Tritolo per Di Matteo, boss Graziano: “Cercatelo nei piani alti” da: antimafia duemila

graziano-finanzaPer i pm era tra gli organizzatori dell’attentato

di Miriam Cuccu – 2 gennaio 2015
“Dovete cercarlo nei piani alti”. Il boss Vincenzo Graziano (in foto) parla del tritolo per Di Matteo, che sarebbe arrivato dalla Calabria – secondo il neopentito Vito Galatolo – per l’attentato al magistrato che, insieme ai colleghi Teresi, Del Bene e Tartaglia, si occupa del processo trattativa Stato-mafia. Il costruttore è stato recentemente arrestato con l’accusa di essere uno degli organizzatori del piano di morte a Di Matteo. “L’esplosivo per Di Matteo dovete cercarlo nei piani alti”, parole che ora Graziano nega di aver mai pronunciato, così come di essere l’uomo fotografato dalla Guardia di Finanza insieme a Vito Galatolo, che prima di essere arrestato nell’operazione Apocalisse lo scorso giugno aveva un ruolo di spicco nella preparazione del piano.

La frase pronunciata da Graziano è stata oggetto dell’interrogatorio svolto davanti al gip Petrucci. Tanto più che i duecento chili di tritolo ancora non si trovano, nonostante le perquisizioni nei posti indicati da Galatolo come probabili nascondigli. Ma a cosa allude il boss Graziano quando parla di “piani alti”? Ad una indicazione, ad una battuta ironica? O forse a quegli ambienti di potere “alti”, della mafia o dello Stato, che effettivamente premono per l’uccisione del pm Di Matteo? Galatolo, quando aveva parlato di mandanti per il piano di morte al magistrato di Palermo, aveva detto: “sono gli stessi di Borsellino”. Per non parlare della missiva – proseguiva il racconto del pentito – in cui il boss Matteo Messina Denaro scriveva che bisognava uccidere Di Matteo perché “Mi hanno detto che si è spinto troppo oltre”. Ma chi l’avrebbe detto a Messina Denaro? Intanto il tritolo continua a sfuggire dalle mani degli inquirenti. Secondo Galatolo si troverebbe ancora a Palermo e “rende sempre attuale il rischio di un attentato”. Anche perché l’ordine di morte non è stato mai revocato.

Pensioni, dal primo gennaio quattro mesi in più per lasciare il lavoro. Grazie Renzi! | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Per andare in pensione saranno necessari quattro mesi in più a partire dal 2016. A confermarlo è il decreto del ministero dell’Economia, pubblicato in Gazzetta Ufficiale allo scadere del 2014 sull’aumento delle aspettative di vita. I requisiti d’età per le diverse categorie, lavoratori del pubblico o del privato, uomini e donne, saranno così spostati in là di una stagione, ma le novità non si fermano qui: viene aggiornato anche il sistema delle quote, che vigeva per tutti prima dell’arrivo della riforma Fornero e che ora resta in piedi per determinati target, tra cui però ci sono anche gli esodati, nonché‚ i prepensionati del pubblico impiego. Per loro da gennaio del prossimo anno il diritto all’uscita verrà conquistato solo una volta raggiunta quota 97,6. “Siamo scesi in piazza per chiedere politiche concrete per il lavoro – commenta Susanna Camusso, leader della Cgil – e per dire di no a norme che il lavoro non lo aiutano, che non aiutano i giovani e non danno risposte nemmeno alle troppe persone rimaste bloccate dalla riforma Fornero”, ricorda la leader del sindacato di Corso d’Italia. E avverte: “Ci aspetta un anno complesso, fatto di altre battaglie”.

Giovani, l’addio al futuro. I drammatici risultati di un sondaggio su un campione di cinquemila questionari Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Al di là della valanga di buone intenzioni per il 2015, per quanto riguarda la dura realtà della situazione economica è girato in questi giorni il Rapporto Giovani 2014 promosso dall’Istituto Giuseppe Toniolo in collaborazione con l’Università Cattolica. Si tratta di una sorta di sondaggio sulla condizione dei giovani in Italia. Ci sono numeri da far rabbrividire. Una realtà del tutto lontana dalle analisi di “lor signori”. E come poteva essere altrimenti?
Innanzitutto, oltre il 70% ritiene di avere poca o per nulla fiducia che l’Italia nei prossimi tre anni (2015-2018) riuscirà a tornare a crescere sul livello degli altri paesi sviluppati. La ricerca, realizzata con il sostegno di Fondazione Cariplo e di Intesa Sanpaolo, è stata elaborata a partire da un panel di 5000 persone tra i 19 e i 32 anni rappresentativo a livello nazionale.Un campione, quindi, che è almeno quattro volte lo standard utilizzato nei sondaggi telefonici.Nel contesto attuale il 70% dei giovani vede il domani pieno di rischi ed incognite. Disoccupazione e impieghi precari spingono sempre di più i giovani ad essere concreti e pragmatici. E’ così che il 75,7 % (80% dei giovani al Sud – 71,4% al Nord) rinuncia a programmare il proprio futuro per affrontare le difficoltà del presente. Se nel 2012 il lavoro era ancora considerato più un luogo di autorealizzazione che un mezzo per procurarsi reddito, ora, la situazione è completamente capovolta. L’obiettivo primario è quello di trovare un’occupazione retribuita rinviando nel medio-lungo periodo la propria realizzazione personale. Il 70% pensa sarebbe più giusto arrivare a percepire a 35 anni tra i 1000 e i 2000 euro mensili, ma oltre la metà dei rispondenti teme che non riuscirà ad andar oltre i 1500.

Secondo quanto emerso, i giovani vedono le proprie capacità e intraprendenze indissolubilmente frenate dai limiti del sistema paese e dalle carenze della politica finora incapace di rimettere le nuove generazioni al centro della crescita. Inoltre, si legge, i giovani italiani sono sempre più disillusi rispetto alla possibilità di trovare lavoro in Italia e sempre più disponibili a guardare fuori confine. Oltre l’85% degli intervistati (19-32 anni) è convinto, infatti, che in Italia siano scarse o limitate le opportunità lavorative legate alle proprie competenze professionali. Nel rapporto si legge come la principale causa della disoccupazione sia attribuita dal 37,3% dei giovani ai limiti dell’offerta del mercato del lavoro, considerata sia ridotta come quantità sia bassa come qualità, a cui va aggiunta una mancanza d’investimenti in ricerca e sviluppo. Il 20,9% ritiene che si debbano migliorare meccanismi di reclutamento, legati a regole troppo rigide e lontani dalla meritocrazia. Solo il 19,2% attribuisce ogni causa alla crisi economica, mentre il 17,4% è autocritico: a loro avviso i giovani non trovano lavoro per via della poca esperienza (15,3%), di una scarsa formazione e dalla difficoltà ad accettare alcuni tipi di lavori.

Le difficoltà a trovare un lavoro hanno intaccato nei giovani non solo la fiducia nelle istituzioni, ma hanno anche ridotto il senso di appartenenza sociale, portando i giovani a rifugiarsi nella rete parentale più ristretta al punto che solo il 35% circa ritiene che la maggior parte delle persone sia degna di fiducia. Un alto grado di fiducia viene riposto unicamente nei famigliari e negli amici: l’80% dei giovani si ritiene infatti soddisfatto dei propri rapporti.