Legge elettorale, Roma, Quirinale: il M5S deve essere decisivo (dipende solo da lui) da:micromega

Dall’impasse di Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale alla situazione del comune di Roma dopo l’esplosione di Mafiacapitale, fino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Ecco come il Movimento 5 Stelle potrebbe essere protagonista in modo straordinariamente efficace. Perché continua a giocare di rimessa?
di Paolo Flores d’Arcais

Cari parlamentari eletti nelle liste M5S, come vostro rappresentato vi sottopongo alcune riflessioni che certamente terrete in considerazione.

La forza che col nostro voto vi abbiamo dato può esercitarsi nella attuale situazione – di crisi morale politica ed economica sempre crescente – in modo straordinariamente efficace. Faccio solo tre esempi: la legge elettorale, la situazione del comune di Roma dopo l’esplosione di Mafiacapitale, l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.

La legge elettorale continua ad essere elemento cruciale della trattativa tra Renzi e Berlusconi, e una pietra d’inciampo dell’accordo politico-istituzionale tra i due. Il M5S potrebbe, come si dice nell’unico gergo con cui ormai i media parlano di politica, quello calcistico, entrare a gamba tesa, o con una metafora scacchistica, compiere la “mossa del cavallo”, insomma diventare protagonista, utilizzando i nostri voti, anziché spettatore passivo, ibernandoli o dissipandoli. E partecipare come protagonisti non significa affatto edulcorare la propria radicalità, ma anzi esercitarla davvero anziché conservarla nella teca delle parole.

Cosa che invece il M5S continua a fare, ripetendo come un mantra che sul sistema elettorale la decisione è già stata presa perché “rete locuta causa finita”. Ma con queste superstizioni non si fa politica radicale, perché per essere radicale una politica deve essere innanzitutto azione.

Ora, proprio l’impasse in cui Renzi e Berlusconi si trovano per la legge elettorale vi offre (ci offre!) l’occasione di diventare protagonisti, di lanciare voi (noi!) una proposta che ponga il M5S al centro della scena politica e costringa gli altri a misurarsi con la propria (vostra, nostra) radicalità. Basterebbe mettere sul tappeto il sistema uninominale a due turni, con ballottaggio al secondo fra i due più votati al primo (erroneamente lo si definisce “alla francese” benché in Francia al secondo turno possano passare anche un terzo e un quarto candidato, se hanno ottenuto il 12,50% al primo, con possibilità di pastette fra partiti per il “désistement”).

È il sistema con cui si eleggono i sindaci. Oltretutto è proprio il sistema che ha permesso al M5S di compiere il grande salto (prima della vittoria di Pizzarotti a Parma le prospettive non erano certo un quarto e oltre dei voti), inoltre è il sistema elettorale più amato dagli italiani poiché per i sindaci funziona benissimo, e infine Renzi e Berlusconi dovrebbero arrampicarsi sugli specchi per rifiutarlo, perché in vari momenti i rispettivi partiti lo hanno magnificato (anche se ora per calcoli di bottega immediati non lo vogliono più). Perché dunque non fare di questo tema un vostro (nostro!) agire politico, anziché lasciare campo libero alle varie componenti della Casta?

Roma, devastata da Mafiacapitale, offre un’occasione ancora più imperdibile. Marino è persona onesta, e costantemente in conflitto col Pd (che aveva ormai deciso di farlo fuori). Ha commesso e continua a commettere gaffes, stupidaggini, errori. Ma è pur sempre giulebbe rispetto a quello che passa il convento partitocratico affaristico-criminale (ora tutti i media si sbracciano a dire che erano cose note, ma quando alcune rarissime testate parlavano della destra di Alemanno come criminale, e di mezzo Pd anche, era tutto uno stracciarsi di vesti contro i “giustizialisti”, “manettari” e “girotondini-giacobini”). Perché il M5S continua a giocare di rimessa anziché ad agire da protagonista?

Infatti significa giocare di rimessa lasciare che le proposte (perfino alquanto ragionevoli) vengano da Rutelli e siano riprese da Marino, mentre sarebbe agire da protagonisti prendere l’iniziativa e proporre in modo ultimativo e credibile a Marino la costituzione di una “giunta degli onesti”, cambiando tutti gli assessori, discutendoli insieme a partire dalle competenze presenti nella società civile, che lo stesso M5S dovrebbe individuare e proporre. Che senso ha ridursi invece ad un altro mantra, quello dello scioglimento o commissariamento, che in concreto significa affidare il governo della città ad una persona scelta dal ministro dell’Interno, il cui nome è Angelino Alfano? Cosa è più radicale? Oggi uno dei “cinque” del direttorio ha giustamente chiesto per il M5S la presidenza dell’assemblea comunale e della commissione alla trasparenza. Ma perché chiamarsi fuori da una “giunta degli onesti”? Non nel senso di farne parte con propri esponenti (neanche esponenti del Pd dovrebbero farne parte) ma di indicarne e discuterne i nomi tratti dalle competenze della società civile.

Quanto alla Presidenza della Repubblica: perseverare diabolicum, come è noto. E si rischia di perseverare se si continua a dire che nella scorsa occasione si è fatto il massimo e il meglio in coerenza con i valori del movimento. Non è vero. Si poteva, e si può, fare di più, senza perdere di radicalità, anzi. Si tratta, come al solito, di occupare il luogo strategico dello scontro, anziché giocare di rimessa o collateralmente, accomodandosi nella mera testimonianza.

Se se vuole fare decidere alla rete la rosa dei primi dieci nomi, si faccia, ma assai più seriamente. Con una discussione sul sito che cominci subito, che comporti proposte argomentate, e discussioni su ciascuno di essi altrettanto argomentate, che sia aperta agli elettori e non solo ai militanti (oltretutto quelli “certificati” e entro una certa data), che veda esprimersi apertamente i vari deputati. Allora, a conclusione di questa elaborazione collettiva di settimane, il voto avrebbe un significato non occasionale, non semplicemente emotivo, non prono alla mera notorietà mediatica (e anzi di quel medium che è un sito generalmente troppo autoreferenziale: quel sito infatti sarebbe stato aperto quanto più possibile a simpatizzanti ed elettori).

A questo punto i dieci nomi dovrebbero essere affidati ai parlamentari, per dare al M5S i margini di manovra necessari in qualsiasi azione che si svolga in Parlamento, e massime in una elezione del Presidente della Repubblica, dove votazione per votazione cambia lo scenario e la possibilità di incidere efficacemente. I parlamentari ovviamente si sentirebbero moralmente obbligati a rispettare le indicazioni della rete, ma tra un indicato al primo posto che dopo varie votazioni non ha alcuna possibilità, e uno al terzo o quarto, che può diventare un outsider con effettive probabilità per i veti reciproci con cui gli altri partiti hanno bruciato i rispettivi candidati, consentire ai gruppi parlamentari di poter decidere non sarebbe certo opportunismo “contro la rete” ma possibilità di rendere efficaci le decisioni della rete, anziché velleitarie e di mera testimonianza.

Perché l’appartenenza di Mandela al Partito Comunista è importante | Fonte: newstatesman.com | Autore: Martin Plaut

Il giorno della morte di Mandela il Partito comunista sudafricano scelse di rivelare un fatto che era stato a lungo negato: che egli era un membro del partito.

Anzi, al momento del suo arresto egli faceva parte del Comitato Centrale. La dichiarazione recita: “All’epoca del suo arresto nell’agosto 1962, Nelson Mandela non solo era un membro dell’allora clandestino Partito comunista sudafricano, ma faceva parte del Comitato Centrale del partito. Dopo la sua liberazione dal carcere nel 1990, Madiba divenne un grande e fidato amico dei comunisti fino alla fine dei suoi giorni”.

Commentando questa rivelazione, il colonnista del New York Times, nonché precedentemente corrispondente da Mosca e Johannesburg, Bill Keller, è stato ottimista: “La breve appartenenza di Mandela al Partito comunista sudafricano, e la sua alleanza di lungo termine con comunisti più devoti, parla più del suo pragmatismo che della sua ideologia”. Non è chiaro da cosa Keller deduca che l’appartenenza di Mandela sia stata “breve”. La dichiarazione del Partito comunista non specifica se egli rimase un membro della loro organizzazione fino alla sua morte (nonostante l’accurata impostazione della frase suggerisca di no) e, nel caso egli abbandonò il partito, perché lo fece e quando tale abbandono ebbe luogo. Lo stesso Mandela ha ripetutamente negato di aver fatto parte del partito. Durante il suo discorso dal banco degli imputati all’apertura del processo di Rivonia nella Corte Suprema di Pretoria il 24 aprile 1964 Mandela fu categorico: “Giungo ora alla mia posizione. Ho negato di essere comunista, e credo che le circostanze mi obblighino a definire esattamente quale sia il mio credo politico. Mi sono sempre considerato, prima di tutto, un patriota africano”.

Si potrebbe ribattere che Mandela e gli altri imputati stessero combattendo per la loro vita, e avrebbero afferrato ogni singola pagliuzza in grado di alleggerire la loro sentenza. Dopotutto, erano accusati di aver commesso una serie di crimini molto gravi, inclusi atti di sabotaggio, violenze pubbliche e attentati con bombe. Alla fine il giudice condannò gli imputati all’ergastolo, piuttosto che alla pena di morte. Ciò che è più difficile da capire è perché, dopo che l’AfricanNational Congress e il Partito comunista furono legalizzati nel 1990 e Mandela fu liberato, la questione non fu chiarita. Ciò che sarebbe bastato sarebbe stata una semplice dichiarazione da parte di entrambe le organizzazioni. Invece fu necessario lo scrupoloso lavoro del giornalista e accademico Stephen Ellis per svelare i collegamenti di Mandela col Partito. Dopo una lunga e approfondita ricerca attraverso gli archivi, egli pubblicò le sue conclusioni nel 2011. Così, quali conclusioni si dovrebbero trarre dalla lealtà di Mandela al Partito comunista? È certamente molto di più di una curiosità storica. Basta considerare alcune delle presenti posizioni dell’ANC per riconoscere l’impronta del Partito comunista su queste. Leggendo il più importante documento programmatico dell’ANC, Strategia e Tattiche, adottato nel 2007, vi troviamo un’analisi della natura della società sudafricana. Essa si riferisce all’origine del paese come “un colonialismo di una tipologia particolare, in cui sia i colonizzati che i colonizzatori convivono in un territorio comune con una vasta popolazione europea stanziale”. Questa formulazione è tratta, quasi parola per parola, dal programma del Partito comunista sudafricano approvato nel 1962.

Ovviamente il Sud Africa è tutto tranne che uno stato comunista ortodosso. I suoi splendenti centri commerciali e l’organizzazione delle sue fabbriche e miniere devono molto di più agli Stati Uniti che all’Unione Sovietica. Piuttosto, uno dovrebbe rivolgersi ad un’altra prospettiva per valutare l’impatto reale dei compagni di Mandela a partire dagli anni Quaranta. La Costituzione del 1996 promulgata dall’ANC è basata sulla convinzione di un ideale non-razziale. Eppure essa avrebbe potuto essere differente. Ci sono state occasioni in cui l’ANC ha flirtato con un Nazionalismo Africano che non sarebbe sembrato fuori posto in Zimbabwe.  Lo stesso Mandela riconobbe il ruolo del Partito comunista nel distoglierlo da visioni non troppo diverse da quelle di Robert Mugabe. Inizialmente Mandela si oppose ostinatamente ad ogni legame tra l’ANC e i comunisti esattamente per questa ragione, come reso chiaro dal suo discorso sul banco degli imputati nel 1964.

“Entrai nelle file dell’ANC nel 1944, e nei giorni della mia gioventù assunsi la posizione che la politica di ammettere i comunisti nell’ANC, e la stretta co-operazione che esisteva a quel tempo su specifiche questioni fra l’ANC e il Partito comunista, avrebbe condotto a un annacquamento del concetto di Nazionalismo Africano. All’epoca ero membro della Lega Giovanile dell’African National Congress, e facevo parte di un gruppo che spinse per l’espulsione dei comunisti dall’ANC”. Questa trasformazione fu il frutto di un lungo processo iniziato poco dopo l’arrivo di Mandela a Johannesburg nel 1941. Mandela fu assunto da uno studio legale, Witkin, Sidelsky e Eidelmann. Un amico di Mandela, Walter Sisulu, lo aveva presentato al gruppo, e uno dei soci, Lazar Sidelsky, accettò di assumerlo come impiegato mentre compiva i suoi studi per divenire avvocato. Sidelsky non era comunista, ma altri nello staff lo erano. Nel 1943 Mandela si iscrisse all’Università di Witwatersrand, a Johannesburg. Era l’unico nero iscritto a Giurisprudenza, e avrebbe potuto condurre un’esistenza solitaria. Ma presto divenne amico di un gruppo multirazziale di giovani uomini e donne, fra cui Joe Slovo, Ruth First, George Bizos, Ismail Meer, J.N. Singh e Bram Fisher. Tutti erano attivisti di sinistra. Gradualmente l’attitudine di Mandela si addolcì. Come egli disse durante il processo:

“per molti decenni i comunisti furono l’unico gruppo politico del Sud Africa che trattasse gli Africani come esseri umani e loro uguali; essi erano gli unici che accettassero di mangiare con noi, parlare con noi, vivere con noi e lavorare con noi. Essi costituivano l’unico gruppo politico pronto a lottare al fianco degli Africani per l’ottenimento dei diritti politici e di un posto nella società.

Fu l’intervento dei comunisti e di altri gruppi dell’esigua sinistra sudafricana a trasformare non solo Mandela, ma anche il complesso delle istanze dell’ANC.

Senza il loro intervento chi potrebbe essere certo che l’ANC avrebbe comunque adottato nel 1955 la Carta delle Libertà, con la sua dichiarazione iniziale: “Il Sud Africa appartiene a tutti coloro che ci vivono, bianchi e neri”? Non possiamo saperlo, ma mentre piangiamo la morte di Mandela dovremmo ricordare e riconoscere il ruolo che i comunisti svolsero nel prendersi cura e nell’influenzare questo grande uomo.

Articolo pubblicato su New Statesman

traduzione di Federico vernarelli 

Un «piano verde» per uscire dalla crisi Fonte: sbilanciamoci | Autore: Monica Frassoni

Possiamo considerarla una massima generale, che casca a pennello nel caso dell’“Investment Plan for Europe”, il piano d’investimenti presentato, il 26 novembre scorso a Strasburgo, dal Presidente della Commissione, Jean Claude Juncker: un documento che manca di ambizione, di mezzi appropriati e di obiettivi qualificanti.

I motivi alla base dell’iniziativa Juncker sono chiari e largamente condivisi, almeno a parole: l’economia ha bisogno urgente di una boccata di ossigeno, che significa “necessità di nuovi investimenti” e l’Europa deve fare la sua parte. Ma investire su cosa e quanto? Il livello d’investimenti pubblici diretti da parte dell’Ue è di circa 21 miliardi di euro, che dovrebbero agire come una “leva” per creare 315 miliardi di euro in totale, cioè un rapporto davvero miracoloso secondo il quale 1 euro dal fondo dovrebbe creare 15 euro di investimenti. Si tratta peraltro in gran parte fondi riallocati: solo 5 mld proverrebbero dalla BEI (la Banca Europea per gli Investimenti); i restanti 16mld di euro, invece, verrebbero sottratti o congelati dal budget Ue per fare da garanzia; non si sa ancora da quali progetti, ma è stato lo stesso Juncker a fare riferimento ai programmi Horizon 2020 e Connecting Europe Facility che potrebbero vedersi privati di almeno 8mld di euro.

Conseguenza questa inevitabile della sciagurata decisione di ridurre in modo consistente il Bilancio dell’UE nel periodo 2013/2020, che riduce all’osso, appena all’1% in relazione al PIL, l’intero bilancio UE. All’origine, è bene sottolinearlo, l’idea pare fosse di reinvestire i fondi di “emergenza” restituiti da Portogallo e Irlanda messi a disposizione nel Fondo Salva stati. Ma il veto teutonico ha bloccato sul nascere questa idea. E cosi, Juncker si è adattato, senza andare a cercare altre fonti possibili di finanziamento. Come potrebbero essere la proposta di Tassa sulle transazioni finanziarie, oggi finita in un binario semimorto e comunque con aliquote molto deboli; o la repressione di frode ed evasione fiscale, che potrebbero portare 100 miliardi di euro in più di entrate da dirottare almeno in parte nel misero bilancio UE e da investire nell’economia reale. Il punto più problematico è comunque il come s’intende spendere questi soldi. Nella testa di Juncker e della maggioranza degli stati membri si tratta di dare la priorità a grandi infrastrutture (tunnel, autostrade, aereoporti, treni ad alta velocità, gasdotti…): le liste che si preparano ricordano quando negli anni 90 la Commissione ricevette centinaia di progetti infrastrutturali che poi mise nel famoso piano di Reti Transeuropee, rimaste per lo più incompiute. L’approccio del documento appena approvato dai Verdi al PE “Un piano di investimenti Verde” è radicalmente diverso; si concentra sia su come trovare i denari che su come spenderli per assicurare un massimo profitto non per chi investe, o almeno non solo, ma anche e soprattutto per gli europei e spiega che i cambiamenti climatici e la scarsità delle risorse possono diventare una grandissima opportunità per uscire dalla stagnazione nella quale ci dibattiamo. L’accento è messo sulle riforme necessarie a garantire un clima favorevole agli investimenti e su tre priorità di spesa di livello europeo: l’uscita dalla dipendenza dai fossili, investendo in energie rinnovabili, interconnessioni, efficienza energetica, in particolare sul patrimonio abitativo. La seconda priorità concerne le politiche locali, dalla mobilità, all’educazione, la lotta all’esclusione, la salute, l’alimentazione e agricoltura: tutti settori chiave per accompagnare il cambio di paradigma verso una società nuova. La terza priorità è l’investimento nell’innovazione sociale “verde”; dalla sfida digitale alla ricerca mirata a offre soluzioni sostenibili e accessibili in una società sempre più divisa e ineguale. Nessuna di queste proposte è irrealista o utopica. Quello che da qui a giugno sarà necessario fare, anche attraverso il monitoraggio dei progetti presentati a livello nazionale e un duro lavoro legislativo sulla definizione dei criteri di attribuzione, è fare in modo che le proposte del Piano Verde possano trovare uno spazio di discussione e di reale applicazione. E’ una delle sfide dei prossimi mesi.

Alfonso Gianni: L’inganno dell’art. 81 Fonte: Il Manifesto | Autore: Alfonso Gianni

Nei suoi pen­sieri sparsi, Lud­wig Witt­gen­stein, annotò che: «Niente è così dif­fi­cile come non ingan­nare se stessi». Quale migliore spie­ga­zione del per­ché il legi­sla­tore ita­liano ha inse­rito due anni fa nella nostra Costi­tu­zione il prin­ci­pio del pareg­gio di bilan­cio, modi­fi­can­done l’articolo 81? Ma l’inganno non può durare all’infinito. Sotto i colpi della crisi e di qual­che ripen­sa­mento anche nel campo main­stream, la spa­valda sicu­rezza con cui una mag­gio­ranza – un tempo si sarebbe detto bul­gara – di par­la­men­tari votò nel 2012 la nuova norma costi­tu­zio­nale, pare vacil­lare non poco.Eppure le avver­tenze alla pru­denza ven­nero fatte anche allora, ma non furono ascol­tate. Nel luglio del 2011 sei premi Nobel per l’economia (Ken­net Arrow, Peter Dia­mond, Char­les Schul­tze, Wil­liam Sharpe, Eric Maskin e Robert Solow) rivol­sero un appello al Pre­si­dente Obama a non pie­garsi alla regola del rag­giun­gi­mento del pareg­gio di bilan­cio annuale, con­si­de­ran­dola del tutto disa­strosa per una cor­retta poli­tica economica.

Più mode­sta­mente, un’assemblea indetta da giu­ri­sti demo­cra­tici a Roma, in pros­si­mità del voto finale in quarta let­tura al Senato, avve­nuto nell’aprile 2012, invi­tava i par­la­men­tari del Pd, facenti parte della mag­gio­ranza che soste­neva il governo Monti, ben­ché favo­re­voli al pareg­gio di bilan­cio, ad abban­do­nare l’aula al momento del voto in modo da non fare scat­tare la mag­gio­ranza dei due terzi che avrebbe impe­dito la con­vo­ca­zione del refe­ren­dum cosid­detto con­fer­ma­tivo. Un refe­ren­dum che si applica alle norme di revi­sione costi­tu­zio­nale che non sono appro­vate in entrambe le camere con la mag­gio­ranza dei due terzi e che – stra­nezza della nostra legi­sla­zione – non pre­vede, a dif­fe­renza dei refe­ren­dum abro­ga­tivi di leggi ordi­na­rie, alcun quo­rum. D’altro canto non era l’Europa a chie­der­celo. Infatti quest’ultima si mostrava indif­fe­rente al tipo di norma che i paesi mem­bri avreb­bero adot­tato al riguardo, se di livello costi­tu­zio­nale o meno. La Fran­cia ad esem­pio non seguì la prima strada.

Se il con­si­glio fosse stato seguito si sarebbe avuta almeno una larga discus­sione di poli­tica eco­no­mica nel nostro paese e ogni forza poli­tica sarebbe stata costretta a pro­nun­ciarsi aper­ta­mente, non potendo ricor­rere all’astensione nel voto referendario.

Rispose Anna Finoc­chiaro, pre­sente all’assemblea nella sua qua­lità di Pre­si­dente del gruppo sena­to­riale Pd, con un cor­tese ma fermo discorso, nel quale pre­ci­sava la diver­sità dei punti di vista e soprat­tutto la sua appar­te­nenza ad un par­tito che non tol­le­rava che, una volta presa una deci­sione, i suoi par­la­men­tari si com­por­tas­sero in modo discorde. Moti­va­zione dav­vero incauta se messa a con­fronto con quanto sarebbe avve­nuto di lì a non molto, quando oltre cento depu­tati nel segreto dell’urna disob­be­di­rono alla indi­ca­zione di voto del loro par­tito sulla ele­zione del Pre­si­dente della Repubblica.

Da allora di acqua sotto i ponti ne è pas­sata parec­chia. La appli­ca­zione della norma tanto invo­cata prima da Ber­lu­sconi, poi da Monti e san­ti­fi­cata da mag­gio­ranze senza pre­ce­denti, ini­zial­mente anti­ci­pata addi­rit­tura al 2013, è stata poi posti­ci­pata da Renzi al 2017. Né sono state da aiuto le elu­cu­bra­zioni sus­se­guenti alla pre­sen­ta­zione del Def 2015 sulla misu­ra­zione del Pil poten­ziale da cui si deri­ve­rebbe il c.d output-gap in base a cui si valu­te­rebbe la distanza dal rag­giun­gi­mento del pareg­gio strut­tu­rale. I con­tor­ci­menti sulle dif­fe­renze fra Pil reale e Pil poten­ziale, fra pareg­gio di bilan­cio con­ta­bile e quello strut­tu­rale nascon­dono solo la cat­tiva coscienza di chi ha com­preso che la norma non sta in piedi ma non si ras­se­gna alla brutta figura di fare mar­cia indietro.

Ma anche que­sto gioco a nascon­dino ha il fiato corto. Venerdì un arti­colo molto pun­tuale del Sole24Ore get­tava la maschera ed affer­mava chia­ra­mente che “è tempo di ripen­sare l’utilità del pareg­gio di bilan­cio”, fino a defi­nire che l’idea di dimi­nuire il nume­ra­tore del rap­porto Debito/Pil, su cui si basa tutta la poli­tica di auste­rità e il fami­ge­rato fiscal com­pact, è “una con­ce­zione priva delle più ele­men­tari basi logico-razionali”.

Quindi quella norma va abo­lita. A que­sto scopo è par­tita la cam­pa­gna «col pareg­gio ci perdi» per la rac­colta di firme in calce ad una legge di ini­zia­tiva popo­lare che mette i biso­gni delle per­sone prima della con­ta­bi­lità. Si stanno for­mando comi­tati in tutte le città. Se ne tor­nerà a par­lare il 18 dicem­bre a Roma, alle 17.30 presso l’Auditorium di via Rieti con Ste­fano Rodotà, Susanna Camusso, Mau­ri­zio Lan­dini coor­di­nati da Norma Rangeri.