente alla Francia è avvenuto in Nigeria con l’uso da parte di Boko Haram prima di una e dopo 24 ore di due bambine (attorno ai 10 anni) fatte esplodere come martiri nel mercato di una città del Nord della Nigeria, con la scia di morte che questo ha comportato. La violenza perpetrata contro delle bambine innocenti usate come bombe umane presumibilmente incantandole con promesse di cose meravigliose o sulla terra o in cielo suggerisce un dolore e una rabbia insopportabile. E allora ecco un elenco di protagonismi femminili che abbiamo incrociato in questi giorni che ritengo stimoli a riflettere nella contraddizione dei ruoli e delle funzioni avute. Quel che annoto lo vorrei poi collocare all’ombra di quella statua di Marianna che nella Place de la Republique di Parigi è divenuto il luogo simbolico della reazione alla violenza e all’affermazione della libertà, appunto. Innanzitutto allora le bimbe nigeriane, sicuramente ingannate illudendole che se avessero seguito i consigli suggeriti avrebbero conquistata la libertà forse dalla povertà, dalla fame, da tutto quanto può opprimere una creatura, una bambina in difficoltà e forse piena di sogni e desideri. Ma è la strage che ci porta per mano alla vignettista denominata Coco costretta, di ritorno dall’asilo, ad aprire la porta della redazione di Charlie Hebdo dove si è compiuta la strage, e che per tutta la vita forse si domanderà perché lei no e contemporaneamente come ripagare i suoi compagni del miracolo di essere rimasta viva; e a Marin Le Pen che non è stata ritenuta gradita, di fatto invitandola a non partecipare alla manifestazione, compiendo ritengo un errore che escludendola da quell’incredibile “unione“ di protagonisti della politica mondiale anche su fronti diversi e conflittuali come Netanyahu e Abu Mazen ha di fatto evidenziata una contraddizione sgradevole. Continuando e tornando ai fatti :l’orrore della strage è ancora da elaborare , quando una poliziotta viene uccisa in un altro punto di Parigi e inizialmente si pensa sia “un’altra storia”. Qualche ora dopo la connessione appare in tutta la sua violenza. Ad uccidere la poliziotta è stato Amedy Coulibaly l’uomo che in una strategia precisa ha tenuto l’assedio al supermercato kosher dove sono stati tenuti in ostaggio con 4 morti gli ebrei che erano presenti all’interno. Amedy, ucciso nell’assalto delle forze speciali, è stato poi identificato come il compagno della terrorista Hayat Boumedienne ritenuta protagonista anche lei della premeditazione dell’orribile evento, ricercata intensamente fino a ritenere che sia uscita dalla Francia e riparatasi in Siria giorni prima dopo aver partecipato all’organizzazione della strage. Ed è proprio il ruolo di Hayat, ritenuta implacabile e temuta anche per il futuro, e che presumibilmente ha rappresentato il famoso “casus belli” si è aperto un diffuso dibattito sulla stampa sul protagonismo femminile di questa inaspettata e inedita guerra a cui il terrorismo islamico sta portando una parte del mondo, sviluppando tra l’altro odi e incomprensioni inedite tra chi con pericolosa superficialità fa di tutta un erba un fascio e accusa l’Islam nella sua complessità. A tale proposito voglio ricordare che di religione islamica era il poliziotto che ha tentato di fermare i fratelli attentatori, e musulmano il commesso che ha salvato un gruppo di ebrei chiudendoli nel refrigeratore a cui è riuscito a staccare la corrente. La realtà che abbiamo vissuto e che nonostante l’imponente reazione di Parigi, ma dico dell’Europa e non solo, sappiamo come non metta il punto e a capo ai rischi che corre la pace e l’equilibrio a cui questo nuovo terrorismo islamico ci sottopone, richiede una riflessione che ci coinvolge tutte /i che porti al modo più utile e serio di vivere la nostra cittadinanza.
L’aver deciso di scrivere mi porta a non saltare due notizie che pur nella loro immensa differenza mi appaiono degne di nota e approfondimento. La morte di Anita Ekberg. Simbolo stesso della Dolce Vita di Fellini e quindi di un epoca, la Ekberg per chi voglia vedere ha di fatto avuto una vita triste e incompiuta piena di difficoltà da lei più volte denunciate in parte, forse, frutto anche dell’essere prigioniera del ruolo che le aveva dato fama e oggi l’immortalità nella storia del cinema. Come leggere poi l’invito ieri di papa Francesco nel corso del battesimo di 30 bimbi, alle loro mamme di allattare se pensavano che i loro figli /e avessero fame? Chi non ricorda che forse un mese fa in un grande albergo di Londra una mamma fu invitata a rivestirsi e desistere dall’allattare perché rischiava di essere imbarazzante?

7 anni e 8 mesi per uno stupro terribile da: ndnoidonne

Lievissima, secondo i movimenti delle donne, la pena comminata all’ex militare Francesco Tuccia, che nel 2012, a Pizzoli, violentò una 22enne

inserito da Marta Mariani

La Terza sezione penale della Cassazione ha confermato, oggi, la condanna – benché ridotta di 4 mesi – per Francesco Tuccia.

Nel febbraio 2012, Tuccia, fuori da una discoteca dell’Aquila, aveva prima stuprato e poi quasi ucciso una ragazza di 22 anni. La Corte Suprema ha dunque comminato all’ex militare – dopo un giorno dall’udienza di ieri – 7 anni e 8 mesi per violenza sessuale e lesioni.

«Il verdetto d’appello ha tenuto», ha detto con soddisfazione il procuratore generale Pietro Gaeta. E’ vero, il verdetto ha tenuto, ma per noi donne questa sentenza è lievissima ed inaccettabile. “Rosa” (affettuoso nome di fantasia con cui la giovane vittima è stata ribattezzata già durante la trasmissione di Federica Sciarelli: “Chi l’ha visto?”) è, da quel febbraio, una donna distrutta, incapace di ricordare tanto dolore.

Suo padre, immediatamente dopo la tragedia (che aveva travolto e stravolto la ragazza, lasciandola semimorta, in una pozza di sangue al gelo della neve) aveva lanciato un disperato appello a raccogliere quante più testimonianze possibili per far luce su quanto accaduto nella discoteca di Pizzoli.

Fu straziante per Rosa, come per tutte le donne, dover ricostruire i dettagli di quello che fu poco meno di un tentato omicidio, attraverso i media: dichiarazioni anonime trasmesse sulla Rai.

Fu ancora più straziante, per la vittima, sentire presentata alla Corte d’Appello dell’Aquila, dalla difesa, la tesi di “rapporto consensuale”. Una tesi respinta dal giudice relatore Aldo Manfredi – che aveva invece riconosciuto chiaramente, nella fattispecie, l’aggravante della sevizia e della crudeltà, secondo l’articolo 61 n° 4 del codice penale.

Il pubblico ministero David Mancini, nel processo di primo grado, (che si svolse a porte chiuse su decisione del collegio per i temi scabrosi in oggetto) infatti, chiese la condanna a 14 anni di reclusione contestando al giovane anche il reato di tentato omicidio. La contestazione fu respinta dal Tribunale, che tuttavia comminò al militare l’interdizione: perpetua dai pubblici uffici e legale per la durata della pena.

Ecco perché, per le donne tutte, questa condanna di meno di 8 anni è una incredibile “dequalificazione” del reato.

Ecco perché, ieri 8 gennaio2014, in piazza Cavour, davanti alla gradinata della Cassazione, un presidio femminista raccolto sotto l’egida dell’UDI – con Noi Lilith (Donne di Castel Madama e di Ciciliano) e l’Associazione 8 marzo 2012 – ha esposto striscioni di solidarietà e di empatia per Rosa.

«Da l’Aquila a Milano, da Bologna a Taranto, a Palermo, a Roma, a Tivoli: siamo tutte con Rosa». «Stupratore, / non lo dimenticare / la furia delle donne / dovrai scontare».

Carla Cantatore, referente dell’UDI Monteverde di Roma, ha così commentato il presidio: «Oggi anche noi dell’ UDI abbiamo partecipato al presidio presso la Suprema Corte di Cassazione, in attesa della sentenza per lo stupro perpetrato fuori dalla discoteca Guernica di Pizzoli, nel 2012, da Francesco Tuccia, su una giovane che aveva allora venti anni. Una giovane donna a cui è stata stravolta la vita al punto che non riuscì né riesce a ricordare quasi nulla dell’accaduto, se non paura, orrore e dolore. La nostra presenza ci è sembrata necessaria in quanto il difensore dello stupratore intendeva riproporre la consensualità in “atto amoroso”, come già aveva tentato di fare in passato. Siamo davvero stanche di assistere all’ incubo già vissuto troppe volte della donna duramente colpita e poi vilipesa alla quale si chiede ancora, implicitamente, di giustificarsi per la violenza subita. Ulteriore, intollerabile violenza. Quanto la concessione, a suo tempo, degli arresti domiciliari al colpevole. Non abbiamo dimenticato nulla, non ce lo possiamo permettere, anche se ci ripugna il ricordo delle descrizioni macabre che furono “generosamente” diffuse. La giovane fu lasciata praticamente in fin di vita, seminuda, in una pozza di sangue nella neve, le lesioni interne multiple per cui fu operata fecero a suo tempo inorridire anche il chirurgo ginecologo che asserì senza alcun dubbio che solo di una violenza efferata si poteva trattare. Nel 2013 furono chiesti per il colpevole 11 anni ma ne vennero comminati solo 8 per cui il pm ha chiesto la conferma. Giustizia e verità avrebbero voluto che il colpevole scontasse l’intera (anche se, a nostro avviso, minima) pena e non un sol giorno di meno».

Non c’è altro da aggiungere se non l’amara e pur vera constatazione di Rosanna Marcodoppido dell’UD romana La Goccia: «Per secoli abbiamo subìto la rabbia del maschio, le sue offese. Per secoli abbiamo interiorizzato persino i sensi di colpa. È il momento di denunciare un fatto gravissimo: che non c’è una risposta adeguata al nostro bisogno di verità e di giustizia”.

MENO GIORNALI = MENO DEMOCRAZIA. NON SPEGNETE LA LIBERTA’ da: ndnoidonne

NO ALLA CHIUSURA DELL’ESPERIENZA COOPERATIVA E NON PROFIT. Il Governo è sordo di fronte al dramma dell’editoria cooperativa e no profit

inserito da Redazione

NOIDONNE è un giornale dell’editoria cooperativa e si unisce alla denuncia di MEDIACOOP di indifferenza del Governo, contenuta nel comunicato che segue.

Il Governo e il Parlamento tutto tengano presente che l’editoria cooperativa e del non profit è un valore grande della comunità nazionale. Per molte ragioni.
Perché è composta di tante realtà imprenditoriali e culturali che alimentano giorno per giorno il flusso delle notizie, che costruiscono cittadinanza consapevole, che combattono pregiudizi e ignoranza. L’editoria cooperativa e del non profit è lavoro che ha un suo indotto economico. Ma è molto altro: persone, famiglie, competenze, professionalità, modello partecipativo, volontariato. È soprattutto il flusso connettivo che alimenta territori fisici e ambiti tematici, che genera comunità vitali, che lavora sulla sostanza e non sul sensazionalismo. Consentire a tutto questo di vivere significa far vivere la democrazia. Perché non esiste democrazia senza pluralità di informazione.
Negli ultimi tempi oltre 40 giornali hanno chiuso e molti a breve dovranno fare altrettanto.
NOIDONNE resiste, ma nessuna azienda può vivere senza pur minime prospettive e in condizioni di mercato che schiacciano realtà piccole ma che non sono di nicchia.
NOIDONNE resiste perché ha superato il traguardo dei 70 anni (1944/2014) e ha superato tante difficoltà. Ma questa potrebbe essere la madre di tutte le battaglie perché il nemico, stavolta, è l’indifferenza di una classe politica e dispiace davvero che sia una classe politica giovane e attenta alle donne e che fa della lotta alle caste e alle rendite di posizione la sua cifra quotidiana. Ebbene, sia chiaro che sopprimere la libertà di informazione significa alimentare le caste. Tutte. A partire da quelle di riferimento dei grandi media.
Senza una voce libera come quella di NOIDONNE quale spazio troverebbero notizie e idee che sono espressioni della ricchezza che le donne rappresentano nel nostro Paese?

“La direzione nazionale di MEDIACOOP, esaminate le condizioni di operatività 2015 delle cooperative associate, ha denunciato la sordità e l’indifferenza del Governo di fronte al dramma che sta vivendo il settore dell’editoria cooperativa e no profit.
La direzione di Mediacoop ha raccolto e fatta propria la forte preoccupazione del settore determinata dalla progressiva chiusura delle testate cooperative e no profit, da ultimo, da quella de “Il Salvagente”, un settimanale che per tanti anni ha fornito una corretta e coraggiosa informazione ai consumatori italiani.
La riunione ha sottolineato che la chiusura di 40 associate ed il rischio che molte altre possano seguire la stessa sorte è stata causata dalla mancata riforma del settore editoriale e dell’emittenza, promessa da anni, ma mai realizzata, nonché della costante e drastica riduzione del sostegno pubblico.
La Direzione ha ribadito l’esigenza di un intervento immediato per consentire l’operatività delle aziende.
E’ appena il caso di ricordare, infatti, che, di fronte alla totale incertezza sull’esistenza del sostegno pubblico le testate interessate non sono in grado di chiudere i Bilanci 2013 e di programmare l’attività per il 2015.
Al termine della Direzione, alla quale hanno partecipato anche rappresentanti della Fnsi, di Articolo 21 e della
File, è stato dato mandato alla Presidenza di Mediacoop di richiedere, unitamente alle altre Associazioni del settore, un incontro urgente al Dipartimento Editoria della Presidenza del Consiglio.
Potrà essere quella l’occasione per definire tempi e risorse relative al 2014 e per sollecitare l’avvio di una rapida consultazione con i soggetti interessati allo scopo di prospettare il testo di una possibile riforma del sistema italiano dell’informazione”.

La risposta alla violenza islamista: più laicità da: ndnoidonne

E’ necessario dare voce alla laicità e appoggiare la lotta delle persone che lottano contro il fanatismo di ogni religione

inserito da Monica Lanfranco

“Il Corano è contraddittorio, e come tale è umano. Noi musulmani non abbiamo avuto ancora la nostra riforma liberale, ma innumerevoli riforme conservatrici. Oggi riformare non significa dire alla gente come pensare, ma dare loro il permesso di pensare e di fare domande sui nostri testi sacri. E questa è considerata una sorta di eresia anche fra i musulmani non estremisti. Sono una musulmana dissidente, sono una Muslim refusenik, ma questo non significa che io rifiuti l’Islam: rifiuto di unirmi a un esercito di automi in nome di un dio, incluso il mio”.
Lo scrive, nel 2004, nel suo libro My trouble with Islam, (in Italia con il titolo Quando abbiamo smesso di pensare) una giovane attivista e giornalista musulmana: il suo nome, Irshad, non a caso significa ‘guida’. E nel suo sito è proprio la stessa Manji ad accettare la sfida insita nel suo nome: “Essere una guida per il popolo musulmano verso il coraggio morale e la riforma democratica” – scrive.
Il successo del libro, immediatamente preso di mira dai fanatici integralisti, è planetario; nel giro di due anni viene tradotto in tutto il mondo occidentale e anche, per specifico desiderio dell’autrice, in urdu, arabo, farsi, indonesiano, sloveno, e molti capitoli sono disponibili gratuitamente on line.
Irshad, che nel testo ringrazia Allah per la sua vita e per l’amore della sua compagna, è la prima donna musulmana di dichiarata fede islamica a prendere parola pubblica contro l’integralismo religioso, e lo fa in maniera inedita e dirompente.
“Sono credente, e sono lesbica. Ma il mio dio non è quello degli integralisti, che mi vorrebbero morta perché amo una donna. Se dio non avesse voluto che io fossi come sono io non ci sarei. Dio non mi giudica per quella che sono, sono gli esseri umani a farlo”. Ishad Manji, nata proprio nell’anno simbolo dell’inizio delle rivoluzioni antisistema e antipatriarcali in occidente, irrompe a soli 35 anni sulla scena mondiale e diventa in breve un punto di riferimento per una vasta parte dell’opinione pubblica, in particolare giovanile, del mondo arabo e musulmano.
In Italia, come sovente accade, il libro non ha visibilità: non piace a destra per ovvi motivi e nemmeno a sinistra, perché non inneggia alle colpe dell’occidente, ma anzi punta il dito verso la religione delle ‘vittime’, l’islam, che per una parte della sinistra italiana non è criticabile come l’ebraismo e il cattolicesimo, considerate colonialiste e responsabili della reazione violenta dell’islam.
Stessa sorte di oblio è quella delle voci laiche, atee e agnostiche del mondo musulmano, che pure ci sono: in ottobre a Londra si è svolta una impressionante convention, per presenza e livello culturale, per la laicità nel mondo, in particolare quello islamico, la Secular Conference (vedi articolo di Lanfranco su NOIDONNE di gennaio 2014, ndr)
Non uno dei giornali italiani ha mostrato interesse, nonostante le segnalazioni: le uniche giornaliste italiane presenti eravamo io e Marina Forti, e, ironia della sorte, è stata la Riforma (testata protestante) l’unico giornale, oltre a Noidonne, a volere articoli di approfondimento sull’evento.
Quello che da anni dicono, senza eco mediatica, le persone impegnate nel mondo musulmano laico, è che la lotta contro la violenza fondamentalista si fa dando spazio alla laicità, e che solo la secolarizzazione, con la separazione tra stato e religione, garantisce l’affermazione dei diritti umani, schiacciati da ogni teocrazia, che per sua natura è sempre fondamentalista, sessista, omofoba e patriarcale.
Piacciano o no le vignette di Charlie Ebdo, in gioco non ci sono il buon gusto e la volgarità, presente talvolta nelle vignette: c’è la convivenza in un mondo nel quale si può discutere di tutto e uno nel quale si muore per reato di blasfemia.
Non è casuale che nel mirino ci sia la Francia: piaccia o no è il paese europeo nel quale si è scelto di criticare apertamente il multiculturalismo, che lascia molte zone d’ombra su diritti universali e laicità, e dove si afferma il primato laico nello spazio pubblico sulla pur tutelata libertà religiosa individuale.
Come scrive Maryam Namazie, intellettuale attivista iraniana laica “Il razzismo ed il fascismo hanno le loro proprie culture. Lottare per i diritti umani significa condannare i credo reazionari, non osservarli. La sconfitta del nazismo e delle sue teorie biologiche ha contribuito al discredito del concetto di ‘superiorità razziale’ e tuttavia il pregiudizio che ci stava dietro ha trovato forme di espressione più accettabili per il nostro periodo storico. I relativisti culturali difendono gli olocausti dei nostri giorni. Chiunque rispetti l’umanità deve impegnarsi per l’abolizione di ciò che è incompatibile con la libertà umana”.

| 12 Gennaio 2015

Elsa Cayat, di Charlie Hebdo, sopravvive nelle sue lucide opere di genere da: noidonne

Elsa Cayat, di Charlie Hebdo, sopravvive nelle sue lucide opere di genere

Psicologa colta, e vivace analista delle dinamiche di coppia, Elsa Cayat (1960 – Parigi, 7 gennaio 2015), vittima del terrorismo islamico, rivive nelle sue opere sulla sessualità di coppia e sulle differenze fra i due generi.

inserito da Marta Mariani

4 milioni di francesi uniti contro il terrorismo. Una fiumana di determinazione, di solidarietà. Una moltitudine di cordoglio, di estremo dolore, certo, ma senza paura: «Terroriste t’es foutu, / la France est dans la rue!» (Terrorista, sei fottuto / la Francia è scesa in piazza!). Nell’ultimo week-end, quella che da “Le Figaro” è stata definita una “marea umana” ha sguinzagliato tutto il suo disprezzo verso il fanatismo islamico, e soprattutto, verso il terrorismo, incarnando con il suo “je suis Charlie” le 12 vittime della redazione Charlie Hebdo. Le vittime, uccise dal fuoco dei kalashnikov aperto al grido di “Allah akbar!”, erano soprattutto giornalisti, oltre a un addetto alla portineria e ad un poliziotto in sorveglianza. Una donna, fra le vittime – Elsa Cayat, psicoanalista e scrittrice – curava la rubrica bisettimanale “Charlie Divan”. E’ per omaggiare il suo lavoro e il suo contributo all’informazione francese che diamo spazio, qui, alle sue opere di genere.

Elsa Cayat, infatti, era un’analista delle relazioni fra uomini e donne, un’indagatrice delle dinamiche di coppia, una studiosa della psicologia dei generi. Nel 1998, la Cayat aveva pubblicato, con Jaques Grancher Edition, un volume di psicologia dal titolo “Un homme + un femme = quoi?” (“Un uomo + una donna = che cosa?”). In questo libro, la psicologa scongiurava l’approdo della coppia a mero “quadretto formale di celibi e nubili che semplicemente coabitano” in un’unione “non più intima ma prettamente sociale”. Così, con uno sguardo certamente ironico e pronto a sorridere di molte disillusioni, la Cayat osservava come si possono paradossalmente celare, dietro un grande amore, l’odio e il risentimento.

L’occhio sbarazzino della Cayat sopravvive ancora nella sua più recente pubblicazione – Albin Michel 2007 – redatta a quattro mani con il giornalista Antonio Fischetti, “Le désir et la putain: Les enjeux cachés de la sexualité masculine” (“Il desiderio e la puttana: La celata posta in gioco della sessualità maschile”). La Cayat vi analizzava la centralità del sesso per gli esseri umani, il significato simbolico della penetrazione, vi si domandava se le parole fossero oggetti dotati di carica libidica, se tutte le donne non fossero, per gli uomini, che una variazione sul tema della “madre” o della “puttana”. Cayat e Fischetti vi dibattevano, infine, di prostituzione, per coprire a parole tutto il divario che intercorre fra desiderio, carnalità e “intima comprensione sessuale” fra i generi.

Insomma, la Cayat, – che avrebbe potuto ancora regalarci perle di sapienza sulla vita di coppia e sull’amore – nel suo più luminoso guizzo dello spirito, possiamo leggerla nell’intervista edita su Psychologies.com, che così comincia: «Come è possibile voler fondare la propria vita su qualcuno che sia altro da se stesso? Questo è il nucleo di qualsiasi problema sull’amore. Il punto, infatti, non è cercare di fondare la propria vita sulla vita di un altro. Il punto è di assicurarsi la propria vita e di rimettere al centro il Sé, per potersi aprire all’altro… Da qualche parte dentro di noi noi vorremmo poggiarci e riposare sull’altro perché crediamo che tutti i problemi provengano da una mancanza d’amore. Pensiamo che l’amore sia la soluzione ad ogni carenza, e dunque, che l’altro possa guarirci da ogni male. Ma questo è falso. Non soltanto l’altro non può supplire alle nostre carenze, ma i problemi personali spunteranno fuori nella misura stessa dell’intensità amorosa. Per poter risolvere i nostri problemi, dobbiamo analizzarci interiormente e ricentrarci sul nostro Sé, sul nostro io…»

| 12 Gennaio 2015

La maniera del ricordo: storia di “due bambine” nel lager di Auschwitz-Birkenau

Pubblicato su “Repubblica Palermo” del 9 gennaio 2014, con il titolo: Quando Charlie Hebdo prese in giro la mafia, i suoi segreti e gli uomini d’onore.

Charlie Hebdo, la mafia, il Centro Impastato e Peppino

di Umberto Santino, Presidente Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato

“De la chute du mur de Berlin à la chute de Toto Riina”: questo era il titolo di un servizio pubblicato nelle pagine centrali di Charlie Hebdo del 20 marzo 1996, firmato da Phil (Philippe Val), il giornalista, e da Riss ( Laurent Sourrisseau), il vignettista. Un lungo articolo, tanto puntuale e rigoroso quanto pungente e spiritoso, com’era la cifra del settimanale parigino, irriverente e trasgressivo. Erano venuti al Centro Impastato e avevamo parlato del nostro lavoro, di Peppino Impastato, della mafia e della lotta contro di essa. E avevamo capito subito che parlavamo la stessa lingua, lontana da ogni retorica e venata di ironia e di autoironia. Avevo parlato degli stereotipi, allora come ora, circolanti sulla mafia. Delle dichiarazioni di Buscetta che avevano ricostruito l’organigramma di Cosa nostra e avevano portato all’arresto di capi e gregari, ma pretendevano di imporre l’idea di una mafia buona, la sua e quella dei suoi amici, e di una mafia cattiva, degenere e tralignata, quella dei corleonesi, che avrebbero trasformato la mafia in una fabbrica a ciclo continuo di stragi e di omicidi. Lo sottolineava Val, riportando le mie parole: la mafia fin dall’inizio era stata violenta; la ricostruzione secondo cui c’era stata una “mafia tradizionale” in competizione per l’onore e solo negli anni ’70 si sarebbe formata una “mafia imprenditrice” in competizione per la ricchezza, era una storiella fondata sull’ignoranza della storia reale. Il fatto nuovo era che con il traffico di droga l’accumulazione illegale era cresciuta a dismisura e lì andava cercata la ragione della nuova stagione di guerra all’interno e all’esterno. Difficilmente un giornalista, soprattutto se si occupa di mafia, ascolta con attenzione (molti sanno già cosa scriveranno e fanno finta di ascoltare e di prendere appunti), soprattutto quando si accorge che le cose di cui si sta parlando sono diverse da quelle che ha scritto e godono di ampio credito nei circuiti mediatici che contano, appaltati al supermafiologo di turno. Le frasi tra virgolette del servizio di Val riportano proprio quello che avevo detto, non banalizzano né distorcono. Sembra ovvio, ma è una rarità.

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Dopo l’incontro al Centro i due redattori di Charlie Hebdo sono andati a Capaci, a trovare il sindaco Pietro Puccio, e hanno parlato con lui delle condizioni di vita nella provincia siciliana. Con un tasso di disoccupazione troppo alto e un’economia legale troppo debole per poter fronteggiare lo straripamento dell’economia illegale. Con un’assemblea regionale fatta di inquisiti e con tentativi di cambiamento che già allora apparivano precari e difficili. Da Capaci a Cinisi il passo è breve e a Cinisi c’è l’incontro con la memoria di Peppino Impastato, già preannunciato durante la visita al Centro. Il fratello Giovanni racconta, per l’ennesima volta, una storia che allora era conosciuta a pochi, lontana dagli schermi cinematografici e televisivi. E nel racconto delle attività di Peppino, figlio di un mafioso e nipote del capomafia, non potevano non esserci il circolo Musica e Cultura, un centro sociale ante litteram, e soprattutto Radio Aut. E Onda pazza, con gli sbeffeggiamenti dei mafiosi e dei plenipotenziari del paese: l’irrisione come igiene culturale, che spalanca santuari, viola segreti, devasta il rispetto e fa dei cosiddetti “uomini d’onore” delle macchiette ridicole. A Cinisi, nei lontani anni ’70, Peppino e il suo gruppo potevano pensare che una risata avrebbe seppellito la mafia, spianato la “montagna di merda”, anche se erano ben consapevoli del fascino del denaro e della forza di legami destinati a perdurare anche nel mutare del contesto. E due giornalisti parigini ritrovavano nella lontana Sicilia un precedente e una sorta di giovane antenato. Come loro, lucido e dissacrante, impietoso e blasfemo.

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Il servizio si concludeva con un’immagine di Palermo di sera, con le strade affollate di ragazze in minigonna, e un accenno a quanto accadeva in un contesto più ampio: Andreotti sotto processo, Berlusconi lanciato sul palcoscenico politico con un partito-azienda, che ricicla il lessico calcistico e si presenta come il nuovo interlocutore della mafia. Il futuro, che oggi guardiamo come déjà vu, è già cominciato. Nel servizio campeggiavano i disegni di Riss: i volti di Peppino e di Puccio, alcune vignette su Riina, la carta delle famiglie mafiose della provincia di Palermo, uno scorcio del corso di Cinisi, con le frecce che indicano la casa di Badalamenti e quella della famiglia Impastato, a molto meno di cento passi, e al centro la riproduzione di una fotografica in cui si vedono, appoggiati a uno scheletro di alberello, i maggiorenti di Cinisi nei primi anni ’60, con una didascalia che li indica con nome e cognome: il sindaco Leonardo Pandolfo, il capomafia Cesare Manzella, Luigi Impastato, padre di Peppino, Masi Impastato, il nuovo boss Gaetano Badalamenti, Sarino Badalamenti. L’icona della mafia istituzionalizzata.

Riss è rimasto ferito nella strage di ieri, il direttore, Stéphane Charbonnier, Charb, è stato ucciso e con lui sono morti Georges Wolinski, Jean Cabut, Tignous, il meglio della satira mondiale. Una strage con dodici morti, frutto, previsto e prevedibile, di un fanatismo religioso che si nutre di intolleranza e di stupidità. Charlie Hebdo continuerà, ma lo sappiamo: purtroppo una risata non riuscirà a seppellire tanta idiozia e tanta viltà.

Quelle sere a Charlie Hebdo, creatività e buon alcool da: il manifesto

Quelle sere a Charlie Hebdo, creatività e buon alcool

di Mario Dondero

La sede del giornale era una luogo speciale, aperto ad amici, lettori, intellettuali. Negli anni 70 Mario Dondero era di casa. Il suo ricordo di Wolinski, Cavanna e Reiser

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Que­sta tra­ge­dia pari­gina riporta in primo piano il ruolo della satira poli­tica nella vita pub­blica. La satira poli­tica in Fran­cia ha una grande tra­di­zione, rap­pre­sen­tata in primo luogo dal Canard Enchainé, nato nel 1915 per con­tra­stare l’ultranazionalismo e lo chau­vi­ni­smo che in tempo di guerra si dif­fon­de­vano nel paese. Il titolo della pub­bli­ca­zione, che signi­fi­cava Il gior­nale inca­te­nato(Canard, cioè ana­tra, è un’espressione ger­gale per dire gior­nale), si con­fron­tava con quello del gior­nale di Cle­men­ceau, L’homme dechainè (l’uomo libe­rato dalle catene), testata estre­ma­mente patriottarda.

Il Canard Enchainé è un set­ti­ma­nale tut­tora attivo e anche molto letto, che si pre­senta in modo del tutto diverso da Char­lie HebdoChar­lie Hebdo ha una sua veste incon­fon­di­bile e anche un pub­blico del tutto dif­fe­rente. Char­lie Hebdo, gior­nale cau­stico e irri­ve­rente, venne fon­dato nel 1969 con un nutrito gruppo di eccel­lenti dise­gna­tori che com­pren­deva Wolin­ski, Rei­ser, Gébé e Cabu. Char­lie Hebdo ripren­deva un pro­getto ini­ziato nel 1960 da Phi­lippe Ber­nier (il pro­fes­sor Cha­ron) e da Fran­cois Cavanna, con un men­sile che si chia­mava Hara Kiri, jour­nal bête et mechant. La squa­dra dei pri­mordi com­pren­deva già Rei­ser, Wolin­ski, Fred, Gébé, Cabu e Roland Topor, altra grande figura di straor­di­na­rio arti­sta. Il gior­nale ebbe una vita dif­fi­cile: fu inter­detto due volte, nel 1961 e nel 1966, per pre­sunti oltraggi.

Il col­lante che teneva insieme i redat­tori di Char­lie Hebdo era la pas­sione per l’ironia e la dis­sa­cra­zione, oltre a una straor­di­na­ria unità di intenti. Fu un ita­liano, il mila­nese Sta­letti, che rap­pre­sen­tava in Ita­lia alcuni impor­tanti dise­gna­tori fran­cesi, a intro­durmi in quel luogo spe­ciale che era la reda­zione di Char­lie Hebdo. Si era agli inizi degli anni set­tanta e Char­lie eser­ci­tava già da tempo, attra­verso le vignette e gli scritti dei suoi redat­tori, la sua acuta cri­tica dei costumi e della poli­tica fran­cesi. Non credo sia mai esi­stita una comu­nità di gior­na­li­sti altret­tanto con­vi­viali. Per sva­riati anni, soprat­tutto per i forti legami di ami­ci­zia con Geroge Wolin­ski, di cui piango la scom­parsa, Cavanna e Rei­ser, ho fre­quen­tato quella reda­zione, soprat­tutto di sera, nei giorni di chiu­sura. Fran­cois Cavanna che in seguito scrisse Les Ritals, uno straor­di­na­rio libro dedi­cato all’immigrazione ita­liana, era il redat­tore capo. Pur­troppo se ne è andato nel 2014. Phi­lippe Ber­nier, detto il pro­fes­sor Cha­ron, pit­to­re­sco e fan­ta­sioso per­so­nag­gio, era il diret­tore non­ché l’editore di que­sta pub­bli­ca­zione che ope­rava in con­ti­nua guer­ri­glia con i poteri forti. Durante le riu­nioni i momenti più diver­tenti, addi­rit­tura esi­la­ranti, erano le sedute foto­gra­fi­che fina­liz­zate a rea­liz­zare imma­gini per la coper­tina. Gli attori erano gli stessi redat­tori e magari ospiti o bel­lezze di pas­sag­gio. Di ospiti ce ne erano spesso molti, amici e let­tori del gior­nale, intel­let­tuali di grido e gente comune. L’atmosfera era di costante alle­gria, men­tre si intrec­cia­vano tutte le pro­po­ste e le idee. Qual­che volta nasce­vano dei dis­sensi, ma il tono gene­rale era il buon umore che del gior­nale è sem­pre stato il mar­chio di fabbrica.

C’era sem­pre un ricco buf­fet, a base di squi­siti paté e di eccel­lenti for­maggi, in un clima vera­mente unico di libertà crea­tiva. Il con­sumo alco­lico era ovvia­mente piut­to­sto alto e sem­pre di prim’ordine.

Gli uomini e le donne (pochis­sime, a dire il vero) che com­po­ne­vano la reda­zione erano figure di grande fascino, la loro com­pa­gnia era molto gradevole.

Dal 1969 in poi il suc­cesso di Char­lie Hebdo è andato cre­scendo, soprat­tutto nel mondo gio­va­nile. Rien­trato in Ita­lia alla fine degli anni ’90 non ho più avuto modo di fre­quen­tare quelle alle­gre riu­nioni. Ricor­dando il clima che vi regnava mi ven­gono i bri­vidi a pen­sare alla spa­ven­tosa sor­presa che hanno avuto i pre­senti quando hanno fatto irru­zione tra di loro gli assas­sini per com­piere l’inimmaginabile. Sì, per­ché i redat­tori di que­sto gior­nale erano uomini paci­fici, com­bat­tenti per un’idea liber­ta­ria. Redi­ge­vano in effetti un gior­nale auto­de­fi­ni­tosi “stu­pido e cat­tivo” che fusti­gava il mal­co­stume e scan­da­liz­zava i ben­pen­santi, ma erano ancor sem­pre uomini sen­si­bili e generosi.

A riprova di quanto veri­tiera fosse que­sta mia impres­sione è il ricordo dei fune­rali di Jean-Marc Rei­ser, dise­gna­tore fan­ta­stico e grande uomo, il 7 novem­bre 1983. C’era una grande folla intorno alla fossa, nel cimi­tero di Mont­par­nasse. Quando Fran­cois Cavanna lan­ciò nella tomba un ritratto di Rei­ser sor­ri­dente, ci fu un momento di grande com­mo­zione. Men­tre pugni di terra copri­vano la bara, tutti i redat­tori riu­niti di que­sto gior­nale bête et mechant ave­vano gli occhi rossi.

il Manifesto

L’ambiguità delle piazze francesi fonte: www.sbilanciamoci.info

L’ambiguità delle piazze francesi

di Rossana Rossanda

Non si possono portare avanti due politiche opposte – l’accarezzare vecchie e ingiustificabili tendenze coloniali e la difesa dei valori repubblicani – come ha fatto il governo socialista francese, nel tentativo di mettere in campo un diversivo allo scontento popolare in tema di diritti dei lavoratori e di politica economica

Le sole parole equilibrate nel diluvio di dichiarazioni di orrore e di angoscia anche della stampa italiana per l’assassinio dei disegnatori e del direttore di “Charlie Hebdo” le ha scritte Massimo Cacciari, riportando la questione alla sua dimensione temporale e politica. La grande emozione e protesta che ha subito riempito in modo spontaneo le piazze francesi non è mancata infatti di qualche ambiguità. Si è potuto manifestare legittimamente, e quasi accogliendo l’invito del presidente Holland, il rifiuto del fondamentalismo e la difesa della repubblica e il “no” ai problemi posti dalla grande immigrazione musulmana in Europa.

Facilitata in Francia dal troppo coltivato richiamo alla colonizzazione francese in Africa del Nord e nel Medio Oriente. Da molti decenni si è dimenticato che un accordo fra un alto funzionario inglese, Sykes, e uno francese, Picot, disegnò la spartizione dell’impero ottomano fra Francia e Gran Bretagna. La Gran Bretagna poi ha prevalso e ancora più recentemente hanno prevalso le politiche degli Stati Uniti. Ma le recenti scelte di Holland di intervento nel corno d’Africa e nell’Africa centrale hanno, senza volerlo, ripristinato l’immagine di una gloria coloniale che dà fiato a Marine Le Pen. Ugualmente le parole del presidente Holland subito dopo l’attentato, richiamando tutto il paese all’unità contro il terrorismo, sono parse legittimare la richiesta del Fronte nazionale di partecipare alla grande manifestazione ufficiale antifondamentalista di domenica prossima, che lo ha messo non poco in imbarazzo davanti allo slancio con il quale Marine Le Pen ha annunciato la sua partecipazione. Non si possono infatti portare avanti due politiche opposte – l’accarezzare vecchie e ingiustificabili tendenze coloniali e la difesa dei valori repubblicani – come ha fatto il governo socialista, nel tentativo di mettere in campo un diversivo allo scontento popolare in tema di diritti dei lavoratori e di politica economica.

Lo slogan “Je suis Charlie” manifestava efficacemente un appoggio a un giornale niente affatto di grandissima diffusione, che in generale non fa complimenti al Fronte Nazionale. Si può del resto discutere di un tema già volgarizzato in Italia come l’immunità politica della satira, oggi difesa apparentemente da tutti. Le famose vignette danesi contro Maometto sono state amplificate da Charlie Hebdo in un’accentuazione dell’ateismo fin troppo augurabile ma da non identificare col disprezzo di tutti i credenti: “Nel cesso tutte le religioni”, aveva scritto e pubblicato in prima pagina quel giornale. Alla incapacità della sinistra di portare argomenti laici alla ribalta dell’opinione pubblica, e di rispondere al richiamo oggi esercitato specie da alcuni monoteismi e dal buddismo, sia pure assai diversi, ha corrisposto l’indulgenza a forme facili di caricatura, che sicuramente hanno offeso i milioni di musulmani in Europa. Basti pensare a quale accoglienza avrebbero avuto se quelle vignette si fossero nominativamente applicate a Gesù Cristo. Non penso che sia utile lasciare ai caricaturisti un compito che per loro natura, volendo irridere a tutte le fedi, non possono esercitare: è come se gettassero un fiammifero in un barile di benzina. È proprio la debolezza della sinistra del dopo il 1989 a produrre questa rinascita in forza delle religioni.

Per quanto riguarda quella musulmana, come non chiedersi perché il suo fondamentalismo – che pareva essere escluso da una organizzazione non piramidale delle sue chiese – sia scoppiato in queste forme mortifere, particolarmente oggi. Maometto esiste dal Settimo secolo e da allora in poi l’atteggiamento dell’impero ottomano, per esempio nei confronti degli ebrei, è stato di gran lunga più tollerante e tendente all’assimilazione di quello della chiesa cattolica, che ha voluto le crociate e lo ha investito di maledizioni e improperi, senza che questi portassero a nessuna Jihad, anzi, il famoso “feroce Saladino” era un interessante pacifista. L’estremismo dell’ammazzare tutti i non fedeli al profeta appartiene ai nostri giorni, ed è molto più serio cercarne le origini nelle forme coloniali e non coloniali adottate dall’Occidente che in un passo o l’altro del Corano.

Un fenomeno non meno importante riguarda il fascino che forme estreme di milizia, che arrivano fino al mettere in conto la propria morte per “martirio”, abbiano sui giovanissimi occidentali che raggiungono la Siria o altri luoghi dove possono arruolarsi con i maestri del fondamentalismo. La tanto conclamata fine delle ideologie sembra aver lasciato in piedi soltanto l’assolutismo di alcune minoranze musulmane, come appunto la Jihad e in modo particolare il recente Daesh, cioè lo Stato islamico rappresentato dal cosiddetto Califfato di al Baghdadi.

Da noi già appare la voglia di condannare i rappers che sembrano ispirarsene: errore dal quale bisognerà guardarsi. Insomma, il fascino dell’islamismo radicale corrisponde alla stupidità con la quale la cultura predominante in Occidente sembra trattare il bisogno di un “senso” non riducibile ai soldi che gli aspetti ideologici della globalizzazione hanno tentato di offuscare dalle parti nostre. Grande problema del nostro tempo che è inutile esorcizzare.

fonte: http://www.sbilanciamoci.info