Sit in davanti alla prefettura: JE SUIS CHARLIE 8 gennaio 2015 ore 18- cgil anpi e tante altre persone

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Medicina del lavoro: malata d’Europa | Fonte: rassegna

La medicina del lavoro in Europa è malata, quasi in condizioni da pronto soccorso. Tra i primi fattori la carenza di specialisti. L’età media dei medici del lavoro, poi, è sempre più elevata, ma nella professione non entrano nuove leve. In alcuni paesi europei ci sono meno di 10 medici per 100 mila lavoratori e meno del 30% dei lavoratori sono coperti dai servizi di medicina del lavoro. Questi alcuni dei dati che sostanziano l’allarme lanciato da HesaMag , il periodico sulla salute e sicurezza sul lavoro pubblicato dall’ Etui , l’istituto di ricerca della confederazione europea dei sindacati (Ces, o Etuc in inglese).

Le conseguenze di questa situazione sono pericolose, ammonisce l’Etui, che nel periodico ha cercato di identificare i principali fattori che stanno minando i servizi di medicina del lavoro in Europa : oltre a quelli citati sopra, il superlavoro che sabota la qualità dei servizi; la perdita di contatto diretto con le reali condizioni dei lavoratori; il calo di interesse e la sensazione di essere abbandonati; la commercializzazione e privatizzazione della salute e sicurezza.

“I medici del lavoro – si legge nella rivista – hanno un ruolo chiave nella prevenzione della salute nella maggior parte dei paesi europei. Sono lì per aiutare i lavoratori a fare in modo che il loro lavoro non danneggi la salute. La conoscenza dell’ambiente di lavoro permette loro anche di spingere le imprese a migliorarlo”. Ma anni di continuo peggioramento delle condizioni professionali in cui i medici esercitano “rappresentano una vera e propria minaccia per la salute e la sicurezza”.

Alcuni medici – accusa l’Etui – svolgono compiti di sanità pubblica che dovrebbero essere eseguiti da altri. E c’è “ una tendenza, incoraggiata dai datori di lavoro in generale, a considerare il medico più come un addetto al controllo dell’assenteismo – anche, in alcuni casi, alla selezione delle assunzioni – che come un attore chiave nel miglioramento dell’ambiente di lavoro”.

La crisi economica non migliora la situazione. “L’intero mercato del lavoro europeo si sta frammentando”, scrive Wim van Veelen (del Comitato consultivo per la sicurezza e la salute sul lavoro) in uno dei contributi ospitati da HesaMag, e sempre più persone, pur di mantenere il posto o di trovarne uno nuovo, “accettano contratti brevi, a tempo determinato, o diventano autonomi. Inoltre – prosegue van Veelen – i lavoratori in Europa sono costretti a lavorare, e quindi a restare in buona salute, più a lungo. Stanno emergendo nuovi rischi , come l’esposizione alle nanoparticelle e l’uso di una nuova generazione di dispositivi digitali (tablet e smartphone), che rende i dipendenti reperibili 24 ore al giorno, mentre la legislazione che dovrebbe proteggerli da questi nuovi rischi è in ritardo”.

L’esperto accusa anche la Commissione europea che, “invece di rafforzare la tutela dei lavoratori, sta cercando di annacquare la legislazione sociale, con il pretesto che ‘l’Europa deve far fronte alla concorrenza dei paesi emergenti’”.

“Cavalcando l’onda della libera economia di mercato – prosegue van Veelen –, molti Stati membri non sono riusciti a resistere al canto delle sirene e hanno avviato programmi per privatizzare i loro sistemi sanitari. Così anche la tutela della salute e sicurezza è diventata un prodotto commerciale . La ricerca del profitto e del sistema di mercato, da un lato, e l’assistenza sanitaria, dall’altro, sono difficili da conciliare, e il risultato è lo sgretolamento dei servizi di prevenzione e un declino nella qualità delle cure fornite ai lavoratori”.

Un altro problema segnalato dalla rivista è che in molti Stati membri la professione rischia di sparire . I giovani studenti optano sempre più per la specializzazione in discipline alternative o per la medicina generale. La carenza di medici del lavoro è un dato di fatto già in molti paesi europei “Resta da vedere se l’Europa avrà ancora abbastanza medici del lavoro nel prossimo futuro”. Tutto dipende dalle scelte che faranno le classi dirigenti europee per risolvere il problema.

L’obiettivo principale di datori di lavoro e assicurazioni – denuncia HesaMag – è ridurre al minimo i costi dell’assenteismo . “Una tendenza che i fornitori di servizi di salute e sicurezza sul lavoro, insieme alle imprese e ai professionisti privati che controllano le assenze, hanno saputo sfruttare immediatamente”. “I medici delle aziende non hanno quasi più nessun contatto con i lavoratori. Il loro compito è farli tornare il prima possibile in produzione”, commenta a HesaMag Frank Van Dijk, medico del lavoro olandese con un’esperienza di oltre quattro decenni. In Olanda, “fatte salve un paio di grandi aziende, la situazione per quanto riguarda la prevenzione è deplorevole . Il numero degli infortuni sul lavoro non diminuisce dal 2005 e la maggior parte delle malattie professionali – conclude Van Dijk – non vengono rilevate né riconosciute”.

I dipendenti delle piccole e medie imprese, infine, spesso non hanno diritto ad alcun servizio di tutela della salute e sicurezza. Ancora più grave la situazione di molti lavoratori autonomi e interinali per i quali, denuncia sempre HesaMag, “è praticamente impossibile ottenere cure e assistenza”. ( D.O. )

Autore: fabrizio salvatori Charlie Hebdo, decine di migliaia in piazza in Francia per la libertà d’espressione e contro l’intolleranza.da: controlacrisi.org

“Sto al fianco di Charlie Hebdo, come tutti dobbiamo essere, per difendere l’arte della satira che è stata sempre una forza di libertà e contro la tirannia, la disonestà e la stupidità”. Così Salman Rushdie ha condannato su Facebook l’attacco terroristico di oggi contro il settimanale francese al quale ha espresso la sua solidarietà adottando, su Twitter, l’hashtag #JeSuisCharlie.
Uno dei pochi commenti che si sottrae alla marea islamofobica e reazionaria che sta montando da più parti con il chiaro obiettivo di scatenare una ondata di repressione “sempre utile”. Una giornata nera, quindi, per la critica corrosiva ed intelligente, in cui anche uno come Silvio Berlusconi, che contro la satira e la stampa più in generale ha sempre tuonato e vomitato parole di fuoco, di dire la sua.

Intanto, sono decine di migliaia le persone scese in piazza in tutta la Francia per esprimere la loro solidarietà e sostegno alla libertà di espressione. Secondo i primi dati ufficiali, riportati da Bfm Tv, sono quasi 20 mila le persone in piazza a Parigi, oltre 10 mila a Lione e Tolosa, 4 o 5 mila a Marsiglia. Superano il migliaio anche i presenti ai raduni di Lille, Bordeaux e Nantes. Intanto, diversi partiti, associazioni di giornalisti e gruppi per la libertà di stampa hanno indetto per
i prossimi giorni una lunga serie di sit in, cortei e altre forme di mobilitazione.

“La religione, una forma medievale di irrazionalità, quando si combina con le armi moderne diventa una reale minaccia alle nostre libertà”, ha aggiunto o scrittore anglo indiano contro il quale l’yatollah Khomeini emanò nel 1989 una fatwa nella quale veniva condannato a morte per aver compiuto “blasfemia nei confronti dell’Islam” nel suo libro “I versetti satanici”.

L’attentato contro Charlie Hebdo ha decimato la redazione dello storico settimanale satirico francese, nato sulle ceneri di Hara Kiri Hebdo, proibito in Francia nel 1970 dopo una copertina giudicata insultante nei confronti del generale De Gaulle, appena morto. Stéphane Charbonneau – questo il vero nome – si era sempre detto pronto a morire in piedi piuttosto che rinunciare alla libertà di espressione di cui Charlie Hebdo si è sempre proclamato paladino in Francia, pubblicando, tra l’altro, anche le vignette del profeta Maometto, quelle che nel 2006 dalla Danimarca avevano infiammato tutto il mondo islamico, provocando
numerosi morti. A France Info lo stesso Charb spiegava che la caricatura, in particolare quella più dura ed intransigente, permetteva di “sublimare la violenza: chissà cosa saremmo diventati senza la matita”. E agli islamici che lo accusavano di essere blasfemo, Charb aveva risposto, spiazzandoli: perché‚ non fate una rivista satirica contro di noi, i laici?

George Wolinski, 80 anni, era molto famoso anche in Italia, dov’è stato rivelato dal Linus di Oreste del Buono. Nato a Tunisi nel 1934, era considerato uno dei maestri del fumetto erotico francese, molto attento alla condizione femminile, sedicente “simpatico fallocrate” in un universo femminile sempre più libero e liberato in un paese come la Francia. Era anche un ottimo scrittore.
Cabu, 77 anni, è considerato un gigante del reportage a fumetti, ed aveva una tecnica quasi fotografica, oltre ad un senso del racconto dal ritmo cinematografico. E’ diventato famoso con il Grand Duduche, una sorta di studente ‘nerd’, alto e con gli occhialini tondi simili a quelli del suo autore. Ha coniato anche la figura del ‘Beauf’ (il cognato), cioè il francese medio e di mezza età, con la pancia e i baffi spioventi, un vero e proprio re della banalità e del luogo comune.

Tignous, 58 anni, infine. Bernard Verlhac, questo il suo vero nome, era forse il meno famoso dei quattro vignettisti-star di Charlie Hebdo, ma era altrettanto caustico dei suoi colleghi. Due esempi tra gli altri: la copertina di Charlie Hebdo dedicata a Gerard Depardieu pronto a scappare in Belgio per non pagare le supertasse francesi (“Può il Belgio accogliere tutto il colesterolo del mondo?” si legge accanto al ‘faccione’ dell’attore). E quella sul post primavera araba. Sotto la didascalia “Dopo la primavera araba, l’estate araba”, si vede una giovane donna in topless con il viso nascosto da un hijab.

Libri & Conflitti. HAPPY BIKE. Pedalando verso la felicità Autore: isabella borghese da: controlacrisi.org

Happy Bike. Pedalando verso la felicità. Un titolo azzeccatissimo per questo libro di Alfredo Bellini, edito da una realtà editoriale del territorio di Scampia, Marotta&Cafiero, e in cui “bicicletta e felicità” si presentano come le parole chiave o la guida migliore per immergersi in questa piacevole lettura.

La bicicletta tra queste pagine, infatti, brilla per il suo potere innato, ineccepibile, che mentre vorrebbe difendere in pieno la salute dei nostri territori, migliora la qualità della vita delle persone che questi stessi li abitano.

Non è un’illusione, questo lo dimostra anche il World Happiness Report 2013, pubblicato dall’UNSDSN, che ha analizzato il tasso di felicità di 130 paesi nel mondo. E proprio la classifica vede nei primi cinque paesi i più ciclabili di tutto il pianeta.
L’Italia risulta, invece, al quarantacinquesimo posto. Un paese ancora troppo lontano dalla felicità! Verrebbe da commentare.
Si capisce bene in queste pagine di Bellini, e con chiarezza, che la bici detiene il pregio di uscirne come il mezzo attraverso il quale raggiungere questa ricercatissima felicità.

Eppure non possiamo trascurare che questo brillare, nella maggior parte delle metropoli attuali, viene ancora oscurato e quindi sottovalutato per sorreggere e in qualche modo agevolare il capitalismo, di cui l’automobile ne è figlia, e così minacciare di continuo la qualità della vita dei cittadini, di quei venti milioni in Italia che somigliano al signor Volante, di cui ci racconta Bellini. Sono signori che la mattina si alzano e si chiudono dentro le automobili pieni di “rabbia, amarezza, fretta, stanchezza, stress, ansia, solitudine, depressione e tanta infelicità”.

Da contraltare a tutto questo c’è un’affermazione di Bellini da leggere soprattutto come un augurio a tutti i ciclisti e come incoraggiamento per chi ancora non ha riniziato a pedalare, dopo gli anni dell’infanzia: una persona che va in biciletta è una persona felice.

Perché? La risposta è ben distribuita in questo libro. Perché andare in bici permette di riscoprire il tempo delle lentezza che poi è quello del pedalare “senza l’urgenza del dover essere, del dover fare”. Perché la bici permette di avvicinarci ai luoghi, “il sangue circola più veloce, il cuore batte più forte, ci i sente vivi e felici”. Perché, anche e non meno importante, con essa è possibile riscoprire le emozioni che la natura trasmette…

Da chi imparare? Forse da Bogotà, Siviglia, Copenaghen, Portland, Barcellona, Friburgo, Amburgo, dove le amministrazioni hanno investito a favore della bicicletta. In Italia, spiega Bellini, si potrebbe ripartire dall’open street, la realizzazione di un modello nuovo di città relazionale. Fare in modo, dunque, che il traffico delle persone sostituisca quello delle automobili.In appendice consigli per pedalare felici e in sicurezza. Happy Bike, il libro perfetto per chi cerca incoraggiamenti per riprendere la bici e per chi vuole scoprire il legame tra questo mezzo a pedali e la felicità.

HAPPY BIKE. PEDALANDO VERSO LA FELICITA’
di Alfredo Bellini
Marotta&Cafiero
Le api
pagine 109
euro 10,00 

Per i morti del Charlie Hebdo: aboliamo ogni tutela legale del sacro Fonte: micromega | Autore: Raffaele Carcano *

Soltanto un mese fa il rapporto sulla libertà di pensiero mostrava quanto criticare la religiose fosse un’attività a rischio, nel mondo. Specialmente nei paesi a maggioranza musulmana.

Ieri, la repressione della libertà di espressione è arrivata anche sul continente europeo. In maniera terrificante. Jihadisti reduci da esperienze di guerra in Medio Oriente hanno assaltato la sede del Charlie Hebdo compiendo una strage. Vigliacchi incapaci di argomentazioni, ma in assetto paramilitare, hanno trucidato bestialmente dodici persone inermi, che armate soltanto di una matita si battevano per la libertà di tutti.

Il Financial Times li ha definiti “giornalisti stupidi” , gente che se l’è andata a cercare. Stupidi. Stupidi come i partigiani di fronte all’esercito nazi-fascista, stupidi come le vittime della mafia. Stupidi come le centinaia di migliaia di cittadini che ieri sera hanno riempito le piazze francesi, manifestando per un’idea di libertà che è enormemente più ampia di quella di mercato. I vignettisti e i giornalisti di Charlie Hebdo lottavano per la libertà di espressione di tutti, per poter dire “no” a qualunque potere e a qualunque ideologia totalitaria, religiosa o non religiosa che sia. L’autocensura è sempre una rinuncia alla propria libertà e, nel contempo, un invito a tutti gli altri a fare altrettanto per mera convenienza personale, ed è impressionante che siano stati altri giornalisti a scriverlo.

Un mese fa avevamo invitato le associazioni islamiche italiane a un’azione comune, basata sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, contro le discriminazioni commesse in nome o contro la religione. Non c’è stata risposta. Il mondo musulmano, purtroppo, sta facendo decisamente troppo poco per fronteggiare un fenomeno ormai planetario. Anche ieri le reazioni sono state deboli, talvolta addirittura offensive. L’imam di Drancy ha sostenuto che gli attentatori non hanno nulla a che fare con l’islam, sono soltanto “l’impersonificazione del diavolo”.

Dalil Boubakeur, rettore della grande moschea di Parigi e presidente del Consiglio francese del culto musulmano, ha detto che si tratta di un “colpo portato all’insieme dei musulmani”.

Ma l’insieme dei musulmani comprende anche coloro che hanno assaltato la redazione gridando “Dio è grande” e “abbiamo vendicato il profeta”! Non si può addurre alcuna scusa: è stato un atto di guerra compiuto in nome di Dio e della religione. Contro un giornale che era stato denunciato per vilipendio, esso sì, dall’insieme delle organizzazioni musulmane francese. Quale messaggio hanno trasmesso in questo modo ai loro fedeli più esagitati? Quanto incitamento alla jihad, non stigmatizzato, è stato pubblicato su internet nei mesi scorsi?

Una tradizione islamica riconduce a Maometto la decisione di far uccidere una poetessa, Asma bint Marwan, che lo aveva deriso: non è forse il caso di prendere le distanze da certi retaggi, da certi passaggi contenuti nei testi sacri che costituiscono modelli comportamentali incompatibili con qualunque religione si pretenda “di pace”?

Non può esserci civiltà democratica laddove la critica alla religione (e anche all’ateismo, ovviamente) non è libera. Le comunità religiose abbiano dunque il coraggio di rinunciare per prime a ogni protezione legale riservata al “sacro”, “al sentimento religioso”. Dio, se esiste, non ha certo bisogno di qualche legge per proteggersi. I leader religiosi invece sì, perché servono a immunizzarsi dalle critiche, a dotarsi di uno strumento utile alla conservazione del proprio potere. Ora devono scegliere da che parte stare: dalla parte della libertà di tutti o dalla parte del privilegio per sé.

Nei giorni scorsi tante voci, in Francia, hanno evidenziato un certo affanno nel comunicare l’importanza di avere istituzioni neutrali. L’assalto al Charlie Hebdo, proprio perché è una dichiarazione di guerra a un diritto umano fondamentale, può rappresentare uno di quegli eventi decisivi nella storia umana. Una risposta laica non può certo essere una reazione uguale e contraria a quella dei barbari assalitori, non può essere costituita dal rigurgito identitarista del “se ne ritornino tutti a casa loro, la nostre radici sono e resteranno cristiane” che possiamo trovare in troppi commenti. Una risposta laica non si dovrà mai abbassare al livello di selvaggi istinti tribali, ma dovrà far capire che la libertà è un bene così prezioso che, per difenderla, siamo disposti a batterci fino in fondo.

La libertà di espressione tutela tutti: atei, musulmani, cristiani. Se tutti, a cominciare dai legislatori, ci impegnassimo a rafforzarla, daremmo la risposta più potente a ogni terrorismo oscurantista. E i dodici caduti di Parigi non saranno morti invano.

* segretario Uaar