Trattativa, Fava: “Lo Voi appoggi pubblicamente l’inchiesta” da: l’ora quotidiano

L’auspicio del vice presidente della commissione parlamentare antimafia: “Al netto dei curricula vorrei essere certo che il nuovo procuratore capo dia sostegno all’inchiesta sul patto Stato mafia”

di Giuseppe Pipitone

18 dicembre 2014

“Al netto dei curricula vorrei essere certo che il nuovo procuratore capo appoggi e dia sostegno all’inchiesta sulla Trattativa”. E’ questo l’auspicio di Claudio Fava, vice presidente della commissione parlamentare antimafia, dopo che ieri sera il plenum del Csm ha nominato Franco Lo Voi come nuovo procuratore di Palermo.

Onorevole Fava, per la prima volta il procuratore capo di Palermo viene eletto con una maggioranza di voti laici, piuttosto che togati: che segnale è?
L’elezione con i voti dei laici è frutto di una parcellizzazione delle correnti: Io spero che nessuno lo legga come un segnale di normalizzazione, di ritorno al passato, che non si traduca in un commissariamento politico della procura di Palermo. E anzi vorrei che il nuovo procuratore si esprima chiaramente su alcuni punti fondamentali.

Per esempio la questione Trattativa?
Ovviamente si: quello è un processo fondamentale per ricostruire giudiziariamente una verità storica essenziale per questo Paese. Un procuratore non ha bisogno di fare un comunicato stampa: per questo spero che Lo Voi sostenga pubblicamente con i fatti quell’inchiesta e i magistrati che la stanno portando avanti, rischiando grosso in termini personali.

Lo Voi ha battuto Sergio Lari e Guido Lo Forte nonostante avesse meno titoli e meno anzianità: come è stato possibile?
Perché il Csm ha seguito la regola dei numeri piuttosto che quella dei titoli, Ma al netto dei curricula, quello che importa, ora, è che Lo Voi rinnovi il sostegno ai pm della Trattativa, e all’inchiesta in corso.

Si tratta dello stesso pm che dopo la strage di via d’Amelio non firmò il documento contro Pietro Giammanco, il procuratore che isolò Paolo Borsellino: un aneddoto che a Palermo i magistrati più anziani non hanno dimenticato.
Certo, è anche il sostituto pg che si rifiutò di rappresentare l’accusa al processo Andreotti. Spero solo che vent’anni non siano passati invano. Anche per lui.

A luglio la nomina del nuovo procuratore sembrava immediata con Lo Forte indicato come favorito: poi la lettera del Quirinale ha azzerato tutto. Come valuta l’intervento del Colle?
La scelta del Quirinale è paradossale: il bene superiore era coprire una procura tra le più esposte d’Italia. Subordinarla ad altri uffici, comportandosi con piglio notarile su questioni tanto delicate è stata una scelta sbagliatissima.

Mafiacapitale e Cara di Mineo: a quando dignità e giustizia per i richiedenti asilo? da: rete antirazzista catanese

Da giorni le indagini su mafiacapitale stanno lambendo il Cara di Mineo e la disastrosa (per i migranti) gestione d’ingentissime risorse pubbliche per il mega-business della pseudo-accoglienza (come dal marzo 2011 abbiamo definito questo vergognoso laboratorio di nuove politiche segregazioniste per I richiedenti asilo). Da allora la situazione si è incancrenita: dall’inizio del 2013 le presenze nel mega-Cara della vergogna sono più che raddoppiate (da 1800/2000 alle attuali 4500), mentre le commissioni per l’esame delle richieste d’asilo hanno dimezzato le audizioni. Nei primi anni furono numerose le proteste dei migranti e purtroppo anche I tentativi di suicidio. Dalla fine dell’anno scorso i gestori del Cara, grazie a solide conoscenze nelle istituzioni locali e nei governi di larghe intese, hanno tentato di riverniciare la loro “missione umanitaria”. Non è bastata la vergogna della cooperativa Sisifo a Lampedusa che, dopo la strage del 3 ottobre, accoglieva i migranti nel CPSA con metodi degni dei nazisti.

Proprio nel dicembre scorso il sindaco Bianco presentava a Montecitorio il film “Io sono io e tu sei tu”, demagogico espediente per dipingere il Cara di Mineo come il paradiso terrestre dell’accoglienza; peccato che subito dopo, il 14 dicembre, il ventunenne eritreo MULUE GHIRMAY s’impiccava dentro il Cara ed il 19/12, in migliaia, i richiedenti asilo manifestavano lungo la statale Catania e Gela e subivano all’ingresso di Palagonia violente cariche poliziesche, quando volevano solo rendere pubbliche le ragioni della loro protesta.

Il sistema Odevaine proprio nel Cara di Mineo ha espresso la sua capacità di fare coincidere i controllati con i controllori, si è consolidato un sistema clientelare che accontenta tutti, dalle istituzioni ai media, dai sindacati all’associazionismo; peccato che le condizioni di vivibilità per la stragrande maggioranza dei richiedenti asilo siano progressivamente peggiorate: la media di abitanti nelle case è di oltre 20 persone (quando vi alloggiavano I militari statunitensi di Sigonella vi abitava un solo nucleo familiare) e le condizioni d’indigenza (si continua a versare il pocket money quotidiano di euro 2,50 in sigarette) costringe molti migranti a lavorare in nero per 10/15 euro al giorno nelle campagne; stanno dilagando anche la prostituzione e lo spaccio di droga.

Perché i media si sono finora bevute le tranquillizzanti versioni dei candidi gestori?

Nel primo anniversario del suicidio di Mulue Ghirmay facciamo appello a riprendere la mobilitazione affinché il Cara di Mineo venga chiuso, moltiplicando in alternativa gli SPRAR in piccoli e medi centri, per favorire così un reale inserimento sociale, seguendo l’esempio di comuni come Riace nella Locride, a costi molto inferiori ed a condizioni più umane. Riteniamo fondamentale l’immediato superamento a Mineo del “sistema” C.A.R.A., con il suo svuotamento, nel rispetto dei tempi previsti dalle normative per la permanenza (35 giorni), con la conseguente moltiplicazione delle apposite Commissioni. Questo mega-CARA, unico in tutta Europa, è un esperimento fallito di contenimento forzato dei migranti, che vengono parcheggiati a tempo indeterminato (in media 18 mesi) e che sta costruendo un conflitto razziale tra autoctoni e migranti: da una parte i richiedenti asilo vengono supersfruttati dai caporali nelle campagne, dall’altro la destra xenofoba alimenta nel calatino la “guerra fra poveri”, mentre con MafiaCapitale i fascio-mafiosi si sono arricchiti sulle nostre spalle e dalle nostre tasche.

Ct 10/12 Rete Antirazzista Catanese

Le Streghe della notte da: www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 11-12-14 – n. 524


Wladimir Abreu * | prensapcv.wordpress.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

27/11/2014

Quella che segue non è una storia di fantasmi o una leggenda di Halloween, ma è davvero accaduta. Durante la Seconda guerra mondiale, nelle fila dell’aviazione militare sovietica, è esistito un corpo di combattimento femminile considerato una delle pagine più gloriose nella lotta contro il fascismo.

Nel 1941, Marina Raskova – aviatrice militare che aveva ricevuto il titolo di Eroina dell’Unione Sovietica nel 1938, infrangendo il record femminile di volo, oltre ad essere la prima donna a laurearsi pilota dell’URSS – convinse Stalin a creare un corpo di combattimento femminile per l’aviazione militare sovietica, diventando, fino ad allora caso unico nella storia, la sola unità dell’aviazione militare composta esclusivamente da donne ad essere esistita e ad aver combattuto.

Sorsero così tre reggimenti aerei per il bombardamento notturno, il 586°, il 587° ed il leggendario 588° – comandato da Marina Raskova – divenuti operativi nei primi mesi del 1942.

La cosa più rilevante di queste eroiche donne sovietiche, con alle spalle appena due o tre mesi di addestramento prima di volare e combattere, era che pilotavano alcuni aeroplani di legno e tela antiquati, fabbricati nel 1927, i biplani Po-2 [Polikarpov Po-2, ndt] che venivano generalmente utilizzati per la fumigazione o la posta aerea. Questi lenti aerei di legno tuttavia, erano robusti e ad alta capacità di planata, ideali per le azioni quasi suicide di queste coraggiose giovani donne sovietiche.

Mentre i loro compagni maschi di giorno bombardavano le posizioni fasciste sul fronte russo, queste donne piloti volavano sempre di notte, senza radar o radio, orientandosi con una bussola e un orologio.

Per evitare il rilevamento nemico solevano volare molto basse e, spento il motore, planavano sui loro obiettivi lasciando cadere le loro bombe sui criminali fascisti, per poi accendere nuovamente il motore e fuggire a tutto gas.

Preferivano non utilizzare il paracadute per trasportare più bombe, anche perché, se fossero state scoperte o abbattute, volando così basse, il paracadute sarebbe stato inutile, e generalmente si caricavano di piccole bombe incendiarie, solitamente da lanciare a mano.

Nonostante tutti questi elementi, erano molto temute dalle truppe hitleriane, tanto da essere chiamate con profondo timore e rispetto “Nachthexen” cioè “Streghe della notte”. I fascisti concedevano una Croce di ferro a chi riusciva ad abbattere qualcuna di queste eroiche giovani, che erano quasi impercettibili, solo un leggero sibilo che produceva il vento sfregando sulle ali dei loro biplani era l’annuncio di morte sentito dalla canaglia fascista.

I reggimenti femminili di bombardamento notturno realizzarono durante la guerra 24.000 voli e lanciarono sui fascisti 3.000 tonnellate di esplosivi.

Una donna su tre del reggimento di bombardamento notturno morì in combattimento; 23 di loro hanno ricevuto l’Ordine di Eroine dell’Unione Sovietica. La maggior parte di loro ricevette decorazioni postume, e tra queste Marina Raskova, che il 4 gennaio del 1943 diede la sua vita combattendo nella lotta contro il fascismo.

Per i nazisti erano le Streghe della notte, ma il popolo sovietico le conosceva come i Falchi di Stalin.

 
*) Professore di Storia

 

Elementi di critica comunista alle narrazioni tossiche ricorrenti a proposito dell’inchiesta su Mafia/Capitale da: www.resistenze.org – osservatorio – italia – politica e società – 12-12-14 – n. 524


Michele Franco * | retedeicomunisti.org09/12/2014


Nel pasticciaccio dell’inchiesta romana su Mafia/Tangenti/Politica il livello di complessità che si va squadernando è, di gran lunga, superiore a quello che, ordinariamente, si è palesato in tante altre inchieste similari in giro per l’Italia.

Questa volta non si tratta, unicamente, dell’enorme mole di denaro circolante, del coinvolgimento di tutti i partiti e delle loro relative lobby affaristico/clientelari, dell’intreccio con poliziotti e membri dei servizi segreti, della presenza attiva della Lega delle Cooperative, di un accertato sottobosco fascista, della logica bipartisan imperante o della disarmante inanità di chi è preposto al controllo di questi passaggi amministrativi.

Stavolta siamo di fonte a qualcosa di molto grande e di profondamente pervasivo oltre i formali involucri amministrativi dei vari livelli istituzionali della più grande metropoli italiana e con diramazioni oltre la cintura capitolina.

Nel contempo, però, tale vicenda è una esemplificazione concreta del funzionamento di questa società e della marcescenza di alcuni rapporti politici, giuridici e dell’insieme delle relazioni sociali giunte alla loro maturità.

Una lezione politica attuale, una vera e propria cartina tornasole per tutti se osserviamo questa inchiesta dal punto di vista dei vigenti assetti di comando, di governance e di dispiegamento vero ed immanente dei diversificati effetti della crisi capitalistica nei vari gangli della società.
In questo puzzle giudiziario/politico/criminale – al di là degli abituali aspetti sensazionalistici o delle strumentali lacrime di coccodrillo del Renzi di turno o delle altre vestali della sacralità delle istituzioni borghesi – emerge, con nettezza, il profilo criminale e criminogeno del capitalismo contemporaneo.

Il vampirismo del capitale

Siamo difronte ad una rappresentazione plastica che mostra l’aspetto moderno ed attuale di questo pestifero modello di dominio reale con buona pace di quanti sparlano, o si illudono, circa la possibile esistenza di un capitalismo pulito e scevro dal malaffare e dalle accertate pratiche di grassazione generalizzata riscontrabili a Roma come altrove.

L’attuale corso del capitale attraverso le sue profonde modificazioni, trasformazioni e ristrutturazioni – soprattutto quelle avvenute negli ultimi trenta anni – ha assunto un aspetto sinistramente criminale.

A partire dagli anni ’80, infatti, il capitalismo classico, costretto a convivere con molteplici convulsioni a scala globale – prodotte dal delinearsi dei fattori di crisi economica strutturale – ha profondamente mutato la sua forma diventando di fatto deregolamentato, mondializzato e soprattutto finanziarizzato all’eccesso.

L’assenza di regole o la riscrittura di queste ad uso e consumo della spietata logica del profitto, la piena ed avvenuta mondializzazione del capitale e l’eccessivo ricorso alla finanza hanno incentivato e promosso la diffusione di enormi possibilità criminali fraudolente le quali, in passato, erano del tutto assenti o erano marginali rispetto alla complessità ed all’interezza del corso capitalistico.

Siamo quindi di fronte ad una forma del capitalismo che presenta un aspetto fortemente criminogeno. Una connotazione precisa, però, che nelle ricorrenti analisi degli economisti borghesi viene ignorata o quasi mai menzionata.

Anzi – come è spesso accaduto in vicende similari – nell’eventualità di evidenti scandali finanziari e speculativi la colpa viene, in forma penosamente mistificante, scaricata sulle mele marce che guasterebbero, con la loro disonestà, la bontà dell’essenza dell’azione generale del capitale. Per questi apologeti del massimo profitto il capitalismo, sempre e comunque, nella sua dinamica di articolazione racchiuderebbe, addirittura, un fattore progressivo e civilizzatore nei confronti dell’umanità.

All’oggi tale aspetto criminale del capitalismo sembra essere del tutto incompreso, ignorato o persino accettato dagli esperti e dagli studiosi, come se si trattasse di un aspetto intrinseco e strutturale – quasinaturale – al fenomeno stesso.

Tutti i commentatori che si stanno cimentando nella discussione del pasticciaccio romano scansano questo aspetto e concorrono, anche indirettamente, ad accreditare l’idea di un capitalismo sano da preservare e sacralizzare anche in casi di incidenti di percorso come quello accaduto nella capitale.

Infatti per gli apologeti dell’attuale modello sociale la sacralità del profitto, la logica d’impresa e la difesa del mercato sono dogmi indiscutibili.  L’importante, per gli apprendisti stregoni dei poteri forti, è che tutto fili liscio a costo di nascondere la cosiddetta polvere sotto il tappeto o di scaricare, impietosamente, lo sfortunato personaggio di turno che incappa nelle difficoltà giudiziarie del caso.

La stessa storia della Prima Repubblica italiana, particolarmente la questione afferente Tangentopoli, ha avuto, tra l’altro, un connotato di questo tipo ed ha imposto una narrazione tossica che ha eluso gli snodi veri di quel passaggio della storia d’Italia addossando, come in un romanzetto di quart’ordine, tutte le responsabilità ai mariuoli o ai disonesti dell’epoca.

Da questa assunzione di principi, da parte dei vari commentatori,  deriva, ovviamente, l’impunibilità penale e l’assoluta assenza di critica verso l’onnipotenza dei mercati finanziari dediti ad attività speculative i cui effetti nefasti antisociali ricadono inequivocabilmente sulla società e sui settori popolari più esposti alla crisi.

A tal proposito non importa se una decisione di un consiglio di amministrazione o di un organo sovranazionale provoca un disastro umanitario o una stagione di macelleria sociale in questo o quel posto del mondo. Per Lor Signori tutto deve risultare pulito e tutto è reso accettabile alla legalità borghese a condizione di non impattare, in maniera scoperta e rumorosa, con le norme dei codici penali e con la cattiva coscienza delle opinioni pubbliche.

Del resto già Marx, nel descrivere l’esordio sul proscenio del modo di produzione capitalistico, presentava questa tendenza storica come una lunga fase propriamente predatrice e, schiettamente, criminale definendola accumulazione originaria.

Oggi a centocinquanta anni da questa geniale interpretazione il capitalismo – giunto alla fase della finanza criminale – disvela la sua vera natura stravolgendo e negando anche quei principi etici e morali con i quali ha nobilitato la sua ascesa e il suo portato rivoluzionario a scapito dei precedenti modi di produzione.

L’inchiesta romana in tutti i suoi addentellati è il riflesso concreto di questa dimensione attuale e risente dell’ obsolescenza e del marciume di questi rapporti sociali oltre ogni spiegazione politicista o schiacciata sul chiacchiericcio del teatrino della squallida rappresentazione da talk/show.

La creazione di soldi sulla pelle degli immigrati e dei rom da parte degli stessi che alimentano il razzismo non è solo un aspetto paradossale e schifoso ma mostra, inequivocabilmente, il parossismo di un sistema sociale, di relazioni e di modalità di gestione che ha raggiunto – almeno potenzialmente – il suo capolinea storico imponendo, di fatto, il tema oggettivo del superamento di questi rapporti di produzione e della possibile allusione ad una alternativa di società.

Scandali e ruberie occasioni per rinsaldare la blindatura delle istituzioni

C’è – inoltre – un ulteriore aspetto dell’inchiesta romana su cui vale la pena soffermare la riflessione che sottoponiamo all’attenzione dei compagni e degli attivisti politici e sociali.
Tutti i commentatori, sia i colpevolisti e sia gli innocentisti, sono concordi su un punto preciso su cui scatenare le loro campagne stampa e di orientamento. Per l’intero schieramento borghese si tratta di aggiungere un nuovo tassello all’attacco da sferrare – con la giustificazione della dilagante corruzione – al sistema delle autonomie locali, all’istituto delle Regioni, dei Comuni ed a qualsiasi livello che attiene al decentramento amministrativo delle istituzioni e ad ogni minima parvenza di partecipazione democratica anche solo limitata al terreno elettorale/istituzionale.
L’emergere degli scandali e dell’affarismo ha sempre dato fiato – anche attraverso una sapiente campagna che fa leva sull’indignazione e i mugugni popolari – ad un populismo reazionario che sottende ad una forte ri-centralizzazione autoritaria dei poteri e degli strumenti della governance.

A  tale proposito si rivelano completamente errate le dissertazioni di chi immaginava, come conseguenza dell’avvenuta mondializzazione del capitale, istituzioni liquide e la dissoluzione della forma stato centralizzata a scapito di una presunta microfisica del potere.

Nella realtà, invece, si va imponendo – anche attraverso una gestione accurata di parte di capitalistica di episodi come quello di Mafia/Capitale – un modello statuale ancora più concentrato, più deregolamentato e sempre meglio sintonizzato alle attuali ambizioni del capitalismo tricolore nel gorgo dell’accresciuta competizione globale interimperialistica e degli incessanti diktat da parte del nucleo duro della borghesia continentale europea.

Così è accaduto in particolare con la stagione di Mani Pulite e con l’assunzione da parte della Magistratura di quel ruolo di supplenza politica autoritaria e dispotica a scapito degli altri corpi intermedi della società ridotti di funzione e resi marginali nei processi decisionali (i partiti, le grandi organizzazioni di massa, i sistemi elettorali a base proporzionale, l’involuzione del diritto civile e penale).

Una critica al complesso delle forme del comando del capitale

Anche da questi dati teorici, culturali e politici occorrerebbe rilanciare la discussione, oltre la cronaca immediata ed oltre l’asfissiante esecrazione scandalistica a cui vorrebbero riconduci gli opinion maker della disinformazione dominante e deviante.

Su questo versante dovrebbe attestarsi una critica sociale attiva ed il protagonismo a tutto campo dei movimenti di lotta per scompaginare e bonificare questo ignobile verminaio e l’intera impalcatura che sottende a questo putrido sistema.

La linea di condotta e l’attitudine politico/pratica di una soggettività comunista organizzata – dopo la pur necessaria fase della denuncia e della controinformazione nei ed oltre i movimenti sociali e sindacali – è anche quella di definire vicende, come quella dell’inchiesta romana, con il loro autentico nome e di inquadrarle in una prospettiva di rottura e di rivoluzione contro i modelli sociali esistenti e dominanti.

Certo, al momento, considerando gli attuali rapporti di forza tra le classi, questo indirizzo programmatico non è – immediatamente – traducibile in iniziativa di massa e dispiegata ma, se davvero vogliamo organizzare la nostra alterità a tale degenerazione della società, dobbiamo incominciare a segnalare con nettezza i nostri avversari indicando l’indispensabile percorso di mobilitazione, di lotta e di organizzazione coerente.

Del resto questo lavorio è parte della ragione sociale di una Organizzazione Comunista che vuole cimentarsi con il conflitto, con la complessità sociale e con i complicati processi di organizzazione politica e sociale rifuggendo da ogni tentazione sclerotica e dogmatica.

*) Rete dei Comunisti

 

Dichiarazione della presidenza del Consiglio Mondiale della Pace riguardo l’uccisione del ministro palestinese Ziad Abu Ein da: www.resistenze.org – osservatorio – lotta per la pace – 15-12-14 – n. 524


Consiglio Mondiale della Pace | wpc-in.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

11/12/2014

Il Consiglio Mondiale della Pace esprime ancora una volta la sua totale condanna delle azioni criminali del regime israeliano e ribadisce la sua piena solidarietà al popolo palestinese nella sua lotta contro l’oppressione e l’occupazione sionista. Con sdegno e tristezza denuncia l’escalation della violenza da parte delle forze israeliane, che ancora una volta impongono la repressione brutale e mortale ai palestinesi che protestano contro l’occupazione. In questa Giornata dei Diritti Umani, riceviamo la triste e rivoltante notizia della morte di un altro palestinese, questa volta il ministro Ziad Abu Ein, figura storica del movimento di resistenza palestinese, che ha lottato tra le altre cose contro il muro vergognoso costruito da Israele in Cisgiordania.

Ziad Abu Ein era stato stato nominato alla Commissione anti-muro e per le colonie. Prima di allora, era stato sottosegretario al Ministero degli Affari dei Prigionieri, dedicato alla lotta contro le detenzioni arbitrarie di massa portate avanti dal regime israeliano.

Abu Ein era stato anche detenuto negli Stati Uniti e in Israele. Fu consegnato dagli Stati Uniti a Israele nel 1981, nonostante numerose risoluzioni delle Nazioni Unite relative specificamente al suo caso ne chiedessero la liberazione. Nello stesso anno, la risoluzione 36/171 dell’Assemblea generale deplorò la decisione degli Stati Uniti di “estradare” Ziad Abu Ein in Israele, mentre ribadiva “la legittimità della lotta per l’indipendenza, l’integrità territoriale, l’unità nazionale e la liberazione dalla dominazione coloniale e straniera e dalla sottomissione aliena con tutti i mezzi disponibili”.

Il 10 dicembre, i soldati israeliani hanno ucciso il ministro. I soldati hanno attaccato e represso nuovamente una dimostrazione con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e altri metodi brutali utilizzati di frequente, durante una protesta contro il muro vergognoso, nel contesto della Giornata per i diritti umani. L’uccisione di Abu Ein dimostra ancora una volta la completa mancanza di rispetto e la violazione sistematica da parte dell’aggressivo regime di occupazione israeliano dei principi fondamentali contenuti nella Carta delle Nazioni Unite, negli altri strumenti di Diritto internazionale e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Il Consiglio Mondiale della Pace chiede con forza la fine dell’impunità di Israele, della sua occupazione criminale e dell’oppressione sistematica dei palestinesi, con palesi violazioni dei loro diritti umani fondamentali. Riaffermiamo la nostra solidarietà con il popolo palestinese nella sua giusta causa per l’autodeterminazione, per uno Stato libero e sovrano e perché il regime sionista di Israele sia chiamato a rispondere dei suoi crimini.

Socorro Gomes,
Presidente del Consiglio Mondiale della Pace

 

I partner della Nato allargata da: il manifesto.it

www.resistenze.org – osservatorio – della guerra – 17-12-14 – n. 524

15/12/2014

E’ tempo di anni­ver­sari per la Nato. Ad Amman (Gior­da­nia), il 9–10 dicem­bre, sono stati cele­brati i venti anni del «Dia­logo medi­ter­ra­neo».
Pre­senti il segre­ta­rio gene­rale della Nato Jens Stol­ten­berg e i 28 rap­pre­sen­tanti del Con­si­glio nord-atlantico, insieme agli amba­scia­tori dei 7 paesi part­ner: Alge­ria, Egitto, Gior­da­nia, Israele, Marocco, Mau­ri­ta­nia e Tunisia.

Tre anni fa, ha ricor­dato Stol­ten­berg, «durante l’operazione diretta dalla Nato per pro­teg­gere il popolo della Libia, sia la Gior­da­nia che il Marocco hanno dato impor­tanti con­tri­buti mili­tari: ciò è stato reso pos­si­bile da anni di coo­pe­ra­zione mili­tare tra i nostri paesi». Il «Dia­logo medi­ter­ra­neo» pre­vede infatti la for­ma­zione di uffi­ciali dei paesi part­ner alle acca­de­mie mili­tari Nato, tra cui il «Defense Col­lege» di Roma, e quella di forze spe­ciali da parte di «Squa­dre mobili di adde­stra­mento» inviate in loco dalla Nato. A tali atti­vità si aggiun­gono quelle pre­vi­ste dai «pro­grammi di coo­pe­ra­zione indi­vi­duale» della Nato con cia­scuno dei sette partner.

Il più impor­tante è quello con Israele, rati­fi­cato dalla Nato nel dicem­bre 2008, tre set­ti­mane prima dell’operazione israe­liana «Piombo Fuso» con­tro Gaza. Esso sta­bi­li­sce la con­nes­sione di Israele al sistema elet­tro­nico Nato, l’aumento delle eser­ci­ta­zioni mili­tari con­giunte e della coo­pe­ra­zione nel set­tore degli arma­menti, per­fino l’allargamento della «coo­pe­ra­zione con­tro la pro­li­fe­ra­zione nucleare» (igno­rando che Israele, unica potenza nucleare della regione, rifiuta di fir­mare il Trat­tato di non-proliferazione ed ha respinto la pro­po­sta Onu di una con­fe­renza per la denu­clea­riz­za­zione del Medio Oriente).

«Con la nascita dell’Isis e il dif­fon­dersi della vio­lenza e dell’odio in tutto il Nor­da­frica e Medio­riente – ha sot­to­li­neato Stol­ten­berg ai part­ner – tale siner­gia tra di noi è più neces­sa­ria che mai». E, rife­ren­dosi alla Gior­da­nia, l’ha defi­nita «un’isola di sta­bi­lità in un mare di tur­bo­lenza», lodan­dola per «il suo con­tri­buto alla sta­bi­lità della regione e alle ope­ra­zioni con­dotte insieme a paesi Nato». Lodi meri­tate: la Gior­da­nia ha con­tri­buito a creare il «mare di tur­bo­lenza», par­te­ci­pando prima alla guerra Nato che ha demo­lito lo Stato libico, quindi alla guerra con­dotta dalla Nato in Siria in modo coperto.

La Gior­da­nia, come la Tur­chia, costi­tui­sce la base avan­zata di tale ope­ra­zione che, con­dotta in siner­gia con Israele, mira a demo­lire non l’Isis (fun­zio­nale a tale stra­te­gia) ma lo Stato siriano. Per i loro meriti, ha annun­ciato Stol­ten­berg, le forze armate gior­dane entrano ora a far parte della «Forza di rispo­sta della Nato».

Cele­brato il ven­te­simo del «Dia­logo medi­ter­ra­neo», il segre­ta­rio gene­rale della Nato e i 28 rap­pre­sen­tanti del Con­si­glio nord-atlantico sono andati a Doha (Qatar) per cele­brare, l’11 dicem­bre, il decimo anni­ver­sa­rio della «Ini­zia­tiva di coo­pe­ra­zione di Istan­bul», la part­ner­ship tra la Nato e quat­tro monar­chie del Golfo: Bah­rain, Emi­rati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar. Stol­ten­berg ha citato «la cam­pa­gna di Libia quale esem­pio di come la Nato e i part­ner del Golfo pos­sono lavo­rare insieme». Nella guerra con­tro la Libia si distinse il Qatar che, come dichia­rato dallo stesso capo di stato mag­giore («The Guar­dian», 26 otto­bre 2011), infil­trò in Libia migliaia di com­man­dos agli ordini del Pentagono.

Lo stesso Qatar che oggi, come risulta anche da un’inchiesta del «Finan­cial Times», spende miliardi di dol­lari per finan­ziare e armare i gruppi isla­mici che com­bat­tono in Siria, com­preso l’Isis, soste­nuto anche da Kuwait e Ara­bia Saudita.

Sarà un caso che, a Doha, il segre­ta­rio gene­rale della Nato non abbia mai nomi­nato l’Isis?