Gli ex deportati al fianco di chi si batte contro la barbarie della “guerra di religione” da: ANED

Fondazione Memoria della Deportazione

Gli ex deportati al fianco di chi si batte contro la barbarie della “guerra di religione”

All’indomani dell’attentato terroristico di Parigi l’ANED ha diffuso questa presa di posizione

L”Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi nazisti si associa allo sdegno che ha percorso il mondo intero dopo il criminale assalto alla redazione del settimanale francese Charlie Hebdo,  e aderisce alle manifestazioni e ai presidi che sono stati organizzati anche per i prossimi giorni in moltissime città italiane.
L’attacco terrisristico di Parigi, che ha provocato 12 vittime, ha voluto colpire l’Europa intera, cercando di coinvolgerla in una tragica guerra “di religione” che viene contrabbandata da tutti gli estremisti e da tutte le destre europee come uno “scontro di civiltà”. Questo episodio drammatico del resto non è neppure l’ultimo di una lunga serie di attentati e di azioni criminali in Francia e in altri paesi, sovente di smatrice antisemita, che sono proseguiti anche all’indomani dell’assalto armato al settimanale parigino.
Gli ex deportati nei campi nazisti e i loro familiari hanno ben presente che jihadisti NON rappresentano i musulmani di tutto il mondo e che le generalizzazioni provocano solo dolori e lutti.
L’ANED condanna fermamente la logica terroristica di contrapposizione irrazionale che i fanatici della Jihad vogliono introdurre in Europa e tra l’Europa e i Paesi arabi. Nello stesso tempo condanniamo le gravissime proposte di reintroduzione della pena di morte avanzate da Marine Le Pen in Francia e le prese di posizione xenofobe e razziste di Matteo Salvini in casa nostra.
In queste ore drammatiche il nostro punto di riferimento resta il solenne “Giuramento di Mauthausen“, fatto proprio dai deportati di tutta Europa all’indomani della Liberazione:

Così come con gli sforzi comuni di tutti i popoli il mondo ha saputo liberarsi dalla minaccia della prepotenza hitleriana, dobbiamo considerare la libertà conseguita con la lotta come un bene comune di tutti i popoli. La pace e la libertà sono garanti della felicità dei popoli, e la ricostruzione del mondo su nuove basi di giustizia sociale e nazionale è la sola via per la collaborazione pacifica tra stati e popoli.”

Il mondo è uscito 70 anni fa, con un costo immenso di vite umane, dall’abisso di barbarie in cui venne trascinato dal nazifascismo: il nostro imegno resta quello di batterci in difesa dei valori della libertà, della pace, della depocrazia e della fratellanza tra i popoli.

ANPInews n.146

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

 

Sabato 10 gennaio, a Casale Monferrato (AL), con la partecipazione del Presidente nazionale ANPI: 70esimo anniversario dell’eccidio dei partigiani della Banda TOM

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

 

Non posso fare a meno di dedicare qualche parola ad un fatto grave che è accaduto (o si è scoperto) in questi giorni. Mi riferisco al decreto fiscale approvato dal Governo, nel quale è contenuta una norma secondo la quale coloro che evadono o frodano il fisco in misura inferiore al 3% del loro imponibile non sono più perseguibili penalmente e sono solo tenuti a risponderne in sede amministrativa fiscale.

Una sorta di “condono” che, di per sé, io considero grave e ingiustificato, perché contrario a diverse norme costituzionali (art. 3, 53, ecc.) e soprattutto contrario alla morale pubblica e privata, se non altro perché trasmette un messaggio negativo; che, cioè, evadere il fisco o addirittura frodarlo non assume quella gravità che giustifica l’applicazione della legge penale(…)

 

 

Ritengo opportuno pubblicare alla fine di questa nota due documenti di notevole interesse, soprattutto sui temi delle riforme costituzionali, che in questo periodo sembrano aver subito una improvvisa accelerazione(…)

ANPINEWS N.146-1

Strage di Parigi: cui prodest? da: l’interferenza

1. Il linguista statunitense Noam Chomsky illustrando  le strategie della manipolazione mediatica, scrive:

‘La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedere “Armi silenziosi per guerre tranquille”)’

Tale formulazione è del tutto aderente a ciò che hanno fatto i mass media di regime in occasione della strage di Parigi, che ha avuto come obiettivo il giornale satirico Charlie Hebdo. L’Occidente – di fronte ad una strage commessa da presunti jihadisti affiliati, dicono, ad Al Qaeda nello Yemen – si erge a difensore delle libertà contro il mondo islamico. Eppure una analisi razionale dei fatti è sufficiente per mandare in frantumi questa tesi.

Dividerò questo articolo in due parti; (1) nella prima farò alcune considerazioni sulla strage di Parigi ponendo delle domande che, spero, presto troveranno una risposta, (2) nella seconda affronterò la questione dell’ISIS che personalmente considero come il veleno wahabita per la religione islamica.

Procediamo per gradi.

Di fronte ad una strage come questa – e noi italiani avremmo pur imparato qualcosa dalla strategia della tensione – bisogna chiedersi:”A chi giova questa situazione di instabilità ?”

Per il momento ne hanno tratto diretto vantaggio un soggetto politico importante, il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, e una entità statuale imperialistica: Israele.

Come prima cosa è importante ricordare il legame che unisce il FN di Marine Le Pen e Israele; la natura post-neofascista del movimento lepenista si sposa ideologicamente con il carattere razzista (e quindi antidemocratico) del regime sionista. Cerchiamo di fare chiarezza..

Strage di Parigi: i mass media connotano l’attentato come di matrice jihadista e immediatamente il leader dell’estrema destra ( neofascista ) israeliana tuona in questo modo:”Israele è a fianco dell’Europa. L’Europa deve essere a fianco di Israele”. Ma contro chi ? Ovviamente contro il mondo arabo che cerca “di imporre all’umanità un nuovo medioevo”.

Israele ordina e i governi europei si apprestano a bloccare l’ingresso della Palestina nella Corte Penale Internazionale, nonostante i rappresentanti palestinesi abbiano tutto il diritto di chiamare in causa il regime sionista per i crimini commessi contro la popolazione di Gaza e della Cisgiordania. Non è un bel vantaggio tutto ciò per lo Stato imperialistico israeliano? E cosa c’entrerà mai il popolo palestinese con quello che avviene nella lontana Francia?

Marine Le Pen, dall’altra parte, rilancia la sua crociata islamofoba chiedendo la pena di morte contro i terroristi islamici (mentre contestualmente parla di superiorità della civiltà occidentale…) e rivendicando il passato della grande Francia colonialista, garante dell’ ordine nelle colonie. Abbiamo più volte spiegato su questo giornale l’avvicinamento della Le Pen ad Israele. Riporto un passaggio importante di un mio recente articolo:

“Il sostegno di Israele al FN è cruciale ed è bene portare alcuni esempi.

Nel novembre del 2011 Marine Le Pen incontra a New York l’ambasciatore israeliano negli Usa, Ron Prosor. Nonostante Israele pubblicamente non tratti l’episodio con entusiasmo, sottobanco i rapporti crescono.

Nello stesso anno il vicepresidente, Louis Aliot, parte per Tel Aviv accompagnato dal sionista di ferro, un militarista likudista, Michel Thooris. Questo signore è un apologeta della politica simil-fascista di Netanyahu e giustificò l’aggressione imperialista contro il Libano nel 2006 ed il massacro perpetrato durante l’operazione “Piombo Fuso” nel 2008. I rapporti si stringono e Thooris sarà accanto alla Le Pen nelle elezioni del 2012. Sempre Aliot rassicurò la lobby sionista che la Francia avrebbe sempre appoggiato Israele contro il mondo arabo e islamico e Marine Le Pen prese le difese dei picchiatori razzisti della Lega di difesa ebraica.

http://www.linterferenza.info/esteri/il-neoliberismo-di-marine-le-pen-e-la-sua-lunga-marcia-verso-israele/

Domanda: come si evolveranno i rapporti fra la Le Pen e Israele dopo questa strage? Dobbiamo aspettarci un ritorno integrale all’era Bush e una nuova ondata di razzismo islamofobo ? Quello che stiamo sentendo in televisione in questi giorni non lascia ben sperare.

E’ bene ricordare che le organizzazioni neofasciste (tranne sparuti gruppi privi di una reale consistenza politica) sono intrise di islamofobia; questi signori avranno campo libero nello sfogare il loro odio contro i musulmani, plaudendo alle crociate dell’occidente contro un mondo di cui in ultima analisi sono fondamentalmente ignoranti.

Un’ampia percentuale della classe lavoratrice francese è composta da migranti nord-africani quindi l’islamofobia consente alla borghesia europea ( in questo caso francese ) di colpire due bersagli importanti: (1) il mondo del lavoro ( nemico interno ), (2) i paesi arabi ( nemico esterno ). Tagli alla spesa pubblica, bassi salari ed aggressioni militaristiche, questa è la formula.

Mi sorge spontaneo porre un’altra domanda: la Francia sta davvero difendendo la democrazia? Sappiamo che la Francia tuttora colonialista è impegnata in diversi scenari di guerra. Leggiamo:

“L’esercito francese è impegnato in operazioni militari offensive non solo in Afganistan contro i talibani, ed in Iraq contro i takfiri dell’ISIS. In Africa, in difesa della sua tradizionale geopolitica coloniale, Parigi è impegnata in Mali (Opération Serval, 2800 soldati), in Ciad (Opération Epervier, 950 soldati), in Centroafrica (Opération Sangaris, 1200 soldati + Opération Boali, 410 soldati), nel Golfo di Aden (Opération Atalante 200 soldati), in Costa d’Avorio (Opération Licorne, 450 soldati). Dispone poi di basi permanenti in Gabon (922 soldati), in Senegal (343 soldati), in Gibuti (1975 soldati) , nelle isole dell’Oceano Indiano Mayotte e La Réunion (1277 soldati). Anche non tenendo conto delle centinaia di agenti militari e civili “coperti”, siamo ad un totale di più di diecimila mercenari armati fino ai denti

http://www.antimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3086%3Anon-nous-ne-sommes-pas-tous-charlie&catid=125%3Afrancia

Aggiungiamo anche i continui tentativi di destabilizzare lo Stato laico siriano (a cui la Franca partecipa attivamente) e il quadro è completo. In parole povere, un paese in piena attività neocolonialista, come è evidente. La Le Pen, su questo non c’è dubbio, ha un terreno fertile entro cui disseminare il suo veleno islamofobo.

Passiamo ora all’ISIS. La questione deve essere analizzata razionalmente evitando i facili slogan con cui i mass media normalmente l’affrontano.

2. L’ISIS – vale a dire lo Stato Islamico – è un prodotto dell’ alleanza fra gli Usa e l’orrenda dittatura al potere in Arabia Saudita.

La monarchia feudale saudita ha da sempre proprie ed autonome ambizioni egemoniche nell’area, ma a differenza dei grandi stati nazionali capitalisti e imperialisti, non dispone ancora di una propria macchina bellica, di conseguenza non può che agire sotto il protettorato nord-americano. In politica estera vige la regola ineludibile e spietata dei rapporti di forza; un paese, per affermarsi, deve farsi valere in un “braccio di ferro” che non riguarda solo l’alta finanza, ma anche i conflitti di intelligence e la potenza degli eserciti. Gli Usa dispongono di questa forza, di certo Israele, forse la Turchia, ma non i sauditi. La monarchia wahabita è quindi priva di un requisito fondamentale per potersi imporre come potenza egemone nell’area mediorientale.

L’alleanza fra Usa e Sauditi, dicevamo, ha portato alla formazione dell’ISIS. Quest’ultimo è stato ed è lo strumento utilizzato dalla monarchia saudita per distruggere la Resistenza irakena e non solo questa. E’ provato che prima ancora dell’aggressione alla Siria baathista ed agli Hezbollah libanesi, Israele abbia provato ad usare alcune cellule dell’ISIS contro la Resistenza palestinese e in particolare i gruppi islamici 1.

L’ISIS è dunque un braccio armato, non solo degli Usa e dei sauditi, ma anche di altri paesi filo-occidentali della regione, in particolare Turchia ed Israele. Gli Usa ed Israele, da grandi Stati imperialisti quali sono, cercano di orientare i vertici di tale organizzazione ( riuscendoci, comunque, molto bene ), mentre i sauditi ed il governo turco si contendono i militanti di base divisi fra l’ideologia wahabita e quella della destra dei Fratelli Musulmani ( i FM hanno all’interno anche alcune componenti “moderniste” ).

Negli ultimi anni gli Usa ed Israele hanno messo in piedi una vera e propria “fabbrica dei jihadisti” e, a quanto pare, poco importa se questi aderiscano al pensiero delle destra dei Fratelli Musulmani ( i FM turchi ) o a quello dei sauditi. Fonti attendibili ci dicono:

“Nel 1973, gli Stati Uniti cessarono le ricerche o, meglio, le trasferirono in Israele. Le ripresero solo nel 2001 e organizzarono a tal fine il campo X-Ray a Guantánamo sotto la direzione del professor Martin Seligman. Si trattava di ricorrere alle torture non tanto per far confessare le cavie, ma per inculcare loro delle confessioni immaginarie che avrebbero rivendicato fieramente. La pubblicazione delle indagini del Congresso su questi crimini viene ogni volta rinviata”.

http://www.voltairenet.org/article186021.html

Se ne evince come gli Usa abbiano creato una macchina da guerra contro i Movimenti di liberazione nazionale di ispirazione islamica ( Hezbollah, Hamas ), contro l’Iran e l’Islam sciita progressista e contro la sinistra rivoluzionaria ( maoisti turchi, PKK, Fpl palestinese ). Non male per i suoi alleati israeliani o sauditi…

James Petras ha paragonato, del resto, l’asse Usa – Arabia Saudita – ISIS ai rapporti fra l’imperialismo nord-americano ed i narcotrafficanti messicani. Leggiamo:

“Ci sono buone ragioni per considerare lo stretto rapporto di Washington con i reali sauditi tagliatori di teste, come parte di un’alleanza molto più ampia con spaventose brutalità. Per decenni, le agenzie anti-droga e le banche Usa hanno lavorato a stretto contatto con i criminali cartelli della droga in Messico sorvolando sulle loro famigerate pratiche di decapitare, smembrare ed esibire le loro vittime, fossero esse civili locali, giornalisti coraggiosi, poliziotti catturati o migranti in fuga dal terrore del Centro-America. I famigerati Zetas e i Cavalieri Templari si sono introdotti nei più alti livelli dei governi federali e locali messicani, trasformando i funzionari statali e delle istituzioni in clienti sottomessi e obbedienti. Oltre 100.000 messicani hanno perso la vita a causa di questo “Stato nello Stato”, un “ISIS” in Messico, solo “a sud del confine”. E proprio come l’ISIS in Medio Oriente, i cartelli ottengono le loro armi dagli Usa importandole proprio attraverso i confini del Texas e dell’Arizona. Nonostante questo raccapricciante terrore sul versante sud degli Usa, le principali banche del paese, tra cui Bank of America, Citibank, Wells Fargo e molte altre hanno riciclato miliardi di dollari di profitti della droga per i cartelli. Ad esempio, la scoperta di 49 corpi decapitati collettivamente nel maggio 2014 non ha spinto Washington a formare una coalizione mondiale per bombardare il Messico, né l’ha indotto ad arrestare i banchieri di Wall Street per aver riciclato il “sanguinoso bottino dei tagliatori di teste”.

http://www.resistenze.org/sito/te/cu/li/culiei30-015080.htm

I sacri banchieri di Al Qaeda continuano a battere cassa, nonostante gli sproloqui dei giornalisti occidentali.

L’attentato a Parigi contro un giornale satirico (ma con una forte vena islamofoba) , a chi ha giovato? Israele, Fronte Nazionale ( e quanti altri movimenti post o neofascisti europei ne trarranno vantaggio?) e sicuramente l’ISIS e Al Qaeda, proprio quelli che l’occidente dice di combattere ma finisce sempre per agevolare.

Nota:

Questo articolo http://www.infopal.it/perche-lisis-e-contro-hamas/ spiega molto bene la contrapposizione netta fra Hamas e l’ISIS. Ne riporto un passo eloquente:

“Hamas ha ripetutamente proclamato la distanza fra le sue basi ideologiche e il pensiero takfiri. Durante un’intervista rilasciata a Tasmin News, Osama Hamdan, il membro più in vista del politburo di Hamas, ha affermato: “La posizione di Hamas sulla questione della coesione islamica è di una chiarezza cristallina. Noi costituiamo una sola Umma e questa Umma deve avere un solo atteggiamento nei confronti dei suoi nemici. Chiunque dissemini tendenze settarie al suo interno sta dando fuoco alla sua stessa casa, all’Islam. Noi di Hamas crediamo che il principale obiettivo della nostra lotta sia costituito dal regime sionista supportato dagli USA e che questo sia l’unico vero obiettivo. Chiunque rifletta sui musulmani e sull’Islam, chiunque li supporti e tenti di favorirne la causa, dovrebbe compiere atti concreti contro il nemico sionista, perché questo è il principale obiettivo della lotta”.

Israele ha cercato più volte di strumentalizzare questa contrapposizione usando i miliziani dell’ISIS contro i guerriglieri islamici palestinesi, ovviamente fallendo. Su questo argomento tornerò a breve ma la lettura dell’articolo pubblicato su infopal fa estrema chiarezza su un punto, a mio parere, cruciale.

Del resto, uno degli obiettivi di questa strategia del terrore è quello di condizionare le opinioni pubbliche occidentali, spingendole a confondere e ad accomunare le organizzazioni terroristiche (Al Qaeda, Isis) con i vari movimenti di liberazione nazionale presenti nel mondo arabo. Per vincere la guerra esterna bisogna contestualmente vincere quella interna.

A Parigi non è morta soltanto la satira da: antimafia duemila

NEWS 229221di Salvatore Cannavò – 9 gennaio 2015

Tra le vittime di Charlie Hebdo anche l’economista Bernard Maris: fu fautore del default del debito pubblico e aveva svelato come le banche creavano dal nulla il denaro.
Non solo vignettisti. Non solo presunti nemici dell’Islam, ma anche un economista di valore, giornalista e umorista, uomo poliedrico capace di rientrare nella categoria dell’altermondialismo e, allo stesso tempo, di sedere nel Consiglio generale della Banca di Francia. Bernard Maris, Oncle Bernard (zio Bernard), come si firmava su Charlie Hebdo, economista nato nel 1946 a Tolosa, è tra le dodici vittime dell’attacco mortale al settimanale francese. Una morte che sa di beffa perché Maris è di quelli che non ha esitato a inchiodare l’economia occidentale, ed europea, alle proprie responsabilità.

Estimatore di John Maynard Keynes, a cui ha dedicato uno dei suoi libri, candidato al Parlamento dai Verdi, Oncle Bernard ha sempre avuto una spiccata sensibilità di sinistra. Che lo ha portato a divenire membro del consiglio scientifico di una delle associazioni che hanno dato vita al movimento anti-globalizzazione, Attac France. Ma, oltre a un impegno politico e civile, ha frequentato anche l’accademia e l’economia ufficiale. Era associato in scienze economiche e professore all’Istituto di studi europei dell’Université Paris VIII. E, in virtù di queste qualità oltre che di un’evidente volontà di contrappeso politico, nel 2011 viene nominato dal presidente del Senato di allora, il socialista Jean-Pierre Bel, nel consiglio economico della Banca di Francia. A lui si è riferito il governatore francese, Christian Noyer, nel condannare ieri l’attacco definito “un atto codardo e barbaro contro la libertà di stampa e quelli che la difendono”. Persone di grandi ideali, “tra le quali il nostro amico e collega Bernard Maris, un uomo di cuore, di cultura e di una grande tolleranza. Ci mancherà tanto”.

Tra i suoi scritti si ritrovano testi dai titoli non convenzionali come Ah Dieu! que la guerre économique est jolie !, (“Dio, quanto è bella la guerra economica”) oppure Lettre ouverte aux gourous de l’économie qui nous prennent pour des imbéciles (“Lettera aperta ai guru dell’economia che ci prendono per imbecilli”) ma anche Marx, ô Marx, pourquoi m’as-tu abandonné ? (“Marx, o Marx, perché mi hai abbandonato?”).

Tra le sue proposte non convenzionali per risolvere la crisi economica ne spiccano due: il default del debito pubblico perché “tutti i Paesi europei – come ha scritto – dovranno, prima o poi, rassegnarsi a cancellare una parte del debito. Occorre rinegoziare la parte che supera il 60% del Pil”. Maris era però anche fautore del “reddito minimo di esistenza” un “reddito da elargire a ciascun essere umano, ricco o povero, da conservare per tutta la vita e cumulare con qualsiasi altro reddito o patrimonio”. Un modo per sganciarsi dal lavoro in una società che il lavoro non lo garantisce più.

Nel numero di Charlie Hebdo uscito il 7 gennaio, Maris si è distinto anche per una recensione positiva dell’ultimo libro di Michel Houellebecq, Sottomissione, attorno al quale le polemiche non sono mancate e non mancheranno anche in relazione all’attentato di ieri. Al romanziere francese, Maris aveva già dedicato un libro Houellebecq economista, i cui romanzi hanno una “intelligenza del mondo contemporaneo impregnata di economia”. “Così come, leggendo Kafka, scrive Maris, comprenderete che il vostro mondo è una prigione e, leggendo Orwell, che il cibo che si serve a tavola è una bugia, leggendo questo aspetto economico di Michel Houellebecq saprete che la colla che frena i vostri passi, vi rammollisce, vi impedisce di muovervi e vi rende così tristi e così tristemente patetici, è di natura economica“. I tre guerriglieri killer hanno ucciso anche questo.

 

(9 gennaio 2015)

Link articolo

***BERNARD MARIS ASSASSINATO OGGI A PARIGI

di Nicoletta Forcheri (Informarexresistere.fr)

Bernard Maris, uno degli economisti più noti in Francia, reporter su France Inter e membro del consiglio generale della Banque de France ha rivelato tutto in un documentario recente sul “Debito” prodotto da Nicolas Ubelmann e Sophie Mitriani. Quando gli fai la domanda “Da dove viene il denaro prestato dalle banche?” la sua risposta stupefacente:

Le banche lo fabbricano esse stesse con l’autorizzazione della banca centrale. Ad esempio, compri un immobile che vale 500000. Ebbene la banca produrrà 500000 euro dal nulla. Dirai che non fabbrica 500000 in banconote. Si, fabbrica 500000 banconote che possono prestarti. Solo che è una scrittura contabile, perché contano sul fatto che non andrai mai a prendere 500000 euro in banconote per comprare l’immobile, lo paghi con un assegno. Ma è la stessa cosa. Se lo volessi pagare in banconote, ti darebbe 500 mila in banconote che andrebbe a prendere alla Banca centrale dicendo, ecco ho un credito nei confronti di Untale, che vale 500 mila euro, che cosa mi date in cabio? E la Banca centrale dice, vi do 500 mila euro in banconote. Solo che visto che le banconote non sono mai richieste, circolano nella forma di scrittura. Ma bisogna capirlo. Quando lo si è capito, si è capito tutto della moneta. E cioè che la banca fabbrica dal nulla i soldi. E’ il mestiere del banchiere. La banca crea dal nulla i soldi. E’ molto difficile da capire”.

http://www.antimafiaduemila.com/2015010953150/estero/a-parigi-non-e-morta-soltanto-la-satira.html

«Liberté, égalité, fraternité» e il loro doppio Fonte: Il Manifesto | Autore: Marco Bascetta

Je suis Charlie. L’intollerabile integralismo delle furie islamiste e dei paladini dell’Occidente. A ciascuno i suoi fanatici da debellare. La nostra idea di civiltà esclude lo scontro di civiltàIl giu­di­zio della stampa di tutto il mondo è quasi una­nime: la mat­tanza pari­gina rap­pre­senta un attacco alla libertà, col­pita in una delle sue espres­sioni più clas­si­che ed espli­cite, la satira con­tro il potere, la morale, i dogmi di tutte le religioni.

Giu­sto, non c’è da ecce­pire. Non­di­meno sulle ban­diere della Rivo­lu­zione fran­cese sta­vano scritte tre parole: liberté, éga­lité, fra­ter­nité. Con­verrà allora esa­mi­nare l’orrenda ese­cu­zione di massa nella reda­zione di Char­lie Hebdo e le sue pre­ve­di­bili con­se­guenze alla luce di cia­scuna di que­ste parole.

Comin­ciamo dalla prima, liberté. L’islam poli­tico (e il rap­porto stretto tra Islam e poli­tica è dato dalla sua stessa genesi sto­rica fuori da qual­siasi con­te­sto sta­tuale pre­e­si­stente) è indub­bia­mente nemico della libertà. Non c’è biso­gno di guar­dare alle sue espres­sioni più estreme, come il calif­fato di Al-Baghdadi, per con­sta­tarlo. O all’opulento oscu­ran­ti­smo sau­dita. Basta già rivol­gere lo sguardo alla Tur­chia par­la­men­tare e semieu­ro­pea di Erdo­gan per met­tersi sull’avviso. Quando par­liamo di Islam l’attrito tra lai­cità e reli­gione, tra diritti indi­vi­duali e norme comu­ni­ta­rie è garan­tito. Anche se non è neces­sa­ria­mente desti­nato a sfo­ciare in atti di estrema vio­lenza o in con­di­zioni di sof­fo­cante oppressione.

Resta il fatto che un miliardo e mezzo di per­sone, con diversi gradi di orto­dos­sia e con­vin­zione, pro­fes­sano que­sta reli­gione. Se non si col­tiva l’idea folle di risol­vere il pro­blema alla maniera dei cro­ciati, o quella, non meno stram­pa­lata, di seg­men­tare il pia­neta in com­par­ti­menti sta­gni, que­sto attrito deve essere fron­teg­giato con gli stru­menti dell’intelligenza poli­tica e lo svi­luppo delle lotte demo­cra­ti­che nei paesi isla­mici e in Europa.

Non man­cano, però, tra quanti in que­sti giorni cele­brano i gior­na­li­sti di Char­lie come mar­tiri della libertà, nume­rosi pala­dini della supe­rio­rità occi­den­tale che, tra furori proi­bi­zio­ni­sti, cam­pa­gne omo­fobe, tol­le­ranza zero e ana­temi con­tro la «società per­mis­siva», intat­ten­gono un rap­porto a dir poco pro­ble­ma­tico con la libertà. Imma­gino che alle matite anar­chi­che di Char­lie non sarebbe affatto pia­ciuto diven­tare un sim­bolo per que­sta gente.

Non sono solo gli isla­mi­sti a non avere ancora dige­rito la Rivo­lu­zione francese.

Il secondo ber­sa­glio degli atten­ta­tori di Parigi è éga­lité. Nes­sun pre­sunto deten­tore di verità asso­lute può con­tem­plare l’idea di egua­glianza, se non nel senso di una con­ver­sione più o meno for­zata. Del resto, i regimi isla­mici pog­giano su prin­cipi for­te­mente gerar­chici e, dopo il tra­monto del nazio­na­li­smo arabo, sull’indiscusso potere dell’autorità religiosa.

Tut­ta­via, i guar­diani dell’Occidente su que­sto punto pre­fe­ri­scono tacere, poi­ché sostan­zial­mente con­di­vi­dono, a loro modo, il punto di vista degli avversari.

I più espli­citi, citando Oriana Fal­laci, si dichia­rano appar­te­nere a una «civiltà supe­riore» e dun­que in diritto di discri­mi­nare non solo chiun­que pro­venga da un diverso ambito cul­tu­rale, ma anche il dis­senso al pro­prio interno nel momento in cui superi con­fini che vanno sem­pre più restrin­gen­dosi. All’eguaglianza dei diritti oppon­gono fil­tri, bar­riere e con­di­zioni. L’integrità dei prin­cipi di que­sti patrioti dell’Occidente non ammette con­ta­mi­na­zioni né evo­lu­zione alcuna. Infine, éga­lité met­te­rebbe in que­stione le gerar­chie, le stra­ti­fi­ca­zioni sociali e il sistema di pri­vi­legi cui sono affe­zio­nati. Dun­que, se gli uomini del calif­fato, ben con­vinti a loro volta di rap­pre­sen­tare una «civiltà supe­riore», le spa­rano addosso, tanto meglio.

Fra­ter­nité, la più desueta e cri­stiana delle tre parole, è con tutta evi­denza spaz­zata via da quel taglio netto tra «fedeli» e «infe­deli» che guida la mano degli assas­sini. Fra­ter­nità potrà darsi solo quando l’intero pia­neta avrà fatto dell’Islam il suo credo. Non è l’antidoto alla guerra, ma il suo risul­tato. Fatto sta che anche in que­sto caso i cri­stia­nis­simi difen­sori della civiltà occi­den­tale pre­fe­ri­scono aste­nersi da com­menti. Un sif­fatto prin­ci­pio impe­di­rebbe infatti di con­si­de­rare i migranti come pura e sem­plice minac­cia, impo­nendo una qual­che forma di inter­vento soli­da­ri­stico nei con­fronti di chi fugge dalla fame e dalla guerra.

Fra­ter­nitè è però anche un prin­ci­pio che pre­tende di distin­guere tra i sin­goli e le loro comu­nità, tra gli indi­vi­dui e i loro con­te­sti cul­tu­rali. Il prin­ci­pio cri­stiano della «cen­tra­lità della per­sona», se non se ne vuole fare solo una ban­die­rina per le cro­ciate con­tro l’aborto o l’eutanasia, dovrebbe signi­fi­care appunto que­sto. Poche espres­sioni sono prive di senso quanto la «fra­tel­lanza dei popoli», che in genere cor­ri­sponde agli inte­ressi dei loro gover­nanti e alle loro tre­gue armate.

Que­sta distin­zione tra indi­vi­dui e comu­nità è esat­ta­mente ciò che i sacer­doti dell’individualismo occi­den­tale para­dos­sal­mente rifiu­tano, ragio­nando per gruppi etnici e tra­di­zioni cul­tu­rali. Ci siamo «Noi» e «Loro», gli «isla­mici» e i «civi­liz­zati». Il qua­dro dello «scon­tro tra civiltà» è com­pleto. E la vit­to­ria dell’integralismo e dell’ intol­le­ranza anche. Lo schema della guerra santa può essere insi­dio­sa­mente laicizzato.

Così, dalle ceneri della Fra­ter­nité uni­ver­sa­li­stica ne sorge un’altra, nazio­nale, iden­ti­ta­ria, «bianca», se non quanto al colore della pelle certo quanto alla mentalità.

Quella dell’ «unità nazio­nale», dei «valori con­di­visi», quella che chiede di strin­gersi tutti con­tro il nemico esterno, quella allu­ci­nata che — nutrita da una ormai vasta let­te­ra­tura, dalla pio­nie­ri­stica Fal­laci al pole­mi­sta tede­sco Thilo Sar­ra­zin (La Ger­ma­nia si auto­di­strugge), al fran­cese Eric Zem­mour (Il sui­ci­dio fran­cese), per­fetta l’assonanza tra i due titoli, fino alla fan­ta­po­li­tica di Houel­le­becq — pensa dav­vero che un giorno l’Europa possa tra­sfor­marsi in un Calif­fato. Ipo­tesi cui nem­meno Al-Baghdadi, ragio­ne­vol­mente dedito a desta­bi­liz­zare i «regimi arabi mode­rati», crede minimamente.

Se doves­simo mar­ciare insieme a Marine Le Pen e Mat­teo Sal­vini, per non par­lare dei fasci­sti tede­schi di Pegida, in difesa di una idea comune di «civiltà», allora il «Noi» fini­rebbe per asso­mi­gliare sem­pre di più a quello per­se­guito dai mili­ziani della guerra santa.

A cia­scuno i suoi inte­gra­li­sti da debel­lare. Il Calif­fato non giun­gerà a gover­narci, ma la vita quo­ti­diana rischia di diven­tare molto infelice.

Renzi domani alla Granarolo:i lavoratori incrociano le braccia per protesta Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Oggi il primo ministro Matteo Renzi va ad inaugurare la nuova sede della Granarolo a Bologna. I dipendenti del colosso cooperativo hanno quindi deciso di incrociare le braccia per due ore, dalle 9 alle 11, dando vita ad un presidio davanti allo stabilimento. Si tratta, spiega una nota della Flai-Cgil, di un’iniziativa “contro le politiche messe in campo dal governo Renzi in materia di lavoro e a sostegno di un’alternativa a politiche di austerity in cui a pagare sono
sempre i piu’ deboli, nell’ambito delle iniziative di lotta proclamate dalla segreteria nazionale Cgil”. Precarieta’ “estesa all’infinito, demansionamento, controllo a distanza, voucher: con il Jobs act- continua la Flai-Cgil- il governo Renzi trasforma il rapporto di lavoro tra azienda e lavoratore nella medesima relazione che intercorre tra il caporale ed il bracciante”, ma “non e’ di questo che ha bisogno il Paese per uscire dalla drammatica situazione che ogni giorno e’ costretto a vivere”. Il sindacato punta il dito su mancanza di lavoro e di investimenti, evasione, corruzione, malavita organizzata, inefficienza della macchina burocratica, definendoli “i veri problemi del Paese che l’azione del Governo non affronta condannando il Paese ad una lunga agonia”.
L’appuntamento con Renzi, atteso assieme al ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, e’ in via Cadriano, nella storica sede di Granarolo alle 9.30. Dopo i saluti del sindaco Virginio Merola, del presidente della Regione Stefano Bonaccini e della presidente di Legacoop, Rita Ghedini, il numero uno di Granarolo, Gianpiero Calzolari, illustrera’ il piano di sviluppo del gruppo. A seguire gli interventi di Martina e Renzi.