Addio a Bianca Bracci Torsi, maestra di vita Fonte: Il Manifesto | Autore: Gio­vanni Russo Spena, Anna Maria Rivera

Bianca Bracci Torsi è stata una auto­re­vo­lis­sima diri­gente comu­ni­sta e una mae­stra di vita per coe­renza, pas­sione, finis­sima curio­sità intel­let­tuale, amore per la for­ma­zione cul­tu­rale di ragazze e ragazzi. Resi­stenza anti­fa­sci­sta e Costi­tu­zione erano i suoi para­digmi fon­da­tivi, sem­pre pro­iet­tati nella mate­ria­lità della lotta ope­raia e popo­lare. Ha curato il par­tito come comu­nità e come «intel­let­tuale col­let­tivo». Non ho mai cono­sciuto un diri­gente «sto­rico» comu­ni­sta così attento alla con­di­zione delle dete­nute e dei dete­nuti, dei migranti, delle per­sone e dei viventi tutti. Sem­pre in lotta con­tro la repres­sione e l’autoritarismo. Le dicevo, scher­zando, che era la comu­ni­sta orto­dossa più ere­tica che avessi mai cono­sciuto. La ricordo con infi­nita gra­ti­tu­dine e dol­cezza. Gio­vanni Russo Spena

bianca bracci torsi prc

«Ora che anche tra noi va dila­gando il proi­bi­zio­ni­smo, per fumare sono costretta a uscire all’aperto, per­fino quando fa così freddo. Ed è per­ciò che sof­fro di bron­chite. Prima non sapevo cosa fosse, cre­dimi!». Così mi diceva Bianca, e con una certa iro­nia, un giorno d’inverno mentr’era in corso non ricordo più quale riu­nione o assem­blea. E io, taba­gi­sta acca­nita quanto lei, assen­tivo viva­mente, la siga­retta fra le dita intor­pi­dite dal gelo.
Ora che non c’è più, la imma­gino, Bianca, in qual­che dimen­sione ignota ove è sem­pre tie­pida pri­ma­vera, a fumare con sod­di­sfa­zione, ancor più appa­gata per la pre­senza, intorno a lei, di gatti e cani e altre crea­ture.
Sì, per­ché Bianca Bracci Torsi, intel­let­tuale, gior­na­li­sta, ex par­ti­giana e comu­ni­sta in appa­renza tutta di un pezzo, era anche ani­ma­li­sta, per­fino anti­spe­ci­sta, si potrebbe dire, anche se lei non usava que­sto voca­bolo.
Era, Bianca, un felice ossi­moro vivente: orto­dossa ed ere­tica, fedele al par­tito e irri­ve­rente, con­ser­va­trice quanto all’ideologia e aperta a ogni novità nega­trice dello sta­tus quo, mili­tante di ferro e per­sona pro­fon­da­mente tenera.
La chiave per com­pren­dere il para­dosso appa­rente della sua per­so­na­lità, mi sem­bra, è pro­prio la tene­rezza coniu­gata con la gene­ro­sità. Che si asso­ciava, a sua volta, con la gioia di vivere, il senso radi­cale della libertà, la com-passione verso le oppresse e gli oppressi, non da ultimi i non-umani.
A ottan­ta­tre anni, Bianca Bracci Torsi ci ha lasciati, umani e non-umani, la sera di dome­nica 14 dicem­bre. Toscana per ori­gine, romana per ado­zione annosa, da ado­le­scente era stata staf­fetta par­ti­giana. Diri­gente dell’Anpi, pra­ti­cava, come impe­gno fon­da­men­tale della sua vita, un anti­fa­sci­smo non ossi­fi­cato, capace di com­pren­dere le meta­mor­fosi del fasci­smo fino alle più attuali. Era stata co-fondatrice del Par­tito della Rifon­da­zione comu­ni­sta, in cui fino alla fine aveva svolto ruoli diri­genti. Da ultimo si era impe­gnata atti­va­mente anche in favore dell’«Altra Europa con Tsi­pras». Anna Maria Rivera

“Mio padre mi fece interrompere l’università perché non voleva pagare gli studi a una comunista”. Bianca si racconta Fonte: donne in rosso | Autore: Alex Höbel

In questa intervista Bianca Bracci Torsi raconta un pezzo importante della sua vita: la resistenza, le prime esperienze politiche, la scelta di andar via di casa giovanissima e . L’intervista è del febbraio 2013.

Hai spesso ironizzato sulla tua partecipazione alla Resistenza: essendo giovanissima, hai potuto fare “soltanto” la staffetta. Che cosa rimane oggi del patrimonio dell’antifascismo?
Rimane poco perché è stato trascurato, le scuole ne parlano poco, deve esserci qualche insegnante ben informato e convinto perché altrimenti non passa; però io ho notato nelle scuole un cambiamento deciso; parlo di scuole superiori: c’è un nuovo antifascismo che nasce, ai giovani bisogna spiegare innanzitutto il fascismo per poi arrivare all’antifascismo. Oggi il problema è ancora vivo, basta pensare a Grillo, ai suoi atteggiamenti: dice “le fabbriche a chi lavora”, ma senza i sindacati: è la proposta di Mussolini del ’27, non ci sono più i contratti nazionali, il sindacato è uno solo e “si risolve” fabbrica per fabbrica. Per le scuole era lo stesso, c’erano le scuole differenziali, e anche oggi per i bambini disadattati o u po’ troppo vivaci si ricomincia a pensare alle scuole differenziali. E così per la sanità: quando ero giovane, chi andava all’ospedale andava a morire, mentre i ricchi andavano in clinica. Quindi spiegare che il fascismo può tornare, in forme nuove, è importante. Ricordiamoci che Mussolini fece tagliare i salari dei lavoratori, c’era la libertà di licenziamento: non è quello che si propone oggi? Marchionne ha studiato bene le leggi sul lavoro di Mussolini, in primo luogo bisognava tenere conto delle “necessità dell’azienda”. Quindi oggi lavorare su questo è importante. A Roma ormai i fascisti sono stati respinti dalle scuole e anche dai cortei studenteschi, il clima è cambiato. Io credo che oggi tra i giovani e giovanissimi l’antifascismo è tornato a essere un discrimine importante: sono ragazzini ma hanno ben chiara l’importanza di questo aspetto. Hanno imparato nella pratica che cosa sono i fascisti. A questo punto puoi parlare loro della Resistenza e fare la battaglia contro il revisionismo storico che mette sullo stesso piano i partigiani e i repubblichini: certo in guerra si spara da entrambe le parti, ma c’è una bella differenza tra chi combatteva per far tornare la democrazia e chi lottava per lasciare le cose com’erano, far sopravvivere il fascismo e prolungare la tremenda occupazione nazista, con le sue torture, i suoi massacri. Quelli che facevano parte delle SS avevano tre specializzazioni: quelli che sparavano in testa, quelli che sparavano al petto e quelli che colpivano i bambini con le madri. Ma in molti casi i loro complici erano italiani, i fascisti che paese per paese indicavano quali erano gli antifascisti che dovevano prendere, e quelli presi sarebbero stati fucilati. Sono cose tremende, per cui è inutile cercare di cancellarle. C’è una frase di Dimitrov molto bella: “Non esistono popoli barbari, ma popoli imbarbariti: dove c’è il fascismo i popoli si imbarbariscono”.Ti eri licenziata dall’azienda paterna perché non volevi smettere di difendere i lavoratori e promuovere lotte assieme a loro. Dopo qualche tempo ti sei trasferita a Roma, dove hai lavorato per molti anni come giornalista a Paese Sera. Puoi dirci qualcosa di questa esperienza?
B: Mio padre mi fece interrompere l’università perché “non voleva pagare gli studi a una comunista”. Dovendo andare a lavorare, andai in fabbrica da lui e cominciai a fare le lotte assieme ai lavoratori, mi ricordo che le donne che si sposavano venivano licenziate e questa era una cosa assurda. Allora dissi loro che la cosa migliore era aspettare di essere incinte per sposarsi perché così non potevano essere licenziate. Mio padre mi disse che era mia la colpa se queste donne sarebbero state dannate… Alla fine me ne sono andata. Sono arrivata a Roma a 21 anni, anche perché da minorenne non potevo andare a vivere col mio fidanzato. Sono venuta a Roma nel ’52, ho fatto vari lavori e poi sono andata a Paese Sera. Qui ho fatto tutta la trafila, facendo intanto anche altri lavori. E a Paese Sera ho fatto molte cose, ho lavorato tanto sulle borgate e i loro problemi e poi sulla cronaca nera: una cronaca che però era sempre molto legata al sociale: c’erano i figli venduti, le ragazze recluse dalla monache, e io riuscii a parlare con diverse di loro che mi raccontarono le loro storie: erano ragazze irrequiete con famiglie difficili, e spesso erano proprio le famiglie a chiuderle lì. Cominciai a pubblicare queste cose e le suore organizzarono subito una veglia di preghiera perché mi venisse un cancro per punirmi. E molte altre cose di questo tipo: ho seguito le vicende dei dormitori pubblici, e poi la storia di questo ragazzo su cui Pasolini ha fatto un film, che muore in carcere, sul letto di contenzione, morto per una polmonite. Erano inchieste fatte dal vivo, belle, con quelli che uscivano dal carcere ecc.; poi cominciarono a essere loro a rivolgersi al giornale per raccontare le loro storie. Poi ho lavorato al supplemento libri di Paese Sera il primo in Italia. Intanto facevo politica nella zona di Subiaco-Arsoli, una zona dove c’erano tre conventi che avevano anche la proprietà dei territori. Ci fu la legge per la divisione dei prodotti, e il clero iniziò a protestare perché si toglieva l’olio alle madonne, e anche lì facemmo un gran lavoro, andando sulle montagne coi carabinieri a far applicare la nuova legge; ma poi i carabinieri non vennero più, ci andavo da sola. Furono cose molto belle, come i comizi nei paesi, mi sono anche molto divertita. Poi non ce la feci più a reggere questi ritmi, a fare questo doppio lavoro, e allora diventai funzionaria del Partito: guadagno un po’ meno, ma posso fare meglio il lavoro politico. Così lavorai prima agli Amici dell’Unità con Pajetta, come tutti sanno un carattere terribile: però aveva un grande pregio, che chi lavorava e non aveva paura di lui, stabiliva un rapporto tranquillo, senza nessun problema. Poi passai alla Commissione femminile, su richiesta di Adriana Seroni che aveva bisogno di un aiuto per le regioni meridionali, che io avevo già seguito per gli Amici dell’Unità. E anche negli anni successivi ho conservato un legame molto stretto col meridione d’Italia. Poi a un certo punto sono cominciati i problemi. Sono cominciati dagli attacchi mossi a Natta, un grande compagno, che però sbagliò a obbedire al diktat di dare le dimissioni che gli avevano posto Occhetto e gli altri. E da lì è cominciata tutta la storia… Io ero d’accordo con Cossutta, ma ero frenata dal rifiuto delle correnti organizzate.

Facciamo un salto di qualche anno. Nel 1991, di fronte alla maggioranza del gruppo dirigente del Pci che decide di sciogliere il Partito, assieme a Sergio Garavini, Armando Cossutta, Lucio Libertini, Ersilia Salvato, Rino Serri e Guido Cappelloni sei tra i dirigenti che “non ci stanno” e promuovono il Movimento per la Rifondazione comunista, la cui prima iniziativa al teatro Brancaccio vede la partecipazione di migliaia di compagni e compagne. Come commenti la scelta di allora? C’è qualcosa che non ha funzionato o poteva essere fatto diversamente nel percorso della rifondazione?
Era una scelta che doveva essere fatta. Oggi non ci sarebbe più nulla, solo gruppetti sparsi, non dei partiti. Ma certo qualche errore è stato fatto. Non abbiamo tenuto conto che in Rifondazione comunista sarebbero venuti tanti compagni di diversa provenienza, ognuno con la sua idea di partito, e non c’è stato un dibattito approfondito, di massa, che consentisse di chiarire un po’ le cose, chiarire quali erano le cose ancora valide e quali quelle da superare. Non è un questione di chi veniva dal Pci e chi no. Io credo che il miglior segretario che Rifondazione abbia avuto è Paolo Ferrero, che pure non veniva dal Pci, viene da Dp, gli altri non sono stati alla stessa altezza. Quindi non bisogna vedere da dove un comunista viene, ma dove pensa di andare.

Oggi i comunisti e le comuniste stanno convintamente all’interno delle liste di Rivoluzione Civile e sono tra i protagonisti di questa nuova coalizione. Come valuti questa esperienza? Quali elementi di novità può portare nella politica italiana?
Non è un’aggregazione della sinistra anticapitalista come esiste in Francia, in Grecia o in Spagna. Ma è il principio di un raggruppamento di partiti, gruppi, movimenti, cittadini, che sono contrari al neoliberismo. Almeno questo c’è, chiaro in tutti, ed è un punto di partenza importantissimo. Siamo in difesa della Costituzione, che è a rischio e che invece rappresenta un baluardo essenziale conto il fascismo e i tentativi di riportare il paese a tempi bui, innanzitutto tagliando i diritti dei lavoratori, mettendo all’obbedienza il proletariato. Ingroia da magistrato ha condotto inchieste tutte condivisibili, non solo sulla mafia, per le quali oggi viene attaccato. Credo sia stato un magistrato che guardava le cose non solo leggendo le leggi ma anche confrontandole con la realtà sociale e politica del paese; certo sempre applicando e rispettando le leggi, ma con uno sguardo rivolto anche al di là dei codici. Tra le componenti di Rivoluzione Civile, ci sono varie forze, alcune più vicine, altre più lontane da noi, ci sono i partiti e c’è la cosiddetta società civile. Un’espressione che non condivido: quella incivile allora qual è? Io un’idea ce l’avrei. Parlerei invece di movimenti, rappresentanti di lotte sociali, lotte del lavoro e lotte territoriali, e questa lista può servire anche a questo, a collegare battaglie diverse per far sì che non ci siano focolai dispersi, ma che da tante fiamme si produca un incendio generale.

Estonia, Giulietto Chiesa fermato e poi rilasciato, “degenerazione fascista in Europa”. La solidarietà di Prc e Ingroia Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“Si è voluto impedire che intervenissi ad una conferenza dal titolo molto chiaro: ‘Ma la Russia è davvero la nemica dell’Europa?’. Per impedirmi di rispondere a questa domanda io sono stato arrestato e messo in cella”. E’ il racconto di Giulietto Chiesa, rilasciato ieri sera dopo essere stato trattenuto in un commissariato di Tallin in Estonia. “Mi hanno messo in una cella normale – racconta sul suo sito di informazione online in collegamento telefonico – secondo i criteri locali, con gabinetto a terra, un asse per sedersi senza lenzuola e cuscino né finestra e con la luce accesa in permanenza: una cella con tutti crismi della galera”. Là, racconta ancora, è rimasto 4 ore, “poi l’ambasciatore italiano èvenuto a cercarmi e mi hanno fato uscire per parlare con lui. Sono rimasto insieme all’ambasciatore due ore e mezza, in attesa che l’intreccio di telefonare nazionali e internazionali si realizzasse e portasse alla decisione di rilasciarmi per farmi tornare in albergo e passare la notte”.  Il giornalista ed ex europarlamentare ha ringraziato “per il suo intervento deciso e per la maestria professionale” l’ambasciatore italiano in Estonia Marco Clemente”.

Una “plateale violazione di tutte le norme di diritto nazionale, internazionale, europeo e mondiale”, un episodio “che dice fino a che punto la degenerazione fascista in Europa ha proceduto”.

Il segretario generale della Farnesina, Michele Valensise, ieri, aveva convocato l’ambasciatore di Estonia, Celia Kuningas, per chiedere “urgenti chiarimenti” sulla vicenda, esprimendo “sorpresa e preoccupazione per il provvedimento” e per le modalità di esecuzione: la polizia ha raggiunto Chiesa nel suo albergo, dove aveva fatto tappa, dopo essere intervenuto alla conferenza, per prendere i bagagli e partire per Mosca. La polizia, ha raccontato la moglie, gli ha comunicato che era in “stato di arresto” e sarebbe stato “espulso entro 48 ore”.
Quando il giornalista ha chiesto se avessero un mandato, si è sentito rispondere “no, potrà sapere qualcosa una volta arrivati al Commissariato”. Strada facendo l’ex europarlamentare è venuto a sapere dagli agenti che nei suoi confronti esiste un mandato di espulsione al ministero degli Esteri estone.”E’ un fatto molto grave, una violazione dei diritti politici”, ha detto il suo avvocato Francesco Paola. “E’ molto grave che un fatto del genere sia avvenuto in Europa – ha sottolineato la moglie di Giulietto Chiesa, Fiammetta Cucurnia, giornalista a sua volta, che ha dato la notizia alla stampa – siamo nel cuore dell’Europa, per fare una cosa del genere ci deve essere un motivo”. L’unico motivo plausibile per giustificare un’espulsione, al momento, come ha spiegato l’avvocato è quello che Chiesa possa essere considerato una persona non grata. Ma le ragioni non sono state ancora chiarite.

Corrispondente prima dall’Urss e poi dalla Russia per vent’anni, firma dell’Unit… e quindi della Stampa fino agli anni 2000, Chiesa ha sempre avuto una posizione piuttosto critica sulla politica occidentale sulla vicenda ucraina. Nel suo sito d’informazione online, nell’ultimo commento postato il 7 dicembre, commentando il discorso alla nazione di Putin ribadisce di ritenere che “la Russia non stia attaccando ma sia sotto attacco” e critica il modo in cui l’occidente la dipinge, “come uno stato canaglia che minaccia il resto del mondo”.
Elementi di critica, nelle sue analisi recenti, non mancano in particolare nei confronti della Polonia e dei Paesi baltici: fra i più ostili verso Mosca e tra i più vicini agli Usa in seno alla Ue e alla Nato, di cui sono entrati a far parte fra la seconda metà degli anni ’90 e i primi dei 2000.
Solidarietà nei confronti di Chiesa – che da qualche anno collabora con un blog anche per il Fatto Quotidiano – è stata espressa dal segretario del Prc Paolo Ferrero che ha parlato di “fatto gravissimo” e chiesto un intervento “immediato” del governo italiano: “non è possibile che in Europa dietro la facciata della democrazia e dei diritti civili si intervenga a reprimere chi ha l’unica colpa di fare seriamente il mestiere di giornalista”.
“L’arresto di Giulietto Chiesa per le sue opinioni, in un Paese della democraticissima Unione Europea come l’Estonia – scrive Antonio Ingroia, presidente di Azione Civile – è un abominevole insulto alla libertà di pensiero e di espressione e, più in generale, alle libertà individuali”. Oltre a chiedere l’intervento del Governo italiano, Ingroia chiede di intervenire anche ai massimi vertici dell’Unione Europea “perché non si può tollerare che sul proprio territorio ancora avvengano arresti contro la libertà di opinione e di espressione che ci riportino in un passato buio e da cui vogliamo allontanarci il più in fretta possibile”.

Galatolo riconosce l’ex poliziotto: “È lui ‘Faccia da mostro'” da: antimafia duemila

aiello-giovanni-faccia-da-mostrodi Miriam Cuccu – 16 dicembre 2014

Vito Galatolo continua a collaborare con i magistrati di Palermo e Caltanissetta dopo la rivelazione shock del progetto di morte contro Di Matteo. E dichiara di riconoscere “Faccia da mostro”, il personaggio dal volto deformato che sarebbe coinvolto in molti delitti misteriosi e vicino a Cosa nostra. Anche secondo l’ex boss dell’Acquasanta, che da pochissimo ha fatto il “salto” per diventare collaboratore di giustizia, si tratta di Giovanni Aiello (in foto). L’ex poliziotto indagato per la strage di via d’Amelio, secondo il neopentito, negli anni Novanta avrebbe frequentato vicolo Pipitone, nel quartiere palermitano dell’Acquasanta (regno dei Galatolo) dove Cosa nostra si riuniva ai tempi di Totò Riina. Allora Galatolo non era ancora ventenne, ma sostiene di ricordare bene il volto dell’ex agente accusato di essere vicino ai Servizi segreti deviati, per mesi indagato da quattro procure italiane: Palermo e Caltanissetta per la trattativa, Reggio Calabria e Catania per i suoi presunti contatti con ambienti mafiosi.

Di “Faccia da mostro”, prima di Galatolo, sono molti ad averne parlato: il primo è stato, nel 1995, il confidente Luigi Ilardo (poi ucciso l’anno dopo in circostanze misteriose) che raccontò di un uomo dello Stato, con il viso orribilmente devastato, che sarebbe stato presente in alcuni episodi come il fallito attentato all’Addaura contro il giudice Falcone e l’omicidio di Nino Agostino (poliziotto palermitano ucciso insieme alla moglie nell’agosto 1989). Anche il padre dell’agente, Vincenzo Agostino, guardando una foto di Aiello ha sostenuto di riconoscere in lui “Faccia da mostro”. Colui che, una settimana prima dell’uccisione di Nino, aveva bussato a casa per chiedere del figlio.
Il collaboratore di giustizia Vito Lo Forte ha identificato Aiello come l’uomo con cui spesso si accompagnava, assieme ad un altro uomo di Stato, nel corso di una ricognizione fotografica avvenuta nell’agosto 2009: “Li chiamavamo il bruciato e lo zoppo. Uno aveva il viso deturpato, l’altro camminava con un bastone”. I due sarebbero stati visti da Lo Forte “incontrarsi due o tre volte con Gaetano Scotto, il mio capo famiglia”.
Galatolo aveva già nominato “Faccia da mostro” parlando di ciò che gli avrebbe detto il padre Enzo (anche lui al 41bis) che ne avrebbe parlato sempre in riferimento al fallito attentato all’Addaura e all’omicidio Agostino. Lo scorso giugno la sorella di Vito, Giovanna Galatolo (già collaboratrice, ndr), aveva riconosciuto l’ex poliziotto in un confronto all’americana: “È lui l’uomo che veniva utilizzato come sicario per affari che dovevano restare molto riservati, me lo hanno detto i miei zii Raffaele e Pino”. Naturalmente, Aiello ha allontanato da sé qualsiasi accusa. Eppure sono molti i misteri rimasti insoluti che lo riguardano.
Ieri del “caso Galatolo” se ne è discusso nel corso di una riunione alla Direzione distrettuale antimafia alla quale ha preso parte anche Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia. In questi giorni il neocollaboratore è stato interrogato anche dal procuratore Vittorio Teresi, membro del pool del processo trattativa Stato-mafia di cui fa parte anche il pm Di Matteo. Su Di Matteo pende una condanna a morte che, almeno fino allo scorso giugno, ha raccontato Galatolo, era in piena fase operativa. Delle indagini sul progetto del’attentato se ne stanno occupando i magistrati della Procura di Caltanissetta. L’ex boss ha descritto molte delle fasi preparative: dalle riunioni, al carico di esplosivo (una parte inutilizzabile per infiltrazioni d’acqua) all’ordine che sarebbe arrivato da Matteo Messina Denaro, ultimo superlatitante di Cosa nostra. E dei mandanti occulti che, aveva precisato Galatolo, “sono gli stessi di Borsellino”.

L’impunità di Carminati e i rapporti con i Servizi segreti da: lettera35

Otello Lupacchini, il magistrato che indagò sulla Banda della Magliana, parla dell’inchiesta Mafia capitale e spiega come e perché un criminale “la può fare franca”

La Banda della Magliana prima di farsi Mafia capitale ha attraversato diverse mutazioni, la più importante è quella che ha suddiviso in due tronconi le sorti e la “carriera” del gruppo della Magliana e l’anima dei testaccini, è da lì che potere e crimine hanno cominciato ad agire in simbiosi fino a farsi sistema, come emerge dall’ultima inchiesta della Procura di Roma. Un’inchiesta – come precisa il sostituto procuratore della procura generale Otello Lupacchini in un’intervista a Lettera35 – «che ha avuto inizio, secondo ciò che è emerso ma che è stato poco messo in luce, ben prima di quanto riportato ovvero nel 2010». E’ la prima questione che va messa sul tavolo per capire un lavoro investigativo complesso. Lupacchini che, tra la fine degli anni 80 e i 90, ha seguito come giudice istruttore le sorti del sodalizio criminale, chiedendone l’incriminazione nella cosiddetta Operazione Colosseo,  scioglie i nodi sulla road map che sta seguendo la procura e spiega anche come  e perché un criminale “la può fare franca”.

Quali sono le differenze fra l’organizzazione criminale da lei conosciuta rispetto a quanto emerge oggi dalle carte di Mafia Capitale? «L’organizzazione Banda della Magliana sulla quale io ho indagato presentava una caratteristica fondamentalmente diversa da quanto emerso pubblicamente fin qui dall’inchiesta in corso. Mentre la Banda infatti era un sodalizio delinquenziale signoreggiato dalla politica, dagli apparati polizieschi, dai servizi di sicurezza; nell’associazione ipotizzata nell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Massimo Carminati e altri, al contrario, soggetti d’estrazione criminale ed esponenti della politica agiscono in simbiosi tra loro, senza che vi sia una prevalenza degli uni sugli altri».

Perché quando lei si occupò della Banda della Magliana non è stato possibile applicare il 416 bis (associazione di tipo mafioso, ndr)? «Non è esatto affermarlo. Molti fra coloro che erano stati rinviati a giudizio, infatti, sono stati condannati per associazione di stampo mafioso. Soltanto alcuni sono stati condannati per associazione a delinquere semplice o finalizzata al traffico di stupefacenti».

Tra questi soggetti vi era anche il Carminati. «Esatto, è stato tra coloro i quali diciamo hanno “beneficiato” di questa derubricazione. Ciò non significa che l’abbia sempre fatta franca. E’ stato comunque condannato, anche se per un reato meno grave o, comunque, diverso».

Si parla da tempo, e anche in questa nuova inchiesta sono emersi dei riferimenti al riguardo, di protezioni che Carminati avrebbe ricevuto dai Servizi segreti. Anche nella sua indagine erano emersi tali elementi. Come mai non si è potuto ottenere riscontri in tal senso allora? «Da sempre si ipotizza il presunto collegamento fra il personaggio e alcuni elementi dei servizi deviati, ma mai si è andati al di là della soglia meramente indiziaria. Diverse le vicende che sembrarono condurre a emersione un simile collegamento. Basti pensare al furto nel caveau della Banca di Roma all’interno della Città giudiziaria a Piazzale Clodio, che presenta inquietanti analogie con la rapina della Brick’s Securmark, di cui fu protagonista, nel 1984, Antonio Chichiarelli (falsario, indicato nel caso Moro come autore del falso comunicato brigatista del Lago della Duchessa, vicino ai Servizi segreti deviati e contiguo alla Banda della Magliana, ndr) o al depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Nel relativo processo, infatti, Massimo Carminati venne assolto grazie alle dichiarazioni di Sergio Calore, ex Nar, collaboratore di giustizia, assassinato a colpi di piccone, nel 2010, a Tivoli. Al di là delle discussioni che possono appassionare storici e giornalisti, non è evento patologico se, nei processi, le maglie strette della giustizia non consentono talvolta di arrivare alla prova della colpevolezza».

L’aspetto di esaltazione mediatica del Carminati che peso ha avuto sulla sua aurea di impunità? «Rispetto al rapporto asettico fra investigante e investigato, nell’attuale società, la comunicazione ha una sua importante funzione nell’indirizzare l’opinione pubblica, spesso con l’obiettivo di far prevalere una propria idea rispetto a un’altra. E dunque può essere capitato che i media abbiano alimentato il mito di un Massimo Carminati circondata da un’aura d’impunità».

L’11 dicembre scorso il Procuratore capo della Repubblica Giuseppe Pignatone sollecitato dal Copasir a far luce su eventuali coinvolgimenti dei Servizi ha dichiarato che non ci sono prove di legami tra Carminati e l’intelligence». «La prova  è ciò che resta di intangibile sempre dunque sull’uomo che naviga in mezzo ai tanti mondi».

Il reato del 416 bis secondo lei potrà «reggere» all’esito del processo? «Una risposta, al momento è prematura. Il reato di cui all’articolo 416 bis del codice penale è tutto da provare. Fermo restando, infatti, che è la corruzione sistemica il collante che cementa gli indagati, occorrerà provare, comunque, che per effetto del vincolo associativo instauratosi fra corrotti e corruttori si sia prodotta una forza di intimidazione verso soggetti estranei al sodalizio terzi, da cui sia derivata una condizione di assoggettamento e di omertà, per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero per impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o per procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali».

Antonio Mancini, conosciuto come l’Accattone, in una recente intervista ha parlato di un insospettabile sopra Carminati e della divisione creatasi fra la banda e i testaccini che avrebbe portato alla distruzione dell’organizzazione e all’emersione del solo sodalizio mafia politica. Sembra una notizia di reato. «Infatti. Bisognerebbe chiedere a Mancini se ha una precisa conoscenza di questo “insospettabile” e trovare riscontri alle sue dichiarazioni: il solo riferimento buttato lì in una discussione, sebbene fondato su una ragionevole intuizione, non ha alcuna valenza dimostrativa».

L’aspetto di esaltazione mediatica di Carminati che peso ha avuto sulla sua aurea di impunità? «Rispetto al rapporto asettico fra investigante e investigato, nell’attuale società, la comunicazione ha una sua importante funzione nell’indirizzare l’opinione pubblica, spesso con l’obiettivo di far prevalere una propria idea rispetto a un’altra. E dunque può essere capitato che i media abbiano alimentato il mito di un Massimo Carminati circondata da un’aura d’impunità».