«Senza immigrati salta tutto» Fonte: il manifesto | Autore: Eleonora Martini

Svizzera. «Un sollievo il no al referendum». Parla l’ambasciatore a Roma, Giancarlo Kessler. L’iniziativa Ecopop bocciata al 74,1%. L’Ocse: il paese elvetico primo in accoglienza

migranti

“Uno che ci sol­leva”. L’ambasciatore sviz­zero a Roma, Gian­carlo Kes­sler, non nasconde il timore vis­suto dal Paese elve­tico in que­ste ultime set­ti­mane. Onore alla Sviz­zera, però, visto che il 74,1% della popo­la­zione ha boc­ciato sono­ra­mente l’iniziativa Eco­pop deno­mi­nata «Stop alla sovrap­po­po­la­zione — sì alla con­ser­va­zione delle basi natu­rali della vita», che chie­deva di limi­tare allo 0,2% la cre­scita della popo­la­zione immi­grata. E in un Paese che acco­glie per­cen­tual­mente il mag­gior numero di immi­grati in Europa, come testi­mo­niano i dati dif­fusi pro­prio ieri dall’Ocse.

Se avesse vinto il sì al refe­ren­dum pro­po­sto da un comi­tato di strani eco­lo­gi­sti e di fem­mi­ni­ste, poco iden­ti­fi­ca­bile in ter­mini di schie­ra­menti poli­tici, il numero di immi­grati, fron­ta­lieri com­presi, si sarebbe dovuto fer­mare l’anno pros­simo a 17 mila unità. Una soglia impos­si­bile, visto che nel 2013 il saldo migra­to­rio si è asse­stato a 87 mila per­sone. Dome­nica, in Sviz­zera, poco meno del 50% degli aventi diritto si è recata alle urne ma a dire no, que­sta volta, sono stati anche tutti i can­toni, com­preso il Ticino (anche se con la per­cen­tuale minore: il 63,1%), dove la pres­sione dei lavo­ra­tori ita­liani è forte e sentita.

Le due ini­zia­tive hanno ori­gini com­ple­ta­mente diverse: quella del 9 feb­braio era pro­po­sta da ambienti con­ser­va­tori che com­bat­tono l’immigrazione men­tre Eco­pop era soste­nuta soprat­tutto da eco­lo­gi­sti che pen­sa­vano di dare così una rispo­sta ai pro­blemi dello svi­luppo soste­ni­bile. Chia­ra­mente siamo sol­le­vati che sia stata respinta a grande mag­gio­ranza, per­ché non era una buona rispo­sta ai pro­blemi migra­tori e in più la pro­po­sta di con­trollo delle nascite, soprt­tutto nei paesi extra euro­pei, era molto discu­ti­bile. Inol­tre non avrebbe con­tri­buito allo svi­luppo eco­no­mico della Sviz­zera per­ché met­teva limiti molto stretti e dif­fi­cil­mente osser­va­bili. Detto que­sto, comun­que il risul­tato non ci toglie dall’impaccio di dover appli­care l’articolo costi­tu­zio­nale appro­vato dal popolo il 9 feb­braio che pone dei limiti gene­rici all’immigrazione, non dra­co­niani come nell’iniziativa Eco­pop, ma impone anche, per esem­pio, la pre­fe­renza ai cit­ta­dini sviz­zeri sui posti di lavoro. Si aprono quindi pro­ble­ma­ti­che chiare sulla libera cir­co­la­zione, oggetto di accordi con l’Unione europea. Amba­scia­tore, come mai i cit­ta­dini sviz­zeri hanno detto sì alla limi­ta­zione dell’immigrazione pro­po­sta col refe­ren­dum del 9 feb­braio men­tre que­sta volta la boc­cia­tura è stata così netta?

I dati dell’Ocse dif­fusi ieri dicono che la Sviz­zera è in cima alla clas­si­fica euro­pea con 125.600 migranti accolti nel 2012, pari all’1,6% della popo­la­zione. Lo svi­luppo eco­no­mico elve­tico, oggi come 40 anni fa, è legato alla mano­do­pera degli immigrati?

Direi che da sem­pre quella sviz­zera è una eco­no­mia aperta. Per arri­vare all’odierna pro­spe­rità ci siamo sem­pre avvalsi di forze estere. Chiaro che in un mondo glo­ba­liz­zato la per­cen­tuale aumenta. Ma se 40 anni fa gli immi­grati con­tri­bui­rono a far cre­scere l’industria o a costruire le grandi opere, per esem­pio, idroe­let­tri­che, oggi si tratta per­lo­più di per­so­nale ad alta spe­cai­liz­za­zione che lavora nell’industria di punta o nei ser­vizi. Dun­que la Sviz­zera, che ha sem­pre accolto e vive di immi­gra­zione, oggi vuole con­ti­nuare a cogliere que­sta oppor­tu­nità che le per­mette gli attuali livelli di eccel­lenza. Le fac­cio un esem­pio: nelle scuole poli­tec­ni­che fede­rali, che sono con­si­de­rate le migliori del mondo, la metà degli stu­denti qua­li­fi­cati per un master o per un dot­to­rato, e gli stessi pro­fes­sori ad alti livelli, sono stranieri.

Quali pro­blemi com­por­tano i lavo­ra­tori fron­ta­lieri in Ticino, e quali con­se­guenze ha il refe­ren­dum del 9 feb­braio su di loro?

L’articolo del 9 feb­braio impone di rego­lare l’afflusso di immi­grati in fun­zione dei biso­gni dell’economia, com­presi anche i fron­ta­lieri. Quindi la que­stione è chiara: biso­gnerà rego­lare anche que­sto tipo di lavo­ra­tori, che sono ita­liani, ma anche fran­cesi e tede­schi. Al di là di un par­tito -– la Lega dei tici­nesi — che fa un’amalgama di con­cetti e ha fatto dei lavo­ra­tori fron­ta­lieri ita­liani la fonte di tutti i pro­blemi del Ticino, però è un fatto che si tratta di un pic­colo can­tone di 300 mila abi­tanti inca­sto­nato nella Lom­bar­dia, con un bacino di utenza di milioni di per­sone. E sui lavo­ra­tori tici­nesi, vista la con­cor­renza dei vicini, c’è una forte pres­sione. Quindi il sala­rio medio è più basso che nel resto della Sviz­zera. D’altra parte que­ste per­sone lavo­rano rego­lar­mente e ci sono indu­strie e ser­vizi che appro­fit­tano della pre­senza di que­sti lavo­ra­tori. Quindi anche il can­ton Ticino deve deci­dere che tipo di svi­luppo vuole e poi accet­tare le con­se­guenze del libero mercato.

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