Le spese pazze della Marina, una farsa peggiore degli F35 da: popoff

Cosa se ne fa la Marina di navi oceanografiche per i sommergibili e fregate lanciamissili , di navi da sbarco e nuove portaere? Una dinasty marinaresca per un grande affare

di Maurizio Zuccari

La portaerei Cavour ormeggiata a Civitavecchia La portaerei Cavour ormeggiata a Civitavecchia

Via libera del Parlamento al finanziamento di oltre cinque miliardi (la metà di quanto richiesto) per ammodernare la flotta militare. Una storia che ricorda quella dei cacciabombardieri F35. Una storia che ricorda quella dei cacciabombardieri F35 proprio nei giorni in cui riparte la canizza sui due marò – meglio, uno, visto che l’altro, in permesso malattia a casa sua, non tornerà in India, a dire del governo che per fare la voce grossa richiama l’ambasciatore in loco per “consultazioni” – e le ombre corte della Mafia capitale si allungano sulla Marina, un’altra vicenda è passata inosservata ai più. Si tratta del via libera del Parlamento al finanziamento di oltre cinque miliardi (la metà di quanto richiesto) per ammodernare la flotta militare.

Entrambe le commissioni Difesa, con il voto contrario di Sel e Cinquestelle, hanno approvato il programma ventennale da 5,4 miliardi di euro stanziati dalla legge di stabilità del 2013 per la costruzione di una nuova portaerei, una decina di pattugliatori d’altura-lanciamissili, una nave appoggio sommergibili e due da sbarco. Il finanziamento non sarà a carico della Difesa ma del ministero dello Sviluppo economico, e dovrebbe aumentare progressivamente: dai 140 milioni del prossimo anno si passerà ai 690 del 2017 e via stabilizzando. Piccola chicca: se gran parte dei fondi (circa 4 miliardi) serviranno a finanziare i nuovi pattugliatori (vere e proprie fregate, in pieno assetto di combattimento), con 50 milioni stanziati dal ministero dell’Università e ricerca scientifica (Miur), oltre ai 250 previsti dalla legge, verrà pagata la nave appoggio sommergibili oceanografica da 10mila tonnellate e 127 metri, con un equipaggio di 80 marinai e 2 elicotteri.

Ma la più importante tra le unità in cantiere sarà la nuova portaelicotteri da assalto anfibio (Lhd), da realizzare con i fondi ordinari della Difesa, che dovrà sostituire l’attuale ex portaerei Garibaldi. Si tratta di un’unità da oltre 20mila tonnellate e 180 metri, 5 elicotteri, 4 mezzi da sbarco e in grado di trasportare i marò della brigata San Marco, mille persone, compreso l’equipaggio di 200 marinai. Queste navi si aggiungono al processo di ammodernamento avviato con la portaerei Cavour (1,5 miliardi), due fregate classe Orizzonte (1,5 miliardi), dieci ipertecnologiche fregate Fremm (5,7 miliardi), quattro sommergibili U212 (1,9 miliardi), ottanta elicotteri da assalto Nh90 e Eh101 (3 miliardi) e, tanto per non essere da meno dell’Aviazione, quindici cacciabombardieri F35B (circa 3 miliardi).

La nuova campagna acquisti della Marina, voluta dal capo di stato maggiore Giuseppe De Giorgi, intende così mandare in pensione (meglio, vendere a qualche bisognoso staterello africano o latinoamericano) 50 delle 60 unità di cui è previsto il disarmo entro un decennio, entrate in linea dagli anni ‘80 e realizzate grazie alla legge navale che stanziava mille miliardi di lire per un decennio, voluta alla metà degli anni ‘70 dall’allora capo di stato maggiore Gino, padre dell’attuale. Che i destini della flotta italica stiano particolarmente a cuore alla dinasty marinaresca nostrana è ben presente nelle parole con cui De Giorgi figlio ha difeso a spada tratta nelle audizioni in commissione Difesa le nuove navi. Senza le quali l’Italia, a suo dire, già sopravanzata a livello europeo da Inghilterra, Francia e Germania e oramai a livello della Grecia, si sarebbe ridotta all’“irrilevanza navale”. Più che di ammodernamento, in effetti, sarebbe meglio parlare di potenziamento ma tanta abbondanza non poteva essere coperta se non con la foglia di fico delle missioni umanitarie e persino dei disastri ambientali.

Al riguardo, illuminanti sono le parole con le quali in Fincantieri, in prima fila nelle commesse, hanno difeso le loro creature: «Si tratta di un provvedimento molto importante per il futuro dei nostri cantieri e per quello della Marina militare che, come ha più volte ricordato l’ammiraglio De Giorgi, altrimenti rischiava l’estinzione e che per questo aveva chiesto al governo uno stanziamento di 10 miliardi». Illuminanti sono soprattutto i riferimenti dell’amministratore delegato Giuseppe Bono all’“interesse strategico delle problematiche migratorie”. «Il mare Mediterraneo – ha detto l’ad Fincantieri – è mare nostro e lo dobbiamo presidiare, quindi l’Italia deve dotarsi di una Marina che possa assolvere questo compito». Di più. «I pattugliatori di De Giorgi – ha spiegato Bono concludendo la sua audizione in commissione Difesa – sono navi polivalenti che potranno essere usate non solo per il contrasto all’immigrazione, ma anche in caso di calamità naturali: pensiamo solo a quanto sarebbero utili se eruttasse il Vesuvio». È evidente, dunque, che a fronte di tanta urgenza le esigenze della Marina siano state tenute in degna considerazione dal governo, come hanno tenuto a sottolineare dalla società, che ha ringraziato per le pressioni esercitate i sindacati e gli esponenti liguri del Pd più sensibili al futuro dei cantieri regionali: il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, il senatore ed ex sindaco di Sarzana Massimo Caleo, il senatore membro della commissione Difesa Vito Vattuone ovviamente la ministra della Difesa Roberta Pinotti, sensibile al problema già da sottosegretaria allo stesso dicastero con Letta.

Emergenza Vesuvio a parte, cosa se ne faccia la Marina italiana di navi oceanografiche per i sommergibili e fregate lanciamissili per stoppare i migranti, di navi da sbarco e nuove portaerei non è dato sapere, se nel Mediterraneo neppure riusciamo a fornire il richiesto appoggio logistico ai libici impegnati nella riconquista di Tripoli nelle mani dei sedicenti fondamentalisti. E – ultima chicca – dal suo varo nel 2004 la portaerei Cavour è stata utilizzata solo un paio di volte come sorta di fiera galleggiante del made in Italy, ambasciatrice commerciale delle aziende italiane (Fincantieri, Finmeccanica, Eni) che si sono sobbarcate le altissime spese giornaliere di navigazione, sui 300mila euro. Ma non avevamo già dato con le manie di grandezza della Marina militare, capace di farsi mettere fuori combattimento i suoi gioielli in una notte, in quel di Taranto, da una flottiglia di biplani di legno e tela inglesi, sull’abbrivio della Seconda guerra mondiale? Tanta competenza ricalca assai da vicino quella dell’accorto presidente della commissione Bilancio della Camera, anche lui in quota Pd: quel Francesco Boccia da Bisceglie che voleva usare i cacciabombardieri F35, di cui è fan sfegatato, in funzione antincendio, magari sulla Sila.

E, a proposito di cacciafrottole, nel pervicace tentativo di vendere i 90 rimasti dei 135 inizialmente ordinati, il Joint strike fighter program office (Jpo) della Difesa Usa annuncia che il centro di manutenzione degli F35 europei e statunitensi nel vecchio continente sarà nella base aerea novarese di Cameri. Almeno in un primo momento, ché dalle parti di Londra già strizzano l’occhio per accaparrarsi la commessa. E vai ai peana all’indirizzo dei buana che tanto hanno concesso, con gli estasiati commenti della ministra Pinotti e dell’ad Finmeccanica Mauro Moretti. Salvo poi scoprire che rimettere in sesto le peggiori e più costose carrette nella storia dell’aviazione non solo Usa – il cui costo attuale, è bene ricordarlo, è di circa 135 milioni di euro l’uno – non porterà vantaggi tecnologici, visto che i lavori riguarderanno il velivolo senza sistemi d’arma, equipaggiamenti e motore, dati in pasto ai turchi. Bassa manovalanza, quindi, e zero ricadute di lavoro.

A dirlo non è il solito circolo della sinistra pacifista, ma uno dei più informati siti di affari militari, www.analisidifesa.it, con in bella mostra sulla testata il suo bravo fiocco giallo per il ritorno in patria dei “nostri” marò ma in prima fila nel mettere in guardia da tali bufale. Dove, da tempo, il direttore Gianandrea Gaiani, autorevole commentatore di militaria sul Sole 24 Ore, sottolinea come per l’Italia il programma F-35 non sia un buon affare sotto nessun punto di vista, in quanto «azzera la sovranità nazionale, pone la nostra industria alle dipendenze di Lockheed Martin e azzoppa definitivamente le forze aeree con un velivolo che non riusciremo a gestire. Sul piano dei ritorni industriali la situazione non è migliore: produrremo poche ali e qualche bullone realizzato da una quarantina di piccole e medie imprese. Nulla di sofisticato e non avremo ritorni nel campo del know-how dal momento che le tecnologie avanzate del velivolo verranno trattate solo da personale statunitense in aree “Us only” (ma pagate dai contribuenti italiani) dello stabilimento di Cameri». Zero valore militare e costi insostenibili, dunque. Almeno la regia Marina per rimettere in riga i Boxer in Cina si accontentava delle pirocorvette.

www.mauriziozuccari.net/it/le-spese-pazze-della-marina-una-farsa-peggiore-degli-f35

La Sacra Corona Unita, la pax mafiosa e il pericolo del consenso sociale da: antimafia duemila

rogoli-pinodi Antonio Nicola Pezzuto – 20 dicembre 2014

Tanto tempo è passato dal maggio del 1983 quando, nel carcere di Bari, Pino Rogoli (in foto) fondò la Sacra Corona Unita. Un’organizzazione mafiosa nata al fine di contrastare l’avanzata delle altre mafie sul territorio salentino. Da sempre considerata la quarta mafia, ha saputo rigenerarsi e reagire alle operazioni della Magistratura e delle Forze di Polizia.
E, soprattutto, è stata in grado di elaborare nuove strategie per riuscire a penetrare nel tessuto economico e sociale per farsi impresa. Così, negli anni, i vari clan hanno deciso di sotterrare l’ascia di guerra, che tante vittime aveva mietuto e tanto sangue aveva fatto scorrere, per siglare una pax mafiosa allo scopo di fare affari senza attirare l’attenzione degli investigatori e ottenere consenso sociale.

Tutto questo è stato portato alla luce dalle più recenti e importanti operazioni delle Forze di Polizia. Ultima, in ordine di tempo, quella dei Carabinieri del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Brindisi, guidati dal Tenente Colonnello Alessandro Colella. I militari hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Lecce, Antonia Martalò, su richiesta dei Pm Alberto Santacatterina, della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce e Marco D’Agostino della Procura di Brindisi.
Dodici gli arresti eseguiti. Gli indagati sono accusati di associazione per delinquere di tipo mafioso, cessione di stupefacenti e contrabbando di tabacchi lavorati esteri, aggravati dal metodo mafioso.
L’operazione è stata denominata “Pax” proprio perché dalle indagini emerge il clima di pace instauratosi tra i clan. Nello specifico, i clan operanti nella Provincia di Brindisi.
Il sodalizio “Rogoli – Buccarella – Campana”, i cosiddetti “Tuturanesi”, da un lato, e il sodalizio “Vitale – Pasimeni – Vicientino, i cosiddetti “Mesagnesi”, dall’altro.
L’inchiesta prende il via tra l’ottobre e il dicembre del 2012 per cercare di fare luce sull’omicidio di Antonio Santoro, scomparso il 13 marzo 2008. I resti dell’uomo furono trovati il 26 novembre 2011 nelle campagne tra Brindisi e San Vito dei Normanni.
Le indagini hanno appurato che i detenuti riuscivano a impartire ordini agli associati liberi, che dovevano reperire le risorse economiche per fornire assistenza, anche legale, e occuparsi del mantenimento delle famiglie dei carcerati, attraverso il traffico di stupefacenti e la vendita di tabacchi lavorati esteri di contrabbando. A far da tramite, tra chi è rinchiuso negli istituti penitenziari e chi invece può usufruire della libertà, sono le donne dei boss.
Altro dato interessante emerso dal lavoro degli inquirenti è il ritorno ai riti di affiliazione che erano stati un po’ accantonati per evitare di cadere nella rete degli investigatori. “Dietro ogni affiliazione, c’è un mandato di cattura”, diceva il defunto boss Salvatore Padovano a un imprenditore che chiedeva di affiliarsi. Evidentemente gli uomini della Scu non hanno resistito al richiamo delle origini quando, negli anni Ottanta, pronunciavano la famosa formula contenuta nel vangelo del sacrista: “Giuro sulla punta di questo pugnale, bagnato di sangue, di essere fedele a questo corpo di società formata, di disconoscere padre, madre, fratelli e sorelle, fino alla settima generazione; giuro di dividere centesimo per centesimo e millesimo per millesimo fino all’ultima stilla di sangue, con un piede nella fossa e uno alla catena per dare un forte abbraccio alla galera”.
Nel corso delle indagini gli inquirenti hanno intercettato in carcere una conversazione che comprovava un rito di affiliazione, accompagnato dal passaggio di una sigaretta fra l’affiliato e il suo “padrino”: “Adesso sono vestito di un vestito più importante di quello che indossavo prima”, questa la formula captata dagli investigatori. Le affiliazioni vengono fatte quasi sempre di sabato, spesso all’interno degli istituti penitenziari, nei cortili, nei bagni o nelle docce. Una Sacra Corona Unita in piena evoluzione che è riuscita a tagliare il traguardo della terza generazione tramandandosi dai nonni ai padri per arrivare ai figli.
Esiste quindi un pericolo di radicamento della Scu sul territorio, come evidenziato dal Procuratore Capo Cataldo Motta che lancia il suo grido d’allarme: “Se la gente si avvicina alla cultura mafiosa, siamo finiti. Non si può abbassare la guardia. La sensazione è che si sia passati dalla solidarietà nei confronti delle Forze dell’Ordine e della Magistratura ad una specie di disinteresse generale al fenomeno mafioso. E quando questo accade si crea una contiguità con la società”.

Renzi non ha cambiato le politiche europee Fonte: sbilanciamoci | Autore: Agenor

Il semestre italiano di presidenza dell’Unione europea si chiude lasciando dietro di sé quelle speranze che ad alcuni sembravano un po’ eccessive fin dall’inizio. Sia nella sostanza delle politiche europee, sia nel nuovo assetto istituzionale, il verso non è per niente cambiato. Sono migliorati gli sforzi comunicativi, si parla continuamente di rilanci, di modernizzazione e di rottura col passato, anche se poi la linea è sempre la stessa. Si annunciano rivoluzionari piani di investimento, che a ben vedere poi si scoprono basati sul nulla, ma intanto il messaggio passa. In questo senso il nuovo ciclo europeo ha un’impronta molto “renziana”.

Il tanto annunciato piano di investimenti da 315 miliardi in tre anni, che era valso alla nuova Commissione il voto favorevole dei socialisti europei, si è scoperto essere composto in realtà da 5 miliardi, più 16 come “garanzia”, per lo più prelevati da fondi europei già esistenti: quello per le reti di trasporto trans-europee e i fondi della ricerca inizialmente previsti come borse di studio per ricercatori. Il resto è lasciato alla buona volontà di investitori privati, che eventualmente vogliano contribuire al piano. In tempi in cui il settore privato è impegnato a rientrare dai debiti e non riesce ad investire neanche per le proprie attività, bisogna essere davvero ottimisti per sperare di arrivare ai 315 miliardi previsti.

Nell’ambito della nuova “razionalizzazione” delle leggi comunitarie si è poi giustamente deciso di abolire tutta una serie di leggi, per snellire la politica europea. Il cittadino penserà che finalmente Bruxelles la smetterà di stabilire i centimetri di curvatura delle zucchine o il diametro dei cetrioli. Perfetto. Purtroppo, invece, una delle prime vittime di questa “razionalizzazione” sarà la pur timida regolamentazione che suggeriva di separare le banche d’investimento dagli istituti di credito. Un’altra vittima saranno le normative ambientali a tutela della salute dei cittadini, con buona pace di chi per anni ha cercato di sensibilizzare i legislatori nazionali ed europei.

Come illustra efficacemente Comito nel suo articolo, le questioni economiche fondamentali, su cui i più ottimisti potevano sperare di vedere un cambiamento significativo, sono rimaste disattese. Date le condizioni attuali, la conseguenza non è una semplice delusione politica, ma la sempre più probabile implosione dell’unione monetaria per come l’abbiamo conosciuta finora.

L’ideologia dominante che ha guidato la politica europea di questi sette anni di “risposta alla crisi” non è stata accantonata. La differenza col passato, come abbiamo illustrato qualche tempo fa è che protagonisti di maggior rilievo politico sono saliti alla ribalta per prendere le redini della situazione. Nella nuova Commissione, Juncker, Katainen, e Dombrowskis, hanno un profilo molto più politico ed una competenza in materia più approfondita dei predecessori. Il nuovo presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha avuto un ruolo molto importante negli equilibri europei e internazionali, già da premier della Polonia.

La linea nella sostanza non è cambiata, si è solo rafforzata. Tanto che oggi, alla vigilia di elezioni politiche in Grecia, questi leader possono esplicitamente “suggerire” al popolo greco chi votare e chi no. Possono anche richiedere, con maggior peso politico, quali riforme attuare e con quale ordine di priorità. Il senso di una Commissione “più politica” è tutto qui.

Il semestre italiano era poi anche il momento in cui il nuovo apparato burocratico doveva essere ricostituito. Il risultato per l’Italia è ben più magro di quanto ci si potesse aspettare. Come già ricordato, l’Italia ha ottenuto il posto di alto rappresentante per una politica estera comune, che di fatto non esiste. Le competenze strategicamente rilevanti erano altre, ma il nostro governo non è sembrato accorgersene. La battaglia per ottenere i posti chiave di capi di gabinetto dei 28 commissari, è finita malamente, con solo uno italiano. A livello di direttori generali, poi, l’Italia non è mai stata così sotto rappresentata, neanche negli anni bui del berlusconismo. Renzi aveva detto che non avrebbe fatto la battaglia sulle nomine, e bisogna riconoscergli che è stato di parola.

Tutto questo potrebbe segnalare una crescente ostilità da parte del governo italiano nei confronti di Bruxelles. Purtroppo, anche se questa fosse la ragione di fondo, la strategia è completamente fallimentare. Il paese tradizionalmente più euroscettico, la Gran Bretagna, è anche uno di quelli che meglio sa mantenere presenze rilevanti nelle posizioni strategiche per i propri interessi nazionali, all’interno delle istituzioni europee. In Italia forse si sottovaluta la capillarità, il livello di organizzazione e la capacità di lobbying istituzionale, che tutti i governi britannici hanno sempre saputo adoperare a Bruxelles e Strasburgo. Anche l’euroscetticismo richiede presenza nei posti chiave, professionalità e competenza dei rappresentanti, e visione di lungo periodo. Tutte qualità incredibilmente assenti durante questo semestre.

La crisi toglie il lavoro soprattutto agli stranieri: dimezzati gli occupati Fonte: il manifesto | Autore: Luca Fazio

Il Naga, con i suoi 300 volon­tari, a Milano è una spe­cie di isti­tu­zione che dà con­cre­tezza a un anti­raz­zi­smo che lavora sul campo. A testa bassa e senza tanti pro­clami. Da 27 anni pro­muove e tutela i diritti dei cit­ta­dini stra­nieri, senza chie­dere il per­messo di sog­giorno. L’esame del san­gue magari sì. Per­ché ci sono i medici. Hanno un ambu­la­to­rio. Hanno curato e curano migliaia di per­sone: «Il Naga rico­no­sce nella salute un diritto ina­lie­na­bile dell’individuo». Solo tra il 2009 e il 2013 l’associazione ha inter­cet­tato 15 mila nuovi utenti: l’89% del cam­pione è costi­tuito da immi­grati privi di per­messo di soggiorno.

Non è una van­te­ria soste­nere che il rap­porto Naga 2014 «Cit­ta­dini senza diritti, stanno tutti bene» è «una fonte di infor­ma­zione par­ti­co­lar­mente ricca e asso­lu­ta­mente ori­gi­nale sull’universo dell’immigrazione irre­go­lare a Milano, un uni­verso che per sua stessa natura sfugge spesso a ten­ta­tivi di misu­ra­zione e di descri­zione». È stata riser­vata par­ti­co­lare atten­zione alle 2.417 per­sone che nel 2013 si sono rivolte alla strut­tura per la prima volta. Come dice Luca Cusani, pre­si­dente del Naga, «i dati e le testi­mo­nianze rac­con­tano che stanno tutti peg­gio o, meglio, che stiamo tutti peggio».

Come Jil­laly, uno dei tanti. Maroc­chino, in Ita­lia dal 1997. Piz­za­iolo, ma disoc­cu­pato da due anni. Ogni tanto fa l’imbianchino, in nero. «Tutto va male, non c’è più lavoro, niente. Devo lavo­rare, ho due figli nati qua, sono ita­liani, voglio rima­nere ma ho biso­gno di un lavoro». O Isa­bel, sal­va­do­re­gna di 34 anni, in Ita­lia dal 2005. In Sal­va­dor era impie­gata di banca, è emi­grata per la delin­quenza. «Fino al 2011 ho fatto la colf, da due anni non trovo più lavoro. Mio marito lavora ogni tanto, in nero. Non so cosa faremo». Sono gli effetti di una crisi eco­no­mica che ha col­pito le per­sone con una lunga per­ma­nenza in Ita­lia e un alto tasso di istru­zione. Hanno perso il lavoro e sono a rischio emarginazione.

«La crisi — sin­te­tizza il Naga — ha avuto effetti pesan­tis­simi: la per­cen­tuale di occu­pati attivi nel cam­pione è pas­sata dal 63% nel 2008 al 36% del 2013. La ridu­zione è stata di oltre 30 punti per la com­po­nente fem­mi­nile. Al crollo degli occu­pati rela­ti­va­mente sta­bili cor­ri­sponde un aumento dell’«occupazione sal­tua­ria (dal 47% del 2008 al 69% del 2013) e degli ambu­lanti». Quindi non è vero che la crisi pena­lizza soprat­tutto i cit­ta­dini ita­liani. È vero invece che il crollo della disoc­cu­pa­zione è par­ti­co­lar­mente pena­liz­zante per gli ultimi venuti: la per­cen­tuale di occu­pati fra chi è in Ita­lia da meno di un anno non rag­giunge il 15%.

Il resto viene da sé. Quando manca il lavoro è logico che peg­giori anche la con­di­zione abi­ta­tiva degli stra­nieri — «c’è un pre­oc­cu­pante aumento dei senza fissa dimora» si legge nel dos­sier. Que­sta per­cen­tuale, nel periodo 2009–2013, è pas­sata dal 9 al 18%. Nello stesso periodo preso in esame è dimi­nuito il numero di donne che viveva presso il datore di lavoro (dal 12% al 4%) ed è aumen­tato quello rela­tivo alle donne senza fissa dimora (dal 7% al 13%). Det­ta­gli che devono essere sfug­giti agli ammi­ni­stra­tori che a Milano si van­ta­vano di aver sot­to­scritto un piano da due­cento sgom­beri di occu­panti abu­sivi di case popolari.

I più pena­liz­zati dalla crisi eco­no­mica risul­tano essere i migranti pro­ve­nienti dai paesi euro­pei (rumeni e bul­gari) e quelli con un’istruzione uni­ver­si­ta­ria. Lo stu­dio, scri­vono i ricer­ca­tori, ma ina­scol­tati lo ripe­tono da anni e tutti i governi di cen­tro­de­stra e cen­tro­si­ni­stra, indica l’urgenza di ripen­sare almeno la legi­sla­zione sull’immigrazione: biso­gna sle­gare il per­messo di sog­giorno dal con­tratto di un lavoro che non c’è.

C’è poi una con­si­de­ra­zione che forse non rien­tra nella sta­ti­stica ma col­pi­sce ugual­mente. Dice Luca Cusani: «Da quasi trent’anni incon­triamo cit­ta­dini stra­nieri e siamo sem­pre stati col­piti dalla carica pro­get­tuale delle loro sto­rie, dalla spinta verso il futuro dei loro rac­conti, nono­stante le dif­fi­coltà del quo­ti­diano e nono­stante una nor­ma­tiva insen­sata e cri­mi­na­liz­zante che crea irre­go­la­rità. Invece, per la prima volta quest’anno pre­sen­tiamo un rap­porto dove rac­con­tiamo una realtà reces­siva». Gli stra­nieri non ci cre­dono più, forse sono diven­tati dei per­fetti italiani.

Centosette morti alla Marlane, ma «il fatto non sussiste» | Fonte: il manifesto | Autore: Claudio Dionesalvi

«Il fatto non sus­si­ste». Nes­suno è col­pe­vole della lenta car­ne­fi­cina che sarebbe avve­nuta nella fab­brica tes­sile Mar­lane di Praia, in pro­vin­cia di Cosenza. Non esi­ste un nesso di causa ed effetto tra le sostanze tos­si­che ina­late e le decine di tumori con­tratti dai 107 ope­rai che all’interno della fab­brica hanno lavo­rato per anni. Non ci sono respon­sa­bi­lità tra quanti avreb­bero dovuto vigi­lare e garan­tire minime con­di­zioni di sicurezza.

A sta­bi­lirlo, dopo un lungo e tor­men­tato dibat­ti­mento e una camera di con­si­glio pro­trat­tasi fino a tarda sera, è stato il tri­bu­nale di Paola che ieri ha assolto tutti gli impu­tati, tra cui il diri­gente di fab­brica non­ché già sin­daco di Praia a Mare, Carlo Lomo­naco. Assolto anche il padrone dell’azienda, il Conte Pie­tro Marzotto.

Cadono dun­que nel vuoto le denunce dei comi­tati ambien­ta­li­sti del Tir­reno cosen­tino e dei fami­liari delle vit­time, a lungo igno­rati dalle isti­tu­zioni pre­po­ste al con­trollo del ter­ri­to­rio e dai sin­da­cati con­fe­de­rali. Il pro­cesso di primo grado non ha accolto le richie­ste della pub­blica accusa che aveva richie­sto pene pesanti per 7 diri­genti e per il tito­lare della fab­brica, impu­tati a vario titolo dei reati di disa­stro ambien­tale, omi­ci­dio col­poso plu­rimo e lesioni gravissime.

Lacrime di rab­bia, urla di indi­gna­zione hanno attra­ver­sato le strade di Paola subito dopo la let­tura della sentenza.

Lunga e tra­va­gliata è stata la vicenda Mar­lane. Durante tutto il pro­cesso, un pre­si­dio per­ma­nente ha sta­zio­nato nei pressi del tri­bu­nale, denun­ciando a gran voce il rischio che un’eventuale pre­scri­zione ponesse gli impu­tati al riparo da pos­si­bili con­danne. La sen­tenza di ieri suona come un’ulteriore beffa per quanti hanno perso la vita, la salute, gli affetti.

Un anno fa Eni-Marzotto aveva rag­giunto un accordo con i fami­liari degli ope­rai dece­duti, otte­nendo la revoca delle costi­tu­zioni di parti civili. Circa sette milioni di euro sareb­bero stati ver­sati com­ples­si­va­mente ai con­giunti delle vit­time ed ai loro avvo­cati. Cia­scuna parte civile ha rice­vuto una somma oscil­lante tra le 20mila e le 30mila euro. Se sull’entità del risar­ci­mento si rag­giunse un accordo, invece in merito alle respon­sa­bi­lità penali ovvia­mente il pro­ce­di­mento è andato avanti, fino al ver­detto di ieri. Per cono­scere nel det­ta­glio le moti­va­zioni che hanno spinto la corte ad assol­vere gli impu­tati, biso­gnerà atten­dere il depo­sito della sen­tenza. Nella requi­si­to­ria della pub­blica accusa, l’arco delle respon­sa­bi­lità si pre­sen­tava ampio. A pro­vo­care danni irre­ver­si­bili alla salute umana ed all’ambiente, secondo il pm, sarebbe stato l’uso di colo­ranti azoici nella fase di pro­du­zione. E, ancora, l’amianto pre­sente sui freni dei telai. Infine, da non sot­to­va­lu­tare la que­stione del pre­sunto sver­sa­mento delle diverse ton­nel­late di rifiuti indu­striali mai smal­tite, che a parere della pub­blica accusa sareb­bero state sep­pel­lite impu­ne­mente nella zona cir­co­stante, a poche decine di metri dal cen­tro abi­tato e da uno dei tratti bal­neari più rino­mati della costa tir­re­nica cala­brese, di fronte alla mera­vi­gliosa isola di Dino.

La sen­tenza di ieri rap­pre­senta una pro­fonda delu­sione per ope­rai corag­gio­sis­simi come Luigi Pac­chiano ed Alberto Cunto, ma soprat­tutto per gli atti­vi­sti della costa tir­re­nica cosen­tina. Anzi­tutto lo scrit­tore Fran­ce­sco Cirillo che a que­sta vicenda ha dedi­cato accu­rate con­tro­in­chie­ste, sfi­dando il clima di osti­lità che si sca­tena ogni qual volta qual­cuno denunci l’impatto deva­stante dell’industrializzazione nel sud Ita­lia e in altre regioni del Paese. Vani­fi­cato anche il ruolo della pro­cura di Paola.

Negli uffici diretti dal pro­cu­ra­tore Bruno Gior­dano, a par­tire dalla seconda metà del decen­nio scorso, sono state avviate inchie­ste giu­di­zia­rie impor­tanti su reati ambien­tali di enorme gra­vità, come quelle sulle navi dei veleni, la cemen­ti­fi­ca­zione dei corsi d’acqua, il man­cato smal­ti­mento dei fan­ghi da depu­ra­zione, l’inquinamento di un mare che di fatto oggi non è più bal­nea­bile per decine di chilometri.

Coop 29 giugno: protesta dei lavoratori contro Legacoop e assemblea lunedì prossimo Autore: fabio sebastiani Da. controlacrisi.org

Flash mob dei lavoratori della cooperativa 29 giugno, che nei giorni scorsi a Roma hanno manifestato davanti all’Auditorium Parco della Musica dove si teneva il Congresso nazionale di Legacoop. La 29 giugno è la coop presieduta da Salvatore Buzzi il “socio”di Carminati nell’inchiesta sulla Cupola Nera a Roma.
L’iniziativa, sostenuta dall’USB, ha inteso evidenziare la situazione dei circa 1.400 dipendenti della cooperativa, a rischio di rimanere stipendio con centinaia di contratti individuali in scadenza, ed i servizi a rischio interruzione e peggioramento della qualità. La coop, che ha indetto un’assemblea lunedì prossimo in piazza Santi Apostoli a Roma con il titolo “lavoratori e migranti parte lesa”, ha ottenuto un’interlocuzione con tre rappresentanti di Legacoop Lazio. I vertici Legacoop hanno confermato l’impegno della Lega sulla garanzia per i posti di lavoro e gli stipendi, in stretta collaborazione con il Commissario Giudiziario.La Legacoop Lazio si è inoltre impegnata a fissare nei prossimi giorni un incontro con l’USB in merito alle più generali tematiche riguardanti lo stesso sistema cooperativistico, democrazia e mutualismo, contratti e precarietà diffusa, anche in relazione alle proposte governative sul terzo settore.