Chi è Vito Galatolo, il pentito che fa tremare Cosa nostra da: lettera 35

Riempie pagine di verbali, ma soprattutto riaccende i riflettori sul pm di punta del processo sulla trattativa Stato-mafia

Vito Galatolo è un fiume in piena e non smette di stupire. Dall’Acquasanta, passando per la terra ferma veneziana e approdando a un programma di protezione, l’ex padrino di una delle famiglie più blasonate dello scacchiere mafioso palermitano, sta parlando con i magistrati. Un’anomalia per una famiglia che si è macchiata dei più importanti fatti di sangue avvenuti negli anni ’80. Il padre, Vincenzo, sta scontando una condanna all’ergastolo per il coinvolgimento nella strage di Via Pipitone Federico e gli assassinii Dalla Chiesa, La Torre e Cassarà. Ed è sempre la famiglia Galatolo ad avere un ruolo di primo piano nel “mistero” del fallito attentato all’Addaura.

La sorella, Giovanna, ha deciso di cambiare vita prima del fratello, collaborando attivamente con i magistrati dall’anno scorso e riuscendo a far condannare il cugino, Angelo, e l’ex onorevole Franco Mineo per intestazione fittizia e aggravata di beni. Ma non solo, qualche mese fa i magistrati, con il metodo all’americana, l’hanno portata a riconoscere, un ex poliziotto della Mobile diretta da Bruno Contrada negli anni ’70, Giovanni Aiello: «E’ lui faccia da mostro (il presunto killer di Stato che avrebbe avuto un ruolo operativo nelle stragi e negli omicidi Cassarà e D’Agostino ndr)?» e la Galatolo non sembra aver avuto esitazioni: «E’ lui l’uomo che veniva utilizzato come sicario per affari molto riservati, me lo hanno detto i miei zii Raffaele e Pino». Certo “ le sue dichiarazioni” – scrivono i giudici della corte d’Assise di Palermo che ha condannato il cugino Angelo e l’ex onorevole Mineo, soprattutto quando riguardano fatti o vicende che non l’hanno vista direttamente partecipe ma che sono stati appresi “per sentito dire” in ambito familiare “si rivelano generiche, frammentarie, a tratti persino fuorvianti e distoniche”.

Nella storia che vi raccontiamo in diverse parti, un filo unico che ne sottolinea la sua importanza. Il fallito attentato all’Addaura. Vito Galatolo sa molto più della sorella e soprattutto ha conoscenze dirette dei fatti. In riferimento al fallito attentato all’Addaura, il pentito Vito Lo Forte, uomo della famiglia mafiosa dei Galatolo e ritenuto spesso inattendibile, soprattutto per il fatto di aver commesso un omicidio durante il periodo di collaborazione. Nel caso specifico “a giudizio di questa Corte (corte d’assise di Caltanissetta processo di primo grado per il fallito attentato dell’Addaura, pg.195 ndr) si tratta di un episodio che non vale ad inficiare la attendibilità del collaboratore” si tratta in sostanza di un episodio del tutto a sé stante rispetto ai fatti riferiti e attinente alla sfera privata del soggetto la quale “non ha mai determinato alcuna interruzione nella collaborazione con la giustizia”. Galatolo ha infatti riferito in dibattimento, escusso dal pm Tescaroli, di un incontro avvenuto quando si trovava agli arresti domiciliari con Vito e Angelo Galatolo:

Lo Forte: – … quando nel dicembre sono sta… quando nel dicembre del 1989 sono uscito dal carcere e mi trovavo agli arresti domiciliari da mia sorella, è venuto a trovarmi Angelo Galatolo assieme al suo cugino, Vito, figlio di Vincenzo Galatolo. E parlando del più e del meno mi disse che la bomba all’Addaura era stato… diciamo che erano stati loro a metterla, è stato lui ed altri. Ma in quella occasione mi disse che gliel’hanno messa per non… però con lo scopo che non doveva esplodere.

Nel susseguirsi dell’interrogatorio, Lo Forte, sotto invito del pm, è più specifico:

Tescaroli: – … all’organizzazione criminale [sovrapposizione di voci] e sulla base di rapporti che lei ha avuto con appartenenti all’organizzazione.

Lo Forte: – Sì. Diciamo che io conosco bene Angelo Galatolo e nulla esclude che possibilmente, visto che la bomba non è esplosa in quanto è stata vista prima, possibilmente Angelo Galatolo si è voluto fare grande dicendo: “Adesso – dici – non l’abbiamo potuta fare esplodere”, ma… ma non è così. Possibilmente la bomba doveva esplodere e invece…

Nelle dichiarazioni di Lo Forte, Vito Galatolo rientra in un successivo interrogatorio. Il pentito afferma che “parlando con Vito Galatolo, figlio di Vincenzo, con Giuseppe Fidanzati e con Gaetano Scotto aveva appreso che l’attentato era stato organizzato per colpire i magistrati svizzeri che erano venuti in Sicilia per indagare sul riciclaggio” (pag. 236 della sentenza di primo grado). Sebbene l’attendibilità in todo del collaboratore rimanga immutata, su questo specifico fatto i giudici precisano: “con riferimento a quest’ultima affermazione va, tuttavia, osservato che il Lo Forte è il solo collaboratore di giustizia che ha indicato i magistrati elvetici come obiettivi diretti ed immediati dell’attentato, ma (…) non può escludersi che il Lo Forte abbia raccolto semplici “vanterie”, se non addirittura voci sparse ad arte per depistare”.

U picciriddo, dunque, potrebbe chiarire molti aspetti su una storia ancora in gran parte oscura. Soprattutto sull’interessamento, o non, di entità esterne a Cosa nostra nella preparazione dell’attentato. Faccia da mostro e i Galatolo A tal proposito non sarà sfuggita una domanda su “faccia da mostro”, il presunto killer di Stato riconosciuto dalla sorella Giovanna nell’ex poliziotto Giovanni Aiello, intravisto sul luogo del fallito attentato da alcuni passanti, accusato da pentiti di ‘Ndragheta e Cosa nostra di essere la “mano esterna” delle stragi e omicidi eccellenti, di far parte del gruppo di fuoco del mandamento di Resuttana e indicato dal padre dell’agente Nino Agostino come l’esecutore dell’omicidio del figlio. Aiello è, infatti, un personaggio emblematico.

I giornalisti di Repubblica Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo l’hanno scovato a Montauro, paese della costa jonica, intervistandolo. Aiello ha, ovviamente, negato tutto inserendo nella conversazione quel tocco noir che profuma di bufala: “molto tempo dopo ( l’arruolamento in polizia nel 1963 ndr) ho saputo che tutti noi, 320 giovanissimi poliziotti ben piantati eravamo selezionati come forza di supporto per il golpe del generale di Lorenzo”. Il riferimento è al Piano Solo, il presunto colpo di Stato che sarebbe dovuto essere attuato, tramite l’avallo del Presidente Segni, nell’estate del 1964. Ma c’è un particolare che smentisce il racconto di Aiello: la polizia in quel piano non c’entrava nulla. Anzi, si sarebbe appunto chiamato “Solo” per il fatto che solo i carabinieri avrebbero potuto attuarlo. Bufale a parte, le cose per Aiello si stando complicando da quando ha subito una perquisizione, nella quale gli sono stati trovati biglietti di recenti viaggi in Sicilia (aveva negato di aver messo piede in Sicilia in tempi recenti) e titoli di Stato riferibili ai primi anni ’90.

Adesso il neo collaboratore potrebbe aiutare a far luce anche su questa inquietante vicenda. L’attentato a Nino Di Matteo. Vito Galatolo avrebbe parlato per “togliersi un peso dalla coscienza”. Prima di ogni altra cosa, prima di compiere il salto vero e proprio, avrebbe deciso di confessare al magistrato che Cosa nostra lo vorrebbe morto. Nino Di Matteo si sarebbe spinto troppo oltre. E’ questa la vaga motivazione addotta da Galatolo per giustificare l’attentato. Ma non la sua. Quella di Matteo Messina Denaro in persona che, attraverso una lettera a Girolamo Biondino, fratello di Salvatore, l’autista arrestato insieme a Riina il 15 gennaio del ’93, avrebbe dato l’ordine di morte. Ma l’ex boss si spinge oltre e ipotizza che quella missiva non fosse altro che una messa in scena di Biondino per imporre una strage che solo Riina ed “entità esterne” vogliono.

Interrogato dal procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, competente territorialmente per l’inchiesta, Galatolo avrebbe ricostruito persino il percorso dell’esplosivo: dalla Calabria sarebbe arrivato in Sicilia, a Palermo, e da lì sarebbe stato nascosto in fusti sparpagliati per la città. Un fusto sarebbe stato nascosto nei pressi della villetta, a Monreale, di Vincenzo Graziano, finito in carcere con Galatolo nella maxi operazione “Apocalisse” ma poi scarcerato dal riesame. Allora gli uomini della DIA, armati di ruspe e sensori, hanno ispezionato l’intera zona non trovando nulla. Le indagini potrebbero essere state rallentate, ammesso che l’esplosivo esista realmente, dalla fuga di notizie che ha rivelato l’identità e parte delle dichiarazioni di Galatolo. Una fuga che gli stessi inquirenti definiscono “inquietante” e che ha costretto le forze di polizia a mettere al sicuro la famiglia del dichiarante. Date le rivelazioni, praticamente in diretta, i picciotti potrebbero aver preso l’esplosivo per portarlo in luoghi sconosciuti al neo collaboratore.

Secondo Galatolo, però, la bomba non sarebbe stata la prima scelta. Prendendo il copione Falcone e riapplicandolo, si sarebbe pensato a un agguato a Roma, con dei Kalashnikov. Strategia molto rischiosa per il presunto commando che vi avrebbe rinunciato a seguito delle rivelazioni dell’ennesimo anonimo e il rafforzamento della scorta. Volevano attirarlo nella capitale con una trappola: un falso pentito, Salvatore Cucuzza (deceduto questa estate), che avrebbe promesso rivelazioni importanti sulla trattativa. Le prime falle e i primi dubbi sulle parole del pentito. Tra i fatti messi a verbale, ancora tutti da verificare, ce ne sono alcuni che possono essere valutati sulla base della documentazione esistente e altri, invece, che dovrebbero far sorgere qualche perplessità.

L’ex boss ha parlato, ad esempio, di ingerenze del super latitante Matteo Messina Denaro nelle questioni dei mandamenti palermitani. In particolar modo, Galatolo ha riferito di essere stato posto al vertice del mandamento tramite sua indicazione. Ciò, però, non trova riscontro nelle carte dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip nell’ambito dell’operazione “Apocalisse”. La voluminosa ordinanza – composta da circa quattromila pagine – che ha portato a novantacinque fermi e sgominato due mandamenti, delinea tutt’altro quadro e in nessun modo si vedono ingerenze da parte del boss di Castelvetrano nelle questioni palermitane. Nell’inchiesta c’è, infatti, un particolare che oggi potrebbe tornare utile.

Una scazzottata plateale, per strada, tra due presunti mafiosi del mandamento di Resuttana. Sono Giuseppe Fricano e Gioacchino Intravaia, a filmarli sono gli uomini del comando provinciale dei carabinieri. Si scoprirà solo dopo che il “litigio” era dovuto a un delicato equilibrio di potere all’interno del mandamento: in un summit a casa dell’ormai noto Sergio Flamia, Giuseppe Fricano si sarebbe presentato come capo del mandamento di Resuttana e l’avrebbe fatto senza esserne stato formalmente eletto. Un’uscita infelice, quella al summit, che gli valse il rimprovero di un altro boss al quale Fricano sembrava molto legato: Alessandro D’Ambrogio, influente boss a capo del mandamento di Porta Nuova. E sarebbe stata proprio l’influenza di quest’ultimo – e l’affermata parentela del Fricano con Pippo Calò – a inserirlo a capo di quel mandamento. Così Intravaia, che rimproverava a Fricano di aver affidato il mandamento a “quattro drogati” e ambiva a prendere le redini del mandamento, in un querelle stradale, arrivò a sferrare un destro a Fricano. Ma l’influenza del padrino di Porta Nuova, ancora una volta, avrebbe avuto la meglio nel dirimere la questione e a farla spuntare a Fricano. La figura di Alessandro D’Ambrogio è influente in cosa nostra.

Il boss di Porta Nuova, finito in carcere nel luglio 2013 (operazione Alexander), compare in ogni indagine di mafia come personalità di primissimo piano. Rispettata non solo a Palermo, ma anche fuori dalla provincia. Il secondo tentativo di ricostituzione della cupola provinciale dopo quello del 2008, vede, ad esempio, D’Ambrogio come principale candidato alla guida. E’ D’Ambrogio che piazza uomini nei mandamenti. Ed è sempre lui che tenta di ricostituire un traffico di droga che passi solo dalla Sicilia. Alla luce di ciò appare poco credibile, se non falsa, la dichiarazione del Galatolo in riferimento a una presunta ingerenza del boss di Castelvetrano in mandamenti che nemmeno gli riguardano.

Altro dubbio permane per quanto riguarda le dichiarazioni di Galatolo riguardo Arnaldo La Barbera, capo della Squadra Mobile palermitana, informatore del Sisde, implicato nel pentimento del falso pentito Scarantino e, secondo Galatolo, a libro paga della famiglia dell’Acquasanta. Niente di nuovo, una cosa analoga venne detta da Onorato nel corso dell’udienza del 16 ottobre 2014 del Borsellino Quater. Secondo la ricostruzione del pentito, La Barbera doveva essere ammazzato perché “aveva voltato le spalle a cosa nostra” poiché “ci fu un periodo che fu in mano ai Madonia” precisando che ci fu un periodo “che mi sembrava A ME che si dovesse ammazzare perché in Cosa nostra non esiste…a Palermo… che un poliziotto uccideva un rapinatore… perché poi se il rapinatore veniva ammazzato, poi si doveva ammazzare il poliziotto perché solo cosa nostra poteva uccidere, era proprio un codice di cosa nostra” ma ciò non poté avvenire poiché “Salvatore Biondino mi disse che Salvatore Madonia non voleva che venisse toccato (La Barbera ndr)”.

L’appartenenza di La Barbera ai Madonia gli fu riferita da “Salvatore Biondino” e “Galatolo Giuseppe” quest’ultimo gli avrebbe detto, in carcere, che “La Barbera c’ha i corna dure e che… riesce a portare in un’altra strada sta indagine (su Via D’Amelio ndr) tramite stu Scarantino”. In risposta a ciò, Salvatore Madonia, intervenendo nella stessa udienza, ha richiesto alla corte accertamenti – tramite documentazione – su un omicidio (tale Matteo Zanca) che Onorato attribuisce a se stesso e al Madonia, poiché sostiene che mai gli è stato un imputato l’omicidio e – in relazione ai rapporti coi Servizi (lui parla di Servizi, ma si riferisce a La Barbera. Strana analogia) – di controllare da chi è stato catturato (fu un indagine del ’91 diretta dalla Criminalpol e la Squadra Mobile guidata proprio da La Barbera).

Ciò detto, la valutazione spetterà alla corte presieduta da Balsamo. La logica suggerisce che una personalità in combutta con un mafioso non lo faccia arrestare, ma si deve notare che sono già due collaboratori che lo sostengono. Un altro elemento che dovrà essere preso in considerazione, sarà la tardività delle dichiarazioni di Onorato su La Barbera. Il pentito – reo confesso strangolatore dell’agente del Sisde Emanuele Piazza – ne parlò per la prima volta, dopo anni di collaborazione, al processo trattativa, soltanto un anno fa. Lo stesso fece il pentito Francesco Di Carlo. Troppo facile parlare quando gli uomini muoiono.
(ha collaborato Simona Zecchi)

Da Mafia Capitale a ’ndrangheta Capitale. Così il «mondo di mezzo» flirtava coi clan Fonte: il manifesto | Autore: Silvio Messinetti

L’inchiesta. L’appalto su cui lucrare era sempre quello dell’accoglienza. Anche in Calabria. La coop 29 giugno aveva l’appalto del Cara di Cropani: 1,3 milioni per 240 immigrati. Gli «interessi comuni» di Carminati e Buzzi con i Mancuso

salva-roma

Da Mafia Capi­tale a ‘ndran­gheta Capi­tale il passo è stato breve, anzi bre­vis­simo. C’era da aspettarselo.

Che i ten­ta­coli delle ‘ndrine si muo­ves­sero intorno a Roma era un fatto noto, già regi­strato da altre inchie­ste. Come non ricor­dare le feste elet­to­rali di Ale­manno al Cafè de Paris di via Veneto in cui l’ex sin­daco, non inda­gato, avrebbe cono­sciuto il boss Giu­lio Lam­pada. Per que­sta vicenda Ale­manno è stato escusso come teste nel pro­cesso di ’ndran­gheta con­tro i Valle e i Lam­pada per il quale l’ex con­si­gliere regio­nale Franco Morelli, suo capo cor­rente in Cala­bria, è stato con­dan­nato in appello a 4 anni.

Gli arre­sti di ieri di Rocco Rotolo e Sasà Rug­giero dimo­strano che il busi­ness su cui lucrare è sem­pre quello dell’accoglienza. Anche e soprat­tutto in Cala­bria. Che detiene il poco ono­re­vole pri­mato di ben due Cpt (Cro­tone, il più grande d’Europa, e Lame­zia), della gigan­te­sca ten­do­poli di San Fer­di­nando per gli sta­gio­nali della Piana, più una miriade di cen­tri d’accoglienza affi­dati a coo­pe­ra­tive a dir poco ambi­gue (Falerna, Rogliano nel Savuto, Cro­pani). E pro­prio su Cro­pani si è con­cen­trata l’attività inve­sti­ga­tiva della pro­cura di Roma.

«…Sic­come stanno aumen­tando i pasti mi ha detto ‘facci entrare anche la ’ndran­gheta’» diceva Mas­simo Car­mi­nati in un’intercettazione del 26 mag­gio par­lando con Paolo Di Ninno, com­mer­cia­li­sta di Sal­va­tore Buzzi in car­cere per asso­cia­zione mafiosa, e Clau­dio Bolla, stretto col­la­bo­ra­tore del ras delle coo­pe­ra­tive sociali.

Tra il «mondo di mezzo» di Car­mi­nati e Buzzi e i Man­cuso c’erano «inte­ressi comuni» da met­tere a pro­fitto. I Man­cuso, tra­mite i romani, riu­sci­vano ad entrare nel lucroso affare degli appalti delle puli­zie dei mer­cati rio­nali della Capi­tale e in cam­bio accre­di­ta­vano, anche per inter­ces­sione dei Piro­malli di Gioia Tauro, le coo­pe­ra­tive di Buzzi al fine di ricol­lo­care gli immi­grati in esu­bero dal Cpt di Cro­tone. Il legame tra i due soda­lizi nasce, dun­que, da un do ut des: una richie­sta di pro­te­zione per fare busi­ness in Cala­bria. Per­ché la coop 29 giu­gno di Buzzi aveva l’appalto di gestione del Cara di Cro­pani, isti­tuito dal Vimi­nale per sop­pe­rire al sovraf­fol­la­mento del vicino Cpt Sant’Anna di Cro­tone Lo stan­zia­mento era di 1,3 milioni, per l’accoglienza di 240 immigrati.

Buzzi era di casa sullo Jonio cro­to­nese. È lui stesso a spie­garlo in un’intercettazione del luglio 2014: «Allora io te dico, quando stavo a Cro­pani scen­devo er pome­rig­gio, salivo su la mat­tina e ripar­tivo er pome­rig­gio… par­lavo con il pre­fetto, par­lavo con tutti, par­lavo con la ’ndran­gheta.. par­lavo con tutti. E poi risa­livo su». Lo stesso Buzzi ram­men­tava gli incon­tri con il clan: «Quando siamo andati giù… ci siamo messi a par­lare, noi siamo .. in que­sto periodo… ber­sa­gliati… sap­piamo tutto ciò che è suc­cesso a Vibo… noi siamo ber­sa­gliati dai giu­dici, dai cosi… però chia­miamo un ragazzo… che è pulito nella legge e quindi nello… ok…. ci siamo dati appun­ta­mento e ci ha pre­sen­tato que­sto “gin­gillo” diciamo…».

Il gin­gillo è Gio­vanni Cam­pennì, che così avrebbe curato gli inve­sti­menti romani della potente cosca vibo­nese. Come l’appalto per la puli­zia del mer­cato Esqui­lino, gestito attra­verso la coo­pe­ra­tiva Santo Ste­fano, e affi­da­to­gli con il diretto con­senso di Carminati.

Anche la figura di Rotolo emerge in maniera elo­quente dalle parole di Buzzi: «Quello è un ’ndran­gheta… affi­liato… se tu gli dici sei un mio sol­dato… lui il gene­rale l’ha… il gene­rale non cè l’ha qui a Roma… se offende… non so se me capi­sci… se tu c’hai dei pro­blemi con que­sto… tu me chiami a me e ci parlo io… loro sanno come devono fa’, quali so’ i limiti, non si devono allarga’…però pure te devi sta attento a come ce parli!…»

Tredici miliardi per gli F-35 Fonte: il manifesto | Autore: Manlio Dinucci

A un giorno di distanza, nes­suna rea­zione vera e forte all’annuncio della mini­stra della difesa Roberta Pinotti. Così, men­tre l’Italia spro­fonda nella crisi e i lavo­ra­tori ancora ieri sono scesi in piazza con­tro il governo, Pinotti ha annun­ciato trion­fante «l’Italia ce l’ha fatta»: è stata scelta dal Pen­ta­gono quale «polo di manu­ten­zione dei veli­voli F-35 schie­rati in Europa, sia di quelli acqui­stati dai paesi euro­pei sia di quelli Usa ope­ranti in Europa». L’annuncio della mini­stra al ter­mine di un incon­tro con l’ambasciatore Usa a Roma, John Phil­lips, che le ha tra­smesso la deci­sione del Pen­ta­gono. Deci­sione in realtà scon­tata in quanto, come ricorda la stessa Pinotti, l’impianto Faco di Cameri (Novara) è stato con­ce­pito fin dall’inizio per ospi­tare sia le atti­vità di assem­blag­gio e col­laudo che quelle di manu­ten­zione, ripa­ra­zione, revi­sione e aggior­na­mento del cac­cia F-35.

«È un risul­tato straor­di­na­rio», ha dichia­rato la mini­stra, sot­to­li­neando che «l’Italia, nel pro­getto par­tito nel 1998, sin dall’inizio ha deciso di essere part­ner non acqui­rente». Onore al merito bipar­ti­san. Dopo la firma del primo memo­ran­dum d’accordo da parte del governo D’Alema nel 1998, è stato il governo Ber­lu­sconi a fir­mare nel 2002 l’accordo che ha fatto entrare l’Italia nel pro­gramma come part­ner di secondo livello. È stato nel 2007 il governo Prodi a per­fe­zio­narlo e pro­spet­tare l’acquisto di 131 cac­cia. È stato nel 2009 il governo Ber­lu­sconi a deli­be­rarne l’acquisto. È stato nel 2012 il governo Monti a «rica­li­brare» il numero dei cac­cia da 131 a 90 per dimo­strare che, di fronte alla crisi, tutti devono strin­gere la cin­ghia. È stato nel 2013 il governo Letta e nel 2014 quello Renzi a con­fer­mare gli impe­gni dell’Italia nel pro­gramma F-35 capeg­giato dalla sta­tu­ni­tense Loc­kheed Mar­tin, prima pro­dut­trice mon­diale di armamenti.

13est1piccola pinotti«Un suc­cesso indu­striale for­te­mente voluto dalla Difesa», lo defi­ni­sce Pinotti, assi­cu­rando che la scelta di Cameri pro­durrà «rica­dute enormi per l’Italia». Enormi? Resta da vedere in che senso. «Lo sta­bi­li­mento di Cameri a pieno regime aumen­terà note­vol­mente le per­sone impe­gnate diret­ta­mente», pre­vede Pinotti. Non dice però quanto ven­gono a costare i pochi posti di lavoro creati a Cameri e nella ven­tina di aziende che pro­du­cono com­po­nenti per l’F-35. L’impianto Faco di Cameri, costato all’Italia quasi un miliardo di euro, dà lavoro a meno di mille addetti che, secondo Fin­mec­ca­nica, potreb­bero arri­vare a 2500 a pieno regime. E, nell’annunciare la scelta di Cameri, il gene­rale Usa Chri­sto­pher Bog­dan chia­ri­sce, in pre­vi­sione di ulte­riori spese per lo sta­bi­li­mento, che «i paesi part­ner del pro­gramma F-35 si fanno carico degli inve­sti­menti per tali impianti».
L’ambasciatore Phil­lips ram­menta poi a Pinotti ciò che si è dimen­ti­cata di dire (e che gli altri gior­nali non scri­vono), cioè che «l’Italia man­terrà la parola data sui 90 aerei», ossia sull’acquisto di 90 cac­cia F-35. A un prezzo ancora da quantificare.

L’accordo sti­pu­lato in otto­bre dal Pen­ta­gono con la Loc­kheed Mar­tin per l’acquisto di altri 43 F-35, di cui 2 per l’Italia, sta­bi­li­sce che «i det­ta­gli sul costo saranno comu­ni­cati una volta sti­pu­lato il con­tratto». L’Italia si impe­gna quindi ad acqui­stare altri F-35 senza cono­scerne il prezzo. Per una stima di mas­sima, rica­vata dal bilan­cio del Pen­ta­gono, il costo uni­ta­rio attuale è di 177 milioni di dol­lari – oltre 140 milioni di euro – ossia circa 13 miliardi di euro per 90 cac­cia. La Loc­kheed assi­cura che, gra­zie all’economia di scala, il costo uni­ta­rio dimi­nuirà. Non dice però che l’F-35 subirà con­ti­nui ammo­der­na­menti che faranno lie­vi­tare la spesa. L’annuncio di Pinotti che l’F-35 «rimarrà in atti­vità per 30 anni con revi­sioni perio­di­che» signi­fica quindi che per decenni altri miliardi usci­ranno dalle casse pubbliche.

Il gene­rale Bog­dan pre­vede per Cameri un futuro ancora più «radioso»: «Dato che l’Italia accre­scerà la capa­cità di pro­du­zione dell’impianto – dice – vi è la pos­si­bi­lità che gli Usa e altri part­ner costrui­scano a Cameri loro aerei», in col­la­bo­ra­zione con la Gran Bre­ta­gna e la scelta di Cameri, come quella di un impianto turco, è dovuta a diversi fat­tori, tra cui «la posi­zione geo­gra­fica, la neces­sità ope­ra­tiva e la pre­vi­sta distri­bu­zione degli aerei». In altre parole, il gene­rale Bod­gan spiega che l’Italia è stata scelta quale «polo di manu­ten­zione» dei cac­cia F-35 per­ché il Pen­ta­gono pre­vede di usarla ancora di più quale por­tae­rei Usa/Nato nel Mediterraneo.

Europa, mercoledì il voto al Parlamento sul riconoscimento dello Stato di Palestina Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Mercoledì in Europa è la giornata della Palestina. Al Parlamento è previsto il voto di una risoluzione sul riconoscimento o meno dello Stato palestinese, come già avvenuto in diversi parlamenti nazionali. L’ultimo in ordine di tempo è stato il Portogallo. Pochi giorni fa ha approvato la mozione in cui si raccomanda al governo il riconoscimento dello stato palestinese come stato indipendente e sovrano “in coordinamento con l’Ue”. Prima di quello Portoghese, hanno approvato documenti analoghi, non vincolanti, i parlamenti di Francia, Regno Unito, Spagna e Irlanda, oltre alla Svezia che ha riconosciuto direttamente lo Stato palestinese. ..
C’è da registrare anche un “bis” del parlamento francese. Dopo l’Assemblea nazionale, è stato il Senato pochi giorni fa ad approvare una mozione che chiede al governo di Parigi di riconoscere la Palestina, e di impegnarsi per una ripresa “immediata” dei negoziati di pace. Anche in questo caso il testo non è vincolante per l’esecutivo, ma aggiunge pressione politica su un dossier rispetto al quale la diplomazia transalpina si è già mostrata a più riprese possibilista.”E’ il primo passo di una relazione da pari a pari tra Israele e palestinesi” e “la conditio sine qua non dell’apertura di vere trattative”, ha argomentato prima del voto il relatore del provvedimento, il socialista Gilbert Roger, secondo cui è dovere della Francia “ricordare che il conflitto israelo-palestinese non è una guerra di religione ma un conflitto territoriale”. Il centrodestra, che con l’ultima tornata elettorale ha conquistato la maggioranza al Senato, si è espresso contro la mozione. Intanto, il segretario di Stato agli Affari europei, Harlem Desir, che ha anche stavolta rappresentato il governo durante la votazione, ha ricordato che Parigi si rende disponibile per organizzare una nuova conferenza di pace per il Medio Oriente, e che “se questa non dovesse funzionare, bisognerà che la Francia si prenda le proprie responsabilità riconoscendo lo Stato della Palestina”.