Egitto/ Il primo Protocollo medico contro la violenza di genere sulle donne. da: ndnoidonne

A partire dal 2015 su tutto il territorio egiziano entrerà in vigore il primo protocollo medico per i casi di violenza sulle donne.

inserito da Zenab Ataalla

Cairo. E’ appena passato il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne e in concomitanza con la ricorrenza il Ministero della Salute egiziano ha lanciato una novità assoluta, un Protocollo medico da adottare contro le violenze di genere. Il documento redatto in collaborazione con l’UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, provvede a informare il personale medico sulle procedure da seguire in caso di violenze nei confronti delle donne. “Si tratta di una conquista che l’Egitto non era riuscito ancora a raggiungere nonostante i suoi sforzi per affrontare questo tipo di violenza” dice Mervat al Talawy, capo del Consiglio Nazionale per le Donne d’Egitto (NCW).
Il protocollo, che sarà operativo dal 2015, mira a circoscrivere le azioni da adottare in questi casi. Alle donne non sarà solo garantito il primo soccorso dopo il trauma fisico subito, ma avranno diritto all’assistenza psicologica e legale. Allee donne che hanno subito una violenza sessuale verrano effettuati degli esami per verificare l’eventuale contagio di malattie sessualmente trasmissibili o l’eventuale gravidanza. Elemento non trascurabile, nessuna verrà costretta a ritornare nella casa dove la violenza è stata perpetrata. In passato troppe volte, la paura di lasciare i mariti violenti e per di più di non essere accettate dalla famiglia di origine, ha spinto negli anni passati molte donne a non denunciare i loro aguzzini e andare avanti come se nulla fosse mai accaduto.

Si tratta di considerare le donne delle sopravvissute e di seguirle nel loro percorso riabilitativo senza mai giudicarle per quello che hanno vissuto. “Combattere la violenza contro le donne significa non solo arrestare e condannare i responsabili, ma significa anche dare alle donne un’assistenza adeguata in quanto le sole ed uniche vittime degli espisodi di violenza”, ha aggiunto al Talawi. Nonostante siano passati ormai quasi 20 anni dalla 4° Conferenza Internazionale sulle Donne, quella di Pechino, in cui il tema della violenza sulle donne è stato definito come una grave violazione dei diritti umani, l’Egitto è ancora passi indietro rispetto ad altri Paesi del mondo.

La pubblicazione nell’aprile del 2013 del rapporto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Uguaglianza di Genere e l’Empowerment Femminile sui casi di violenza di genere in Egitto ne è la testimonianza. Più del 90% delle intervistate hanno confermato di aver subito una qualche forma di violenza, soprattutto dopo la rivoluzione del 2011.

E non conforta nemmeno il dato che riguarda la pratica delle mutilazioni genitali femminili. Vietate di fatto nel 2008, è ancora alta la percentuale delle bambine che vi sono sottoposte, soprattutto nelle aree rurali del Paese, dove sono l’ignoranza e la povertà a scandire la vita sociale delle comunità. Secondo il rapporto Unicef del 2008, è alta la percentuale delle donne con un’età compresa tra i 15 e i 49 anni che ha subito mutilazioni genitali. Parliamo del 95,2%, che si è ridotto ad un 91% nel 2013.

Dunque è plausibile affermare che le leggi ci sono, e le pene per chi commette violenza di genere contro le donne sono state persio inasprite con il nuovo Presidente El Sisi. Ma come sottolinea Mervat el Talawy “La nuova Costituzione egiziana garantisce alle donne molti diritti che però rimarranno solo lettera morta se non cambieranno la società e la cultura egiziana all’interno delle quali la violenza è radicata. Bisogna invece lavorare per cambiarle perché siano effettivamente riconosciuti alle donne il diritto ad una vita libera da violenze e abusi.”

| 02 Dicembre 2014

Kurdistan iracheno/ Nujin Yousif: Kobane e dintorni da: ndnoidonne

Incontriamo Nujin Yousif, co-segretaria del PYD, in Rojava per parlare di democrazia paritaria e della resistenza di Kobane

inserito da Emanuela Irace

Nujin Yousif viene da Afrin uno dei tre cantoni del Rojava, letteralmente: “paese dove tramonta il sole”, enclave kurda nel nord della Siria. Nujin ha 48 anni e non è sposata. Vive a Sulaymanyya, nel Kurdistan iracheno, ai confini con l’Iran. Ci incontriamo nella sede del PYD, il Partito dell’unione democratica, dove Nujin ricopre il ruolo di co-segretaria in base ai criteri di democrazia paritaria applicati dal popolo kurdo sia in ambito amministrativo che politico: “La co-gestione è una delle caratteristiche del nostro movimento. L’obiettivo è creare unità di donne a tutti i livelli, non soltanto per la difesa militare ma anche per la gestione politica e per tutti i comparti dell’organizzazione sociale”.

Sui media occidentali e soprattutto italiani si è dato molto spazio al fatto che in Rojava e in Iraq ci fossero eserciti composti esclusivamente da donne, dando più enfasi al folclore che ai contenuti…
La nostra è una ideologia forte alternativa ai modelli autoritari applicati in medio Oriente e per questo scomoda. Stiamo realizzando la democrazia paritaria in maniera concreta. Crediamo fortemente che l’unica riforma possibile per gli Stati nazionali debba basarsi sulla democrazia diretta, l’uguaglianza di genere e l’ecologia. Se ci pensi, sono tre fattori concatenati tra loro.

Già, noi ne parliamo e voi la mettete in atto, c’è un detto in Italia che dice: “fare i fatti e non le chiacchiere”…
Si, credo di aver capito, (ride) noi dalla fine degli anni ’90 abbiamo messo in cima alle nostre priorità quel che consideriamo l’unica strada percorribile per il futuro del nostro popolo. Crediamo razionalmente, come ha scritto Ocalan (il leader kurdo che dal 1999 è in isolamento nel carcere prigione turco nell’isola di Imrali, ndr) che la politica sia del popolo e non delle oligarchie. L’economia deve essere un mezzo al servizio di tutti. E le risorse devono essere equamente distribuite. Per questo vogliamo la partecipazione diretta dei cittadini alla politica, il rispetto per l’ambiente e l’uguaglianza tra uomini e donne.

E nonostante la guerra ci siete riusciti..
Sono 4 anni che si combatte nel Rojava, prima contro Al Nusra poi contro lo Stato Islamico. Ciò nonostante, o forse grazie a cio’, siamo stati capaci di creare una alternativa, “la terza via”: ossia né con Assad né con gli islamisti. Poi questo modello di autonomia democratica è cresciuto, da gennaio 2014 abbiamo la nostra Costituzione, ogni cantone ha il proprio Parlamento e l’intero Rojava è diventato un laboratorio per uscire dalla crisi, ma anche un modello per l’intero Medio Oriente.

Per questo nessuno ne parla, per paura del “contagio”?
E’evidente che siamo scomodi. Lo siamo sempre stati. E’ dal 1923, dal trattato di Losanna che le Potenze Occidentali hanno deciso di ignorare la nostra esistenza e combatterci. Genocidi e pulizia etnica sono stati la costante necessaria per l’edificazione degli Stati nazione disegnati col compasso. Poi le due Guerre Mondiali. Le promesse non mantenute. Siamo diventati “apolidi” a casa nostra. Divisi e senza diritti in Turchia, Siria, Iraq e Iran. Darci ascolto avrebbe significato riconoscere anche i diritti all’esistenza di altre comunità perseguitate, come i palestinesi per esempio.

Che situazione c’è adesso in Rojava e soprattutto nel cantone di Kobane?
Per la prima volta la questione kurda è diventata nota al grande pubblico. Nel Kurdistan occidentale, ossia nel Rojava, vivono 2 milione e mezzo di kurdi, in tutta la Siria i kurdi sono 3 milioni. Questo territorio che segue il tracciato dell’antica ferrovia Berlino-Baghdad tra Turchia e Siria, ha difficoltà di collegamento. Molte città sono in mano ai jiadisti dello Stato islamico. Kobane è il cantone più piccolo, 600mila abitanti, ma il sistema dell’autonomia democratica è tra i piu avanzati e funzionanti. Cristiani e altre etnie si sono dati da fare per realizzarlo insieme a noi, per questo è stato attaccato, la risposta è stata la resistenza del popolo che ci ha fatto conoscere in tutto il mondo. Il problema resta la Turchia. Erdogan, da aprile Presidente dello Stato turco, non vuole riconoscere l’autonomia del Rojava, perché non ha mai riconosciuto l’identità kurda in Turchia e la cosa gli creerebbe problemi. Sono circa 20 milioni i kurdi in Turchia che vorrebbero vedere riconosciuto il proprio status.

Da un punto di vista internazionale cosa non siete riusciti a fare?
Avremmo voluto partecipare ai negoziati di Ginevra 1 e Ginevra 2. Ma a quel tavolo non ci siamo arrivati. E non abbiamo potuto dire la nostra né raccontare il nostro modello. Devi considerare che in tutti e tre i Cantoni del Rojava, ossia Efrin, Kobane e Cizre inizia tutto dal basso. La democrazia si realizza in forma diretta a cominciare dai quartieri fino al Parlamento. Ci sono comitati popolari e ognuno presta la propria opera volontariamente, uomini e donne, secondo le proprie competenze e possibilità. Anche Cristiani e arabi stanno utilizzando questo sistema di partecipazione democratica.

Come avviene il reclutamento dal basso e cosa chiedete alla Comunità internazionale?
I rappresentanti delle assemblee del popolo siedono in Parlamento. Sono 28 i partiti che hanno partecipato alle elezioni. Se non ci fosse stata questa guerra avremmo fatto nuove consultazioni. Ma ci sono altre emergenze umanitarie. Siamo in inverno e i bisogni crescono. C’è un campo con 8.000 profughi yazidi scappati dalla guerra. Alla comunità internazionale chiediamo di aiutare anche le popolazioni cristiane e dare uno stop all’embargo. Abbiamo bisogno di cibo e medicine e dell’apertura di nuovi varchi per portare aiuti umanitari. Siamo abituati a convivere con altre etnie e siamo per la fratellanza tra popoli. Vogliamo una Siria democratica che accetti la nostra autonomia regionale. Questo chiediamo alla comunità internazionale, che ci ascolti.

Emanuela Irace

| 02 Dicembre 2014

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Sciopero sociale, il 3 e 4 a Roma per l’assedio al Senato contro il Jobs act. Prc in piazza il 3 e il 12 Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Ieri a Napoli si è tenuta l’assemblea nazionale di bilancio sullo sciopero sociale del 14 novembre. Un affollato meeting all’ex Asilo Filangeri si è deciso, di fronte al Governo Renzi che ha anticipato i tempi di approvazione del Jobs Act al Senato, a dare vita a una iniziativa nazionale per il 3 dicembre a Roma. L’idea di assediare il Senato è stata abbastanza condivisa. Un po’ meno quella di scendere in piazza il 12 dicembre, nello stesso giorno dello sciopero generale indetto dalla Cgil. Ma questo non è passato assolutamente come un elemento di divisione. Le soggettività raccoltesi intorno allo strike meeting prima e allo sciopero sociale poi, si rivedranno a cavallo tra gennaio e febbraio per cercare di approfondire i punti risolti e non risolti emersi dai laboratori e dai tre incontri nazionali che hanno preceduto e seguito il 14 novembre. Uno tra tutti, come dare una maggiore concretezza al bisogno del grande mondo del precariato di articolare forme di lotta che incidano e diano risultati dal punto di vista delle vertenzialità.
Rifondazione aderisce e sostiene la mobilitazione indetta contro il Jobs Act da tutte le realtà dell’autorganizzazione sociale che hanno dato vita allo sciopero sociale del 14 novembre, per il 3 dicembre al Senato. “Il governo Renzi – si legge in una nota firmata dal segretario Paolo Ferrero e da Roberta Fantozzi, responsabile Lavoro e elfare – taglia il futuro dei giovani precarizzando sempre di più il lavoro e la vita, demolisce i residui diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, taglia e privatizza il welfare e i beni comuni”. Per il Prc, contro il governo serve la più ampia mobilitazione possibile. E quindi, “appuntamento a Roma il 3 e anche per il 12 dicembre per lo sciopero generale!”.

Stop#jobsact oggi in tanti e tante per circondare il Senato contro la follia di Renzi | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Domani il “Jobs act” sarà in Senato per completare l’iter di approvazione. Domani, il Laboratorio nazionale per lo sciopero sociale ha dato appuntamento a tutti e a tutte per costruire una vera e propria “recinzione umana” attorno a palazzo Madama. Una forma di protesta già tentata, ma che questa volta sarà di dimensioni molto più considerevoli. “Il governo Renzi con un’ulteriore forzatura democratica e costituzionale – si legge nel documento uscito dall’assemblea di domenica scorsa a Napoli – accelera ancora il percorso di approvazione della legge delega e valuta l’ipotesi di blindarla col voto di fiducia. Segnali di un processo totalmente autoritario ed eterodiretto dalla BCE e dalla Troika”. Ma anche il tentativo “di depistare e disinnescare – continuano i militanti del Laboratorio per lo sciopero sociale – il protagonismo di centinaia di migliaia di precarie e di precari che hanno dimostrato la propria opposizione a questo progetto” nella giornata dello sciopero sociale del 14 novembre come nelle piazze e negli scioperi che stanno attraversando il paese. Chi vuole ipotecare la nostra vita e il nostro futuro non ci troverà in silenzio!
L’appuntamento è alle 10 alla fermata metro del Colosseo. La partenza del corteo a cui parteciperanno i sindacati di base alle 11.30 verso piazza Sant’Andrea della Valle. Ci saranno probabilmente anche iniziative dislocate in altre città. Alle decine di migliaia di persone che il 14 novembre hanno partecipato allo sciopero sociale è stato rivolto l’appello ad arrivare a Roma per realizzare una protesta il cui obiettivo è molto simile all’”Acampada” dell’M15. Praticamente parteciperanno quasi tutte le sigle del sindacalismo di base. L’USB ha indetto un presidio sotto  il Senato, in Piazza delle Cinque Lune, a partire dalle ore 11.00.  “Attraverso una delega al Governo, ampia e indeterminata anche sotto il profilo temporale – si legge in un comunicato – si intende cancellare diritti e tutele conquistati in anni di lotte: dal contratto a tutele crescenti, che nella sua declinazione servirà solo a garantire agli imprenditori mano d’opera ricattabile e precaria, al controllo a distanza dei dipendenti; dall’estrema libertà di deroghe al contratto nazionale, alla possibilità di demansionamento fino a due livelli inferiori, per finire con la cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori”. L’USB, che anche contro il jobs act ha costruito lo sciopero generale del 24 ottobre e partecipato allo sciopero sociale del 14 novembre scorso, “continuerà coerentemente ad opporsi contro questo progetto di asservimento del mondo del lavoro”.In piazza ci sarà anche Rifondazione Comunista che lancia un ponte tra la mobilitazione di domani e quella dello sciopero generale del 12 dicembre: “Contro il governo serve la più ampia mobilitazione possibile”, dichiara il segretario Paolo Ferrero

Uruguay, Tabaré Vazquez è il nuovo presidente Fonte: il manifesto | Autore: Geraldina Colotti

Ballottaggio. Eletto al secondo turno il successore di Pepe Mujica

Tabare Vazquez

Tabaré Vaz­quez, can­di­dato della coa­li­zione di cen­tro­si­ni­stra Frente Amplio, ha vinto il bal­lot­tag­gio di dome­nica. E’ stato eletto pre­si­dente dell’Uruguay con il 53,6% con­tro il 41,1% di Luis Lacalle Pou, rap­pre­sen­tante del Par­tido Nacio­nal. Tra il vin­ci­tore e il suo avver­sa­rio con­ser­va­tore, uno scarto del 13%. E’ la for­bice più ampia otte­nuta dal vin­ci­tore di un bal­lot­tag­gio da quando, nel 1996, la riforma costi­tu­zio­nale ha isti­tuito il secondo turno. Da allora, le urne hanno visto tre bal­lot­taggi, il primo nel 1999, perso da Vaz­quez con­tro il can­di­dato del Par­tido Colo­rado, Jorge Batle (44,5% con­tro 52,2%, l’8% in meno); il secondo nel 2009, quando l’attuale pre­si­dente José Mujica ha vinto su Luis Alberto Lacalle con il 52,3% con­tro il 43,4% (8,8% in più). Tra l’uno e l’altro, Vaz­quez è diven­tato pre­si­dente al primo turno supe­rando la soglia del 50%. Ora, il can­di­dato del Frente Amplio (la coa­li­zione di centro-sinistra che ha otte­nuto la mag­gio­ranza nei due rami del par­la­mento) assu­merà l’incarico a marzo e gover­nerà fino al 2020.

Il set­tan­ta­quat­trenne onco­logo ha voluto ricor­dare il 30 novem­bre di 34 anni fa. Allora, la popo­la­zione ha espresso «un chiaro no» alla riforma costi­tu­zio­nale pro­po­sta dalla dit­ta­tura, con il 56% dei voti, e «un deciso sì alla demo­cra­zia, ricon­qui­stata nel 1985. Oggi – ha dichia­rato dome­nica sera Vaz­quez – abbiamo detto nuo­va­mente sì a più libertà, diritti, a una miglior demo­cra­zia e a una miglior cit­ta­di­nanza, a più svi­luppo eco­no­mico, sociale e cul­tu­rale». La popo­la­zione ha detto sì «anche a più lavoro e più valore aggiunto alla pro­du­zione e alla soste­ni­bi­lità ambien­tale – ha aggiunto Vaz­quez – ma anche a una mag­giore infra­strut­tura per l’attività eco­no­mica del paese e per la vita quo­ti­diana delle per­sone. E un sì al miglio­ra­mento della qua­lità dei ser­vizi pub­blici: salute, edu­ca­zione, sicu­rezza, atten­zione a tutti gli uru­gua­yani e spe­cial­mente a chi ne ha più biso­gno; un sì a una mag­gior inte­gra­zione interna e esterna con la regione e il mondo». Il neo eletto ha poi invi­tato «tutti i set­tori della società a un ampio dia­logo sui temi fon­da­men­tali» e ha esor­tato ad ascol­tare «il cuore del paese». Quindi, ha così con­cluso: «Non biso­gna tanto pen­sare alle pros­sime ele­zioni, quanto alle pros­sime generazioni».

Alla vice­pre­si­denza, ci sarà Raul Sen­dic, figlio dello scom­parso lea­der dei Tupa­ma­ros, che ha ricor­dato alcune let­tere invia­te­gli dal padre quand’era in car­cere durante la dit­ta­tura: «Siamo cava­lieri della sto­ria — ha detto – dopo aver con­qui­stato un oriz­zonte, se ne pre­sen­tano dei nuovi. Il Frente Amplio è così».
Lacalle Pou ha subito rico­no­sciuto la scon­fitta: «E’ la demo­cra­zia», ha detto. Tutti i pre­si­denti dell’America latina si sono con­gra­tu­lati con Vaz­quez via twit­ter, e nelle piazze sono comin­ciati i festeg­gia­menti.
L’Uruguay ha dun­que deciso di non tor­nare indie­tro, almeno sul piano for­male. Quanto ai pro­grammi e alle que­stioni in campo, è noto che il neo pre­si­dente è più mode­rato del suo cari­sma­tico pre­de­ces­sore José “Pepe” Mujica: sia sul piano dei diritti (aborto, mari­juana, matri­moni gay), che su quello eco­no­mico e dell’integrazione lati­noa­me­ri­cana. «Può darsi che Vaz­quez abbia ragione a voler modi­fi­care la Costi­tu­zione per eli­mi­nare il secondo turno, ma a me pre­oc­cupa soprat­tutto che abbiamo una Costi­tu­zione a tutela del lati­fondo», ha affer­mato Mujica di recente. E ha spie­gato che la Carta magna impe­di­sce di tas­sare i lati­fon­di­sti, «men­tre con­sente di aumen­tare ogni giorno l’Iva su quel che si man­gia. E allora – ha chie­sto – a favore di chi è que­sta Costi­tu­zione?». L’ex tupa­maro Mujica, per legge non ha potuto più rican­di­darsi. In com­penso, è stato eletto sena­tore e così pure la sua com­pa­gna, Lucia Topo­lan­sky, anche lei ex guer­ri­gliera, pro­ba­bile mini­stra per l’Agricoltura.

Un’altra que­stione spi­nosa è quella che riguarda la pas­sata dit­ta­tura. In un docu­mento di un cen­ti­naio di pagine, inti­to­lato “Diritto alla verità nelle Ame­ri­che”, la Com­mis­sione inte­ra­me­ri­cana per i diritti umani ha sol­le­ci­tato alcuni paesi che hanno subito regimi dit­ta­to­riali (Bra­sile, Cile e Uru­guay) o san­gui­nose guerre civili (Gua­te­mala e Sal­va­dor) a «declas­si­fi­care gli archivi». La Com­mis­sione ha lamen­tato anche l’esistenza di leggi che impe­di­scono i pro­cessi per vio­la­zione dei diritti umani in tutta la loro esten­sione: «Il diritto alla verità non può essere coar­tato attra­verso misure legi­sla­tive come le amni­stie», dice il docu­mento e ricorda che 16 paesi hanno isti­tuito com­mis­sioni per la verità per far luce su tor­ture, assas­si­nii e scom­parse durante i regimi mili­tari negli anni ’70-’80. La prima è stata creata dall’Argentina dopo il ritorno alla demo­cra­zia, nel 1983. L’ultima è in corso in Bra­sile, si è costi­tuita nel 2012 per inda­gare i cri­mini dei diversi governi mili­tari che si sono suc­ce­duti tra il 1964 e il 1985.

Su que­sto, però, nean­che l’ex pri­gio­niero Mujica è d’accordo a ria­prire vec­chie ferite: «Acco­glierò i pri­gio­nieri di Guan­ta­namo – ha dichia­rato di recente – ma a con­di­zione che pos­sano girare liberi e non deb­bano tor­nare in car­cere qui da noi. So cosa signi­fica pas­sare anni die­tro le sbarre»

«Senza immigrati salta tutto» Fonte: il manifesto | Autore: Eleonora Martini

Svizzera. «Un sollievo il no al referendum». Parla l’ambasciatore a Roma, Giancarlo Kessler. L’iniziativa Ecopop bocciata al 74,1%. L’Ocse: il paese elvetico primo in accoglienza

migranti

“Uno che ci sol­leva”. L’ambasciatore sviz­zero a Roma, Gian­carlo Kes­sler, non nasconde il timore vis­suto dal Paese elve­tico in que­ste ultime set­ti­mane. Onore alla Sviz­zera, però, visto che il 74,1% della popo­la­zione ha boc­ciato sono­ra­mente l’iniziativa Eco­pop deno­mi­nata «Stop alla sovrap­po­po­la­zione — sì alla con­ser­va­zione delle basi natu­rali della vita», che chie­deva di limi­tare allo 0,2% la cre­scita della popo­la­zione immi­grata. E in un Paese che acco­glie per­cen­tual­mente il mag­gior numero di immi­grati in Europa, come testi­mo­niano i dati dif­fusi pro­prio ieri dall’Ocse.

Se avesse vinto il sì al refe­ren­dum pro­po­sto da un comi­tato di strani eco­lo­gi­sti e di fem­mi­ni­ste, poco iden­ti­fi­ca­bile in ter­mini di schie­ra­menti poli­tici, il numero di immi­grati, fron­ta­lieri com­presi, si sarebbe dovuto fer­mare l’anno pros­simo a 17 mila unità. Una soglia impos­si­bile, visto che nel 2013 il saldo migra­to­rio si è asse­stato a 87 mila per­sone. Dome­nica, in Sviz­zera, poco meno del 50% degli aventi diritto si è recata alle urne ma a dire no, que­sta volta, sono stati anche tutti i can­toni, com­preso il Ticino (anche se con la per­cen­tuale minore: il 63,1%), dove la pres­sione dei lavo­ra­tori ita­liani è forte e sentita.

Le due ini­zia­tive hanno ori­gini com­ple­ta­mente diverse: quella del 9 feb­braio era pro­po­sta da ambienti con­ser­va­tori che com­bat­tono l’immigrazione men­tre Eco­pop era soste­nuta soprat­tutto da eco­lo­gi­sti che pen­sa­vano di dare così una rispo­sta ai pro­blemi dello svi­luppo soste­ni­bile. Chia­ra­mente siamo sol­le­vati che sia stata respinta a grande mag­gio­ranza, per­ché non era una buona rispo­sta ai pro­blemi migra­tori e in più la pro­po­sta di con­trollo delle nascite, soprt­tutto nei paesi extra euro­pei, era molto discu­ti­bile. Inol­tre non avrebbe con­tri­buito allo svi­luppo eco­no­mico della Sviz­zera per­ché met­teva limiti molto stretti e dif­fi­cil­mente osser­va­bili. Detto que­sto, comun­que il risul­tato non ci toglie dall’impaccio di dover appli­care l’articolo costi­tu­zio­nale appro­vato dal popolo il 9 feb­braio che pone dei limiti gene­rici all’immigrazione, non dra­co­niani come nell’iniziativa Eco­pop, ma impone anche, per esem­pio, la pre­fe­renza ai cit­ta­dini sviz­zeri sui posti di lavoro. Si aprono quindi pro­ble­ma­ti­che chiare sulla libera cir­co­la­zione, oggetto di accordi con l’Unione europea. Amba­scia­tore, come mai i cit­ta­dini sviz­zeri hanno detto sì alla limi­ta­zione dell’immigrazione pro­po­sta col refe­ren­dum del 9 feb­braio men­tre que­sta volta la boc­cia­tura è stata così netta?

I dati dell’Ocse dif­fusi ieri dicono che la Sviz­zera è in cima alla clas­si­fica euro­pea con 125.600 migranti accolti nel 2012, pari all’1,6% della popo­la­zione. Lo svi­luppo eco­no­mico elve­tico, oggi come 40 anni fa, è legato alla mano­do­pera degli immigrati?

Direi che da sem­pre quella sviz­zera è una eco­no­mia aperta. Per arri­vare all’odierna pro­spe­rità ci siamo sem­pre avvalsi di forze estere. Chiaro che in un mondo glo­ba­liz­zato la per­cen­tuale aumenta. Ma se 40 anni fa gli immi­grati con­tri­bui­rono a far cre­scere l’industria o a costruire le grandi opere, per esem­pio, idroe­let­tri­che, oggi si tratta per­lo­più di per­so­nale ad alta spe­cai­liz­za­zione che lavora nell’industria di punta o nei ser­vizi. Dun­que la Sviz­zera, che ha sem­pre accolto e vive di immi­gra­zione, oggi vuole con­ti­nuare a cogliere que­sta oppor­tu­nità che le per­mette gli attuali livelli di eccel­lenza. Le fac­cio un esem­pio: nelle scuole poli­tec­ni­che fede­rali, che sono con­si­de­rate le migliori del mondo, la metà degli stu­denti qua­li­fi­cati per un master o per un dot­to­rato, e gli stessi pro­fes­sori ad alti livelli, sono stranieri.

Quali pro­blemi com­por­tano i lavo­ra­tori fron­ta­lieri in Ticino, e quali con­se­guenze ha il refe­ren­dum del 9 feb­braio su di loro?

L’articolo del 9 feb­braio impone di rego­lare l’afflusso di immi­grati in fun­zione dei biso­gni dell’economia, com­presi anche i fron­ta­lieri. Quindi la que­stione è chiara: biso­gnerà rego­lare anche que­sto tipo di lavo­ra­tori, che sono ita­liani, ma anche fran­cesi e tede­schi. Al di là di un par­tito -– la Lega dei tici­nesi — che fa un’amalgama di con­cetti e ha fatto dei lavo­ra­tori fron­ta­lieri ita­liani la fonte di tutti i pro­blemi del Ticino, però è un fatto che si tratta di un pic­colo can­tone di 300 mila abi­tanti inca­sto­nato nella Lom­bar­dia, con un bacino di utenza di milioni di per­sone. E sui lavo­ra­tori tici­nesi, vista la con­cor­renza dei vicini, c’è una forte pres­sione. Quindi il sala­rio medio è più basso che nel resto della Sviz­zera. D’altra parte que­ste per­sone lavo­rano rego­lar­mente e ci sono indu­strie e ser­vizi che appro­fit­tano della pre­senza di que­sti lavo­ra­tori. Quindi anche il can­ton Ticino deve deci­dere che tipo di svi­luppo vuole e poi accet­tare le con­se­guenze del libero mercato.