Manifestazione a Parigi per la Democrazia contro la strage

Oggi a parigi manifestazione commovente
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Je suis cittadina del mondo
Je suis contro il terrorismo
Je suis per la Democrazia

Immobili e milioni, lo scandalo Spi nella denuncia in procura di Crocetta da: l’ora quotidiano

“Saranno in molti a ballare la samba” ha detto il Governatore dopo aver incontrato ieri il capo dei pm di Palermo, Lo Voi. Al centro del suo esposto ci sarebbe un dossier su “Sicilia Patrimonio Immobiliare”, società creata da Cuffaro nel 2005, in contenzioso col socio privato Bigotti, il quale dopo aver incassato 80 milioni di euro ne rivendica ora altri 60

di Giuseppe Pipitone

10 gennaio 2015

Doveva essere la soluzione che avrebbe permesso alla Regione di mettere ordine tra le proprietà immobiliari. Oggi invece sarebbe al centro del dossier presentato dal governatore Rosario Crocetta al procuratore capo Francesco Lo Voi e all’aggiunto Leonardo Agueci. “Uno scandalo da milioni di euro: non posso dire nulla ma a breve saranno in molti a ballare la samba”, ha detto il presidente. Un riferimento diretto alla Spi, acronimo di  Sicilia Patrimonio Immobiliare. Nel 2005 l’ex governatore Salvatore Cuffaro, oggi detenuto nel carcere di Rebibbia, si era accorto che censire gli immobili nelle disponibilità della Regione siciliana era un’impresa disperata: troppi i palazzi di proprietà, ancora di più quelli in affitto e nessuna strategia unitaria d’amministrazione. Tra l’altro, dato che gli immobili erano dislocati tra i vari dipartimenti, capitava spesso che mentre un assessorato aveva locali non utilizzati, un altro dipartimento doveva ricorrere invece all’affitto di nuovi spazi.

Ecco, quindi, che si era deciso di mettere ordine tra i palazzi di famiglia. E gli emissari di Cuffaro erano arrivati fino a Pinerolo per stringere un accordo con l’immobiliarista Ezio Bigotti, diventato socio della Regione dopo aver acquisito il 25% della Spi, creata appositamente per mettere ordine tra i palazzi isolani. Un vero affare per la Regione, che con le varie proposte di sviluppo, cessione e acquisizione di stabili che arrivavano dalla Spi, era riuscita chiudere i bilanci con ricche cifre alla voce entrate, tutte previsioni legate alla valorizzazione del suo patrimonio immobiliare. Solo che a quelle previsioni non è mai corrisposto alcun fatto concreto.  In più oggi la Regione è in contenzioso con il socio privato  Bigotti, che ha infatti chiesto alla Regione la liquidazione di 60 milioni di euro. Dopo avere già ottenuto 80 milioni, per il censimento degli immobili che doveva costare solo 13 milioni di euro, l’imprenditore piemontese continua quindi a battere cassa alla Regione rivendicando il resto di un compenso lievitato all’inverosimile rispetto alle previsioni.

La Sicilia quindi dovrebbe sborsare ben 140 milioni per il censimento dei propri immobili. Per risolvere la questione l’allora assessore al Bilancio Gaetano Armao ha proposto un arbitrato: segno che il contratto firmato da Bigotti era ”blindato”. E Armao lo sa bene, dato che all’epoca era stato proprio lui il consulente di Bigotti, per quel contratto milionario. Nel frattempo, l’unico Fondo Immobiliare creato dalla Spi in cinque anni si è incredibilmente aggiudicato un premio da parte del Ipd (Investment Property Databank), società indipendente di analisi e misurazione delle performance nel settore terziario.

Un riconoscimento inspiegabile, dato che l’operazione più importante portata avanti dalla Spi è finita sotto la lente d’ingrandimento della Corte dei Conti. Si tratta della cessione nel 2007 di un pacchetto di 33 immobili ad un fondo guidato da Pirelli Re di Marco Tronchetti Provera al prezzo di 263 milioni. Alla Regione sono arrivati fino ad oggi 179 milioni. Un prezzo che comunque i magistrati contabili considerano fuori mercato. In più, molti degli immobili venduti  sono poi stati affittati nuovamente alla Regione siciliana a canoni esorbitanti: circa l’8% del prezzo di vendita. Nel frattempo il fondo aveva ceduto il pacchetto di 33 stabili “scippato” alla Regione alla Global Opportunities: un gioco di scatole cinesi con possibili elusioni fiscali. Dopo la sua elezione, Crocetta ha piazzato al vertice della Spi, ancora in contenzioso con il socio privato Bigotti, un suo fedelissimo: l’avvocato Antonio Fiumefreddo, assessore per poche ore lo scorso anno. Ed è dai cassetti dello Spi che sarebbero arrivati al governatore documenti scottanti, ieri depositati sui tavoli della procura.

Trattativa: da Flamia al passato di Mori si scava tra gli archivi dei Servizi da: antimafia duemila

flamia-rosario-sergio-eff-2di AMDuemila – 1Lo scorso dicembre il blitz del pool a Roma

La Procura di Palermo continua a cercare nuovi elementi nell’ambito dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia e quel segmento specifico che riguarda l’accordo segreto stipulato tra i servizi segreti e l’amministrazione penitenziaria per gestire il flusso d’informazioni proveniente dai penitenziari di massima sicurezza noto come Protocollo farfalla. Il 22 dicembre scorso, il giorno in cui a Palermo, in visita informale, giungeva il nuovo procuratore Francesco Lo Voi per fare gli auguri di Natale agli aggiunti e ai sostituti, il pool composto dai magistrati Teresi, Di Matteo, Del Bene e Tartaglia si trovava a Roma nelle sedi dell’Aisi (Agenzia per le informazioni e la sicurezza interna) e del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza). In particolare i magistrati cercavano nuovi documenti sul pentito Sergio Flamia. L’ex boss di Bagheria ha messo a verbale di essere stato per lungo tempo un confidente dei servizi segreti, dai quali per i suoi “servigi” avrebbe ricevuto anche 150 mila euro in contanti, e di aver avuto colloqui con l’intelligence anche quando si trovava agli arresti ed aveva iniziato il proprio percorso di collaborazione. Tra le dichiarazioni fatte ai magistrati anche alcuni presunte rivelazioni su Luigi Ilardo, il confidente che è tra i principali accusatori del generale Mario Mori. Anche per questo motivo la posizione di Flamia è finita al centro delle indagini della Procura e della Procura generale che tra nove giorni sarà impegnata con la riapertura del dibattimento del processo d’appello contro gli ufficiali dell’Arma Mori ed Obinu per la mancata cattura del boss corleonese Bernardo Provenzano.

I pm del pool trattativa sono andati alla ricerca anche di nuove documentazioni sul passato di Mori così come era avvenuto tra febbraio e maggio 2014. Attraverso un lungo e complesso lavoro investigativo, anche all’interno degli archivi dei Servizi, i magistrati hanno accertato che l’ex generale, nel 1973 quando era un giovanissimo carabiniere, venne chiamato al Sid da Federico Marzollo, uomo dell’ex direttore del Servizio Vito Miceli, che sarà in seguito arrestato per cospirazione nell’ambito dell’inchiesta “Rosa dei Venti”.
Mori prese parte a funzioni operative anche in riferimento al terrorismo nero, utilizzando nomi di copertura, tra il ’73 e il ’74. Ma nel 1975, improvvisamente, nonostante le lodi ricevute, l’ufficiale venne allontanato. Diversi documenti vennero mostrati dai pm anche al generale Gianadelio Maletti, latitante dagli anni ’80, interrogato a Johannesburg, in Sudafrica, lo scorso novembre. Maletti in quell’interrogatorio ha parlato di una sorta di Sid parallelo creato con lo scopo di bloccare le indagini sull’estrema destra e sui tentativi di colpo di Stato. Ed è anche sulla scorta di questi nuovi spunti che i pm sono tornati nuovamente a scavare all’interno degli archivi dei servizi.

Prorogate le indagini sulla sparizione dell’archivio di Impastato da: antimafia duemila

impastato-fumetto-c-luigi-alfieriDecisione del Gip Maria Pino

di Francesca Mondin – 10 gennaio 2015
Nuove indagini sulla sparizione dell’archivio dell’attivista Peppino Impastato ammazzato dalla mafia nella nelle prime ore del 9 maggio 1978. La notte stessa del 9 maggio un gruppo di carabinieri perquisì l’abitazione della famiglia Impastato, nel corso Cinisi, portando via tutto quello che trovò in riferimento a Peppino: appunti, lettere, volantini, dossier di denuncia e ricerche. Un irruzione che lasciò senza parole Giovanni Impastato ancora sconvolto per il corpo dilaniato del fratello ritrovato poche ore prima.
Da quella sera le carte di Peppino sparirono nel nulla.
Anche Salvo Vitale, amico e compagno di lotta di Peppino Impastato ricorda benissimo i giorni successivi all’omicidio e più volte ha raccontato di come vennero gestite le indagini dai carabinieri. Interrogatori feroci in caserma e perquisizioni nelle case dei ‘compagni’ anche prive di mandati di perquisizione. Furono proprio i compagni di Peppino assieme al fratello Giovanni a raccogliere informazioni e prove che a distanza di anni dimostrarono il depistaggio messo in atto nelle prime indagini.

A riguardo sono stati indagati per favoreggiamento il generale Antonio Subranni e per falso i sottufficiali che all’epoca condussero la perquisizione a casa Impastato: Carmelo Canale, Francesco De Bono e Francesco Abramo. Per i quali però il pm Francesco Del Bene è stato costretto a chiedere l’archiviazione poiché i reati erano caduti in prescrizione. Tra i quattro uomini dell’Arma solo Canale ha rinunciato alla prescrizione in quanto vuole essere assolto dal reato.
Ora però sul mistero della sparizione dei documenti di Peppino il giudice per le indagini preliminari Maria Pino vuole andare fino in fondo. Infatti a fine dicembre il gip ha scritto un ordinanza disponendo nuove indagini. Entro sei mesi la procura dovrà ascoltare i testimoni indicati dal giudice e acquisire nuovi documenti.
Quel materiale scomparso dopo il sequestrato dalla casa di Peppino, secondo il gip rappresenterebbe proprio l’inizio di tutte quelle ‘azioni particolari’, di cui parlano gli amici e compagni di Peppino, che depistarono le indagini sulla morte dell’attivista di Cinisi.
In particolare ci sarebbero due documenti che potrebbero dimostrare il reato. Sono due relazioni stilate dai carabinieri all’epoca dei fatti e consegnate dal comando provinciale dei carabinieri di Palermo nel 2000, dopoché la procura e la commissione parlamentare antimafia avevano chiesto all’Arma di consegnare copia di tutti gli atti su Impastato conservati in archivio.
Nella prima relazione, scritta in un foglio privo d’intestazione, senza data e firma troviamo un elenco di 32 punti che si apre con “Fotocopia di una lettera con timbro postale di Cinisi 23.11.1973 spedita a Impastato Giuseppe, contenente minacce da parte di un gruppo di muratori del luogo» e si chiude con: «Statuto del Circolo Arci». In alto prima dell’elenco c’è scritto: “Elenco del materiale informalmente sequestrato in occasione del decesso di Impastato Giuseppe, nella di lui abitazione”.
La seconda relazione, datata il 1 giugno 1978, è invece un’annotazione di servizio dell’allora comandante del nucleo informativo della Legione carabinieri di Palermo.
Il cui oggetto è «Controllo persone sospettate di appartenenza a gruppi eversivi». Nella carta si legge: «Si trasmette l’accluso elenco, sequestrato informalmente nell’abitazione di Impastato Giuseppe».
L’allora comandante del nucleo Informativo Enrico Frasca, interrogato nei mesi scorsi dal pm Del Bene, ha detto però di non ricordare per nulla quella relazione ed ha anche ammesso un certo stupore per l’espressione “sequestro informale”, termine infatti che non esiste in nessun manuale di diritto italiano.
Anche se i reati di favoreggiamento e falso sono prescritti si potrà forse arrivare a capire come mai e chi ha fatto sparire i documenti di Peppino Impastat

Kobane solidale con Parigi. I curdi chiamano alla lotta contro i criminali fascisti da: controlacrisi.org

Sono stati loro ad affrontare e sconfiggere militarmente sul campo i tagliagole dell’Isis, la loro resistenza nella città di Kobane è stata ed è per questo il simbolo di una lotta che è diventata una speranza di liberazione non solo per il medio oriente ma anche per molti movimenti europei che guardano con sempre più attenzione il processo di confederazione democratica di tipo ecosocialista che si è avviata nella Rojava.  Oggi la coopresidenza delle comunità del Kurdistan ( KCK) ha preso parola rispetto all’attacco terrorista avvenuto nel cuore dell’Europa con un durissimo comunicato contro ” i criminali fascisti”.
“Noi condanniamo con forza l’attacco e il massacro condotto da criminali fascisti contro la rivista settimanale satirica e offriamo le nostre più profonde condoglianze alle famiglie ed ai parenti delle vittime,alla stampa frencese e al popolo francese. I criminali fascisti – si legge nel comunicato – che da lungo assediano tutti i popoli del Medio Oriente in particolare i curdi,hanno questa volta condotto un massacro a Parigi nel cuore dell’Europa.Questo attacco è finalizzato ad intimidire la consapevole opinione pubblica d’Europa. Quelli che hanno compiuto il massacro di Charlie Hebdo sono gli assassini che hanno sulle loro mani il sangue dei curdi,degli yezidi, degli arabi, degli assiri, dei turcomanni,dei siriaci, e di molti altri gruppi etnici e religiosi . Questa mentalità fascista nemica dei popoli e delle culture è cresciuta nel letamaio delle forze egemoniche ed è diventata una spina nel fianco di tutta l’umanità.I curdi e il movimento di liberazione curdo stanno effettuando la più determinata e valorosa lotta contro queste forze in Medio Oriente ,in particolare a Shengal (Sinjar) e a Kobani. Chiediamo a tutti i popoli europei e a tutta l’umanità insieme ai curdi e ad i popoli del Medio Oriente di intensificare la lotta congiunta contro questi criminali fascisti nemici dell’umanità.

Nigeria, il massacro che l’Occidente non vuole vedere perché parla delle sue contraddizioni Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Ammazzati a uno a uno a colpi d’arma da fuoco o con i machete, uomini anziani, donne e bambini inseguiti nelle strade e nella foresta, finiti dopo essere stati atrocemente mutilati.
La carneficina di Baqa, nel nord-est della Nigeria, dove dei circa diecimila abitanti almeno 2.000 sono stati uccisi dagli integralisti islamici Boko Haram è durata una settimana. Eppure sui media occidentali si è parlato come al solito di altro. Quella che si sta aprendo, però, è una grave crisi umanitaria dalle prospettive non prevedibili. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha dichiarato che sono quasi diecimila i nigeriani in fuga. Amnesty International, che ha operatori nella zona, ha confermato che siamo di fronte al “peggior massacro nella storia dei Boko Haram”. E tragiche testimonianze arrivano da qualche sopravvissuto: abitanti della città devastata sono fuggiti a bordo di piccole imbarcazioni affrontando le acque del lago Ciad, hanno raggiunto isolotti prima che le barche affondassero e da giorni sono privi di qualunque mezzo di sussistenza.

“Stanno morendo di fame e di stenti”, ha raccontato un ragazzo aggiungendo che la stessa sorte sta colpendo nella foresta feriti e anziani.
In Nigeria, il più popoloso Paese d’Africa, l’avvicinarsi delle elezioni legislative e presidenziali fissate per il 14 febbraio è ormai quasi quotidianamente segnato dagli assalti dei fondamentalisti islamici nel nord-est. Ma la conquista di Baqa e di una quindicina di villaggi nella stessa area (che non è lontana neanche dal confine con il Niger) rischia di non essere solo una tragedia per la popolazione. Pesanti saranno, secondo numerosi osservatori, anche le ripercussioni sull’economia dell’intera area, crocevia commerciale e agricolo vitale per il Camerun, il Ciad e il Niger. Boko Haram,intanto, si finanzia con il commercio dell’avorio di elefanti bracconati in Camerun; i miliziani Janjaweed si finanziano con il commercio dell’avorio e del corno di rinoceronte di animali bracconati in paesi limitrofi (come la Repubblica democratica del Congo e la Repubblica Centro Africana).

La guerra sta infiammando tutta la regione centrafricana. L’aeronautica del Camerun ha addirittura bombardato alcune basi dei Boko Haram per bloccare infiltrazioni e scorrerie. Ora a rischiare di più è comunque un’altra importante città della Nigeria, Maiduguri, capoluogo dello Stato di Borno, quasi completamente circondata dai jihadisti. Anche da qui la popolazione ha cominciato ad andarsene e va ad ingrossare la già enorme massa degli sfollati, sia all’interno che all’esterno della Nigeria: più di un milione e 600mila persone, secondo i calcoli delle organizzazioni umanitarie.
Il capo di stato uscente Goodluck Jonathan, cristiano del sud, si è ricandidato e potrebbe facilmente vincere anche (e forse soprattutto) se in molte località del nord a maggioranza musulmana non sarà possibile allestire seggi elettorali proprio a causa del caos scatenato dai Boko Haram. Ma in questo caso la sua sarebbe una vittoria a rischio, con l’opposizione che appoggia il musulmano del nord Muhammadu Buhari (già al potere in Nigeria negli anni ’80 durante la dittatura dei militari) legittimata a sostenere l’irregolarità del voto.

Questo tipo di fenomeno, sottolinea Mario Raffaelli, vice-segretario di Amref Health Africa “prospera grazie alla crisi sociale, economica e di identità del mondo arabo e musulmano, che ha visto fallire tutte le ipotesi di ‘modernizzazione’, dal socialismo nasseriano, alle ‘democrazie autoritarie’ sostenute dall’occidente”. Il terrorismo, “cresce e si sviluppa in territori resi fertili dalla mancanza di una risposta politica lungimirante e globale” e per questo “la sola risposta militare è inutile, quando non addirittura controproducente”.

Su quanto sta accadendo in Nigeria è intervenuta la presidente della Camera Laura Boldrini, che nei prossimi giorni si recherà in visita presso l’ambasciata della Nigeria a Roma. “Nemmeno i tragici avvenimenti ancora in corso di svolgimento in Francia possono oscurare la gravità della tremenda strage che i terroristi islamici di Boko Haram hanno compiuto in Nigeria, nella città di Baqa e nelle zone circostanti. Il bilancio delle vittime non è ancora definitivo, ma di sicuro le persone uccise sono alcune centinaia, forse addirittura migliaia. L’eccidio messo in atto da Boko Haram conferma purtroppo che il terrorismo di matrice islamica è una minaccia globale, che miete vittime non solo tra i cittadini europei, ma in maniera almeno altrettanto feroce in Paesi africani e mediorientali. Se globale è la minaccia, globale e dura deve essere una risposta che veda uniti gli Stati dell’Unione europea, le altre democrazie, le organizzazioni internazionali”.