Mense e cliniche, le trincee di Syriza da: rifondazione comunista

di Angelo Mastrandrea

Segnalo e consiglio vivamente la lettura di questo reportage uscito sul Manifesto. Quando alcuni anni fa, dopo il congresso di Chianciano del 2008, abbiamo iniziato a lavorare sulle prospettiva della costruzione del partito sociale che era stata una delle indicazioni strategiche uscite da quel congresso, ricevemmo molte critiche e plateale disinteresse condito da ironie di ogni genere da parte dell’area del PRC più politicista e non solo da quella a dire il vero. Si sosteneva che con le pratiche sociali noi non prendevamo voti, che il ruolo di un partito era un altro ecc. ecc.  Nonostante queste critiche, e nonostante la difficoltà della fase in questi anni abbiamo lavorato in questa direzione cercando di capire come, nella crisi dell’azione collettiva, costruire pratiche sociali in grado di connettersi con i settori popolari più colpiti dalla crisi cercando di essere utili e solidali. Questo reportage di Angelo Mastrandrea, che racconta l’esperienza greca di Syriza ci dice di come l’intuizione che avevamo avuto, nel tentativo di costruire una rete di mutuo soccorso, sia stata giusta e che meritava l’impegno corale del partito. Ma un’intuizione seppur positiva deve misurarsi con la realtà concreta della società, e noi seppur con molte difficoltà abbiamo provato a farlo, nelle emergenze ambientali come in quelle sociali. Ora occorre avere il coraggio di fare un salto in avanti, e di mettere a disposizione queste pratiche sociali che abbiamo sperimentato in uno spazio più largo, nel quale dismettere ogni settarismo senza dismettere la nostra radicalità. Non dobbiamo quindi prendere solo esempio da Syriza e dalle sue pratiche sociali, ma organizzare il partito sociale in un campo più largo di quello che siamo stati fino ad ora. Concepirlo come processo aperto nel quale misurarsi su tutti i livelli, come un motore di un processo che sia in grado di riannodare i fili della solidarietà popolare. Per questo è necessario valorizzare le esperienze che in questi anni abbiamo portato avanti cercando di connetterle con le altre forme di autorganizzazione sociale, come una delle articolazioni essenziali della ricostruzione di una sinistra anticapitalista e antiliberista nel nostro paese capace di combattere il neoliberismo e arginare la barbarie.

FRANCESCO PIOBBICHI, Direzione nazionale PRC

Mense e cliniche, le trincee di Syriza
Reportage. Cibo e assistenza sanitaria gratuita, attività culturali e media. Viaggio nelle roccaforti della sinistra radicale greca che ora vuole governare. Tra farmacie sociali e fabbriche recuperate, cibo ai poveri e assistenza ai migranti

Nella sala d’attesa della Kifa alle spalle del Muni­ci­pio di Atene ogni paziente rimane ad aspet­tare il suo turno disci­pli­na­ta­mente. C’è chi aspetta di pre­sen­tare la pre­scri­zione medica e pren­dere i far­maci che gli spet­tano, chi è in fila per una visita odon­to­ia­trica e chi per una con­su­lenza psi­co­lo­gica. Cate­rina si occupa di smi­stare il traf­fico, indi­riz­zando i pazienti là dove serve. Snoc­ciola qual­che cifra: «Da quando abbiamo aperto, nel gen­naio del 2013, sono state effet­tuate 2.364 ope­ra­zioni den­ti­sti­che, 5.580 visite, 2.500 medi­ca­zioni e una ven­tina di ope­ra­zioni ambu­la­to­riali». A prima vista sem­bra di essere finiti in un ambu­la­to­rio medico come tanti altri, rica­vato in un con­for­te­vole appar­ta­mento del cen­tro della città. Invece si tratta di una Kifa, un acro­nimo che indica una cli­nica e far­ma­cia sociale. Qui arri­vano a farsi visi­tare o a pren­dere medi­ci­nali, a frotte, gli esclusi dalla sanità pubblica.

Sedute ad atten­dere il loro turno, due signore con­fa­bu­lano fra loro, alcuni anziani riman­gono in silen­ziosa aspet­ta­tiva. In un angolo, un signore magro, con la bar­betta bianca, ha voglia di par­lare. Rac­conta di essere espa­triato al tempo dei colon­nelli e, dopo una vita tra Stati Uniti e Canada, una decina d’anni fa è tor­nato in Gre­cia. In tempo per assi­stere al crollo. «È nor­male che siamo andati a finire così, colpa dei governi ma pure del popolo. Abbiamo vis­suto troppo al di sopra delle nostre pos­si­bi­lità e ora rischiamo di tor­nare indie­tro di cinquant’anni», dice.
La cli­nica sociale si regge sul volon­ta­riato. Ven­totto den­ti­sti si alter­nano gra­tis, fuori dal loro ora­rio di lavoro, a garan­tire cure per tutti, e lo stesso fanno psi­chia­tri, psi­co­logi, pedia­tri. Tra i danni più gravi pro­vo­cati dall’austerità impo­sta alla Gre­cia, quelli alla salute delle per­sone sono pro­ba­bil­mente i più pesanti. Solo ad Atene hanno chiuso otto ospe­dali, men­tre la spesa pub­blica per la sanità in Gre­cia è stata ridotta del 25 per cento tra il 2008 e il 2012. L’assicurazione sani­ta­ria è garan­tita solo a chi lavora e con la disoc­cu­pa­zione che affligge più di un terzo della popo­la­zione que­sto è diven­tato un pro­blema social­mente deva­stante. Ecco spie­gato per­ché le cli­ni­che sociali sono affol­late come e più di un qual­siasi ambu­la­to­rio pri­vato o pronto soc­corso pub­blico: nelle Kifa si viene per riti­rare medi­cine altri­menti troppo costose o per visite spe­cia­li­sti­che altri­menti fuori por­tata dalle tasche di una fascia di popo­la­zione espulsa dal mondo del lavoro o con red­diti ormai da fame. Su undici milioni di greci, si stima che almeno tre milioni oggi siano senza coper­tura sani­ta­ria, quasi uno su quat­tro. «Ma ci sono anche tanti che, pur avendo la coper­tura, non rie­scono a pagarsi cure spe­cia­li­sti­che o le medi­cine, visto che per­sino un esame del san­gue arriva a costare un cen­ti­naio di euro», spiega Caterina.

Que­sto spiega il pro­li­fe­rare di forme di autor­ga­niz­za­zione sociale. La rete di mutuo soc­corso è estesa e opera come una sorta di wel­fare paral­lelo, spesso clan­de­stino. Oltre alle cli­ni­che sociali, «ci sono medici che accet­tano di visi­tare gra­tis i pazienti nel loro stu­dio e altri che fanno pic­coli inter­venti chi­rur­gici. Quando sono neces­sari esami par­ti­co­lari, indi­riz­ziamo i pazienti in ospe­dali dove abbiamo dot­tori amici che li fanno di nasco­sto». La situa­zione è così tra­gica che alle cli­ni­che sociali si vede dav­vero di tutto: «Pensa che qui si sono pre­sen­tati per­sino dete­nuti in manette, accom­pa­gnati dalla poli­zia». E i far­maci? «Ci arri­vano attra­verso la rete Solidarity4all, che li rac­co­glie e poi li smi­sta alle cli­ni­che e far­ma­cie sociali. Altri ci ven­gono por­tati dalla gente. Spesso si tratta di dona­zioni dei fami­liari di per­sone che muoiono».

Quella che ho sotto gli occhi è una sorta di resi­stenza silen­ziosa, sot­ter­ra­nea, che si affianca e in molti casi ha preso il posto della rivolta di piazza che tra il 2008 e il 2009 incen­diò piazza Syn­tagma e il quar­tiere di Exar­chia, e che di tanto in tanto rie­splode con forza. Come un paio di set­ti­mane fa, quando lo scio­pero della fame di un gio­vane anar­chico appena ven­tu­nenne, Nikos Roma­nos, che pro­te­stava per l’elementare diritto a soste­nere un esame all’università, ha rischiato di togliere il coper­chio a una pen­tola ancora in ebollizione.

Attorno al Poli­tec­nico ci sono ancora i resti della bat­ta­glia. Marmi divelti tutt’attorno ai resti dell’ingresso sfon­dato dai tank dei colon­nelli, il 17 novem­bre del 1973, quasi a man­te­nere un filo tra la rivolta di allora e quelle di oggi. Negozi sbar­rati e un’aria da ribel­lione «no future», nono­stante i locali della movida gio­va­nile di Exar­chia siano fre­quen­tati come al solito. La lapide che ricorda l’uccisione di Ale­xis Gri­go­ro­pou­los è cir­con­data di mura­les, di tanto in tanto qual­cuno passa, sosta, foto­grafa, lascia una scritta. La strada è stata rein­ti­to­lata al gio­vane ucciso, come la piazza Ali­monda di Carlo Giu­liani. Ale­xis aveva 16 anni e si acca­sciò tra le brac­cia del suo grande amico Nikos Roma­nos, la sera dell’8 dicem­bre del 2008, ful­mi­nato dalla pal­lot­tola di un poliziotto.

«Quel giorno ha cam­biato la sto­ria della Gre­cia, per­ché la bat­ta­glia di quei giorni ha costi­tuito il pro­pel­lente che ha tra­sfor­mato Syriza, in bre­vis­simo tempo, da un par­ti­tino del 3 per cento alla prin­ci­pale forza poli­tica del Paese», sostiene Ada­mos Zacha­ria­des, seduto davanti al suo com­pu­ter nella reda­zione di Epohi, un set­ti­ma­nale di sini­stra che, pur indi­pen­dente come la gran parte delle cli­ni­che sociali e delle altre forme di autor­ga­niz­za­zione gre­che, costi­tui­sce una delle stam­pelle del par­tito della sini­stra radi­cale che ter­ro­rizza l’Europa. Zacha­ria­des è un noti­sta poli­tico, rac­conta sor­ri­dendo di venire da uno dei tanti grup­petti della sini­stra extra­par­la­men­tare con­fluiti nel ven­tre di Syriza («era­vamo non più di due­cento, ci chia­ma­vamo Rosa», con un chiaro rife­ri­mento a Rosa Luxem­bourg) e insieme riav­vol­giamo il nastro degli ultimi dieci anni, per pro­vare a rac­con­tare l’evoluzione di un modello che dal sociale sale alla poli­tica e non vice­versa, senza tra­la­sciare la cul­tura e l’informazione. «Le radici di Syriza sono nel movi­mento alter­mon­dia­li­sta. Gli attuali diri­genti si sono for­mati tutti nei social forum, lì hanno avuto modo di con­fron­tarsi e strin­gere rela­zioni in tutta Europa. Un’intera gene­ra­zione di greci è figlia di quella sta­gione. In seguito, nel 2006 c’è stato un for­tis­simo movi­mento stu­den­te­sco con­tro la pri­va­tiz­za­zione e Syriza è stato l’unico par­tito a sup­por­tarlo. Ma il punto di svolta vero è stato la rivolta del 2008», spiega Zacha­ria­des. L’uccisione di Ale­xis fece da deto­na­tore a un males­sere sociale che covava da tempo: quella che scen­deva in strada a scon­trarsi con la poli­zia fu defi­nita da gior­nali e tv come la «gene­ra­zione 800 euro». Pochi soldi, male­detti e soprat­tutto pre­cari, men­tre il resto del Paese spro­fon­dava sotto il peso del debito pub­blico, della cor­ru­zione e dell’evasione fiscale, e l’Europa non tro­vava di meglio che soste­nere quelle forze che ave­vano con­tri­buito a creare tutto ciò.

Sei anni dopo, chi gua­da­gna 800 euro al mese può con­si­de­rarsi for­tu­nato. Davanti al mini­stero dell’Economia mi imbatto in una pro­te­sta tutta al fem­mi­nile. Il palazzo è tap­pez­zato di stri­scioni e un grup­petto di donne di mezza età è seduto davanti all’ingresso. Una di loro fa la maglia ed è la stessa ritratta a muso duro di fronte a un poli­ziotto, in una sequenza di foto affisse al muro che testi­mo­niano di uno sgom­bero. Sono lì da sei mesi, da quando sono state dismesse per­ché l’appalto per le puli­zie è stato aggiu­di­cato a un’altra ditta, a costi infe­riori. Si defi­ni­scono «vit­time della dere­gu­la­tion». Chiedo loro quanto gua­da­gna­vano. «Tra i 500 e i 600 euro al mese, dipende dai giorni di lavoro». Sono state man­date via in 595, per un periodo hanno avuto un sus­si­dio equi­va­lente al 70 per cento del sala­rio, ora più nulla. Domando anche chi le abbia sup­por­tate, finora: «Syriza, il Kke, gli Indi­pen­denti Greci», una for­ma­zione poli­tica di cen­tro­de­stra nata da una scis­sione di Nea Demo­cra­zia del pre­mier delle lar­ghe intese Anto­nis Sama­ras, al quale hanno tolto il soste­gno politico.

Pro­te­ste del genere non sono una rarità in Gre­cia. Il mal­con­tento sociale è eson­dato dai gio­vani costretti a emi­grare alla wor­king class, la classe media è stata spaz­zata via dalla crisi e il con­senso va cer­cato su que­sto ter­reno. Finora, chi è riu­scito a trarne gio­va­mento più di tutti è Syriza, gra­zie alla lezione appresa, a loro dire, nei social forum dove si sono for­mati i qua­dri diri­genti: oriz­zon­ta­lità nelle deci­sioni, sup­porto alle lotte sociali ma senza ban­diere, assi­stenza mate­riale e pre­senza sul ter­ri­to­rio. Nel quar­tiere di Neos Cosmos la vec­chia sede del par­tito è stata ria­dat­tata in mensa per i nuovi poveri: «Non c’era mai nes­suno, veni­vano solo gli iscritti per qual­che riu­nione», rac­conta Argy­ris Pana­go­pou­los, abi­tante del quar­tiere e brac­cio destro di Ale­xis Tsi­pras nelle tra­sferte ita­liane (non­ché vec­chio amico del mani­fe­sto). E allora, via le ban­diere e cibo per tutti: a ora di pranzo c’è la fila per un piatto caldo.

A Nea Phi­la­del­phia, quar­tiere ope­raio a una quin­di­cina di chi­lo­me­tri dal cen­tro, il mini­sin­daco di Syriza Aris Vas­si­lo­pou­los ha tra­sfor­mato un edi­fi­cio pub­blico in un cen­tro di assi­stenza ai biso­gnosi. Vado a incon­trarlo il giorno dell’inaugurazione. Nel giar­dino c’è una festa popo­lare, si soli­da­rizza con cubani e vene­zue­lani venuti fin qui a soste­nere cause inter­na­zio­na­li­ste, poi tutti a pranzo come a una vec­chia Festa dell’Unità. Vas­si­lo­pou­los rac­conta i suoi tra­scorsi poli­tici, dal G8 di Genova al Forum sociale euro­peo di Firenze («ci sem­brava la rivo­lu­zione», dice, non capa­ci­tan­dosi di quello che è acca­duto in seguito in Ita­lia), poi passa a elen­care i pro­blemi del quar­tiere, dalla «mafia dei rifiuti» che gli sta facendo la guerra al ten­ta­tivo di fer­mare la spe­cu­la­zione per la costru­zione del nuovo sta­dio dell’Aek Atene. Infine spiega che, se è vero che il par­tito ha accolto diversi tran­sfu­ghi del Pasok e que­sto fa stor­cere il naso a molti, la base è invece molto più intran­si­gente: «Noi siamo molto radi­cali sulle que­stioni sociali, le per­sone votano Syriza non per ragioni ideo­lo­gi­che ma per­ché sosten­gono che la situa­zione è così grave che non pos­sono fare altro». La domanda da un milione di dol­lari è però cosa acca­drà se Syriza dovesse andare dav­vero al governo. Vas­si­lo­pou­los non nasconde un certo timore che il grande sogno di una «rivo­lu­zione greca» possa eva­po­rare di fronte a una real­po­li­tik fatta di alleanze poli­ti­che dif­fi­cili da gestire, pres­sioni finan­zia­rie inter­na­zio­nali e impo­si­zioni di Bru­xel­les. Già nella situa­zione attuale non è sem­plice gestire un muni­ci­pio di 35 mila resi­denti: «Da quando c’è il Memo­ran­dum i tra­sfe­ri­menti del governo sono dimi­nuiti del 70 per cento. Abbiamo meno soldi e con­tem­po­ra­nea­mente più respon­sa­bi­lità». La solu­zione adot­tata è ancora una volta l’autorganizzazione. Il Comune ha messo a dispo­si­zione la strut­tura, il resto lo fanno i volon­tari. Dafne Tri­co­pou­los è una di que­sti. Lavora all’ospedale psi­chia­trico, gua­da­gna 850 euro al mese “dopo 22 anni di anzia­nità” e rischia il licen­zia­mento per­ché, pur non essen­doci il cor­ri­spet­tivo greco della nostra legge Basa­glia, il governo vuole chiu­dere i mani­comi senza sapere che farne dei suoi ospiti. E nel tempo libero viene alla Soli­da­rity Cli­nic a dare una mano. Gra­tis. “Qui c’è molto da fare, più che in altri quar­tieri. La chiu­sura delle fab­bri­che ha creato molti pro­blemi psi­co­lo­gici e di depres­sione agli ex ope­rai», dice. Gior­gios Dia­man­tis, che si defi­ni­sce ammi­ra­tore di Gram­sci, vive tutto ciò come un attacco ai lavo­ra­tori: «Sia chiaro, per noi quella che stiamo com­bat­tendo è una lotta di classe».

Il quar­tier gene­rale della sini­stra sociale è nella cen­trale via Aka­di­mia. Al set­timo piano di un palazzo come tanti altri c’è la sede di Soli­da­rity for all, il net­work dei cen­tri di mutuo soc­corso, delle mense e cli­ni­che social e dei cen­tri di assi­stenza agli immi­grati. In una stanza sono acca­ta­state sca­tole di medi­ci­nali, un’altra è adi­bita a stu­dio legale, un’altra ancora ospita gli atti­vi­sti che si occu­pano del soste­gno al movi­mento coo­pe­ra­tivo. Su un ter­razzo dal quale si gode di una pano­ra­mica da bri­vido dello sprawl urbano ate­niese sono pog­giate alcune con­fe­zioni di sapone liquido pro­dotte dalla Vio​.me di Salo­nicco, la fab­brica recu­pe­rata di Salo­nicco defi­nita da Naomi Klein «un segnale di spe­ranza cri­tica» per l’Europa. Chri­stos Gio­van­no­pou­los, uno dei respon­sa­bili della cam­pa­gna, sro­tola una mappa dell’Attica sulla quale sono indi­cate le roc­ca­forti della gau­che ate­niese: far­ma­cie sociali, scuole per immi­grati, cen­tri sociali. Sono decine, una legenda spiega il nome e l’attività di ognuna. Ce n’è per­fino una che si chiama Lacan­dona, zapa­ti­sti nella giun­gla urbana ate­niese. «Abbiamo tre linee prin­ci­pali di azione: il cibo con le mense sociali e la distri­bu­zione di viveri, la sanità con le cli­ni­che e far­ma­cie, e le coo­pe­ra­tive», spiega Gio­van­no­pou­los. Soli­da­rity for all aiuta i lavo­ra­tori a recu­pe­rare le aziende che chiu­dono: un feno­meno che è comin­ciato qual­che anno fa alla Vio​.me e attorno al quale si sta strut­tu­rando un vero e pro­prio movi­mento.

In nome di Poulantzas

Chissà cosa avrebbe detto oggi Nicos Pou­lan­tzas se non si fosse lan­ciato dalla fine­stra dell’abitazione di un amico il 3 otto­bre 1979 a Parigi, ad appena 43 anni. È quello che si chie­dono all’Università Pan­teion, in un quar­tiere di palaz­zoni che non fanno rim­pian­gere la peri­fe­ria romana. Il Pou­lan­tzas Insti­tute, think thank inti­to­lato al filo­sofo mar­xi­sta greco allievo di Louis Althus­ser, ha orga­niz­zato due giorni di dibat­tito sulla crisi euro­pea, alla quale par­te­ci­pano stu­diosi e atti­vi­sti, soprat­tutto del nord Europa. La crisi greca ha pro­vo­cato come effetto col­la­te­rale una risco­perta del Gram­sci elle­nico, che ebbe lo sguardo lungo sul futuro del con­ti­nente. Pou­lan­tzas aveva già pre­fi­gu­rato un’Europa divisa tra cen­tro e peri­fe­ria, con i paesi medi­ter­ra­nei sopraf­fatti sia dal capi­tale inter­na­zio­nale che dalle avide bor­ghe­sie nazio­nali. E sem­bra che ci abbia preso.

L’aspetto cul­tu­rale non è secon­da­rio nel «modello Syriza». «Abbiamo stu­diato tanto in que­sti anni», dice Ada­mos Zacha­ria­des, che snoc­ciola i rife­ri­menti teo­rici del partito-coalizione che sta rivo­lu­zio­nando la sini­stra euro­pea: da Etienne Bali­bar a Michel Fou­cault, pas­sando per Cor­ne­lius Casto­ria­dis e Gior­gio Agamben.

Ale­xis Tsi­pras non è nella sede del par­tito. L’uomo più temuto d’Europa è in cam­pa­gna elet­to­rale per­ma­nente, impe­gnato a schi­vare gli euro­sgam­betti di Jean Claude Junc­ker e le spal­late del pre­mier Anto­nis Sama­ras. Da quando si è deli­neata l’ipotesi di un ritorno anti­ci­pato alle urne e dai son­daggi Syriza risulta il primo par­tito di Gre­cia, la tem­pe­ra­tura poli­tica del Paese è improv­vi­sa­mente salita, in misura pro­por­zio­nale al crollo della Borsa. Nel quar­tier gene­rale del par­tito, in piazza Elef­the­ria, si denun­cia il «ter­ro­ri­smo» delle élite interne e di quelle euro­pee, le stesse che hanno ridotto il Paese allo stremo e ora annun­ciano sce­nari da Argen­tina 2001 a par­tire dal giorno dopo la vit­to­ria dell’uomo che minac­cia di ribal­tare il dogma tede­sco dell’austerità. «Il pro­blema per Tsi­pras sarà gestire la tran­si­zione», dice un ana­li­sta alla tv. Una fase di tur­bo­lenza è con­si­de­rata quasi ine­vi­ta­bile, «ma noi siamo pronti a tutto», rispon­dono da Syriza. Dal 2008 per il par­tito della sini­stra radi­cale un tempo fra­tello minore, e acer­rimo rivale, dei comu­ni­sti del Kke, è stato un cre­scendo: gli ultimi son­daggi lo danno, in caso di pro­ba­bili ele­zioni anti­ci­pate, tra il 25 e il 28 per cento. La bat­ta­glia si com­batte nelle piazze e sui media. La galas­sia Syriza può con­tare sul quo­ti­diano Avgì e radio Kok­kino, non­ché sul set­ti­ma­nale d’area Epohi e su isti­tuti cul­tu­rali come il Pou­lan­tzas. Ma non basta. Biso­gna sfon­dare sui media main­stream ed è l’operazione più dif­fi­cile, anche se qual­che brec­cia si sta aprendo, se è vero che per­sino una Bib­bia del capi­ta­li­smo glo­ba­liz­zato come il Finan­cial Times è stata costretta ad ammet­tere, sia pur a malin­cuore ma con one­stà, che gli unici ad avere le idee chiare su come si possa uscire dalla crisi in Europa sono due par­titi di fronte ai quali gli alfieri teu­to­nici dell’ordoliberismo sbuf­fano come i tori come quando vedono rosso: Syriza, appunto, e lo spa­gnolo Podemos.

Altra stam­pella fon­da­men­tale sono le alleanze inter­na­zio­nali. Metà della sfida di Tsi­pras si gioca in Europa, e per que­sto nei con­ve­gni di Syriza poli­tici e mili­tanti di Pode­mos e della tede­sca Linke sono di casa. «Ma c’è un pro­blema: nes­suna di que­ste forze è al potere», ricor­dano in molti., temendo che la sini­stra greca possa tro­varsi sola al governo, a soste­nere una sfida più grande di lei . Il para­dosso è che men­tre Syriza è pro­iet­tata all’esterno, con­sa­pe­vole che la bat­ta­glia la si vince o si perde tutti insieme, in Europa molti guar­dano a Syriza con spe­ranza, sì, ma come spet­ta­tori di una par­tita che si gioca altrove.

da il manifesto

Il socialismo esiste… per i ricchi da: rifondazione comunista

di Owen Jones*

Secondo la Corte di giustizia dell’Unione europea, uno Stato può diminuire le prestazioni sociali ai migranti intracomunitari «inattivi», sospettati di andare a caccia di sussidi – ciò che viene definito «turismo sociale». Ancora una volta, l´immagine del povero è associata a quella dello «scroccone». Esiste però un’altra categoria di popolazione che beneficia di più ampie elargizioni pubbliche, come mostrato dall’esempio britannico.

Sui palcoscenici televisivi, nelle tribune offerte loro dalla stampa, i portavoce della classe dominante insistono sullo Stato che imbriglia lo spirito imprenditoriale, secondo loro unico motore di crescita, d’innovazione e di progresso. Tuttavia, questa elite dipende fortemente dalla generosità statale.

A partire dalla garanzia della proprietà privata, che si basa su un costoso e oneroso sistema giudiziario e poliziesco. Lo Stato non si limita a proteggere le imprese dagli attacchi ai loro beni o dal furto dei loro prodotti.

La legge britannica sui brevetti, che vieta lo sfruttamento di un’invenzione o di un procedimento da parte dei concorrenti, è stata emendata nel 2013 in modo che brevettare un’innovazione costi solamente 600 sterline sull’intero territorio dell’Unione europea (1).

Il settore privato d’altronde sollecita regolarmente lo Stato perché finanzi la ricerca e lo sviluppo da cui dipendono le sue attività. Nel Regno unito, la fattura per questa forma di assistenza, raramente denunciata dalla stampa, raggiunge i 10 miliardi di sterline l’anno, ed è in costante crescita. Nel 2012, la principale organizzazione datoriale, la Confederazione dell’industria britannica (Confederation of British Industry, Cbi), si congratulava per un aumento degli investimenti nelle «infrastrutture scientifiche (…) e nella ricerca», asserendo che questo avrebbe permesso al Regno unito di «continuare ad attrarre le imprese che investono in ricerca, sviluppo e innovazione (2)». Insomma, grazie all’innovazione sovvenzionata dallo Stato, l’onda dell’abbondanza solleverebbe al tempo stesso la barchetta del salariato e lo yacht padronale…

Coccole statali per l’élite

L’economista Mariana Mazzucato ha illustrato alcuni meccanismi che permetterebbero al settore privato di beneficiare direttamente della generosità pubblica. Dagli anni ’70, per esempio, il Consiglio della ricerca medica (Medical Research Council, Mrc) mette a punto degli anticorpi monoclonali, utilizzati nel trattamento di malattie autoimmuni o di alcuni tipi di cancro.

Ingenuamente, l’organismo pubblico si vanta di aver «rivoluzionato la ricerca biomedica e favorito lo sviluppo di un’industria internazionale della biotecnologia sbloccando miliardi di investimenti (3)». Internet, che ha generato immense fortune private – quelle dei dirigenti di Facebook per esempio – è nato da ricerche finanziate dal governo statunitense; quanto al World Wide Web, ha beneficiato del lavoro dell’ingegnere britannico Tim Berners Lee all’interno di un’impresa pubblica, l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare (Cern). Il motore di ricerca della società Google (seconda società al mondo quotata in borsa) non esisterebbe senza un algoritmo che le ha generosamente offerto la Fondazione statunitense per la scienza (National Science Foundation). L’iPhone di Apple sarebbe meno meraviglioso se non offrisse un’ampia gamma d’innovazioni finanziate dallo Stato, dagli schermi tattili al sistema di localizzazione mondiale Gps (Global Positioning System).

I «creatori di ricchezza», celebrati dai media come eroi moderni, potrebbero fare a meno delle infrastrutture pubbliche che lo Stato gli mette a disposizione: strade, aeroporti, ferrovie?

Mentre esige sempre più tagli al bilancio sociale del paese, la Cbi non tollera tirchierie nei settori che le stanno a cuore. Da un lato, si dichiara «assolutamente favorevole al programma [del governo] di riduzione del deficit pubblico» al fine di «mantenere la fiducia dei mercati esteri» – dopo la revisione del budget, nel 2012, aveva accolto così la diminuzione (in termini reali) delle prestazioni offerte ai lavoratori e ai disoccupati. Allo stesso tempo, milita per un’altra soppressione, quella… dell’imposta sulle società. E perché non prendere due piccioni con una fava? Così, nel 2012, dopo il tradizionale discorso d’autunno del ministro dell’economia George Osborne, ha suggerito che i risparmi ottenuti grazie alla riduzione delle prestazioni destinate ai lavoratori siano utilizzati per finanziare «il miglioramento della rete stradale strategica e la riduzione del traffico eccessivo sulle strade secondarie».

«Le infrastrutture sono importanti per le imprese, ha dichiarato John Cridland, l’attuale direttore generale della Cbi. E lo sviluppo della nostra rete figura tra le priorità più importanti nell’ottica di un rilancio dell’economia (4)». Messaggio ricevuto: nel giugno 2013, il governo britannico prometteva quel che il quotidiano The Guardian definiva «spese più importanti destinate alle infrastrutture stradali fin dagli anni ’70»: 28 miliardi di sterline per il periodo 2015-2020. Una buona parte degli investimenti stradali e la quasi totalità delle spese di manutenzione della rete sono dovuti alla circolazione dei mezzi pesanti. I camion necessari per il trasporto delle merci giustificano il dimensionamento delle opere e causano un’usura sproporzionata rispetto a quella causata dai veicoli (secondo vari studi, un solo camion da 40 tonnellate degrada il manto stradale quanto, se non di più, di 100.000 automobili).

La rete ferroviaria – la cui costruzione è stata finanziata dai contribuenti prima della sua privatizzazione – rappresenta un caso esemplare. Secondo un rapporto redatto nel 2013 dal Centro di ricerche sul  cambiamento socioculturale (Centre for Research on Socio-cultural Change, Cresc) su richiesta della  confederazione dei sindacati britannici (Trade Union Congress, Tuc), le spese pubbliche nelle reti ferroviarie sono state sestuplicate… dalla privatizzazione avvenuta nel 1993. Secondo il documento, le società concessionarie della rete ferroviaria hanno beneficiato di «un’impennata nelle spese pubbliche dal 2001, quando lo Stato si è visto costretto a intervenire per compensare la debolezza dei loro investimenti (5)». La privatizzazione, infatti, non aveva portato all’atteso miglioramento dei treni e delle ferrovie: la sostituzione del materiale rotabile era stata posticipata e i treni, insufficienti, non potevano più rispondere in modo soddisfacente a una domanda crescente.

«Per delle società private restie a investire e assumere rischi», la privatizzazione ha avuto come effetto soprattutto quello di permettere loro di «spremere i vecchi attivi pubblici, e questo grazie alle sovvenzioni massicce dello Stato». Anche in questo caso, sono stati i contribuenti a pagare, e le società hanno incassato i profitti. Parafrasando: «Testa, vincono le società, croce, perdiamo noi.» Tra il 2007 e il 2011, le cinque maggiori società ferroviarie britanniche hanno percepito 3 miliardi di sterline sotto forma di sovvenzioni pubbliche. In questi quattro anni, hanno distribuito benefici per oltre 500 milioni di sterline, la maggior parte dei quali è stata offerta agli azionisti sotto forma di dividendi.

Salvataggio bancario, madre di tutte le sovvenzioni

Lo Stato coccola l’élite in mille altri modi. In generale, i britannici più ricchi disdegnano l’insegnamento pubblico. Mandando i loro figli alle scuole private, beneficiano di una riduzione annuale delle imposte di 88 milioni di sterline, perché tali scuole godono dello status di organismi di beneficienza. Se consideriamo l’origine sociale degli studenti delle scuole private vediamo che i risultati ottenuti non sono migliori rispetto ai loro omologhi delle scuole pubbliche. Anzi, come osserva lo storico David Kynaston, questi istituti offrono «delle formidabili reti sociali che impediscono ai figli di buona famiglia non molto brillanti o perfino fannulloni di affondare (6)». In altre parole, i contribuenti sovvenzionano direttamente privilegi di classe e la segregazione sociale.

Sebbene le imprese dipendano dal lavoro qualificato dei loro impiegati, lo pagano sempre di meno. Gli stipendi medi non sono mai diminuiti così tanto dall’era vittoriana. Secondo la Resolution Foundation (un think tank di centrosinistra), nel 2009, circa tre milioni quattrocentomila lavoratori britannici percepivano uno stipendio inferiore a quello di sussistenza, ossia 7,20 sterline all’ora, salvo a Londra. Nel 2012, erano diventati quattro milioni ottocentomila, di cui un quarto donne (contro il 18% di tre anni prima).

Per sopravvivere, questi lavoratori sottopagati contano su dei crediti d’imposta che completano il loro stipendio al netto delle spese dello Stato. Il costo di questa sovvenzione ai salari bassi? 176,64 miliardi di sterline tra il 2003 e il 2001.

Stessa logica nel campo degli alloggi, i cui aiuti arrivano a 24 miliardi di sterline l’anno. Nel 2002, centomila affittuari londinesi hanno usato queste sovvenzioni. Alla fine dell’era New Labour (1997-2010), quando gli affitti erano alle stelle, erano duecentocinquantamila. Questa cifra illustra il fallimento dei governi successivi nell’offrire alloggi popolari abbordabili. Dal momento che non si riusciva a soddisfare tutte le richieste, alcune persone hanno dovuto rivolgersi al settore più caro della locazione privata; in questo caso gli aiuti funzionano come una forma di sovvenzione agli affitti elevati richiesti dai proprietari. Inoltre gli aiuti per l’alloggio permettono di abbassare i salari. Secondo uno studio condotto nel 2012 dalla Fondazione per la costruzione e gli alloggi popolari (Building and Social Housing Foundation), oltre il 90% dei nuclei familiari che ne sono diventati beneficiari nei primi due anni di governo dell’attuale coalizione (tra conservatori e liberaldemocratici eletti nel 2010), erano lavoratori attivi, non disoccupati.

E per finire, la madre di tutte le sovvenzioni: il salvataggio delle banche da parte del governo britannico nel 2008. Delle imprese private falliscono per propria colpa, trascinando nel naufragio una parte dell’economia mondiale. Risultato? Pretendono che i contribuenti paghino il conto. Il governo di David Cameron ha così speso più di 1.000 miliardi di sterline per salvare le banche britanniche. Il sistema finanziario del paese è stato curato e salvato da uno Stato giudicato comunque «ingordo» quando va in soccorso dei più poveri…

«Socialismo per i ricchi, capitalismo per gli altri». Non dovremmo forse riassumere così l’ideologia della classe dominante?

* Autore di The Establishment. And How They Get Away With It, Allen Lane, Londra, 2014, da cui è tratto il testo.

(1) Ossia 765 euro. 1 sterlina = 1,28 euro.

(2) «Cbi analysis of the autumn statement 2012», comunicato del novembre 2012.

(3) Citato da Mariana Mazzucato in The Entrepreneurial State: Debunking Public vs. Private Sector Myths, Anthem Press, Londra, 2013. Edizione italiana: Lo Stato innovatore, Laterza 2014

(4) «Gear change can accelerate the UK towards a 21st century road network», comunicato della Cbi dell’8 ottobre 2012.

(5) «The great train robbery: Rail privatization and after», rapporto del Cresc, Manchester, giugno 2013.

6) David Kynaston, «Private schools are blocking social mobility», Daily Telegraph, Londra, 29 ottobre 2013.

(Traduzione di Francesca Rodriguez)

fonte: Le Monde Diplomatique edizione italiana, dicembre 2014